Un anno in Dad (alla scuola primaria), spiegato a chi non ha idea di cosa voglia dire

by Silvana Santo

Il post che avete appena cominciato a leggere è troppo lungo e sostanzialmente inutile. Ma il bisogno di scriverlo è stato per me irrefrenabile. Mi attirerà probabilmente critiche feroci e antipatie definitive, ma non mi interessa. È il lamento della madre di due bambini di 6 e 8 anni che hanno varcato le soglie della scuola per appena 10 settimane negli ultimi 12 mesi (viviamo in Campania e sì: qui è andata così, attualmente siamo di nuovo in Dad da un mese e mezzo di fila, oltre ad avere parchi, piazze e lungomari chiusi. Le scuole, primarie incluse, sono state chiuse, per scelta dell’amministrazione regionale, anche in zona gialla e arancione, anche prima che venisse introdotto il sistema di classificazione “a colori”), con conseguenze forse marginali sulla loro formazione, ma disastrose sul piano del benessere psicofisico, della qualità della vita, e degli equilibri familiari.

Vi sembra una conclusione esagerata? La lagna insopportabile di una “mamma pancina”? È solo perché non ci siete passati, e non avete davvero la più pallida idea di cosa voglia dire davvero.

La Dad (prolungata) per i bambini piccoli

Per anni siamo stati edotti sui danni che la prolungata esposizione ai monitor può arrecare ai bambini piccoli: disturbi del comportamento e del sonno, problemi alla vista, problemi posturali e psicologici. Da anni veniamo accusati, in maniera draconiana e per quanto mi riguarda totalmente a sproposito, di abusare della tecnologia nell’intrattenimento dei nostri figli. E ora, all’improvviso, ci viene chiesto di tenere i nostri figli piccoli inchiodati a uno schermo per 4 o 5 ore consecutive, ogni giorno, non solo nel tempo necessario a fronteggiare una sacrosanta emergenza e imbastire la risposta dinanzi a una crisi, ma per un intero anno solare, che investe in pieno, oramai, due anni scolastici. E semmai di assistere imperturbabili alla comparsa di quei danni che in passato ci venivano profetizzati da ogni pulpito reale e virtuale: insonnia, accessi d’ira, fobie sociali, comportamenti ossessivi e autolesionistici, deficit di attenzione. Senza dubbio ci saranno bimbi ai quali, tutto sommato, fare lezione online non dispiace, o comunque non è causa di particolare disagio, perlomeno in apparenza e nell’immediato. Ma ci sono bambini, specie se piccolissimi, per i quali, alla lunga, la Dad diventa uno strazio. Un’aberrazione, una tortura psicologica. Bambini che ogni giorno supplicano, che hanno crisi di pianto, di rabbia, che rifiutano letteralmente l’esperienza della “scuola” (specie se l’hanno vissuta solo in questo modo), o che banalmente si siedono davanti a un monitor e pensano ai fatti propri per ore. Bambini che in aula erano, e sarebbero, brillanti, presenti, interessati. E che invece a distanza fanno fatica a capire, a seguire, a intervenire. Con conseguenze pesanti sulla fiducia in se stessi, oltre che sull’apprendimento in sé e sulla percezione profonda della scuola. Spetta a noi genitori doverli supportare, incoraggiare, alleggerire il loro carico, insegnare la fantomatica “resilienza”? Senz’altro. Ma provate voi a non sentirvi fiaccati, devastati e sfiniti dopo un anno così. Soprattutto se nel frattempo dovete anche lavorare.

