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Tag:

educazione

fare i genitori era più facile
essere madre

Perché prima era più facile fare i genitori

by Silvana Santo - Una mamma green 22 Febbraio 2019

Fare i genitori non è mai stato così difficile, perlomeno dal punto di vista psicologico. È un’affermazione forte, che ho già fatto in precedenza e che mi attirerà probabilmente qualche critica, ma è qualcosa di cui sono del tutto convinta. Prima era più facile fare i genitori, e in questo post provo anche a spiegarvi il perché.

Il modello educativo unico

Salvo eccezioni relativamente rare (e che venivano bollate di solito come assai naif), fino a qualche decennio fa il modello educativo era sostanzialmente unico. Opinabile, improvvisato, magari addirittura fallimentare – stando ai livelli apparenti di insoddisfazione, insicurezza e mancanza di empatia dei miei coetanei – ma “semplice” da applicare nella sua fondamentale univocità. Per crescere ed educare un figlio si adottava sostanzialmente il metodo che tutti gli altri, da generazioni, applicavano più o meno pedissequamente, e col quale a propria volta si era stati tirati su. Le voci controcorrente erano quasi inesistenti, non era poi così necessario mettersi in discussione, farsi domande studiare. Prima era più facile fare i genitori: si faceva “come si era sempre fatto”, nell’illusione collettiva che tutto funzionasse per il meglio.

Una salvifica inconsapevolezza

Potrei sbagliarmi, ma tendo a credere che la maggioranza dei nostri genitori non si attribuisse che la decima parte (per essere generosi) delle responsabilità che oggi noi sappiamo di avere in tema di sviluppo emotivo e psicologico dei figli. Esisteva, suppongo, la vaga consapevolezza di non essere infallibili e si avvertiva la responsabilità di poter condizionare in qualche modo la personalità della propria prole, ma di certo non si viveva con la sensazione costante di rappresentare, per i propri bambini, la causa potenziale di carenze o eccessi di autostima, insicurezze, paure, fragilità e magari pure di decenni di psicoterapia futura. E quindi, almeno dal punto di vista psicologico, prima era più facile fare i genitori.

La disattenzione al benessere psicologico

Corollario del punto precedente. Per sentirsi dei “bravi genitori” era sufficiente provvedere con zelo ai bisogni materiali dei propri figli – cibo, igiene personale, salute, vaccinazioni, sport -, assicurarsi che andassero a scuola e che imparassero “la buona educazione”. Si compravano regali e vestiti di buona fattura (e chi aveva i mezzi magari tendeva pure a strafare, da questo punto di vista), si cercava di “farli contenti” il giorno del compleanno e a Natale, ci si assicurava che avessero delle amicizie, e che fossero “buone amicizie”. Ma i bisogni psicologici ed emotivi dei neonati e dei bambini erano, di fatto, profondamente misconosciuti e sottovalutati. L’attenzione a questi aspetti dello sviluppo di un essere umano era mediamente risibile, e di rado un genitore si sentiva conscio di ricoprire un ruolo fondamentale e insostituibile, da questo punto di vista. Dalla nascita di suo figlio fino a ben oltre la sua adolescenza.

I ritmi più sostenibili, il lavoro più stabile

Quando ero piccola io c’era, in media, una disponibilità economica inferiore rispetto a quella su cui possiamo contare adesso. Viaggiare, uscire a cena, andare a teatro erano lussi riservati a pochi privilegiati. Però il mercato del lavoro era molto diverso rispetto a oggi, e a molti genitori veniva risparmiata l’odissea del precariato cronico e della instabilità a vita. Della flessibilità che diventa schiavitù, del “tempo di lavoro liquido” che si trasforma in schiavismo 2.0. Fattori per i quali, secondo me, prima era più facile fare i genitori.

Un progresso più lento

Il progresso tecnologico non è mai stato tanto rapido come negli ultimi vent’anni. Quando ero piccola io esistevano ancora i vinili, che tenevano banco da vari decenni, da allora ho visto esplodere e scomparire almeno 3 supporti per l’ascolto e la condivisione della musica: le musicassette, i cd e gli mp3 (ancora marginalmente usati, in quanto tali). E questo vale in tantissimi altri campi. Si tratta di una grande opportunità, per un genitore, ma anche di una complicazione enorme: i nostri figli cresceranno in un mondo non solo drasticamente diverso da quello in cui siamo cresciuti noi (cosa che era in gran parte vera anche per i nostri genitori), ma lo faranno in una società plastica ed evanescente, in continuo cambiamento. Stare in qualche modo al passo, tentare di non venire del tutto tagliati fuori, è un compito arduo e spesso frustrante.

La perdita dei punti di riferimento

La mia generazione è cresciuta nel crepuscolo di un modello familiare e sociale che stava in piedi almeno da qualche secolo. La monogamia, il matrimonio, le grandi ideologie politiche del secolo scorso, la religione (o l’ateismo), le istanze civili e l’associazionismo. Si trattava di un modello spesso forzato e anacronistico, fondato sul condizionamento collettivo e su molta ipocrisia. Ma era comunque una “cornice” rassicurante, una rete di sicurezza che magari non ti rendeva felice, ma ti impediva per lo meno di chiederti se non fossi per caso infelice. Nel giro di qualche lustro, questo impianto è crollato dalle sue fondamenta, e la mia generazione di genitori si trova oggi a rifondare quasi dal nulla un sistema valoriale condiviso, un concetto comune di etica, di famiglia e di società stessa. Una sfida stimolante, ma anche ciclopica.

Le informazioni più scarse

Il fatto che molte informazioni – in tema di pedagogia, salute, didattica e molto altro – semplicemente non circolassero era per molti versi un grosso limite. Ma sollevava i genitori da una colossale mole di domande, dubbi esistenziali e sensi di colpa.

La pressione sociale inferiore

La gente spettegolava e giudicava anche prima dei social network, questo è sicuro. Ma credo di poter dire che la pressione sociale sui genitori fosse drasticamente inferiore ai livelli attuali. Avere dei figli era considerato “niente di speciale”, una fase come un’altra della vita a cui tutti erano in qualche modo destinati. E a meno di non maltrattare fisicamente i propri figli, difficilmente si veniva bollati come genitori inadeguati. Dagli altri, e di conseguenza da se stessi.

