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Tag:

figli

figli di 9 e 7 anni
essere madre

Cose che amo dei miei figli di 9 e 7 anni

by Silvana Santo - Una mamma green 19 Novembre 2021

(Un promemoria per le giornate difficili, per i momenti di stanchezza, per la preadolescenza che incombe)

Dei miei figli, e della loro età, amo il fatto che ormai, quando mi fanno gli scherzi, non devo fare più finta di cascarci, perché il più delle volte mi fregano davvero. Che far loro un regalo, di solito, significa realizzare un sogno della bambina che sono stata, e in molti casi anche dell’adulta che sono diventata. Amo che giocare con loro somiglia sempre di più a quello che avrei fatto con piacere, nel mio tempo libero, anche prima di essere la loro madre: costruire un Lego, fare una sfida a Scarabeo, riguardare per l’ennesima volta “il Signore degli Anelli” o andare a visitare un museo.

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19 Novembre 2021 1 Commenti
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come educare i figli alla diversità
essere madre

Come aiutare i figli a gestire la (propria) diversità?

by Silvana Santo - Una mamma green 5 Ottobre 2021

Non è facile per un adulto, figuriamoci per un bambino o un adolescente: sentirsi “diversi” dal gruppo sociale a cui si appartiene, avvertire la sensazione di essere in qualche modo “strani” e divergere da una presunta norma o “normalità” non è una condizione di semplice gestione. Il rischio è di finire col sentirsi soli, incompresi, se non addirittura sbagliati.

Il problema è che spesso le scelte dei genitori – più o meno “libere”, di carattere educativo ma non solo – possono avere proprio questa conseguenza indiretta. Cosa fare, in queste circostanze? Come trovare il giusto compromesso tra la necessità di garantire ai figli autostima e senso di appartenenza e quella di educarli all’autenticità e all’autonomia di pensiero, nonché mantenere un minimo di coerenza educativa e di onestà intellettuale?

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5 Ottobre 2021 6 Commenti
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essere madre

NON SOPPORTIAMO PIÙ I NOSTRI FIGLI?

by Silvana Santo - Una mamma green 15 Settembre 2021

La domanda, lo riconosco, è provocatoria.
Il fatto è che, dopo i primi anni di maternità – nei quali mi scontravo di continuo con la retorica dei “piezz’ ‘e core” e l’icona della italica e perfettissima madre materna sempre sorridente, amabile e innamorata della prole (nonché pronta a immolarsi in tutto e per tutto in nome del loro supremo bene) – da qualche tempo mi sembra a volte di essere circondata da genitori insofferenti, esauriti e che, in buona sostanza, mal digeriscono la compagnia della prole.

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15 Settembre 2021 2 Commenti
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cose da bambini
life

Cose da bambini?

by Silvana Santo - Una mamma green 22 Febbraio 2021

I bambini si abituano a quello che conoscono, e non possono amare ciò che non hanno mai provato.
Mi capita spesso che amiche, conoscenti o lettrici mi scrivano, per esempio, che avrebbero il desiderio di fare un viaggio itinerante coi loro figli, ma (pandemia a parte, sigh) non hanno il coraggio di provarci. “Perché i bambini hanno bisogno della routine in spiaggia, del villaggio con l’animazione, e via dicendo”. Oppure mi sento raccontare con una certa amarezza di bambini che passano i pomeriggi davanti ai video dello youtuber di turno o che hanno bisogno necessariamente di un dispositivo elettronico per ingannare l’attesa al ristorante, in aeroporto, dal medico etc (sempre Covid permettendo, stra-sigh), “ma purtroppo lo fanno tutti i bambini della loro età, sai com’è”.

Io invece penso che, entro i confini del comune buon senso e al netto delle inevitabili preferenze personali, finché sono relativamente piccoli i bambini si abituano a quello che conoscono. Se a un bambino vengono proposte sempre e solo vacanze al mare, macchinine giocattolo (tanto per fare un esempio stupido) e intrattenimento a base di cellulare, è scontato che le volte successive tenderà ad aspettarsi più o meno le stesse cose: in ferie “si va” al mare, al ristorante si guardano i video, al compleanno mi regaleranno delle macchine.

