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figli

life

Perché crescere un figlio è diventato così faticoso?

by Silvana Santo - Una mamma green 26 Giugno 2018

Perché crescere un figlio è diventato così faticoso? Come si riusciva, prima, a tirar su nidiate di otto o dieci figli, come se fosse una cosa semplice? Mi sono fatta queste domande un sacco di volte, negli ultimi anni. Soprattutto nei momenti più critici, quando la stanchezza e lo scoramento sembravano impossibili da superare. Come facevano, le nostre nonne e le loro madri? E come hanno fatto le nostre, di mamme, a tirarci su senza che sembrasse una cosa così devastante?

Fare figli non è niente di speciale. La nostra quota animale è programmata per questo da migliaia di anni, esattamente come qualsiasi essere vivente sulla Terra. Abbiamo maggiori risorse economiche rispetto al passato, maggiori tutele, per quanto ancora largamente insufficienti, una tecnologia avanzata e accessibile. Eppure, per la nostra generazione, sembra essere diventata un’impresa a tratti estenuante. Come mai?

Non dipende, credo, dalla maggiore presenza delle donne nel mondo del lavoro: discendiamo tutti da generazioni di contadine, lavandaie, tessitrici e insegnanti. Le donne hanno sempre lavorato anche in epoca presindacale, spesso costrette a portarsi i figli neonati sul posto di lavoro. Eppure tiravano avanti, con il triplo o il quadruplo dei figli che oggi, in media, abbiamo noi. E secondo me non è neanche questione di avere meno aiuti. C’era magari una maggiore propensione a darsi una mano tra familiari e vicini di casa, ma c’erano anche, appunto, molti più bambini a cui badare. Una vita media più breve, case piccole, meno risorse per tutti.

Secondo me la verità è che siamo cambiati noi, e non solo le donne. È cambiato quello che ci aspettiamo dalla nostra vita, e soprattutto quello che ci aspettiamo da noi stesi in quanto madri e padri. Siamo i primi, includendo anche quelli che sono diventati genitori negli ultimi quindici o vent’anni, ad essere cresciuti con la consapevolezza che la vita adulta non fosse fatta solo di famiglia e lavoro, ma anche di interessi, di viaggi, di realizzazione personale, di amicizie, di studi e tempo libero. E siamo gli unici, di conseguenza, per i quali sarebbe inconcepibile doverne fare del tutto a meno solo perché c’è una famiglia a cui badare. Giustamente inconcepibile, aggiungerei.

Siamo i primi, soprattutto, per i quali “crescere un figlio” significa forse qualcosa di diverso rispetto a quello che ha rappresentato per decine di generazioni che ci hanno preceduto. Non ci sentiamo “soltanto” chiamati a garantire ai nostri figli la salute fisica, una sana alimentazione, l’istruzione, l’educazione e il benessere complessivo (lo sport, il mare d’estate, qualche giocattolo), ma anche profondamente coinvolti nella formazione della loro personalità, della loro autostima e della consapevolezza di sé. Della loro capacità di stare insieme agli altri, e di starci bene. Implicati a piene mani nella costruzione del loro benessere psicologico ed emotivo, del loro equilibrio e della loro capacità di perseguire la felicità. Non che ai nostri genitori non stesse a cuore la nostra “serenità”, certo. Ma forse noi siamo più consapevoli del ruolo che abbiamo, del peso dei nostri sbagli, delle insidie con cui fare i conti. E questo, almeno per me, è un fardello pesante da sostenere ogni giorno, molto più delle implicazioni pratiche dell’essere madre.

E non è solo questo, devo dire. Mi pare anche che noi genitori delle ultime decadi siamo i primi per i quali il processo educativo non si riduce solo a un trasferimento unilaterale di regole, divieti ed esempi, ma rappresenta piuttosto un processo fluido, biunivoco, dei quali i figli sono parte attiva, e non solo dei soggetti passivi. Non solo dei vasi da riempire o delle tabulae rasae su cui tracciare la nostra visione del mondo e della vita. In effetti veniamo anche criticati di continuo, per questo. Giudicati come incapaci, privi “di polso”, esseri smidollati e svogliati inadatti a educare un bambino. Magari è solo che abbiamo capito che ogni figlio è un universo, e per crescere insieme a lui bisogna tenerne conto.