I bambini sono cambiati

Non è cambiata solo la società nel suo complesso: sono cambiati anche i bambini stessi. Più precoci, più stimolati, più socialmente connessi (e quindi anche più esposti, già precocissimamente, al confronto, al condizionamento, al conflitto). Più consapevoli da un lato e forse più fragili dall’altro.

I figli come scelta di vita “automatica”

Anche questo afferisce alla sfera della mancata consapevolezza. Le persone, di solito, arrivavano alla maternità e paternità in maniera automatica, quasi inevitabile. Diventare genitori era un processo fisiologico, più che una scelta vera e propria. E immagino che in molti casi questo potesse rendere più fatalisti, o se non altro meno inclini a interrogarsi sul proprio ruolo e sui propri reali bisogni.

Fare i genitori, prima, magari non era un compito più semplice, ma forse era percepito come tale. Era “vissuto” come tale. Con altrettanta partecipazione emotiva ma con una auto-attribuzione di responsabilità per alcuni versi più contenuta. Cosa ne pensate? Anche voi ritenete che prima fosse più facile fare i genitori, almeno da un certo punto di vista?

22 Febbraio 2019 3 Commenti
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life

Quattro cose di cui i miei figli potrebbero tranquillamente fare a meno

by Silvana Santo - Una mamma green 15 Gennaio 2019

Sarà che hanno una mamma che fa a meno senza colpo ferire del ferro da stiro e delle scarpe coi tacchi, ma i miei figli sembrano davvero essere indifferenti ad alcuni oggetti di uso comune, che sulla carta sembrerebbero in buona sostanza indispensabili. Io tendo a non battere ciglio, anche se a volte mi viene un po’ da ridere. Ecco dunque le quattro cose di cui i miei figli potrebbero tranquillamente fare a meno.

Le pantofole

Suscitano grandi entusiasmi al momento dell’acquisto, ma poi vengono puntualmente dimenticate, abbandonate tristemente in un angolo, destinate a trasformarsi ben presto in un gomitolo informe di polvere e peli di gatto. Io ogni tanto ci provo, a suggerirne l’utilizzo, ma a quanto pare la sensazione di camminare scalzi anche in inverno è troppo liberatoria per poterla barattare con delle banalissime ciabatte. Salvo poi averne bisogno all’improvviso (“Mammmaaaaa, dove sono le mie pantofole a forma di caimanoooo??”), nel momento meno opportuno e quando la speranza di ritrovarle è pura illusione.

Il dentifricio

Ne abbiamo provate una dozzina di varianti. Biologici, naturali, ayurvedici, e chi più ne ha più ne metta. Alla fragola, al ribes, alla mora di montagna, alla genziana e alla lavanda. Niente, ai miei figli fanno tutti schifo. Provocano conati, scene di panico, drammi alla Mario Merola prima di andare a dormire. Alla fine abbiamo risolto con un singolo marchio che incontra il gusto sopraffino di Davide e Flavia. Solo che adesso è finito, e la mia profumeria di fiducia non sa quando potrà riordinarlo.

Le tazze

Davide non beve latte da quando ho smesso di allattarlo. Sua sorella è troppo affezionata al suo bicchiere viola di Ikea, che usa ogni mattina per mangiare il suo immondo intruglio di latte e biscotti (pratica a cui è stata iniziata da suo padre, grande esperto di “zuppe di latte”).

Il phon

Odiato e inviso, quasi quanto l’aspirapolvere per il gatto! Flavia riesce a tollerarne l’uso solo perché è troppo affezionata ai suoi capelli ormai lunghetti, ma ogni volta sembra di sottoporla a una sevizia, con tanto di conto alla rovescia finale in attesa della disattivazione dell’infernale apparecchio (e che io faccio al rallentatore, cercando di asciugarle la chioma il più possibile). Non è un caso che in estate siamo davvero molto “sportivi” quanto ad asciugatura di capelli, e non nascondo che anche in inverno non siamo poi così rigorosi.

15 Gennaio 2019 0 Commenti
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babywearing

Alto contatto: decide la madre o il bambino?

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Gennaio 2019

Mi capita spesso, da quando sono madre e per giunta blogger, di leggere post in cui si discute del cosiddetto “alto contatto”. Da una parte le fautrici di questa filosofia di “maternage” (fascia, cosleeping, allattamento prolungato etc), dall’altra quelle che in qualche modo si professano scettiche, se non addirittura sarcastiche. Chi è d’accordo e chi non lo è, chi promuove e chi smonta, chi millanta e chi ironizza.

Quello che sfugge, di solito, a chi scrive questi commenti sull’alto contatto, è un particolare che a me sembra invece importantissimo. Cruciale, oserei dire. E cioè che in molti casi non è la madre a scegliere. Non sono i genitori a decidere. Di solito, almeno per l’esperienza mia e di tante famiglie che conosco, quella del cosiddetto “alto contatto” è una esigenza specifica del bambino. Una sua scelta. Quello che resta appannaggio degli adulti è solo decidere se assecondare questa richiesta – e in che misura farlo – o meno, aspettando, in un certo senso, che il piccolo “si rassegni” e rinunci, per così dire, ad aspettarsi certe cose e a chiederle con ogni mezzo.

Mi spiego meglio: se mio figlio, da neonato, fosse riuscito ad addormentarsi senza tenermi la mano o un dito, non mi sarebbe mai venuto in mente di essere io a prendergli la manina di mia iniziativa. Se la mia secondogenita fosse stata serena e tranquilla nella sua carrozzina, io ce l’avrei lasciata volentieri (riservando magari la fascia o il marsupio a situazioni particolari come i viaggi, le escursioni, le passeggiate più impegnative). Se lei avesse dormito placida dentro una culla, o anche semplicemente sul letto, non avrei avuto proprio nulla in contrario a metterla a dormire in un posto diverso dalle mie braccia o dal mio petto. Ma invece, ed è proprio questo il punto, entrambi i miei figli (anche se in misura diversa e con modalità distinte) hanno mostrato sempre un bisogno profondo di contatto fisico, presenza, vicinanza, contenimento. E, in modi diversi, lo fanno ancora adesso che sono relativamente cresciuti.