Il punto non è, meglio precisarlo, imporsi di cambiare le proprie abitudini di famiglia: se le vostre vacanze “stessa spiaggia, stesso mare” vi rendono felici, non c’è alcuna ragione per cui dobbiate iniziare i vostri figli a qualcosa di diverso. Se amate i video di youtube, o comunque vi sta benissimo che i vostri figli impieghino il loro tempo libero guardandoli, non pensateci e basta. Ma se a volte vi sentite di stare rinunciando a qualcosa che amate troppo, o viceversa, di essere costretti in dinamiche che detestate, ma che vi appaiono inevitabili solo perché “sai, sono bambini!”, sappiate che forse vale la pena fare un tentativo per cambiare lo status quo.

Ve lo dico, semplicemente, perché lo vivo da sempre sulla mia pelle: fin da quando i miei figli erano molto piccoli, uscire fuori a cena rappresenta un’esperienza stressante e qualche anno fa era proprio un mezzo calvario. La stanchezza generale trasformava l’uscita in un vero strazio, un cocktail esplosivo di ansia, capricci, imbarazzo e nervosismo. La stessa cosa valeva quando si trattava di fare un giro per negozi assieme a loro, per fare acquisti non rimandabili. Eppure, come mi facevano notare in tanti, non mi perdevo d’animo davanti a una mostra d’arte, un’escursione in natura o a un viaggio all’estero, magari itinerante o con tante ore di volo. La verità è che per me uscire a cena non è mai stato davvero necessario: in passato era il pretesto per stare con gli amici di sempre, ma ad eccezione di determinati locali particolarmente originali o amati, per me erano importanti la compagnia e il cibo (e i beveraggi!), non la location. Ancora adesso preferisco di gran lunga un picnic all’aperto o un delivery in buona compagnia, e di conseguenza è questo che mi è sempre risultato “facile” assieme ai miei figli. Stesso discorso per lo shopping e le passeggiate “per vetrine”, che non mi sono mai piaciuti particolarmente e che ho totalmente abolito negli anni (diventando invece una vera campionessa degli acquisti sul web, dove riesco a scovare sempre quello di cui sono in cerca).

Questo per dire che inesorabilmente i miei figli detestano cose che per alcuni coetanei sono esperienze del tutto comuni e spesso molto piacevoli – come un pomeriggio al centro commerciale o 15 giorni di vacanza fronte spiaggia – e sono invece avvezzi a cose che altri giudicherebbero “non da bambini”, come un’escursione in montagna, una visita in un museo, un tour itinerante con 7 cambi di hotel. Perché i bambini, e vengo al punto, non hanno esigenze precostituite o stereotipate, ma si adattano e si abituano alle esperienze che fanno insieme alla loro famiglia.

Non date per scontato che per un bambino l’unica villeggiatura appagante sia il mare, o magari il villaggio con il miniclub. Non rinunciate a musei e teatri (sempre alla faccia del Covid, sob e strasob!) perché “non sono cose per bambini”. Non convincetevi che certe esperienze vi siano precluse a prescindere o siano, viceversa, inevitabili solo perché avete dei figli piccoli. Continuate a fare quello che amate e ad evitare quello che vi ripugna, assieme ai vostri figli, con buon senso e rispettando la loro piccolezza, i loro ritmi, la loro fisiologia. E vedrete che saranno felici assieme a voi, pronti a scegliere, tra qualche anno, quello che a loro volta preferiscono e quello che proprio invece non li appassiona.

22 Febbraio 2021 0 Commenti
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figli piccoli, problemi piccoli
essere madre

Quando finisce il nostro ruolo?

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Febbraio 2021

Figli piccoli, problemi piccoli. Questo dice l’adagio, che però a me ha sempre dato un certo fastidio.
Non solo perché svilisce la fatica dei neo-genitori e avvilisce le loro speranze e prospettive, ma anche perché, in generale, trovo poco sensato lanciarsi in una gerarchia dei problemi e delle sofferenze. Come a dire che non tutte le difficoltà sono meritevoli della stessa empatia, che non tutte
Non è vero che occuparsi di un neonato sia una responsabilità meno gravosa che seguire un bambino, o magari un adolescente.