La verità è che siamo dei pionieri. I primi a farci carico dell’educazione dei figli in un mondo che, per la prima volta dopo migliaia e migliaia di anni, non somiglia poi molto a quello in cui siamo cresciuti noi. I primi a farci carico dei nostri figli senza essere disposti a smettere di farci carico di noi stessi. I primi a farci carico dei nostri figli sapendo che avremmo potuto scegliere di non metterli al mondo, di dedicare ad altro la nostra esistenza. I primi, soprattutto, a farci carico dei nostri figli con la piena, se non addirittura esagerata, coscienza delle nostre responsabilità e del peso immenso del nostro ruolo. E questo, non me ne vogliano nonni e bisnonni, chi ci ha preceduto non lo potrà mai capire.

Tirare su dei figli è faticoso oggi tanto quanto in passato, ed è “una cosa naturale” oggi come allora. È il modo in cui stiamo cercando di farlo adesso, che per molti di noi è in parte diverso da quanto è accaduto alle generazioni precedenti. Per quello, forse, a volte ci sembra più difficile. Lasciateci tentare con tutti noi stessi. Lasciateci sbagliare. Pagheremo il prezzo dei nostri errori ai nostri figli, sulla bilancia della nostra buona fede, perché è solo a loro che dovremo rispondere. E questo, almeno questo, non è mai cambiato e mai cambierà, nemmeno tra un milione di anni.

26 Giugno 2018 8 Commenti
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essere madre

Vorrei che ricordaste

by Silvana Santo - Una mamma green 13 Giugno 2018

Da quando siete nati, abbiamo condiviso una quantità di esperienze che non credevo possibile. L’ansia di vedere la mia esistenza “finita” dopo la maternità si è trasformata nell’occasione di vivere con una intensità mai vista. Di godermi la vita, insieme a voi, riempiendola di viaggi, di natura, di bellezza. Di cose nuove da scoprire e per cui emozionarsi di continuo.

Eppure, quello che vorrei è che vi ricordaste non tanto i voli in aereo, gli spettacoli e le giornate speciali, quanto piuttosto le piccole liturgie quotidiane che scandiscono il tempo della vostra infanzia. I riti abituali e preziosi che agli occhi degli altri sarebbero insignificanti, o forse addirittura ridicoli, e che per noi costituiscono invece l’orizzonte giornaliero delle nostre vite normali, eppure così straordinarie.

Vorrei che ricordaste i denti di leone raccolti a bordo strada in questa stagione, soffiati via con gli occhi stretti e le guance gonfie. Il segno orizzontale che il sole traccia sul palazzo di fronte. Le migliaia e migliaia di “Ti voglio bene” che vi dico ogni giorno, il plaid verde, ormai un po’ liso, con cui ci scaldiamo in inverno davanti alla tv. Vorrei che ricordaste, in qualche anfratto oscuro della vostra memoria silente ed eterna, i nomignoli con cui vi chiamo sorridendo, il sapore della colazione che mangiate ogni mattina, l’odore dell’erba del giardino sotto casa. Il suono così peculiare del miagolio di Artù quando ha fame, la consistenza dei baffi che gli cadono e che troviamo in giro, le sue zampate quando si offende e colpisce.

Vorrei che teneste per sempre con voi il cinguettio degli uccelli che riempie la nostra casa a primavera, a cominciare da quello dei passeri che quest’anno hanno fatto il nido nella cappa della nostra cucina. La sensazione dei vostri piedi nudi sulle piastrelle lucide che non ho scelto io, la sequenza sempre uguale di gesti con cui io, o più spesso vostro padre, vi aiutiamo a fare la doccia di sera. Vorrei che ricordaste il colore dei tramonti che si ammirano dalla nostra finestra, che non ho mai trovato in nessuno dei miei viaggi e che a primavera le rondini ricamano di nero. Lo stridio dei pipistrelli, le voci dei vicini di casa che arrivano da lontano nelle sere d’estate.

Il suono del citofono, il profumo della pizza che ogni settimana cuoce puntuale nel forno, il tappeto su cui giocate da anni. Il gesto che faccio ogni volta che vi allaccio le cinture di sicurezza. Vorrei che rammentaste il colore dei vostri bicchieri preferiti e il sapore del dentifricio con cui vi lavate i denti. L’anta della scarpiera nell’ingresso che si apre e si chiude. Il nostro repertorio familiare di ninne nanne, la playlist che cantiamo a squarciagola in auto e i passi di danza che ci siamo inventati solo per noi.