Avrei potuto scegliere di non rispondere a queste loro richieste, certo. Probabilmente, dopo alcune – poche, tante o tantissime? – notti di pianto si sarebbero abituati anche a dormire da soli, a non stare in braccio né in fascia. La mia decisione è stata quella di assecondare la loro natura, di rispondere in modo affermativo a quella che era una evidente necessità soggettiva di Davide prima e di Flavia poi. In questo senso, è vero, l’alto contatto è stata comunque una “mia scelta”. Ma si tratta di un percorso che non ho imboccato per partito preso, sulla base di un principio o di una considerazione aprioristica. Mi ci hanno condotto i miei figli. Se loro fossero stati diversi, sarei stata a mia volta una madre diversa.

10 Gennaio 2019 9 Commenti
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abbigliamento intimo sostenibile
life

Sei sessista, e non lo sai

by Silvana Santo - Una mamma green 15 Ottobre 2018

Sei sessista e non lo sai, quando ai maschi regali solo giochi – per interpretare ruoli, immaginare futuri, esercitare l’immaginazione, la pratica manuale e la flessibilità – e alle femmine regali solo vestiti e trucchi – per enfatizzare la bellezza, la vanità, il culto dell’apparenza fisica e della presunta perfezione esteriore.

Sei sessista e non lo sai, quando, pur di stroncare un capriccio, liquidi tuo figlio dicendogli che quel giocattolo che tanto vorrebbe “è da femmina”, e quindi non lo può avere. E viceversa.

Sei sessista e non lo sai quando tuo figlio vuole giocare al papà, quando vuole guardare Ariel o Frozen, quando vuole divertirsi a mettersi lo smalto di sua sorella, quando vuole indossare una maglia coi cuoricini. E tu glielo neghi, perché “sono cose da femmina”. E sei sessista e non lo sai anche quando tua figlia vuole giocare a calcio, comprarsi una tshirt di Batman o tagliarsi i capelli cortissimi. E tu le fai notare che non è il caso, perché lei “è femmina”.

Sei sessista, e magari non lo sai, quando dici a tua figlia che non deve urlare, o sudare, o arrabbiarsi, perché lei “è femmina”. E quando fai notare a tuo figlio che non è il caso che lui pianga, abbia paura o peggio ancora che si commuova per qualcosa, dal momento che lui è un maschio. Sei sessista e non lo sai quando bolli una bambina vivace come “un maschiaccio”, o un bambino sensibile come una “femminuccia”.

Sei sessista e non lo sai, quando ripeti a tua figlia solo e soltanto che è bella, dimenticando di farle notare anche la sua intelligenza, la sua forza, il suo coraggio. Le sue molteplici e straordinarie abilità, i suoi talenti, le sue attitudini naturali. Sei sessista e non lo sai ogni volta che ripeti a tuo figlio solo e soltanto che è forte, veloce, coraggioso. Dimenticando di fargli notare anche la sua dolcezza, la sua intelligenza, la sua generosità.

Sei sessista e non lo sai quando dai per scontato che tua figlia impari a cucinare, e che dia una mano a rassettare casa, o a badare a eventuali fratelli più piccoli, eppure non ti aspetti altrettanto da tuo figlio. Sei sessista e non lo sai quando scoraggi le amicizie di tua figlia con i maschi e quelle di tuo figlio con le femmine.

Sei sessista, e non lo sai, ogni volta che, più o meno consapevolmente, moduli il tuo sistema educativo, il tuo schema di principi, i tuoi riferimenti valoriali sulla base del genere di tuo figlio e di tua figlia. Ogni volta che presumi che l’essere maschio o femmina abbia in qualche modo a che fare con i gusti, con le attitudini, con le capacità e le abilità di un bambino. O, peggio ancora, con le sue caratteristiche psicologiche o con quelle che dovrebbe avere. Sei sessista, e non lo sai, ogni volta che ti senti autorizzato a convincere una bambina che esistono cose – giochi, sport, interessi, passioni, inclinazioni – che non è opportuno praticare o coltivare solo perché lei ha una vagina tra le gambe. E ogni volta che fai lo stesso con un bambino solo perché lui ha un pene tra le proprie. Il che è del tutto analogo a chi pretende dalle donne adulte che rinuncino a determinate professioni, passioni, abilità (o che rinuncino del tutto ad avere una professione, una passione, un’abilità) in quanto “femmine”, o che ritiene che un uomo adulto possa essere esentato da determinate incombenze e responsabilità (come l’accudimento dei figli o degli anziani, la gestione della casa etc) solo in quanto “maschio”.

Sei sessista e non lo sai. Ma dovresti provare a rendertene conto, e smettere subito di esserlo.

15 Ottobre 2018 1 Commenti
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I bambini di oggi sono più maleducati?

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Ottobre 2018

I bambini di oggi sono più maleducati. Un’affermazione molto diffusa, sui social e non solo. Usata non solo da chi non ha figli, ma anche da chi ne ha e si sente tanto bravo da poter sottolineare spesso e volentieri quanto siano educati malamente i bambini di oggi, ma ovviamente solo quelli degli altri.

I bambini di oggi sono più maleducati: ma è davvero così?

Intanto, una riflessione al volo: i bambini “di ieri”, quelli educati così bene dai genitori “di ieri”, siamo noi. La generazione dei trenta-quarantenni che adesso è alle prese con la crescita dei propri bambini. E mi chiedo come sia possibile, se davvero siamo stati educati così efficacemente, che all’improvviso ci ritroviamo a essere dei genitori strafottenti e incapaci. Perché mi pare chiaro che un adulto che permette a suo figlio di comportarsi come gli aggrada, senza rispetto per il prossimo e per il bene comune, è a sua volta un gran maleducato. E mi sembra strano che uomini e donne cresciuti con un modello così valido siano diventati, di fatto, dei genitori totalmente inadeguati. Delle due, l’una: o il “vecchio sistema” non funzionava poi così bene, oppure non è vero che noi siamo, in blocco, così incapaci di educare i nostri figli.

