Maternità: cose che prima non sapevo e adesso so

Quando si aspetta un bambino per la prima volta, è come avere in tasca un biglietto di sola andata per un altro pianeta. Sai che ti aspettano cambiamenti epocali e definitivi, ma in realtà non hai davvero idea di quello che sta per capitarti. E siccome non esiste ancora una Lonely Planet di Venere o di Saturno, per avere qualche informazione sulle novità in arrivo non resta che basarsi sui racconti di viaggio degli altri genitori, più o meno navigati (che tra l’altro, pare non vedano l’ora di condividere la propria esperienza con chi sta per raggiungerli in orbita…). Con il risultato di riempirsi la testa di inevitabili pregiudizi, destinati, a seconda dei casi, a dissolversi in una bolla di sapone o a confermarsi come dei passaggi obbligati sulla via della mammitudine. A quattro mesi dalla nascita del mio primogenito, posso già fare un primo confronto tra l’idea che avevo durante la gravidanza e la realtà che mi aspettava dopo la sala parto.

Cominciamo dalle cose che temevo di perdere e che invece, almeno per il momento, fanno ancora parte della mia vita quotidiana.

I libri. Ho ricominciato a leggere poche settimane dopo il parto, prima su carta (tentativo fallito di finire il nuovo libro di Saviano, mi sono arenata poco prima della metà) e poi sul mio adorato Kindle 3. Anche se i ritmi sono diversi (poche pagine prima di dormire, qualche puntatina in bagno e poco più) e le letture quasi monotematiche (manuali su come evitare di uccidere i bambini, per lo più…), sono molto sollevata. Credevo che la maternità avrebbe messo a dura prova uno dei pezzi più belli della mia vita!

La voglia di viaggiare. Da quando è nato Davide, anche solo uscire a mangiare una pizza rappresenta una fatica, dalla quale per giunta sai già che non avrai a disposizione una notte di sonno per riprenderti. Però si vede che andare in giro, per la sottoscritta e la sua metà, è davvero una necessità: il primo weekend fuoriporta, stremante, è stato un successo, e in programma ci sono già una breve fuga all’estero e due vacanze estive a misura di bambino, ma anche dei suoi genitori. Speriamo solo di arrivare vivi a settembre, ché per il prossimo anno coltivo sogni quanto mai ambiziosi.

Il punto vita. Non credo di avere alcun merito in questo, ma l’allattamento generoso e la vivacità di mio figlio mi hanno permesso di arrivare a pesare meno di quanto segnasse la bilancia nel momento in cui sono rimasta incinta. Certo, il mio addome ha tuttora la consistenza di una creme brulee, ma questa è un’altra storia.

Il sarcasmo. Prima di mettere in cantiere un figlio, ero solita freddare con battute a basso pH tutti quelli che consideravo eccessi di retorica sul tema della maternità (avete presente i coretti gioioso-isterici che scattano alla vista di un pupo e tutto il campionario di frasi stile “I figli so’ piezze ‘e core”?). Allora mi si pronosticava che “sarei cambiata quando avrei aspettato il mio, di figlio”. Poi sono rimasta incinta, e ho cominciato a minacciare di una morte lenta e dolorosa chiunque eccedesse in gridolini di giubilo, sguardi estasiati e commenti sul senso della vita. A quel punto la chiosa più gettonata è diventata: “Eh, vedrai poi quando ce lo avrai tra le braccia, tuo figlio…”. Alla fine, quel marmocchio l’ho ovviamente partorito, ma questo non mi ha trasformata in una maniaca della maternità. Amo mio figlio con tutto il mio cuore, lo trovo carino, tenerissimo e molto sveglio, ma non penso che la mia vita sarebbe stata priva di senso senza la sua nascita. Soprattutto, conservo il coraggio di riconoscere anche le difficoltà e le rinunce legate al mio nuovo stato.

Le tette. Sarà che spaventare le gestanti ha una popolarità seconda solo al bricolage e alla decorazione del pan di Spagna – entrambe attività che hanno ottenuto il podio recentemente e solo grazie ai programmi di Real Time, tra l’altro – ma quando ero incinta sentivo che allattare al seno mio figlio sarebbe stata un’impresa improba. Tutte a raccontarti di areole sanguinolente, capezzoli martoriati, infezioni purulente e altre robe alla Dario Argento, salvo poi asserire, con l’aria più materna possibile, che “Allattare è una gioia immensa”. Alla fine, sono arrivata in reparto maternità con un’ansia da prestazione che manco Rocco Siffredi al suo debutto cinematografico, tanto che il giorno dopo il parto, ancora in attesa della montata lattea, sono scoppiata a piangere tra le braccia di un’ostetrica, dando poi spudoratamente la colpa al baby blues. La verità è che quello che dovrebbe essere un gesto istintivo e naturale era diventato, nella mia mente, un compito ostico e pericoloso. In realtà, è bastato seguire le indicazioni del corso di preparazione al parto e farsi aiutare ad attaccare il bambino le prime volte per far partire un allattamento degno di una madre bovina (Davide ha preso 5 kg in 4 mesi). Chili e chili di ansia che avrei potuto tranquillamente evitare.

 

L’amore di mio figlio. Sarà che sono un’insicura patologica. Sarà che la notizia della mia gravidanza ha suscitato più entusiasmo negli altri che nella sottoscritta (io ero troppo occupata ad avere paura). Sarà che dalle mie parti sembra che più che “avere un figlio” le giovani coppie “diano un nipotino” ai propri genitori. Ma quando aspettavo Davide ero terrorizzata dalle possibili ingerenze dei parenti, nonne e nonni in primis. Temevo che non sarei riuscita a far rispettare il mio nuovo ruolo, a far capire che non avevo alcuna intenzione di affidarlo ad altri (visto che sono sottoccupata e sottopagata, potrò almeno godermi il privilegio di crescere mio figlio!), che per far valere i miei principi educativi ci sarebbe stato da litigare. Più di ogni altra cosa, avevo paura di non riuscire a stabilire con lui un rapporto speciale, che lui mi confondesse con altre figure femminili della sua vita. Forse è ancora presto per trarre conclusioni, ma ora so che io e mio figlio siamo uniti da un legame ancestrale, fatto di ormoni, odori e di altri codici chimici che l’evoluzione ha messo a punto nell’arco di migliaia di anni. Che Davide non è un piezzo del mio core, ma è letteralmente fatto di pezzi di me e questo nessuno – neanche il suo stesso padre – potrà mai metterlo in discussione. Che l’istinto materno è una forza poderosa, in grado di farti sopportare, oltre alle smagliature, alla tiralatte a agli assorbenti post partum, qualunque discussione in famiglia, muso lungo o consiglio non richiesto di amici o parenti (che, però, se si astengono, fanno un piacere sia alla mamma che al figlio :)).

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1 Commenti

» Maternità: cose che prima non sapevo e adesso so (seconda parte) 20 Marzo 2015 - 22:37

[…] supplizio al povero Theon Greyjoy – e se le notti insonni rappresentano una delle maggiori preoccupazioni dei futuri genitori. Io posso dire che avevo probabilmente sottovalutato la fatica e lo stress generati dai continui […]

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