Radici profonde, che stiamo costruendo insieme senza neanche saperlo. Piccole cose, che spero costituiscano, domani, l’ancora della vostra identità, il porto a cui tornare nella tempesta, il riferimento per ogni felicità futura. Un pezzo di questa infanzia bellissima che ci stiamo regalando, al di là della fatica, oltre gli errori e le difficoltà, e che mi auguro resti con voi per sempre, in qualche modo. Vorrei, più che i viaggi e le avventure, che ricordaste l’amore, quello vero, quello a volte ruvido e a volte scivoloso. Mozzafiato. Quello che mi insegnate ogni giorno, e che io ogni giorno provo a insegnare a voi.

13 Giugno 2018 0 Commenti
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cinque anni di mio figlio
life

Cinque anni

by Silvana Santo - Una mamma green 8 Febbraio 2018

Sono passati cinque anni esatti dal giorno in cui, divisa tra il terrore e l’euforia, ti ho visto uscire dal mio corpo. Cinque anni.

Cinque anni in cui è stato come guardarsi costantemente allo specchio. Nello specchio più lustro in cui mi sia mai riflessa. Cinque anni in cui è stato come ricominciare a vivere da capo, a conoscersi dal nulla, a respirare e camminare e parlare e piangere e ridere come se prima non avessi fatto nessuna di queste cose. Cinque anni in cui siamo stati lattanti insieme, e poi bambini minuscoli barcollanti su gambe arcuate e piedi piatti, e adesso ragazzini ancora vergini alla scoperta dell’umanità e del posto che chiamiamo casa.

Cinque anni passati a cercare di conoscerti e comprenderti, fino a scoprire ogni giorno di più quanto c’è di me in fondo al tuo spirito. Tu che sei allegria e luce, punteggiate qua e là da pozze di una oscurità che sembra impenetrabile. Sei la risata argentina e il pianto che assorda, sei la curiosità di chi non conosce il mondo e la paura di chi del mondo teme le insidie, e le miserie, e le follie. Sei la consapevolezza di te. E l’insicurezza che in fondo non passa mai. Il bisogno di sentire ogni giorno dagli altri quanto di buono c’è dentro di te. La necessità disperata di sapere che sei amato, che sei giusto, che vai bene come sei.

Sei l’accondiscendenza e la mitezza, interrotte da momenti furiosi di rabbia, di stanchezza, di frustrazione. Sei la logica che a tratti si perde nella irragionevolezza insanabile. Sei la voglia di esplorare la vita e il timore quotidiano di non farcela. Di non essere abbastanza forte, grande, bravo. Di non essere abbastanza, e basta.

Sei l’amore che dilaga senza contegno e l’insofferenza incontenibile e apparentemente immotivata. Sei l’energia inesauribile che invece svanisce all’improvviso, senza rimedio, senza riserva. L’osservazione arguta e la domanda ingenua. Il candore e la ferocia.

Sei il figlio che implora ogni momento di non essere lasciato solo, esattamente come la voce che mi si agita dentro da quando sono al mondo.

Scoprirti e amarti ogni giorno di più è un po’ come provare ad amare finalmente me stessa. Come guardare la luna che splende e lasciarsi abbagliare, ricordando però che alle sue spalle c’è un lato perennemente immerso nell’oscurità.

Non so che persona diventerai, nei lustri che verranno. Ma sono quasi certa che arriverà un momento in cui penserai che io non ti conosco, che non ti capisco, che non so nulla di quello che senti. E invece saprò che noi due siamo molto simili, e lo siamo sempre stati. Purtroppo e per fortuna.

Buon compleanno, mio piccolo compagno di strada. Che il tuo cammino sia dolce, lunghissimo e sempre emozionante.

8 Febbraio 2018 2 Commenti
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essere madre

Prima di voi

by Silvana Santo - Una mamma green 26 Gennaio 2018

Non è che prima di voi non ridessi. Non che ridessi meno forte o con meno gusto. Non che ridessi con meno fragore. È che adesso rido anche le vostre risate. Rido guardandovi ridere, rido, non vista, spiandovi parlare tra di voi con la serietà con cui i bambini piccoli parlano tra loro di cose buffe e stranissime. Rido la vostra felicità. Non come essere felice per un altro, ma come essere un altro che in quel momento è felice. E queste risate, che vengono da voi e a voi ritornano, sono inedite, sono sorprendenti. Sono vita nuova che prima non sapevo immaginare. Ridevo anche prima, ma adesso rido due volte.