A parte questo, comunque, mi chiedo come si possa affermare che i bambini di oggi sono più maleducati, partendo dal presupposto che la vita di un bambino del 2018 è profondamente diversa da quella che facevano sua madre e suo padre alla sua età. Il mio primogenito ha quasi sei anni e dal giorno della sua nascita ha visitato, se non vado errata, 11 paesi stranieri. È stato varie volte a teatro, ancora più spesso al museo, da piccolo frequentava un corso di acquaticità e un altro di musica in culla. Ha viaggiato su aerei, treni, pullman, metropolitane, trattori, biciclette e finanche su un sottomarino. Viene invitato mediamente a una festa di compleanno a settimana, va al cinema, in libreria, a casa degli amici e naturalmente al parco giochi. Non è un assiduo frequentatore di ristoranti, ma di certo ha mangiato fuori più volte di quanto abbia fatto sua madre in tutta la sua lunga infanzia.

Non pretendo di considerare Davide e Flavia dei modelli archetipici per la loro generazione, ma mi sento di dire che i bambini “di oggi” sono mediamente molto più attivi, stimolati e socialmente esposti di quanto non fossimo noi alla loro età. E questo, inesorabilmente, li rende più “visibili”, più “presenti” in termini sociali. E in qualche modo più fastidiosi. Era facile, trent’anni fa, non rompere le palle a nessuno, seduti sul divano a guardare Bim Bum Bam con una Girella Motta in mano. Era facile, trent’anni fa, arrivare all’adolescenza senza aver avuto poi così tante occasioni per uscire dalla cerchia dei familiari, compagni di scuola e amici più stretti. Era facile, trent’anni fa, “fare i bravi” dentro casa, a scuola o a lezione individuale di pianoforte. O dal salumiere, che quando entravi con tua madre ti offriva una rosetta appena sfornata (dalle mie parti non esistevano neanche gli ipermercati, ricordo distintamente l’apertura del primo iper della zona, ed ero già grande). Era facile, soprattutto, crescere “disciplinati”, dal momento che era considerato normale e del tutto accettabile che gli adulti – e non solo i genitori – imponessero il silenzio e il rispetto delle regole con le minacce e finanche con le botte. Con un sistema educativo basato sui premi e sulle punizioni, sui confronti e sulle “classifiche” (di cui, secondo me, paghiamo il caro prezzo oggi, in termini sia individuali che collettivi).

Ma siamo sicuri che quello significasse educare un bambino? Forse i bambini di una volta erano più “obbedienti”. Più silenziosi, più pazienti. E di certo erano meno esposti al contatto con gli estranei e con la società in generale. Ma eravamo sul serio più “educati”? E se così fosse, come si spiegano, oggi che siamo diventati adulti, l’apparente mancanza di senso civico, l’odio imperante, l’intolleranza e la rabbia così diffusi? Che ne è stato, di quella generazione di figli tirati su in maniera tanto impeccabile da chi ci ha preceduti?

Io non so, sinceramente, se i bambini di oggi siano più maleducati. So che ho molte più occasioni di incontro e di frequentazione con i figli altrui, spesso sconosciuti, e questo mi rende più esposta ai capricci, ai pianti, alla vivacità e anche alle intemperanze dei figli altrui, spesso sconosciuti. So che ho molte più occasioni di trovarmi in mezzo a bambini stanchi, iperstimolati, stremati da mille attività, sballottati da un posto all’altro come un pacco postale. Non per colpa loro, ma neanche dei loro genitori. So che indubbiamente capita che molti genitori se ne freghino della condotta dei loro figli – al ristorante, in aereo, al supermercato, in ludoteca, al parco e via dicendo. Ma ne vedo anche tanti che fanno del loro meglio in ogni contesto, che seguono i figli al meglio delle loro possibilità, che non tollerano i comportamenti irrispettosi degli altri e del mondo. So che oramai si confonde spesso la vivacità con la maleducazione, e che anche un neonato che piange viene additato come capriccioso, fastidioso e molesto. So che l’intolleranza generale verso quello che interferisce con la nostra personale e autoriferita esistenza è oramai dilagante.

E so che in Italia la maleducazione e la disattenzione ai diritti altrui, ai beni comuni, all’ambiente e al denaro pubblico sono in generale abbastanza diffuse. Che spesso serve lo spauracchio di una punizione – una multa, i punti tolti dalla patente, una qualche forma di contrappasso – per imporci un minimo di senso civico e di buona condotta. Ma questo, mi sento di dire, vale prima di tutto per gli adulti, anche per quelli che rimpiangono i metodi “educativi” che hanno applicato coi propri figli con “tanto successo”.

Non so se i bambini di oggi siano più maleducati. Mi sembrano piuttosto molto insoddisfatti (e più consapevoli di quanto non lo fossi io alla loro età).

Non so se i bambini di oggi siano più maleducati. Mi limito a cercare di educare i miei al meglio delle mie possibilità. Senza picchiarli, senza ridurli al silenzio e senza tenerli per interi pomeriggi davanti alla televisione. Sperando di dare loro l’esempio migliore possibile di una persona empatica e rispettosa del mondo.

11 Ottobre 2018 2 Commenti
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genitori si diventa repubblica
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Genitori si diventa (anche leggendo e studiando)

by Silvana Santo - Una mamma green 3 Ottobre 2018

I bambini non nascono con il libretto di istruzioni: niente di più vero. Crescere un figlio vuol dire sostanzialmente navigare a vista, ispirati in qualche modo solo da un firmamento di principi fondamentali che, più che stelle fisse, talvolta si rivelano instabili come meteore. La verità è che genitori si diventa, e per farlo ci vuole una vita intera. E non esiste niente come l’esperienza diretta per tentare di ridurre la distanza incolmabile tra “l’essere genitori” e il “fare i genitori”. Ma anche se i bambini non nascono con il libretto di istruzioni, leggere e studiare rimane comunque, secondo me, un obbligo morale per tutte le mamme e tutti i papà.

