NON SOPPORTIAMO PIÙ I NOSTRI FIGLI?

by Silvana Santo - Una mamma green

La domanda, lo riconosco, è provocatoria.
Il fatto è che, dopo i primi anni di maternità – nei quali mi scontravo di continuo con la retorica dei “piezz’ ‘e core” e l’icona della italica e perfettissima madre materna sempre sorridente, amabile e innamorata della prole (nonché pronta a immolarsi in tutto e per tutto in nome del loro supremo bene) – da qualche tempo mi sembra a volte di essere circondata da genitori insofferenti, esauriti e che, in buona sostanza, mal digeriscono la compagnia della prole.


Archiviate in capo ai fugaci anni della prima infanzia le lagne stomachevoli sul definitivo e trascendente senso della vita che i pargoli avrebbero rivelato e regalato ai propri genitori, le conversazioni e le battute tra adulti sembrano ora di tenore opposto, spesso incentrate soltanto sugli (innegabili) aspetti negativi che il crescere dei figli comporta. Su quanto sia faticoso educarli, su quanto sia estenuante supportarli e sopportarli nel loro quotidiano progresso verso l’autonomia.


Non mi riferisco, badate bene, alla fisiologica, inevitabile – e oserei dire sanissima – esasperazione che a tratti ci assale a causa della fatica, della responsabilità e delle rogne che il nostro ruolo esige. Né al bisogno più che comprensibile di “staccare” dalla famiglia, di garantirsi degli spazi di esistenza e realizzazione al di fuori delle mura domestiche. Lungi da me (sono anni che lo dichiaro apertamente nero su bianco, ma è opportuno ribadirlo), santificare e idealizzare l’esperienza della maternità e paternità, o negarne le profonde zone d’ombra, le pozze di oscurità e le semplici e sistematiche rotture di scatole. Il Mulino Bianco, lo sappiamo, esiste solo in qualche spot con la luce “smarmellata”.


Quello che intendo dire è che negli ultimi tempi ho sempre più spesso la sensazione che molti genitori vivano l’esperienza dell’accudimento dei figli come se fosse un costante sacrificio,una sfida insostenibile. Come se crescere dei bambini si riducesse quasi solo a fatica, rinuncia, compromesso. Genitori che in qualche caso, pur di andare avanti, fanno in modo, magari non del tutto consciamente, di stare coi figli il meno tempo possibile (anche al di là e oltre gli spazi di lavoro, perfino di sera, nei giorni liberi o in vacanza).


Siamo passati dal “crescono troppo in fretta!” al “quand’è che vanno via di casa?”. Senza sfumature intermedie e senza soluzione di continuità.


Non giudico nessuno, sia chiaro. Anzi: registro un fenomeno che rivela quanto poco siamo stati preparati, da figli, a tirar su dei figli. Su quanto siano carenti gli strumenti di cui disponiamo, su quanto disperatamente insufficiente sia il supporto – non solo pratico ed economico – su cui possiamo contare in questa complessa e totalizzante avventura. Mi limito a interrogarmi, insomma, sulle ragioni di quella che mi appare come una drastica inversione di tendenza. Sul perché, se fino a poco tempo fa era quasi un tabù ammettere la propria stanchezza o dichiarare apertamente il desiderio di una tregua (ed è un bene, lo ripeto, che questi aspetti della genitorialità siano stati finalmente sdoganati, che sia diventato normale trovare nei propri coetanei comprensione e solidarietà), ora si finisca col raccontarsi quasi solo le frustrazioni, lo scoramento, la sensazione di inadeguatezza, di solitudine e di estrema fatica.


Probabilmente è anche uno degli innumerevoli effetti collaterali della pandemia e della sua non sempre sensata gestione. Della improvvisa contrazione degli spazi e dei tempi personali, della prolungata costrizione in casa per giorni e settimane. Ma forse è vero anche che la nostra generazione difetta un po’ di consapevolezza. Che ha coltivato troppo forte e troppo a lungo un certo egocentrismo, che in una sorta di illusione dell’infinita giovinezza stenta a tratti a rinunciare, in primis sul piano psicologico, a certe abitudini, a certi ritmi, a certe liturgie che la responsabilità di un figlio richiede talvolta di sospendere o perlomeno di modificare. Anche solo un po’.


La mia preoccupazione è che alla lunga finiremo col convincerci davvero di non sopportarli più, questi nostri figli straordinari e difficili, adorabili e faticosi. O addirittura col convincere loro che in fondo non li sopportiamo più. Dio non voglia, dio non voglia.

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1 Commenti

Priscilla 20 Settembre 2021 - 10:25

Mi piace questa riflessione, perché al di là della pandemia mi sono trovata troppo spesso a farci i conti.
Già quando i bambini sono ancora nella pancia trovi sempre qualcuno pronto a dirti “Ecco adesso hai finito di goderti la vita!”
Ma perché poi?
Il potersi lamentare pubblicamente dei propri figli senza venire indicate come pessime madri è un grande traguardo, la consapevolezza che si possa essere “altro” oltre che solo genitori è una vittoria che non tutti riescono a raggiungere senza strascichi e ripercussioni.
Ma la nuova tendenza a vedere solo i lati oscuri della maternità, come li chiami tu, rischia di fagocitare anche l’aspetto più luminoso dell’avere figli: crescere noi in primis come persone e aiutare loro a diventare adulti autonomi e responsabili, divertendoci con loro, facendo cose, viaggiando, scoprendo, facendo esperienze…
Fare e crescere un figlio non è solo fatica e accudimento, è anche divertimento!
Dovremmo cercare di non dimenticarlo mai

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