Non è che prima di voi non piangessi. E neanche che piangessi con meno struggimento. È che adesso piango un dolore non mio. Lo soffro, quel dolore non mio. E non è solidarietà, non è empatia. Non è compassione. È come sentire col mio cuore il cuore di un’altra persona. Il cuore di due persone altre. La paura, la rabbia, la stanchezza. Piango le vostre lacrime, e di solito le ingoio per non farvi del male. Le piango in silenzio, col sorriso negli occhi e le braccia aperte. Le piango e intanto asciugo le vostre. Piangevo anche prima. Ma adesso piango il pianto di altri, sperando che altri smettano di piangere.

Non è che prima di voi non vivessi. Che non amassi la mia vita con ogni fiato, in ogni momento, con ogni nervo e sinapsi e articolazione del mio corpo. Non è che non amassi tutte le albe e tutti i tramonti. L’oscurità della tempesta e il calore del mezzogiorno. Non è prima di voi non vivessi. Ma adesso vivo anche attraverso di voi e con voi. Per voi, in ogni istante. Anche quando fa male, anche quando fa paura, anche quando costa sudore e sangue caldo. Vivevo anche prima, ma adesso vivo di più.

26 Gennaio 2018 1 Commenti
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Coppia dopo due figli: come si fa a restare a galla?

by Silvana Santo - Una mamma green 18 Gennaio 2018

Lo so che un tempo le coppie sopravvivevano benissimo a qualche mezza dozzina di bambini, che le donne lavoravano lo stesso ma sfornavano marmocchi fino alla menopausa e che i matrimoni erano solidi e duraturi. Ma oggi le cose sono molto cambiate, e far funzionare la coppia dopo due figli non è sempre facile. I ritmi quotidiani sono mutati, sono mutate (per fortuna) le esigenze personali di ognuno, i genitori hanno un approccio diverso alla cura dei figli e i matrimoni non sono più un fatto impossibile da mettere in discussione anche in assenza di felicità. Come fare, allora, per sopravvivere come coppia dopo due figli? Io non sono affatto sicura di avere delle risposte, ma posso condividere con voi le idee che sono venute a me e che cerco, purtroppo con moltissimi alti e bassi, di portare avanti insieme al padre dei miei figli. Troppo presto per dire se basta per sopravvivere come coppia dopo due figli. Per il momento siamo ancora a galla, il tempo poi ci dirà se avremo avuto ragione.

1. Dividersi il lavoro

Le persone non sono tutte uguali, e io credo poco al mito dei genitori interscambiabili. Penso piuttosto che in base alle attitudini e abilità di ciascuno, ogni madre e ogni padre possa dare un contributo personale alla routine della famiglia e alla cura dei figli. A patto però che ciascuno dei due, in base alla disponibilità di tempo residuo dal lavoro, sia coinvolto appieno in tutte le incombenze. In altri termini: per sopravvivere in coppia dopo due figli è indispensabile che i papà siano operativi tanto quanto le mamme, non solo nell’accudimento dei bambini, ma anche nella gestione delle faccende domestiche, nell’organizzazione quotidiana (appuntamenti dal pediatra, rapporti con la scuola, ricorrenze, vita sociale, pianificazione delle vacanze etc). Per la mia esperienza, l’ultima voce resta ancora troppo spesso appannaggio del genitore femmina, causando un carico mentale enorme e una mole di stress a volte difficile da sopportare.

2. Coppia dopo due figli: bambini a letto presto

Ovvero la garanzia di avere ogni giorno, almeno in linea teorica, alcune ore da dedicare esclusivamente al rapporto di coppia, che ogni coppia può scegliere di trascorrere fuori casa, affidando a una baby sitter i figli addormentati, o semplicemente guardando un film sul divano, chiacchierando, cenando a lume di candela o coccolandosi in beata solitudine. Certo, si può chiamare la tata anche se i figli fanno le ore piccole, ma se i bambini si abituano ad andare a letto presto, la serata “a due” diventa una costante quotidiana, e non solo una piacevole ma rara eccezione. Un aiuto in più per tentare di sopravvivere in coppia dopo due figli.