Lavorare da casa durante la Dad

E già: come si fa se entrambi i genitori lavorano, e se non possono richiedere congedi, aspettative o ferie? Se non hanno i mezzi per coinvolgere persone terze, o se non se la sentono di farlo per evitare possibili contagi? Facile: c’è lo smart working. Ma cosa vuol dire lavorare da casa con dei figli piccoli in Dad? Significa fare – ore e ore, ogni giorno, per mesi – un lavoro che richiede(rebbe) concentrazione e silenzio in una stanza affollata e rumorosa. Significa fare, quando serve, telefonate e videoconferenze in una stanza affollata e rumorosa. Con l’accompagnamento incessante – ore e ore, ogni giorno, per mesi – di una stoica maestra che legge, spiega, ripete, richiama all’ordine e talvolta, giustamente, sbraita. E di un numero variabile di bambini (in classe di Flavia ci sono 27 alunni, non so se mi spiego) che parlano, leggono, domandano, raccontano, che qualche volta piangono. Spesso a voce alta, a volte in coro. Che ogni manciata di secondi, e non è un modo di dire, interrompono la lezione al grido di “Maestra non ho capito, maestra puoi ripetere, maestra sono rimasto indietro, maestra posso andare in bagno, maestra posso andare a bere, maestra non si sente, maestra mi ero disconnesso, maestra non si vede”. Significa dover intervenire ogni pochi minuti per soccorrere tua figlia piccola che non riesce ad attivare o spegnere il microfono, che ha perso un pezzo della lezione per un problema di rete, che non riesce a sentire il video che la maestra sta proiettando, che non vede la lavagna virtuale e ha bisogno di aiuto. Un aiuto che tu in nessun modo le puoi negare, perché lei ha 6 anni e non può cavarsela da sola. E mentre fai tutto questo, lo ricordo a chi magari si è distratto un attimo, tu dovresti lavorare. Cercando di non commettere errori potenzialmente irreparabili, di non confonderti, di non accumulare ritardi e negligenze. Di non mancare di rispetto a colleghi, superiori, clienti e collaboratori. E a te stesso, già che ci sei.

I pomeriggi dopo la Dad

Lavorare da casa e supervisionare la Dad di uno o più figli piccoli significa anche ritrovarsi alle 13.00, dopo la mattinata che ho tentato di descrivervi, con un pranzo da preparare, e che magari sia un pasto degno di questo nome. E poi essere coinvolti anche nella gestione dei compiti per casa, dal momento che la consegna e la correzione, a distanza, non possono che richiedere l’intervento di un adulto. Se un adolescente o un ragazzino più grande “se la sbriga da solo”, per un bambino molto piccolo ecco che torna in campo la mamma o il papà, che dovrà recuperare le consegne dal registro elettronico, trasmetterle alla prole e poi non mancare di fotografare i compiti svolti per inviarli entro la scadenza, in attesa che vengano corretti. Il tutto, va da sé, mentre si tenta di recuperare il lavoro rimasto arretrato dalla mattina.

Provate a immaginare

E sì, lo so bene che da fuori sembra una cosa “da poco”, per cui non valga la pena fare i capricci mentre il mondo affronta una pandemia e tanti perdono la vita e i propri cari. Ma provate per un momento – per un momento almeno, vi prego – a mettervi davvero nei panni di chi, non da alcune settimane o da pochi mesi, ma da un intero e interminabile anno, vive questa realtà ogni santo giorno, magari moltiplicata per due o tre figli, magari acuita da penuria di mezzi tecnici e spazio fisico. Provate a immaginare di dover supportare in qualche modo i vostri figli divenuti isterici, rabbiosi, insonni, ansiosi, distratti. Provate a sentire tutte quelle voci, le voci di un’intera classe di prima elementare, dentro il vostro cervello, per ore e ore ogni giorno per mesi. Per un intero lunghissimo anno. Provate a immaginare di sedervi al computer, a tentare di leggere o scrivere una riga qualsiasi (per lavoro!) nonostante il coro incessante in sottofondo, di essere sistematicamente interrotto e di dover ricominciare. Una volta, due, tre, cento volte. Ogni giorno, per giorni, settimane e mesi. Per un intero lunghissimo anno. Lo stress, alla lunga, diventa un fardello gravoso. Che logora la salute psicofisica, che scatena frustrazione, aggressività, ansia. Che a volte scatena liti o vere e proprie crisi di coppia, non sempre reversibili, nel tentativo disperato di trovare un equilibrio irraggiungibile, nel quale spesso finiscono per essere penalizzate soprattutto le donne.

L’unica opzione possibile?