Non so come la pensiate, in proposito. Io non ricordo di aver mai affrontato una nuova esperienza, più o meno “importante”, senza sentire la necessità di leggere, di formarmi, di approfondire. Di confrontare il mio punto di vista con quello di altri, di conoscere il parere autorevole di esperti, scienziati, addetti ai lavori. E se vale per i diversi aspetti della mia vita professionale, se vale per ogni singolo viaggio che organizzo, se vale per gli interessi che con alterne fortune hanno attraversato finora la mia vita, come potrebbe mai non valere per la questione più complessa, decisiva e difficile che mi sia mai trovata da affrontare?

Non che nei libri mi aspetti trovare una verità universale (quella non la trovate nemmeno in quello che ho scritto io, figuriamoci! ;)), quanto la consapevolezza che genitori si diventa, passo dopo passo, pagina dopo pagina. Che sono in tanti a porsi le stesse domande che tolgono il sonno a me, e che fra tutte le risposte che gli altri si danno, riuscirò senza dubbio a trovare la mia. Che a volte esistono spiegazioni scientifiche e unanimi a cose che, prima di leggere, mi sembravano bizzarrie della mia famiglia, dovute magari qualche una mia mancanza. Leggere è sempre stato, per me, il primo passo con cui tenere a bada l’insicurezza, approcciarmi a nuove esperienze, sentirmi meno inabile e meno inetta. E da quando sono nati i miei figli lo è diventato ancora di più: il modo più efficace per sentirmi rassicurata, legittimata come individuo e come madre. I libri rappresentano le fondamenta su cui erigere l’impalcatura delle mie esperienze personali e insindacabili.

Da questa settimana, in edicola con Repubblica e con le altre testate del gruppo Gedi, trovate i volumi della collana “Genitori si diventa. Cavarsela con i figli 0-18”. Quindici uscite, tutti i venerdì (fino a domani potete richiedere il primo volume, intitolato “La nostra sfida più grande. Crescere con i figli”), dedicate a tantissimi temi che spaziano dal cyberbullismo all’educazione, dall’omosessualità alla scuola, dall’alimentazione allo sport. I libri sono scritti da psicologi specializzati in età evolutiva e dinamiche familiari (l’iniziativa è infatti promossa in collaborazione con il Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi) e si possono richiedere insieme con il quotidiano a un prezzo extra di 5,90 euro. Qui trovate il piano dell’opera, con tutti i titoli previsti e il calendario delle varie uscite.

Il primo volume, scritto da Anna Silvia Bombi e Gian Vittorio Caprara – psicologi, professori e autori di altre pubblicazioni – si propone di “offrire alle famiglie, ma anche agli insegnanti e a tutti gli adulti coinvolti nell’avventura di un bambino che cresce, una bussola per orientarsi nei momenti importanti e nella vita quotidiana, dall’arrivo del bebè fino agli anni tumultuosi dell’adolescenza”. Ricordando a tutti i lettori quella che è forse l’unica verità insindacabile in materia di genitorialità: il genitore perfetto, per fortuna, non esiste, ma tutti noi abbiamo gli strumenti necessari per diventare genitori “sufficientemente buoni”, i migliori possibili per i figli che abbiamo avuto in dono.

Post in collaborazione con Repubblica

 

3 Ottobre 2018 2 Commenti
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sammontana scuola missione green
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I bambini salveranno la Terra (se noi gli spiegheremo come fare)

by Silvana Santo - Una mamma green 25 Luglio 2018

Ricordo perfettamente il momento in cui ho deciso che avrei studiato Scienze Ambientali, provando a dedicare la mia vita professionale, o almeno parte di essa, alla salvaguardia dell’ambiente. Avevo 18 anni, ero in gita sul Garda coi miei compagni di quinta liceo e, guardando la vegetazione lacustre al tramonto, la strada mi sembrò tracciata. Allora non avevo idea del settore in cui avrei effettivamente lavorato, ma mi piace pensare a un filo verde che in qualche modo tinge la mia vita da allora. Il mio percorso di studi è stato fortemente incentrato sulla conoscenza della natura, dell’ambiente e delle problematiche che lo minacciano.

E se anche non ha fatto di me una ricercatrice o una scienziata, mi ha permesso di acquisire una sensibilità che accompagna, per quanto possibile, ogni mia scelta di cittadina, di consumatrice e di madre. Per questo credo che la scuola, ad ogni livello, abbia un ruolo fondamentale nella sensibilizzazione dei bambini e dei giovani in fatto di ecologia e di rispetto dell’ambiente. Un punto di vista condiviso anche da Sammontana, che per il secondo anno consecutivo ha promosso il progetto Barattolino Scuola Missione Green – Un Sogno per Domani, dedicato agli alunni delle scuole primarie, ai loro insegnanti e alle famiglie. Doppiando il successo dello scorso anno, il percorso educativo e creativo di sensibilizzazione ambientale ha coinvolto circa 10.000 scuole italiane, attraverso la diffusione di un manuale didattico ad hoc e di una guida sulla sostenibilità ambientale destinata ai genitori. Alla fine del loro viaggio nell’educazione alla sostenibilità, i piccoli studenti hanno partecipato anche a un originale concorso di idee, riciclando in modo creativo i vuoti di Barattolino per lanciare il proprio messaggio “green” a sostegno di una delle giornate internazionali di sensibilizzazione ambientale indicate da Sammontana. Il 25 settembre, al FICO Eataly World di Bologna, saranno presentati 20 elaborati scelti fra i 30 finalisti da una giuria di esperti del mondo dell’industria, della scienza, della comunicazione e dell’istruzione (le prime tre scuole riceveranno anche in premio un videoproiettore ultraportatile).