3. Un figlio per uno

Pura e semplice aritmetica: se i figli sono piccoli, e sono in numero uguale ai genitori, è molto utile, nella routine quotidiana, ma anche per esempio in viaggio, che ciascuno degli adulti si occupi di uno dei bambini. Per i pasti, per il pannolino, per l’aiuto nel vestirsi etc. Il rischio da evitare (esperienza personale anche in questo caso) è che si tendano a formare delle “coppie fisse” (esempio: figlio grande sempre col papà, figlio maschio sempre con la mamma etc), alimentando gelosie e creando qualche forzatura. Meglio, invece, mischiare le carte di continuo, alternandosi nel badare a ciascuno dei figli.

4. Non trascurare l’intimità

Il progesterone che prosciuga ogni velleità, il lettone sempre affollato, la stanchezza cronica, il perineo che non è più quello di un tempo, il sonno perenne: la vita di coppia dopo due figli può risentire di molti fattori, ma è fondamentale non ignorare i campanelli d’allarme e non sottovalutare i problemi. Senza una vita sessuale, almeno secondo la mia opinione, non esiste una coppia, e neanche un matrimonio. In caso di difficoltà è indispensabile riconoscere l’esistenza di un problema, parlarne apertamente, impegnarsi nel quotidiano per recuperare e, se fosse necessario, chiedere aiuto a uno specialista.

5. Parlare, parlare e parlare

Non sono sicura se questo sia un modo per far funzionare una coppia dopo due figli, o la mazzata definitiva per farla affondare (se lo chiedete a mio marito, potrebbe darvi una risposta perentoria), ma penso che crescere insieme dei bambini richieda necessariamente un dialogo costante e aperto, anche a costo di alimentare discussioni o di “ferirsi” in qualche modo. Magari bisognerebbe evitare di accanirsi, di esagerare, e soprattutto di parlare di questioni delicate in presenza dei figli. E questa è una cosa che devo tenere a mente decisamente di più!

18 Gennaio 2018 4 Commenti
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life

Cose che auguro ai miei figli per l’anno nuovo

by Silvana Santo - Una mamma green 3 Gennaio 2018

Credere ancora per un anno che tutto sia possibile. Credere nella magia e nei desideri che si avverano se non li riveli a nessuno. Credere che mamma e papà sappiano aggiustare (quasi) tutto, e che, se oggi stai male, domani tutto passerà.

Cambiare idea, almeno una volta. Riconoscerlo a testa alta, e sentirsi orgogliosi per questo.

 

Non avere fretta. Di crescere, di cambiare, di lasciare questa terra meravigliosa che è la loro prima infanzia, che ho il privilegio di abitare insieme a loro. Concedersi ancora tempo per essere piccoli, e liberi, e veri.

Correre come pazzi sulla sabbia troppo calda, non riuscire a fare le capriole sul letto per il troppo ridere, arrampicarsi su un albero e poi guardare il mondo a testa in giù.

Le zampate del gatto e le sue fusa moleste.

La sensazione del sole tiepido sulle scapole. Per lunghe ore, come se nella vita non ci fosse altro.

Commuoversi, senza ritegno. Per la bellezza del mondo e per la sua fragilità. Per un amico che è triste, per un bambino che è solo. Per un vecchio che è stanco.

La stupidera contagiosa che ti prende senza una ragione apparente e non ti passa finché non ti fa male la pancia dalle risate.

Fallire almeno una volta. Sbagliare, cadere, essere sconfitti. Per allenarsi a ripartire e imparare a perdonarsi.

Visitare posti mai visti, assaggiare piatti mai provati, ascoltare parole in lingue sconosciute. Imparare tante canzoni e addormentarsi al suono di storie nuove.

Litigare tra loro come sanno fare così bene, per poi scoprire che il loro amore di fratelli resiste alla furia.

Le foglie croccanti sotto i piedi, la neve soffice in mezzo alle dita, l’orizzonte infinito dinanzi agli occhi. La pancia piena, il cuore caldo, l’amore senza fine.

Buon 2018, figli miei.