Al contrario, è vero semmai, e in quasi un decennio di permanenza controversa nella nebulosa delle madri e dei padri me ne sono definitivamente convinta, che sulla primissima infanzia e sui neo-genitori viene esercitata una pressione sociale (e social) indicibile, che inspiegabilmente si estingue tanto, e quasi all’improvviso, quando i bambini raggiungono l’età scolare.

Se per i primi anni di vita di tuo figlio vieni bersagliata da mille critiche, domande non richieste, indicazioni e teorie, e ti trovi a misurarti con aspettative del tutto irrealistiche, a un certo punto – puf – sembra che i ragazzini e la loro educazione (anche e soprattutto affettiva) diventino una questione paradossalmente secondaria. Come se, una volta che li hai svezzati e inseriti a scuola, “il più fosse fatto”.

Le madri fresche di parto (chissà perché i padri, novellini o già rodati, non sembrano mai così inclini a preoccuparsi o discutere delle scelte in fatto di maternage – che in effetti non si chiama “paternage”, e qualcosa vorrà pur dire) si scannano nei gruppi e nelle pagine Facebook sul latte artificiale e sull’allattamento al seno, sul passeggino e sulla fascia, sul cosleeping e sul metodo “Fare la nanna”. Le casalinghe foraggiano i sensi di colpa delle “madri lavoratrici”, che a loro volta guardano le altre con una malcelata sufficienza. E giù trattati, sondaggi, editoriali e polemiche sull’importanza del nido, dei giochi montessoriani, destrutturati, naturali, sugli effetti a lungo termine del bonding madre-figlio, sull’alto contatto, sull’educazione empatica, sullo spannolinamento e via discorrendo. Se non pasci tuo figlio con germogli biologici da te prodotti con terriccio fertilizzato con il limo derivato dalle esondazioni del Nilo, sei una pessima madre. Se non stimoli adeguatamente tuo figlio parlandogli in sanscrito e sottoponendolo a giochi educativi e montessoriani, sei una madre degenere. Se ti perdi la sua recita di Natale all’asilo, meriti una convocazione dai servizi sociali.

Ma basta che i bambini raggiungano l’età scolare e la musica cambia. L’attenzione al ruolo dei genitori sbiadisce, i dibattiti e le dissertazioni in tema educativo e parentale smettono di suscitare interesse. Come se, una volta svezzati, questi ragazzini diventassero sostanzialmente e improvvisamente autonomi, e il ruolo delle loro additatissime genitrici finisse all’improvviso col diventare marginale, relativo, tutto sommato aleatorio nello sviluppo della personalità e nel benessere globale dei loro figli.

Difficilmente ci si imbatte in polemiche sull’alimentazione di bambini “grandi” e preadolescenti, sulla quantità e qualità del loro sonno, sulla quantità e qualità del tempo che le madri trascorrono con loro, degli stimoli che gli propongono, dell’empatia che riescono a mostrare nell’accudimento quotidiano. La scuola, che spesso si occupa dei bambini e dei ragazzi per la maggior parte della giornata, diviene l’oggetto principale delle discussioni e delle querelle sui social network. Il capro espiatorio dei problemi educativi, del bullismo, delle fragilità, dei vuoti e delle sofferenze di intere generazioni.

Nessuno, o quasi, sembra indignarsi o preoccuparsi se i ragazzini passano la maggior parte delle loro giornate lontani dai genitori, se trascorrono lunghe ore soli davanti a uno schermo, se si alimentano in modo casuale o malsano. Al massimo, dopo ogni tragedia presunta o reale che assurge agli onori della cronaca, ci si accapiglia per qualche giorno sull’uso della tecnologia e dei social nei ragazzini molto giovani, sull’opportunità di vigilare, limitare, filtrare.

Eppure, almeno secondo me, un bambino in crescita e poi un (pre)adolescente e un giovane adulto ha ancora più bisogno di avere accanto, e successivamente “alle spalle”, una guida attenta, un esempio consapevole, una sponda e un rifugio. Anche, e forse soprattutto, negli anni della sua vita in cui è assolutamente convinto di poterne invece fare a meno.

Paradossalmente, per come la vedo io, il “tempo di qualità e quantità” con i figli diventa ancora più prezioso e importante quando questi figli diventano un po’ più grandi, quando il processo educativo si fa serio e complicato, quando le influenze dall’esterno diventano significative, nel bene e nel male.