Da mesi, chi non vive in prima persona questa esperienza (o chi la vive e non la percepisce come un disastro, perché magari è più fortunato o meno consapevole o più “bravo” della sottoscritta e della sua famiglia), tende di norma a ripetere che la Dad era e magari resta l’unica alternativa possibile. Io non so se sia davvero così, non spettava certo a me individuare altre possibili soluzioni. Quello che so, però, è che non ho avuto mai la sensazione che ai “piani alti” ci fosse la reale volontà di tentare davvero altre strade, di fare l’impossibile per tenere le scuole aperte, perlomeno a intermittenza e per i più piccoli o i ragazzi dell’ultimo anno, o per non costringere le famiglie a questo sforzo improbo. Quello che so è che chiudere le scuole è stata sempre la prima, la principale e talvolta l’unica misura concreta realmente adottata, senza nemmeno tentare di vagliare altre vie (doppi turni, classi dimezzate, lezioni all’aperto, variazioni di calendario), senza fare distinguo per età e per realtà locali. Quello che so è che dalle mie parti il Covid è stato paradossalmente trattato, raccontato e alla fine percepito come una malattia pediatrica. Quello che so è che, se proprio la Dad era e rimane “l’unica opzione possibile”, non è stato fatto niente per mettere le famiglie in condizione di sostenerla anche con bambini così piccoli e per un periodo tanto prolungato.

Quello che so, infine, è che nessuno o quasi, dagli stessi “piani alti” e non solo, ha mai rivolto parole di rispetto, di considerazione e di misericordia per il sacrificio che siamo stati chiamati a sopportare. Anzi. Siamo stati sminuiti, zittiti, liquidati con un benaltrismo da quattro soldi. Trattati, spesso anche da altri padri e madri che evidentemente si sentono migliori di noi, come genitori inadeguati, disamorati, incoscienti e smidollati. Come genitori privi di senso civico, pronti a “mandare i propri figli a morire di Covid”, indifferenti alle esigenze della comunità, disposti ad appestare maestre e nonni pur di togliersi una buona volta i propri figli dai piedi. Siamo state bollate come madri, soprattutto, incapaci di “tenersi in casa” i bambini, vogliose di disfarsene solo per poter correre al bar a chiacchierare con le amiche o ad adescare il povero fantoccio di turno. E questo, almeno per quanto mi riguarda, dopo un anno di totale, indefessa e assoluta dedizione, è semplicemente inaccettabile.

A che prezzo?

Sopravviveremo certamente a questa esperienza, a prescindere da quanto ancora durerà. Sopravviveranno i nostri figli, come e meglio dei “loro nonni che andavano in guerra senza fiatare”, dei loro “genitori terremotati che hanno perso mesi di scuola”, dei loro coetanei in tutto il mondo che ogni giorno si trovano “sfollati, affamati, orfani o ricoverati in oncologia”. Sopravviveremo. Certo.

Ma alla fine avremo pagato un prezzo altissimo, come singoli e come società (disoccupazione femminile, dispersione scolastica, patologie psichiche, obesità, divorzi etc). E sarebbe già un passo avanti cominciare a prenderne atto, tutti quanti assieme.

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8 Commenti

L'angolo di me stessa 26 Marzo 2021 - 15:27

Qui in Friuli grazie al cielo abbiamo iniziato solo un paio di settimane fa, abbiamo sempre oscillato tra giallo e arancione, tanto da riuscire a tenere aperto pure il rugby (grazie al cielo!). Però ora sono a casa con 4 di loro, uno piccolo, uno all’asilo, due alle elementari (quindi nessuno totalmente autonomo, anche se i due grandi lo sono abbastanza), da sola perché il marito è lontano. Mia sorella mi dice sempre che se a fine giornata sono tutti vivi sono un’ottima madre!! 😀
Per quanto riguarda gli strascichi, sono una di quelle che pensa che in fondo potrebbe succedere di peggio, che potevano dover sopportare ben di peggio. Non so tipo che uno dice “che brutto inverno” e la vecchietta gli risponde “era peggio quello del 1944″…forse avendo il marito militare ho sempre paura di quello arrivi una guerra.
Ciò non toglie che è una situazione che bisogna gestire adesso e bisognerà gestire quello nel futuro. Il tuo sfogo ci sta tutto, un abbraccione!
PS: post lungo, commento lungo 😛

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Silvana Santo 29 Marzo 2021 - 14:03

Solo per completezza di informazione: qui in Campania le scuole sono state chiuse anche in zona gialla e arancione. Anche prima del decreto sui colori (dal 16 ottobre), per volontà dell’amministrazione regionale.