3 Gennaio 2018 1 Commenti
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Educare all’autonomia

by Silvana Santo - Una mamma green 20 Dicembre 2017

Non le conto più, le volte in cui mi sono sentita una pessima madre perché non incoraggio a sufficienza “l’autonomia dei miei figli”. Perché non mi sono affrettata a svezzarli, perché ho usato il marsupio per anni, perché non ho insistito abbastanza perché mollassero “al momento giusto” il ciuccio, il pannolino, o quello che era. Perché ancora dormiamo tutti nella stessa stanza. Non le conto più, ma devo dire che si stanno diradando piano piano.

E non perché io abbia deciso tutto a un tratto di sentirmi una madre risolta, ma perché vedo che i miei figli, nonostante le mie scelte spesso giudicate “castranti” per la loro indipendenza, poi raggiungono senza problemi lo stesso grado di autonomia dei coetanei. E in certi casi – ma non so se mi illudo – ci arrivano forse con più consapevolezza e una maggiore serenità.

Qual è il compito di un genitore? Incoraggiare la crescita e il processo che conduce all’autonomia dei propri figli, oppure forzarli secondo un calendario prestabilito e stereotipato?

Se ragioniamo secondo la mentalità imperante, il mio primo figlio, che si appresta a compiere cinque anni, ha tolto tardi il pannolino, ha mollato tardi il ciuccio, fa la pipì da seduto da troppo tempo ed è irreparabilmente in ritardo sulla questione del dormire da solo. Altre conquiste, come il fare a meno del passeggino, il mangiare da solo, il vestirsi e lavarsi in autonomia, gli hanno richiesto al contrario meno tempo che ad altri bambini. La verità è che ogni volta ha preso lui la decisione di passare allo step successivo. Nel suo cammino, noi lo abbiamo sempre incoraggiato, sempre esortato a fare da solo, ma abbiamo scelto di non forzarlo mai. Di fare un passo indietro quando il passaggio al vasino ci è apparso troppo doloroso per lui, di permettere il ricorso al ciuccio solo al momento della nanna, ma di ritardare fino al limite che ci è parso accettabile il suo abbandono definitivo (alla fine lo ha lasciato di sua spontanea volontà intorno ai 3 anni e mezzo). Di aspettare che fosse pronto, o perlomeno di cercare un compromesso tra quella che ci sembrava un’opzione ragionevole e le sue specifiche esigenze. Su ogni cosa ci diamo una specie di “scadenza massima”, oltre la quale rivalutare la questione, ma di fatto non ci siamo mai trovati, finora, a doverci allarmare. Lui è sempre arrivato da solo là dove era giusto e naturale che arrivasse. Dove noi stavamo ad aspettarlo.

Con sua sorella funziona sostanzialmente allo stesso modo, ma i risultati, prevedibilmente, sono molto diversi. Flavia è stata per esempio molto precoce nel mollare il pannolino, ma fa ancora fatica a vestirsi da sola. L’ho allattata più del fratello, ma con lei abbiamo messo via il passeggino un po’ prima.

Io credo fermamente che fare il genitore significhi spesso prendersi la responsabilità di decidere al posto dei propri figli. Di decidere il meglio per i propri figli. Su molte cose un bambino non dovrebbe avere scelta, perché non è giusto che si rovi di fronte a certe scelte senza l’esperienza e la consapevolezza necessarie. Le madri e padri servono proprio a scegliere per lui, man mano che lo aiutano a diventare pronto.

Però penso anche che un genitore debba coltivare l’istinto, e l’ascolto, e l’empatia. Rispettare la persona che è suo figlio, anche se è molto piccola. E magari aspettarlo, qualche volta, purché questo non lo danneggi. Anche a costo di correre il rischio di trovarsi – lui genitore – additato, criticato, incompreso.

È la sfida più grande, forse. E non so se la si possa vincere. L’unica ricetta che ho è sempre la stessa che applico a tutto: farsi domande di continuo, su tutto. E sperare di indovinare almeno qualche risposta giusta.