E invece mi sembra che, in nome della presunta “autonomia” dei figli, la tendenza sia quella di crocifiggere una madre perché non allatta al seno, o perché rientra al lavoro con un figlio di pochi mesi, per poi assistere nella totale indifferenza al destino educativo di intere generazioni di bambini, ragazzini e adolescenti. Senza interrogarsi sul ruolo che i genitori dovrebbero avere, sui principi cui ancorarsi, sugli stimoli (anche culturali!) da offrire, sui divieti sacrosanti da imporre, sulle esperienze da condividere con i figli.

Perché tanto, a quanto pare, una volta svezzati “sono grandi, ormai”.

10 Febbraio 2021 3 Commenti
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cose che avrei voluto sapere prima di avere figli
life

Cose che avrei voluto sapere prima di avere figli

by Silvana Santo - Una mamma green 7 Ottobre 2020

Ci sono cose di cui adesso sono perfettamente al corrente, ma che avrei voluto sapere prima di avere dei figli. Giusto per arrivare più preparata, eh. Mica per niente. Vediamo se è lo stesso per qualcuno di voi.

1. I bambini sporcano tantissimo

Io mi illudevo che passata la fase del rigurgito permanente e delle deiezioni a fontana, il peggio sarebbe stato alle spalle. Che tenera! La verità è che finirò probabilmente sepolta sotto la montagna di briciole, coriandoli, frammenti e scorie che i miei figli producono in modi che non sono ancora riuscita a spiegarmi, e di cui loro per primi non sono quasi mai consapevoli. Che sia una peculiarità esclusiva della mia prole? Qui il loro passaggio, i loro giochi, i miliardi di attività creative in cui si cimentano e i loro svariati pasti quotidiani sono accompagnati sistematicamente da una scia di liquami e detriti di cui gli artefici solo di rado si accorgono, e che ancora più di rado provvedono a rimuovere. Quasi quasi rimpiango i pannolini lavabili (ma anche no, a pensarci bene…).

2. I bambini parlano di continuo

O almeno, entrambi miei due figli lo fanno (tale madre, direbbe qualcuno…). Da quando aprono gli occhi al mattino – e certe volte anche da prima che li aprano – smettono di cianciare, domandare, chiamare, supplicare, protestare, precisare, insinuare e ovviamente litigare solo quando li richiudono alla sera. Il che è davvero meraviglioso, perché permette di conoscerli a fondo, di fare esperienza del loro universo, di entrare in sintonia e farsi anche un sacco di risate. Però certe volte riesce a rimettermi in sesto solo un buon drink ghiacciato.

3. I bambini sono estremamente volubili

O meglio, solo certi bambini lo sono, a dire il vero (uno su due, a casa nostra, e glisserò con eleganza sulla sua identità). Volubili, incostanti, lunatici. Del tutto imprevedibili. Nel senso, per dire, che quello che fino a ieri era il piatto preferito, oggi può diventare inviso e detestabile. Il gioco preferito della scorsa settimana, in quella attuale è “noioso e stupido”, le sane abitudini consolidate in anni di pratica e di educazione, diventano di punto in bianco superate e superabili. E tu, che ti eri lasciata convincere dalle varie Tracy Hogg del fatto che i bambini siano “esseri legati alla routine” ti ritrovi smarrita e incerta, con una cotoletta improvvisamente “immangiabile” nel piatto.

4. I bambini sono rumorosissimi

Ok, questa in effetti potevo anche aspettarmela. Da che mondo e mondo, si sa, i bambini fanno casino. Io stessa, da piccola, ho passato buona parte dell’infanzia dribblando le secchiate d’acqua con cui l’amabile nonnina del piano terra ci bersagliava nel tentativo di “silenziarci”. Però non avevo idea che facessero così TANTO casino. Anche quando sono tranquilli, intendo dire. Non avevo idea che “avere l’argento vivo addosso” fosse in realtà un modo poetico per dire “non fanno che agitarsi, far cadere cose rumorose, parlarsi addosso a voce altissima, giocare in modo chiassoso”. Ma forse questo dipende dal fatto che i miei figli non sono dei figli qualsiasi, ma dei figli napoletani di genitori napoletani.