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Mounia 26 Marzo 2021 - 18:47

Approvò ogni singola parola.. purtroppo.. siamo stati lasciati a noi stessi.. e tutti noi non abbiamo i stessi mezzi (finanziari, tecnologici, fisici, psicologici..) e lo spazio a casa per farlo… non parliamo si c’è anche un neonato a casa.. e solo una mamma per tre..
Tutte le belle cose dite dalla politica come “ci saranno dei Bonus computer” (e altro) non ci e mai arrivato..
siamo stati abbandonati figli e madri da un governo che ha pensato solo a dei numeri..

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Silvana Santo 29 Marzo 2021 - 14:02

Mi dispiace tanto, resistete. 🙁

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Giovanna 30 Marzo 2021 - 13:55

Io ormai li chiamo i Maledetti, gli appartenenti alla classe politica che sono favorevoli alla chiusura della scuola. Oggi ho pianto ho pianto di fronte alle mie figlie.
Sono stanca, in Lombardia in 13 mesi abbiamo fatto 5 mesi di scuola. Il mio lavoro perde pezzi, rispondo a mail in modo sbagliato, non sono mai aggiornata o brillante nelle riunioni, la Mia famiglia perde pezzi, le mie figlie avrebbero bisogno di una madre migliore.
Un abbraccio.
Grazie perché forse è la prima volta che mi sento capita.

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mina 29 Marzo 2021 - 09:10

Guarda, dall’alto della mia posizione privilegiata, un solo figlio di 10 anni, intelligente e abbastanza autonomo, due lavori, mio e di mio marito, mai messi in discussione dalla pandemia e che è possibile fare da casa per la metà del tempo, una casa non grande ma che ci permette di avere spazio sufficiente per non pestarci i piedi tra smartworking e dad e un bel giardino da poter sfruttare: hai ragione. E’ difficile cavolo! Difficile concentrarsi, difficile guardare i figli che perdono pezzi, che non possono socializzare come dovrebbe essere loro permesso di fare, non poter fare sport da ormai un anno. Difficile lavorare, fare continuamente riunioni online con la speranza che tuo figlio non venga a chiederti qualcosa proprio mentre devi parlare tu.
Sono biologa, lavoro in ospedale e da un anno mi occupo praticamente solo di covid, so benissimo che il distanziamento fisico è fondamentale per contenere i contagi, ma questo non cambia la situazione che siamo chiamati ad affrontare. E’ difficile. Non sei sola, ecco. E se, ogni tanto, abbiamo voglia di lamentarci anche se non dobbiamo partire per la guerra o non viviamo sotto le bombe, non credo ci sia nulla di male. Teniamo duro, passerà!

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Silvana Santo 29 Marzo 2021 - 14:02

Per noi lo strazio è soprattutto per la figlia minore, che frequenta la prima elementare. Già suo fratello (di 8 anni) se la cava molto meglio, anche se dopo un anno di chiusura quasi ininterrotta è dura anche per lui.

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Persa 31 Marzo 2021 - 18:20

Concordo al 100% . Ma come si fa a non vedere l’assurdità di questa situazione? Qui in Emilia Romagna abbiamo fatto giusto un mese di DaD ma i parchi e le strade sono rimasti affollatissimi di gente, bambini, ragazzi, nonni ecc, molti senza mascherina, né distanze, né disinfettante. Scusate ma non ci sto! Una cosa era l’anno scorso quando era tutta Italia in lockdown e non si sapeva ancora nulla. Ma ora che abbiamo passato un autunno e un inverno con le finestre spalancate in classe, nonostante il freddo intenso, abbiamo visto che mai nessuno si é contagiato a scuola grazie al rispetto ferreo delle regole(neanche di raffreddore e influenze stagionali). E ci chiudete in primavera lasciando aperti parchi e qualsiasi luogo di ritrovo? Non ha senso ! Per fortuna il 7 aprile torneremo in classe noi piccoli, ma spero tutti al più presto! DaD per favore, esci dalle nostre vite! Possiamo rinunciare al ristorante ma non alla scuola! È fondamentale! Un saluto da una mamma e insegnante sull’orlo della follia per colpa della DaD!

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