20 Dicembre 2017 1 Commenti
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Bambini con due mamme, o due papà

by Silvana Santo - Una mamma green 7 Dicembre 2017

L’altro giorno, rientrando dal parco, Davide ha cominciato a formulare una domanda. Così dal nulla, su un argomento che non era stato mai sfiorato durante il pomeriggio. Come fanno spesso i bambini:

“Mamma, ma i bambini che hanno due mamme o due papà…”

Sembrava l’esordio di una conversazione impegnativa. Di quelle in cui, da genitore, sei chiamato a chiarire dubbi e stanare pregiudizi. Avevamo già parlato di famiglie monogenitoriali, pensavo che il mio primogenito avesse delle perplessità sulla questione. Per cui, alle 17.15 di un freddo mercoledì di dicembre, dopo un’ora di parco giochi e una puntata in libreria, mi sono preparata mentalmente a fornire argomentazioni convincenti a qualsiasi remora lui avesse manifestato sull’argomento.

E poi mio figlio ha completato la sua domanda:

“… come fanno a distinguerli? Li chiamano tutti e due papà o mamma?”.

Sorridendo, ho pensato che i bambini sono davvero l’opportunità migliore che abbiamo per fondare il mondo in cui vorremmo vivere. Perché loro, il mondo, lo guardano per quello che è, senza sovrastrutture, senza gabbie mentali, senza schemi rigidi e preconcetti. Senza pregiudizi.

Così, un bambino di cinque anni, finché non interviene un adulto a fargli credere che avere due mamme o due papà sia un fatto “anormale”, sbagliato, se non addirittura aberrante, la considera semplicemente una delle opzioni possibili.

E ritiene che l’unica cosa per cui valga la pena preoccuparsi sia l’esigenza pratica di distinguere i due genitori, in qualche maniera.

“Possono chiamarle mamma e mammi, come mi chiama spesso Flavia – gli ho risposto – Oppure papino e papone. O semplicemente mamma Silvana e mamma Quello-che-è. Proprio come fate voi con le due nonne e i due nonni che avete, con le tante maestre o con le zie e gli zii”.

La soluzione, per mia fortuna, gli è parsa subito accettabile. Problema risolto, anzi. Problema inesistente.

Con buona pace di chi pensa il contrario, e cerca di convincere i bambini che sia così.

7 Dicembre 2017 3 Commenti
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gravidanza e partopost sponsorizzati

I figli, al momento giusto

by Silvana Santo - Una mamma green 29 Novembre 2017

Io non so cosa voglia dire desiderare un figlio. Ho deciso di farne uno all’alba dei 31 anni, perché sapevo che “prima o poi ne avrei voluti”, che nel mio progetto di vita i bambini erano un tassello irrinunciabile. E allora ho valutato che quello fosse il momento migliore per provarci, anche se non sentivo questo desiderio impellente e struggente di avere un neonato tra le braccia. Dopo un mese, senza quasi pensarci, ero incinta di Davide. E pochi giorni dopo il primo compleanno di mio figlio, ho scoperto di aspettare sua sorella. Noi contavamo di riaprire il cantiere di lì a pochi mesi, e invece lei ha anticipato i nostri progetti, complice una singola notte di “imprudenza”, o meglio di consapevole fatalismo da parte mia e di suo padre (tanto un secondogenito era comunque in programma). Ho due figli, e non ho avuto il tempo di desiderare un bambino. Mi è stata risparmiata l’esperienza che tante amiche mi hanno descritto: l’attesa che ti consuma, la speranza che si rinnova ogni mese, la frustrazione che ti arriva addosso come una slavina, e che ti toglie il respiro. E il pensiero che torna sempre lì, attirato dal magnete potentissimo del desiderio incompiuto, del bisogno disatteso, dell’istinto castrato. Le domande inopportune, i commenti fuori luogo, lo strazio degli esami e delle cure. Ho avuto una fortuna immensa, un privilegio straordinario. Figli che sono arrivati quando io ho pensato che fosse il momento giusto, nel modo più semplice che esista, quello che gli umani conoscono dalla notte dei tempi.