5. I bambini sono straordinariamente autentici

I bambini sono molto intelligenti, sono ricettivi, sono svegli. E soprattutto sono autentici. Il che, spesso, inchioda gli adulti di fronte alle proprie contraddizioni, alla propria pochezza e ai propri limiti. Perché i bambini comprendono spesso anche le cose che ci illudiamo di tener loro nascoste, ci fanno domande che esigono, in risposta, soltanto la verità, ci leggono dentro e ci indagano con occhi autentici e cristallini. Non si accontentano delle scuse che abbiamo preso l’abitudine di raccontare a noi stessi e ai nostri coetanei. Sono, i bambini, lo specchio più trasparente e sincero nel quale potremo mai vederci riflessi. E a volte ci restituiscono un’immagine alla quale non eravamo preparati.

7 Ottobre 2020 0 Commenti
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essere madre

Somiglianze

by Silvana Santo - Una mamma green 4 Agosto 2020

Ho un figlio che, a prima vista, non mi somiglia granché.

Ci soffrivo, lo ammetto, quando lui era appena nato e tutti non facevano che rimarcare – a volte con un sarcasmo di cui non ho mai compreso il senso – che fosse “la copia esatta di suo padre”. So che è un sentimento puerile, ma all’epoca era tutti così nuovo e difficile, e la maternità mi sembrava una condizione così estranea, che anche questi particolari, conditi con un cocktail di ormoni e la deprivazione del sonno, causavano dispiacere.

Quando è nata sua sorella, circa un anno e mezzo più tardi, è stato come se la lotteria genetica avesse voluto pareggiare i conti. Flavia, in certe fasi della sua prima infanzia, più che mia figlia sembrava un mio clone. Tuttora condividiamo ancora moltissimo del nostro aspetto esteriore, incluse le forme del corpo, la distribuzione del grasso, le dita dei piedi e finanche gli odori corporei.

Ma nel tempo, anno dopo anno, è sempre più chiaro quanto io e Davide fossimo intimamente somiglianti. Condividiamo interessi e attitudini, paure, vulnerabilità ed entusiasmi. Anche certi accessi di irrazionalità e di rabbia, destinati a svanire poi in un lampo, così come si sono manifestati. A volte lo guardo e mi sembra di specchiarmi. Penso, spaventandomi un pochino, di non aver mai incontrato un’altra persona così simile a me.

Anche se non è semplice ammetterlo (e non sono in molti, forse, a essere disponibili a farlo) è naturale cercare se stessi dentro i propri figli. Siamo nient’altro che animali, dopo tutto, e diventiamo genitori anche e principalmente per rispondere a un istinto potente che ci raccomanda di perpetrare noi stessi, come specie ma anche come individui. I figli, comunque siano venuti a noi, sono il nostro lascito definitivo: tutto ciò che di noi, alla fine, sopravviverà a noi stessi.

Non è sempre facile, al contrario, individuare nella propria progenie qualcosa che ci è estraneo e alieno, qualcosa che non ci rassomiglia o che magari è antitetico rispetto a quello che noi sentiamo di essere. Qualcosa che non comprendiamo, magari, o che disapproviamo apertamente. Ma è questa la parte più interessante della sfida: amare con tutto il cuore quanto dei nostri figli non arriviamo a riconoscere, a capire, a condividere. Amare la parte di loro che da noi è più distante. Forse, una vita basterà.

4 Agosto 2020 0 Commenti
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essere madre

E se pretendessimo troppo, dai nostri figli?

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Settembre 2019

Generazione di smidollati, genitori incapaci di educare i propri figli, schiavi di “bambini dispotici e viziati”. Si leggono spesso disamine impietose sull’operato dei miei coetanei (diciamo dei genitori nati a cavallo tra gli anni ’70 e ’80) in veste di madri e padri, e sui danni permanenti che staremmo arrecando ai nostri bambini. Non c’è dubbio che in qualche caso si tratti di analisi veritiere e condivisibili, che si assiste da qualche tempo a una deriva che confonde la liberalità con il lassismo, l’autodeterminazione con l’anarchia, la tolleranza con la totale e cronica strafottenza. Ma è pur vero, forse, che a volte pretendiamo, dai nostri figli, che si comportino né più né meno come degli adulti. O, addirittura, con più equilibrio e saggezza di quanto non sappiamo fare noi, che adulti lo siamo davvero.

