Breve storia dei miei disturbi alimentari

by Silvana Santo - Una mamma green

Ricordo distintamente il giorno in cui decisi, con una sicurezza che di rado avevo conosciuto nei primi 16 anni della mia vita, che sarei diventata una “persona magra”. Era sera, in realtà. Una delle ultime sere d’autunno, erano già cominciate le vacanze scolastiche di Natale. Presi la mia decisione e, semplicemente, la attuai. Con una ostinazione che in fondo mi appartiene, ma che in quel caso (lo avrei saputo ammettere solo molto tempo dopo) aveva in sé qualcosa di patologico.

Quella sera, e tutte le sere di vacanza successive, dissi a mia madre che avrei cenato a casa degli amici che a turno organizzavano sessioni di giochi di società, tombola e carte. A quegli stessi amici dicevo che avevo già mangiato a casa, rifiutando senza rimpianto i dolci natalizi che avevo sempre adorato (e che avrei adorato per tutta la vita). Cancellare la prima colazione dalla mia routine quotidiana fu un passo semplice, bastava raccontare di aver esagerato la sera prima. Non avevo mai mentito, prima di allora. E raramente lo avrei fatto dopo. Ma la forza del mio proposito non lasciava spazio all’esitazione, al dubbio, al senso di colpa.

A pranzo presi a giocare col cibo, a nasconderlo nei tovaglioli di carta (qualche volta anche nelle guance) e disfarmene il prima possibile. Lo gettavo nel gabinetto, fuori dalla finestra, nei giardini sotto casa. Non ricordo mal di pancia, capogiri o stanchezza. Solo la crescente serenità nel guardare allo specchio un corpo che diventava sempre più asciutto, più liscio, più spigoloso. Non ero particolarmente in sovrappeso, all’inizio di questo processo, ma alla fine arrivai a pesare intorno ai 40 chili.

Pesavo 40 chili e mi sentivo a posto. Esattamente come dovevo essere. Non era una questione estetica, non sentivo che la magrezza mi rendesse “più bella”. Portare in giro il mio corpo magro era piuttosto – ma questa è una consapevolezza che ho raggiunto ex post – un modo per distinguermi e affermare me stessa. Per smettere di essere “una persona tra le tante”. In un paradosso neanche poi così originale, assottigliarmi serviva a rendermi più visibile. Speciale. Unica. Nella mia adolescenza atipica, del tutto priva di colpi di testa, ribellioni, anticonformismi, l’anoressia diventò il sentiero da percorrere per non scomparire. Per mostrare al mondo qualcosa. Per mostrare me stessa.

Ricordo la preoccupazione crescente nella mia famiglia. Il tentativo maldestro della cara prof di Scienze, che mi prese da parte per chiedermi se al di là dei miei successi scolastici avessi una vita decente: degli amici, un ragazzo, una comitiva. E io, che tutte queste cose ce le avevo, non capivo quale fosse il punto. Ricordo la totale assenza di empatia di un’altra docente, che mi guardò con malcelato ribrezzo e mi domandò se a casa mi dessero da mangiare. Ricordo un’amica che invidiava la mia taglia 36, e faceva a gara con me a pesare sempre meno. Ricordo mia madre. Mia madre con gli occhi pieni di angoscia ma ancora più di incredulità, che mi serviva piatti enormi e calorici giorno dopo giorno, incapace di rassegnarsi al fatto che non li avrei mangiati.

Ricordo che la sola possibile reazione a qualsiasi commento era sempre la stessa: rafforzare la mia determinazione a non mangiare. Sentirmi dire che ero troppo magra non faceva che convincermi di essere sulla strada giusta. E se qualcuno, invece, sentenziava pietosamente che ora finalmente “ero in forma”, il mio cervello concludeva che evidentemente, allora, non ero ancora abbastanza magra.

Perché forse c’è poco da dire a una persona che convive con un disturbo alimentare. Ogni consiglio, ogni appello, ogni raccomandazione rischia di essere addirittura controproducente. Forse tutto quello che si può fare è esserci, dare amore, dare fiducia. Aspettando e sperando che trovi la forza in sé di liberarsi.

Io a un certo punto ho ripreso a mangiare. Perché l’ho deciso io, senza neanche dirmelo ad alta voce (a differenza della scelta inversa). Eppure una parte di me è rimasta a vent’anni fa, e rimpiange quelle scapole sporgenti e quelle anche in bella vista. Perché ci sono fantasmi che in fondo non passano mai oltre, e alla fine la cosa migliore è farci amicizia, perdonarli, convincerli con le buone che non possono tracciare sempre loro la rotta. Serve tempo, forza, pazienza, un po’ di fortuna. E serve che chi ti ama capisca anche quello che non può capire. Che chi ama te impari ad amare un pochino anche i tuoi fantasmi custodi.

Questo serve, più di tutto. Amore.

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3 Commenti

Gufo a molla 30 Novembre 2019 - 20:11

Una condivisione molto importante questa.
Ma cosa ti ha fatto decidere per il tornare a mangiare?

Reply
L'angolo di me stessa 30 Novembre 2019 - 20:30

Caspita…intanto complimenti per averlo scritto pubblicamente. E poi altrettanti complimenti per esserne uscita da sola, non è così scontato!

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Mariangela 6 Dicembre 2019 - 18:24

Grazie per la condivisione.

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