Ma al di là dei premi e dei vincitori, il risultato più importante consiste nel lanciare ai bambini – e non solo a loro – un messaggio illuminante su quanto la nostra Terra sia fragile, preziosa e bellissima. Su quanto sia importante prendersene cura e su quanto, da questo punto di vista, le scelte individuali siano importanti tanto quanto le più complesse strategie politiche, gli accordi internazionali, l’innovazione tecnologica. Perché la tutela dell’ambiente è una sfida nella quale siamo tutti coinvolti, ogni giorno. E che possiamo vincere solo se ciascuno di noi saprà contribuire con il massimo impegno e un’autentica consapevolezza.

Lo ha rivelato anche l’osservatorio realizzato da Sammontana in collaborazione con l’istituto Pepe Research: la coscienza ambientale è sempre più diffusa, in famiglia si parla spesso di attenzione agli sprechi e al risparmio (con le mamme più che con i papà!), ma il ruolo della scuola è tuttora strategico e irrinunciabile. Soprattutto per aumentare la consapevolezza di bambini e adulti della gravità di alcuni comportamenti dannosi per l’ambiente: dalla ricerca Sammontana – Pepe Research sembrerebbe infatti che le istanze ecologiche (raccolta differenziata, attenzione agli sprechi, stili di vita più sostenibili) non vengano tenute in considerazione tanto quanto altre questioni importanti come la sicurezza nei viaggi in auto. Ben vengano, dunque, iniziative come quella di Barattolino Scuola Missione Green, che ha incluso anche un’azione di pulizia di 16 spiagge italiane insieme a Legambiente e, in collaborazione con il Consorzio Universitario di Ricerca Applicata dell’Università di Padova, uno studio per calcolare e compensare l’impronta di carbonio di Barattolino, ovvero la quantità di emissioni di Co2 equivalenti legate all’intero processo produttivo delle confezioni di Barattolino Sammontana.

Iniziative che ci aiutano a rendere i piccoli più consapevoli delle proprie responsabilità, ma anche del potere straordinario che hanno. Per cambiare il mondo e salvare la Terra, con il nostro esempio.

Post in collaborazione con Sammontana

25 Luglio 2018 0 Commenti
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come mettere i bambini a letto presto
life

Bambini a letto presto, i miei consigli

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Aprile 2018

Il sonno dei bambini è governato da leggi imperscrutabili, su cui i poveri genitori hanno un potere assai limitato. Ci sono però degli accorgimenti che possono aiutare a mettere i bambini a letto presto, o almeno cercare di aiutarli ad acquisire questa abitudine. Ogni famiglia avrà sperimentato le sue personali strategie, ma io vi dico quello che sembrerebbe aver funzionato a casa nostra, con entrambi i figli, e che ci ha permesso di sopravvivere a questi cinque intensi anni di duplice genitoritudine (perché per me le mamme e i papà di bimbi tiratardi sono dei veri eroi, sappiatelo).

1. L’igiene del sonno

Niente TV in camera da letto, niente TV (o schermi) per conciliare il sonno. Pochi schermi e poca TV in generale (tablet consentiti solo in viaggio, a piccole dosi e a determinate condizioni). Questo per noi è un aspetto molto importante per riuscire a mettere i bambini a letto a presto. Quando capita che Davide e Flavia abusino di cartoni animati, oppure si addormentino accidentalmente sul divano, la qualità del loro sonno ne risente puntualmente. La nostra routine familiare prevede che si guardi un po’ di televisione dopo cena, ma non a letto. Anche la scelta dei cartoni o dei programmi da guardare ha la sua importanza: magari meglio evitare situazioni potenzialmente adrenaliniche o ansiogene. Libri e canzoni rappresentano invece il nostro rituale del sonno fin da quando sono nati i miei figli.

2. Bambini a letto presto: la presenza

Per chi mi segue, questa non sarà di certo una sorpresa. Il nostro approccio alla genitorialità prevede la condivisione, la presenza costante e il contatto fisico. In quest’ottica, sia io che il padre dei miei figli abbiamo sempre partecipato al loro addormentamento, restando accanto ai bambini non solo per leggere, cantare una ninna nanna e rispondere alle loro immancabili domande della sera, ma anche per aspettare il sonno insieme a loro.

3. L’allattamento

Questa è probabilmente la più soggettiva delle situazioni, per cui prendetela per quello che è: una testimonianza del tutto personale e arbitraria. Io ho allattato entrambi i miei figli relativamente a lungo, e, finché li ho allattati, di sera li ho sempre addormentati al seno (specialmente Flavia), anche se il papà partecipava e presenziava a sua volta. Questo, da una parte, rendeva il momento della “messa a letto” molto piacevole per i bambini, che erano contenti della poppata in arrivo, e dall’altro, mi consentiva in buona sostanza di dettare i tempi, dal momento che sapevo che, dopo una poppata più o meno lunga, alla fine sarebbero crollati. Il rovescio della medaglia, ovviamente, è che questo ha reso la mia presenza indispensabile nel momento della nanna serale, esigenza che in qualche modo è sopravvissuta anche oltre il termine dell’allattamento. Per me non è stato e non è un sacrificio, ma si tratta senza dubbio di una scelta impegnativa e da fare con consapevolezza (e compatibilmente con le esigenze di lavoro).

4. La perseveranza

Non so se questo valga per tutti i bambini piccoli, ma i miei figli sono molto abitudinari. Ed è per questo che, nel nostro caso, essere costanti e regolari nel mettere i bambini a letto presto è stato importante per stabilire una routine consolidata. Ci sono ovviamente delle eccezioni, ma sono davvero rare, e si esauriscono sostanzialmente in feste e ricorrenze speciali. Nel fine settimana siamo un po’ più flessibili, ma, per il resto, la nostra strategia è sempre stata quella di metterli a dormire allo stesso orario, fin da quando erano piccolissimi. Ci sono stati dei periodi in cui Davide impiegava un’eternità per addormentarsi, ma noi non abbiamo mollato: continuavamo a metterlo a letto allo stesso orario, aspettando insieme a lui che arrivasse il sonno. Ricordo di aver passato ore intere sdraiata al suo fianco al buio canticchiando ninne nanne e accarezzandolo piano, in attesa di Morfeo. Era frustrante? Certo. Ma abbiamo ritenuto più utile insistere, dare il messaggio che comunque “era ora di dormire” che non rassegnarci a lasciarlo in piedi più a lungo. Anche questa è una scelta molto personale, che comporta il rinunciare a fare tardi anche in vacanza e l’uscire di sera il meno possibile. Per noi non è stato un sacrificio (anzi, benediciamo ogni giorno la serata “adults only” che ci concediamo dopo che Davide e Flavia sono crollati: il divano, le serie TV, il sushi da asporto, il vino e i dolci), ma non è detto che sia così per tutti.

