Nessuna di noi ha la verità in tasca

Ho allattato i miei figli per una media di un paio di anni a testa, ma non mi sento, per niente al mondo, una “mamma pancina”. Ho una laurea in scienze, non credo nell’omeopatia, non ho mai dubitato dell’assoluta utilità dei vaccini (che aggiorno regolarmente anche per me stessa, per inciso).
 
Ho viaggiato coi miei figli fin da quando avevano pochi mesi. Attualmente, Davide e Flavia sono già stati in 4 diversi continenti, e hanno all’attivo viaggi dal Circolo Polare Artico al deserto dell’Oman. Eppure, per anni ho trovato semplicemente devastante uscire a cena con loro. E quando ho la necessità di mettere piede in un centro commerciale assieme ai miei figli, prego tutte le divinità che conosco.
 
Non credo, in linea generale, nei premi e nelle punizioni. Sono, per certi versi, un genitore molto permissivo, e sono assolutamente convinta che l’educazione sia un processo orizzontale e biunivoco, fondato non già sull’autorità, quanto sull’empatia, sul dialogo e sulla condivisione. Eppure, non conosco di persona altre famiglie in cui siano in vigore regole altrettanto “rigide” delle nostre in tema di orari, tecnologia, televisione, pasti: niente videogiochi (per il momento), niente TV quando si mangia (né cellulare al ristorante), nanna alle 21.30, salvo motivate eccezioni, anche in estate e in pandemia.
 
Sono fissata con gli orecchini, con le collane d’argento, con gli anelli. Ho 6 fori alle orecchie, un piercing fallito e un tatuaggio, cui conto di aggiungerne altri ben presto. Eppure, mi trucco pochissimo, non sono mai stata dall’estetista (salvo una volta a 15 anni, per una fallimentare pulizia del viso) e il mio concetto di “cura dei capelli” consiste nel lavarli, mettere una spuma e lasciarli asciugare all’aria.
 
La mia playlist è un coacervo improbabile di generi e lingue. Adoro i cantautori italiani, ma anche il rock melodico e certo folk di ispirazione irlandese. Eppure, senza vergogna, non disdegno le colonne sonore di alcuni cartoni animati, certi brani latini o delle hit strappalacrime che canto a occhi chiusi e voce piena.
 
Tengo tantissimo al mio lavoro, a vivere una dimensione professionale, a guadagnare, a formarmi di continuo, a relazionarmi con dei colleghi e collaboratori. Eppure mi è capitato di rifiutare opportunità importanti per non essere fagocitata dal lavoro, per non ritrovarmi a passare coi miei figli una manciata di quarti d’ora al giorno, per non dover rinunciare al tempo prezioso che trascorro facendo le cose che, oltre al mio lavoro, mi appassionano.
 
Io e mio marito stiamo assieme da quasi 20 anni. Passiamo tutte le serate in beata solitudine, mentre i nostri figli dormono, guardando serie TV, mangiando sushi, stando assieme. A volte ci ritroviamo in pausa pranzo al ristorante da soli. Eppure, non sentiamo l’esigenza di viaggiare senza Davide e Flavia, o di addormentarci senza di loro, neanche per un breve weekend.
 
Non esiste un modo giusto per essere madri, genitori, donne, persone. Non esistono etichette che possano definirci, catalogarci, ridurre la nostra complessità ad una semplice parola. A un titolo, a una definizione. Siamo, tutti noi, esseri complicati e poliedrici, unici e speciali. Che viviamo la genitorialità con i nostri strumenti e le nostre personalissime attitudini. Che agiamo, sentiamo e sbagliamo in un modo che è esclusivamente nostro.
 
Nessuna di noi ha la verità in tasca. Nessuna di noi è più equilibrata, più libera o più sana delle altre. Siamo tutte madri, tutte donne, tutte a posto. Nessuna con la verità in tasca, nessuna con la formula magica universale a disposizione. Ognuna di noi ha il proprio vissuto, il proprio credo, i propri mostri e i propri superpoteri, e francamente va benissimo così.
 
L’unica cosa che conta, secondo me, è restare fedeli a se stesse. Tutto il resto, scusatemi, ma sono tutte stron**te.

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2 Commenti

Marta 23 Luglio 2020 - 10:39

Sempre bello leggerti, sempre parole ponderate e genuine 😊

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Auto F. 29 Agosto 2020 - 11:12

Bell’articolo, di un cuore di mamma stupenda!

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