E così ci aspettiamo che un bambino piccolo assista magari al nostro shopping senza osare chiedere qualcosa per sé. Che mangi carote e cetrioli per merenda, mentre noi ci concediamo aperitivi a suon di spritz e noccioline americane. Che legga e studi (anche se forse noi siamo i primi a impiegare diversamente il nostro tempo libero), o che sappia dosare con buon senso le ore passate davanti a uno schermo, quando poi, noi per primi, lasciamo che la tecnologia ci rubi la maggior parte delle giornate. Pretendiamo dai bambini che siano “educati” e rispettosi, che siano empatici, che sappiano ascoltare e condividere. Eppure siamo i primi a derogare senza troppi scrupoli a questi stessi principi. Diamo per scontato che nel giro di pochi anni debbano imparare a gestire la stanchezza, la rabbia, la paura, la frustrazione, quando a noi, magari, non è bastata una vita per giungere allo stesso risultato.

Abbiamo dimenticato, probabilmente, come eravamo noi stessi da bambini. Io a volte dimentico, per esempio, di essere stata una bambina sì studiosa, “obbediente” e tranquilla. Ma anche molto insicura, pigra, incline al lamento, disordinata. Viziata con il cibo. E, più tardi, una ragazzina intransigente e rigida, egocentrica, a tratti anche un pochino stronza. Questo, però, non mi ha impedito di cambiare, almeno da alcuni punti di vista. Non mi ha impedito di diventare un’adulta che mangia (quasi) qualsiasi cosa, che tiene molto all’ordine, che non si stancherebbe mai di “fare”, di vivere, di andare e di imparare. Un’adulta con tanti difetti, ma che cerca ogni giorno di comportarsi bene con tutti, e che quando fallisce lo fa di norma in buona fede.

Ma non è che io sia stata folgorata a metà degli anni Novanta sulla via di Damasco. Sono cresciuta, semplicemente. Come cresceranno i nostri figli, quei bambini che a volte ci sembrano così inguaribilmente maleducati, capricciosi, insofferenti. Così “ingestibili”. E che invece, magari, sono soltanto piccoli. Che questo post sia una specie di promemoria per la sottoscritta: i bambini sono, per definizione, individui che si stanno ancora formando, e che hanno bisogno, per diventare adulti, di tempo, di esperienze, di pazienza. E di esempio, soprattutto (e su quello è vero che forse non siamo una generazione di campioni).

17 Settembre 2019 10 Commenti
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Insieme

by Silvana Santo - Una mamma green 4 Aprile 2019

Se mi chiedessero che tipo di genitore sono, non saprei bene cosa rispondere. Su alcune questioni mi definirei severa, o intransigente. Su altre penso di essere abbastanza flessibile e indulgente. Sono ansiosa in qualche caso, rilassata o fatalista in molti altri. Sono una madre che lavora, ma che passa anche molto tempo a casa. Sono green per certi versi, decisamente meno attenta per altri. C’è una cosa, però, che forse definisce in qualche modo il tipo di genitore che, insieme al papà di Davide e Flavia, ho scelto di essere per i nostri figli, ed è la scelta di vivere il quotidiano il più possibile “insieme” a loro.

Come in tutte le famiglie, direte voi. Certo. Però mi sembra di cogliere, ogni tanto, una tendenza diversa, che va nella direzione di un maggiore individualismo e di una precoce (e presunta, aggiungo io) indipendenza dei figli rispetto ai genitori. I bambini devono giocare da soli, intrattenersi da soli, addormentarsi da soli e via dicendo. Sempre prima e sempre di più, perché non è giusto e non è sano che i genitori siano “al loro servizio”, che trascurino le proprie esigenze e annullino le loro risorse – fisiche, nervose, emotive – per occuparsi dei figli. Ho letto anche diversi articoli sull’argomento, negli ultimi tempi, tanto che a volte mi dico che forse sbaglio a vivere come sono abituata a fare.