5. Anticipare tutto

Se sperate di mettere a letto presto i bambini, è abbastanza intuitivo che dovrete cercare anche di farli cenare presto. E, a cascata, anticipare anche l’eventuale riposino pomeridiano (magari cercando di non farlo durare troppo) e la sveglia mattutina. Anche nei fine settimana, anche in vacanza, ovviamente con una certa flessibilità. Penso sia abbastanza ovvio che un bimbo che ha ronfato fino alle cinque del pomeriggio farà molta fatica a riaddormentarsi alle nove di sera, a meno che non sia particolarmente dormiglione. Anche in questo caso, si tratta di stabilire qual è la soluzione più adatta a voi e alla vostra famiglia: per noi gli orari “nordici” non sono mai stati un problema, ma per tantissime persone che conosco sarebbe improponibile pranzare alle 12.30, cenare alle 19 e alzarsi entro le 8 anche il sabato e la domenica. Sono gusti, sono scelte, sono attitudini.

Questi sono gli strumenti che abbiamo utilizzato noi per mandare i bambini a letto presto, perché, per me e mio marito, era una questione di vitale importanza. Non è detto che funzioni così per tutti. Anzi, raccontate: come va a casa vostra?

17 Aprile 2018 11 Commenti
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essere madre

A volte basta decidere

by Silvana Santo - Una mamma green 5 Dicembre 2017

Da quando sono nati Davide e Flavia, mi è capitato non so quante volte di ritrovarmi a pensare: “Come vorrei cambiare questa cosa, ma purtroppo non ce la farò mai”.

È successo quando, a tre anni compiuti, Davide usava ancora il passeggino per coprire il tratto di poco più di un chilometro che separa casa nostra dall’asilo. È successo quando, nella nostra prima vacanza estiva in quattro, al ristorante dell’albergo, mi sono resa conto che a un certo punto della cena mi ritrovavo a piazzargli davanti un cellulare con i cartoni animati. Mio figlio aveva due appena due anni e mezzo. È successo quando, all’inizio di quest’anno, ho realizzato che quasi sempre, durante la cena, accendevamo la tv. Davide e Flavia finivano incantati davanti allo schermo, mangiando al rallenty e senza consapevolezza, e noi adulti rinunciavamo in qualche modo alla loro compagnia. O ancora quando, guardandomi dall’esterno, mi sono vista maneggiare pigramente il cellulare sul divano, dopo cena, accanto ai miei figli. Invece di stare davvero insieme a loro.

Sono esempi davvero banali. Situazioni quotidiane che forse sono capitate a tante persone. Comportamenti diffusi, che di per sé possono anche essere del tutto accettabili, sia chiaro. Il punto è che non lo erano più per me. Ero io a non sentirmi a mio agio, con quel cellulare tra i piedi, o con un figlio di 18 chili seduto nel passeggino, fosse anche per affrontare una tratta relativamente lunga dopo una giornata di scuola. Ero io, che non mi sentivo soddisfatta.

Per tanto tempo ho pensato che non ci fosse alternativa. Che non sarei mai stata capace di abbandonare delle abitudini che mi facevano sentire a disagio, che il cambiamento sarebbe stato troppo faticoso. Al di fuori della mia portata. Poi ho scelto di scegliere, e ci ho provato davvero. Il passeggino è finito nel ripostiglio (prima per Davide e poi, definitivamente, per sua sorella). Il televisore è rimasto spento, il cellulare messo da parte il più possibile. Un po’ per volta, senza estremismi, ma ce l’ho fatta. Ce l’abbiamo fatta.

È stato facile? Non sempre. Ma è stato sinceramente molto meno difficile di quanto pensassi. Senza retorica, è bastato deciderlo, e crederci davvero. E i figli ci hanno seguito senza colpo ferire.

Non ricordo discussioni per lo schermo oscurato durante i pasti. Al contrario, mi godo l’esultanza delle grandi occasioni, quando decidiamo di concedere a tutta la famiglia un “pic-nic” sul divano davanti ai cartoni. Non ricordo richieste insistenti del cellulare nel mezzo di un pasto al ristorante. Al contrario, so di aver tirato fuori risorse enormi, che neanche pensavo di possedere. E che rischiavano di restare inutilizzate per la pigrizia e la mancanza di fiducia in me stessa e nella mia famiglia. Ho imparato a godere davvero della compagnia dei miei figli, ma anche a organizzare un’uscita secondo modalità che possano andare bene per tutti. Non senza compromessi, non senza eccezioni e concessioni, certo.

La cosa forse più gravosa rimane camminare a piedi per lunghi tratti, magari con dei bimbi stanchi. Ma per affrontare le emergenze, in fondo, ci sono sempre le spalle forti di mamma e papà!

Le vecchie abitudini, che mi facevano stare male, sono state sostituite da nuovi riti, da schemi inediti che per la mia famiglia si sono rivelati più sani e benefici. I giochi tra noi mentre ceniamo, il racconto delle nostre giornate, le chiacchiere al tavolo di un hotel. Ci sono ancora tante cose da rivedere, tanti comportamenti da correggere. Sospetto che sia un processo destinato a durare per tutta la vita. Ma adesso so che si può fare. Basta deciderlo sul serio.

Il punto non è certo se sia sbagliato usare il passeggino o mangiare con la televisione accesa, ovviamente. Il punto è che se ci sono cose che non vi piacciono del vostro modo di essere madri e padri, potete cambiarle, ve lo garantisco. Basta che lo decidiate. E crediate con tutto il cuore che potete farcela.