Figli che non si sono fatti attendere, e che non sono, al contrario, piombati nella mia vita quando io, a diventare madre, non ci pensavo neanche lontanamente. Perché anche questo, mi è stato risparmiato: il calvario di fronte a un ritardo, l’atrocità del dubbio di fronte a un test di gravidanza inaspettatamente positivo. La fatica di accettare una maternità che non era programmata, o lo strazio di pensare di interromperla. In questo caso, però, la fortuna forse c’entra poco, e questo privilegio si chiama piuttosto contraccezione. Una priorità, sempre e comunque. Perché fare un bambino è una scelta che richiede sempre un pizzico di follia, ma che va ponderata cento volte. Perché un figlio, anche se lo hai programmato, ti sconvolge la vita, ti scoperchia l’inconscio, ti rivoluziona le giornate nel bene e nel male, nei secoli dei secoli. Scuote dalle fondamenta l’impalcatura stessa delle tue sicurezze, del tuo equilibrio, del tuo sentire. Ristabilisce le tue priorità. Espone a nuove prove – e inevitabili rischi – la coppia di cui fai parte e la tua vita sociale. Figuriamoci se non era previsto.

I miei due figli sono arrivati al momento giusto: ho avuto una fortuna immensa, e anche tanto buon senso. La prima non si può comprare, né prendere in prestito o a noleggio. Ma sul secondo, per fortuna, abbiamo tanto da poter fare.

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29 Novembre 2017 0 Commenti
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life

Lettera a una donna che non vuole figli

by Silvana Santo - Una mamma green 28 Novembre 2017

Non vuoi figli, e non hai problemi a riconoscerlo. Ma le persone, per questo, si sentiranno in diritto di dirti un sacco di cose.

Ti diranno che rinunciare ai figli è una scelta senza ritorno. Tu, se ne hai voglia, rispondi che anche scegliere di averne lo è. Che, anzi, è forse la sola vera condizione irreversibile in cui possa imbattersi un essere umano. Perché puoi smettere di essere amica di qualcuno, o di esserne la moglie. Puoi rinnegare anche il tuo stato di figlia e di sorella, se lo vuoi. Ma in qualche modo, una volta che sei diventata madre (o padre), ti è impossibile arretrare da questa condizione. Resti un genitore sempre e comunque, anche se sei lontano da tuo figlio, anche se lui va a vivere in capo al mondo, anche se lui ti rinnega e ti fa perdere le sue tracce. Anche, e lo dico con i polsi che mi tremano, se tuo figlio muore.

Ti diranno che senza figli ti ritroverai sola. Io ti dico che anche le mamme, spesso, conoscono la solitudine. Soprattutto all’inizio, quando si trovano all’improvviso a doversi occupare di un bambino che non conoscono, e che talvolta non capiscono. E che fare un figlio come forma di assicurazione vitalizia contro la solitudine è un atto di profondo egoismo, lontano anni luce da quello che dovrebbe significare “dare la vita”.

Ti diranno che un figlio tirerebbe fuori la parte migliore di te. Ma ti metterebbe anche di fronte ai tuoi limiti, alle tue umane debolezze, ai tuoi difetti peggiori. Riaprirebbe, forse, vecchie ferite e voragini del passato. Ti obbligherebbe, in qualche modo, a fare i conti anche con la parte di te che non ti piace e che non riesci a cambiare.

Ti diranno che un giorno cambierai idea, o peggio ti pentirai della tua scelta quando ormai sarà troppo tardi. Ma è molto peggio mettere al mondo un figlio senza volerlo, e dover dire a se stesse che sarebbe bello poter tornare indietro.

La verità è che fare dei figli o non farne è una scommessa con la vita. Perché, nel bene e nel male, non puoi neanche vagamente immaginare come sarà, finché non ti incammini lungo quel sentiero. E perché l’amore che provi per un figlio reale, una volta che lo hai messo al mondo e conosciuto, non sei in grado di concepirlo quando quel figlio non esiste, anche se ti sforzi in qualche modo di “immaginarlo”. E anche se fai un bambino e dopo non potresti pensare la tua vita senza di lui, la verità è che tuo figlio non ti sarebbe mancato se non fosse mai nato, se non fosse mai esistito.

La verità è che fare dei figli è una totale pazzia, se ci si pensa con un certo distacco. Perché a conti fatti è un investimento in perdita, da moltissimi punti di vista. È una limitazione volontaria e duratura della propria libertà, un atto di abnegazione che non è per tutti, inclusi molti di noi che i figli li hanno voluti e li hanno fatti.

E allora non recedere mai, amica che non vuole figli. Non lasciarti atterrire, non vacillare nella tua volontà. Tu non vuoi dei figli, e non devi giustificarti per questo. Tu non vuoi dei figli, e sarai felice. Né più né meno di chi i figli li ha fatti. Tu non vuoi dei figli, e va bene così.

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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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