Mi spiego meglio. Per noi è del tutto normale, per esempio, giocare a lungo con Davide e Flavia, ogni giorno. Capita spesso anche quando siamo a tavola per la cena, e tra un boccone e l’altro ci sfidiamo a suon di indovinelli e di “Color color..”. Accompagniamo i bambini a letto, leggiamo e cantiamo per loro (e con loro) prima della nanna, restiamo accanto a loro finché non si addormentano. Per noi è scontato viaggiare insieme a loro, e non solo: pensiamo che sia giusto considerarli come dei veri e propri compagni di viaggio, tenendo conto, nella pianificazione delle vacanze, non solo delle loro esigenze, ma anche dei gusti e degli interessi che manifestano via via. Condividiamo spesso la visione dei film che guardano nel weekend, e se possibile anche dei cartoni animati del dopo cena. Costruiamo cose con loro, ci travestiamo insieme a loro, ci prestiamo come pubblico o come co-protagonisti, agli spettacoli che imbastiscono ogni tanto. Li coinvolgiamo nelle attività quotidiane, diamo loro dei compiti, parliamo con loro fino allo sfinimento. Tutti i giorni.

Stiamo insieme, insomma. Non sempre, com’è ovvio, non “a tutti i costi”, non senza momenti di stanchezza e conseguenti pause. Soprattutto, non con lo scopo di sostituirci a loro (Davide, tanto per fare un esempio banale, fa i compiti in piena autonomia, e io non mi sognerei mai di verificare via Whatsapp che abbia preso correttamente le consegne). Stiamo insieme non solo e non tanto perché crediamo che sia giusto e importante per i nostri figli, ma perché, prima di tutto, lo desideriamo noi genitori. Personalmente, ho fatto dei figli anche per la voglia di vivere al loro fianco la breve parentesi della loro infanzia, e troverei masochistico e privo di senso negarmi questo piacere per “coltivare la loro indipendenza”.

Non so se dovrò mai pagare il prezzo di questa filosofia di vita, ma so che di certo non avrò rimpianti. E va bene così.

4 Aprile 2019 4 Commenti
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Etichette

by Silvana Santo - Una mamma green 12 Marzo 2019

Napoletana atipica.
Figlia unica.
Mamma pancina.
Buonista.
Pessimista inguaribile.
Debole.
Madre anormale.
Snob.

Mi hanno etichettato in tanti modi, nella mia vita, a cominciare da quando ero piccola. A volte mi hanno affibbiato etichette in totale contraddizione tra loro, passando dal definirmi insicura al decidere che ero una persona inguaribilmente arrogante.

La verità è che nessuna etichetta può davvero definirmi, incluse quelle che ogni tanto tendo ad attribuire a me stessa. Che non esiste un solo individuo al mondo la cui complessità possa essere ridotta a un archetipo, per quanto sia innegabile che ogni adulto abbia una determinata personalità.

Ma se etichettare gli adulti è sempre riduttivo e spesso può essere fastidioso, doloroso o condizionante per chi si ritrova a essere “catalogato”, farlo

Io penso che se bolliamo un bambino come monello, o capriccioso, o “impossibile”, lui – che è piccolo ed è ben lungi dal conoscere se stesso e dal sapere cosa vuole essere – finirà, più o meno consapevolmente, col convincersi che quella etichetta lo definisce davvero. Finirà col comportarsi in modo da aderire il più possibile a quella descrizione limitata e parziale che si è abituato a sentire di sé. A rispettare il pronostico, a recitare con zelo il ruolo che i grandi gli hanno assegnato.

E penso anche che se etichettiamo un bambino come terribile, discolo, prepotente e via dicendo di fronte ai suoi amici, loro finiranno per trattarlo come un bambino discolo e prepotente, anche quando magari non si sta comportando in questo modo. Finiranno con relegarlo, nella loro consapevolezza e nelle dinamiche di gruppo, in quel ruolo archetipico.

I bambini non sono monelli, mai. Non sono prepotenti, non sono impossibili, né tantomeno sono cattivi. A volte, certo, si comportano in modo prepotente, violento, egoista, arrogante e via dicendo. Ed è questo che andrebbe “definito”, sviscerato e sanzionato: il comportamento odioso, irrispettoso degli altri, pericoloso, irragionevole. Senza che finisca col definire il bambino che vi è incappato.

12 Marzo 2019 0 Commenti
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Chi sono

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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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