5 Dicembre 2017 1 Commenti
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essere madre

Le 9 regole fondamentali che ho imposto ai miei figli

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Novembre 2017

Non penso di essere una madre molto severa. Anzi. So che molte persone, a cominciare forse dai miei genitori, mi reputano troppo permissiva. In camera dei miei figli c’è una intera parete adibita a lavagna, organizzo regolarmente dei “pic-nic” sul divano, non pongo veti sul consumo di dolci (tranne che sulle quantità, ovvio). Però ci sono alcuni punti fermi che insieme al loro papà cerco di mantenere. Poche regole fondamentali che prendiamo davvero molto sul serio. Ecco, in dettaglio, le 9 regole fondamentali che ho imposto ai miei figli:

1. Niente TV al mattino

Non so perché, ma non ho mai avuto l’abitudine di accendere la televisione al mattino. Neanche nei periodi di “maternità”, se così si possono chiamare i primi mesi dopo il parto di una lavoratrice autonoma. Neanche da ragazza, o nei giorni in cui non lavoro. Mai. Con i bambini, è sembrato naturale mantenere questa consuetudine, per evitare la possibile sovraesposizione e il rallentamento delle operazioni mattutine. Unica eccezione: quando sono malati e troppo malandati per giocare.

2. Lavarsi le mani

A casa nostra siamo tutt’altro che fissati con l’igiene, e non lo eravamo neanche coi figli neonati. Davide e Flavia possono giocare con la terra e col fango, pasticciarsi coi pennarelli (lavabili), toccare alberi, fiori e animali. Però pretendo che si lavino bene le mani quando tornano da scuola e prima di mangiare (oltre che dopo essere andati in bagno, ma quello mi pare scontato).

3. Il tablet solo in viaggio

So che questa, tra le regole che ho imposto ai miei figli, è tra quelle che maggiormente potrebbero essere messe in discussione nei prossimi anni, ma per ora siamo riusciti a farla applicare e va bene così. Il tablet, con video e giochini scelti con cura, lo usiamo solo in viaggio, come sostitutivo dei cartoni se non c’è la tv, e come intrattenimento di emergenza durante i lunghi spostamenti in auto o in aereo.

4. Niente passeggino né marsupio dopo i due anni e mezzo

Con entrambi i figli, abbiamo mandato in pensione il passeggino (e il marsupio ergonomico) a quella che mi è parsa già l’età limite. Continuiamo a usarli solo in occasioni particolari, come determinati viaggi, escursioni impegnative o situazioni in cui prevediamo di essere in giro a piedi all’ora in cui Flavia potrebbe fare il suo pisolino pomeridiano.

5. La colazione è sacra

Devo dire, per fortuna, che in casa mia questa è una delle regole più facili da far rispettare. Nessuno dei miei figli ha finora fatto resistenza: anche se ciascuno di loro ha dei gusti definiti e distinti, la colazione è parte irrinunciabile delle operazioni del mattino. Purtroppo, quasi mai noi grandi riusciamo a unirci a loro, ma mi riprometto di lavorarci su, perlomeno nel weekend.

6. Non si corre al ristorante

Che sia Ikea o un a pizzeria, non sopporto che i miei figli corrano nella sala di un ristorante. Oltre che fastidioso per il resto degli avventori, trovo che sia pericoloso per loro e una mancanza di rispetto per il personale del locale. Piuttosto sto a casa (e infatti tendiamo a mangiare fuori il meno possibile, e quasi solo a pranzo, quando loro sono meno stanchi e meglio disposti a star seduti), e scelgo di preferenza posti con servizio rapido e dove ci sia uno spazio all’aperto in cui possano svagarsi. In ogni caso, centomila volte meglio un pic-nic!

7. A letto presto, salvo rarissime eccezioni

La più preziosa, dal punto di vista pratico, delle regole che ho imposto ai miei figli. In media, mettiamo a letto Davide e Flavia intorno alle 21 (vi assicuro che per le abitudini del sud Italia è presto), in modo che entro le 21.30 dormano. Questo permette a noi genitori di avere sempre la serata per noi, e a loro di riposare adeguatamente, svegliandosi al mattino , tra le 7 e le 7.30, senza sforzi eccessivi. Capitano le eccezioni, ovviamente. Ma cerchiamo di limitarle il più possibile, perché il giorno dopo ne paghiamo sempre lo scotto. Questo comporta un certo sacrificio, ovviamente: non uscire mai la sera dopo un certo orario, rinunciare a cenare fuori anche in vacanza etc, ma per la mia esperienza i vantaggi sono incalcolabilmente superiori rispetto al disagio. Quindi, avanti così finché sarà possibile.

8. Niente TV quando si mangia

Questa è un’acquisizione recente, perché a lungo cedevamo ai cartoni durante i pasti. Da quando abbiamo smesso, mangiare insieme è diventata una esperienza completamente diversa: parliamo, giochiamo (di solito a “indovina l’animale” o “color color”) e scherziamo tra noi. Non è sempre facile, e facciamo comunque delle eccezioni, ma penso che sia un’ottima abitudine, che spero di mantenere nel tempo. Ovviamente, nessun cellulare è ammesso a tavola.

 

9. Pochi “fuori pasto”

Non ho alcun problema a concedere ai miei figli merende dolci o finanche industriali. Sono golosa quanto loro e i dolci non mancano mai nella nostra vita quotidiana. Però non amo che mangiucchino a tutte le ore, per cui cerco di limitare gli spuntini alle classiche merende di metà mattina e pomeriggio. Piuttosto, preferisco concedere uno sfizio dolce al termine della cena. Negli ultimi tempi abbiamo difficoltà a far rispettare questa regola, sopratutto da parte di Flavia, ma confido di non perdere di vista l’obiettivo.

Lette tutte di fila mi fanno sembrare un po’ la signorina Rottermeier, ma vi assicuro che non sono poi così terribile! Quali sono le regole per i bambini che cercate di far rispettare a casa vostra?

10 Novembre 2017 15 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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