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educazione

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La violenza sulle donne spiegata ai miei figli

by Silvana Santo - Una mamma green 25 Novembre 2016

Se non sei una donna, non lo puoi capire. Non è una cosa con cui nasci, no. La acquisisci piano piano mentre cresci, involontariamente. In effetti non ti accorgi nemmeno del fatto che stia succedendo. Non è una cosa a cui pensi espressamente, se non in certe circostanze particolari. Somiglia piuttosto a una specie di consapevolezza inconsapevole. È semplicemente parte di te, come il fatto di avere il seno, o le mestruazioni. Intimamente, senza il bisogno di dirtelo, senza doverlo mai ricordare a te stessa, sai che siccome sei femmina, sei fisicamente più vulnerabile di quasi tutti i maschi che incontrerai ogni giorno lungo le strade che sceglierai di percorrere, o che sarai obbligata ad attraversare.

Se sei femmina, sei costantemente al corrente, in un angolo remoto e silenzioso della tua coscienza, che se un maschio – familiare o sconosciuto, recidivo o insospettabile, amato o detestato – dovesse improvvisamente avvertire la pulsione di farti del male, è molto probabile che ci riuscirebbe. A meno che tu non sia armata, eccezionalmente prestante o segnatamente allenata a difendere te stessa. Se, per la ragione più imperscrutabile, a un maschio dovesse venire in mente di picchiarti, violentarti o Dio sa cosa, tu sai che avresti poche chances di impedirglielo. E non è una questione culturale, ovviamente. Ma proprio una mera faccenda di forza fisica. Molte di noi, magari, a questa cosa non ci pensano mai, o forse se ne rammentano solo quando si trovano in circostanze potenzialmente a rischio. Ma io sono convinta che, nascosta nelle pieghe più sottili della nostra coscienza, questa consapevolezza ce l’abbiamo tutte (e non penso che accada altrettanto ai maschi, forse solo chi tra loro ha purtroppo subito una violenza o un abuso può capire davvero di cosa sto parlando). Non per questo, ovviamente, finisci col campare nel panico, né col diffidare di tutto il genere maschile. Non è una consapevolezza che ti impedisce di vivere in serenità, di viaggiare da sola, di attraversare un sottopassaggio buio e silenzioso. O, più lievemente, di accettare un appuntamento con un uomo che conosci appena. Niente del genere. Ci si convive praticamente senza pensarci, esattamente come ogni essere umano attraversa tutta la sua vita senza ricordarsi quasi mai del fatto che prima o poi dovrà morire.

Ma forse è anche per questo, mi dico a volte, che per certe donne la violenza – fisica o psicologica – diventa in qualche modo un fatto normale. Tollerabile. Una cosa da mettere in conto. Da aspettarsi come se facesse parte del pacchetto. Sei una femmina, fisicamente meno prestante di molti maschi, e quindi, per tutta la tua vita, loro faranno di te quello che vorranno. Forse è anche per questo che certe madri tacciono nel silenzio più osceno davanti a quello che mostri dal viso familiare fanno alle loro figlie, che le incoraggiano a sopportare, a rassegnarsi. Sei femmina, che ci vuoi fare. È la vita, è la natura. È sempre stato così, e così sarà per sempre. La condizione di oggettiva fragilità fisica diventa uno stato di inferiorità a cui conviene rassegnarsi il prima possibile. Come se il solo fatto di essere dotati di una maggiore forza fisica autorizzi chi ce l’ha a usarla contro chi è più debole. È una storia vecchia, in effetti. In un certo senso è vero, che è sempre stato così. Ma se ho fatto dei figli è perché sono davvero convinta che le cose possano cambiare.

È da loro, dai miei figli che provo a cominciare. Dicendo loro che la forza non ha niente a che vedere con la violenza. Che essere più robusti, più alti o più “muscolari” non significa affatto poter esercitare quella forza fisica contro un altro essere umano, solo perché magari è più minuto di te. Che il testosterone non giustifica, in alcun caso, la sopraffazione nei confronti di un’altra persona, che gli eccessi di passione sono tali soltanto se sono condivisi. Che una donna può essere fortissima, a prescindere dallo stato di tonicità dei propri bicipiti. Che può essere fortissima soprattutto se non è sola, e se è veramente e profondamente libera. Che un cuore spezzato, di solito, si può riparare, ma non è sempre così per le ossa, per le vene, per la dignità. Che se una donna colpisce fisicamente un uomo commette uno sbaglio estremamente grave e di solito niente di più, ma se un uomo colpisce una donna rischia di ammazzarla con un solo schiaffo. E che la violenza psicologica ed emotiva, invece, non ha genere.

Che essere consapevole della propria fisica vulnerabilità non deve mai, nemmeno per un momento, far pensare a una donna di valere meno di un maschio, né, per niente al mondo, impedirle di riconoscere il valore degli uomini che valgono. E che la coscienza della propria forza fisica rappresenta, per un uomo, l’imperativo morale ad esercitarla sempre con equilibrio e rispetto. Verso qualsiasi essere umano gli capiti di incrociare lungo il cammino.

Che la coercizione, il condizionamento psicologico, il mobbing domestico, la violenza fisica non possono mai essere tollerati, soprattutto se chi te li impone dichiara di amarti. Che l’amore a volte fa male, ma se è violento non è affatto amore. Che un bacio non si pretende mai, neanche dai tuoi figli. E che finché sarò in vita mi batterò con tutte le mie forze di donna forte per difenderli da chi, maschio o femmina, provi a usare violenza nei loro confronti.

25 Novembre 2016 1 Commenti
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essere madre

Le femminucce sono più tranquille

by Silvana Santo - Una mamma green 21 Marzo 2016

Mia figlia Flavia (detta Piaia da suo fratello maggiore), secondogenita dopo un maschio, compirà un anno e mezzo tra poche settimane.

Nella sua giornata tipo, lei:

Si sveglia ad un orario del tutto imprevedibile, dopo una nottata con almeno tre o quattro risvegli.

Tira la coda di Artù da un minimo di due a un massimo di sei volte.

Cerca di introdursi nel box doccia, nell’oblò della lavatrice e/o nel mobile della raccolta differenziata. E una volta su tre ci riesce.

Prepara e serve un pasto da quattro portate più tisana digestiva per 14 tra orsacchiotti e bambole, inclusi tre Minions, un coniglio di pezza che nel 1991 mio cugino mi ha portato dalla Cecoslovacchia e il bambolotto nero di Davide, che si chiama Giuseppe.

Si arrampica su un supporto a scelta tra: la parete attrezzata della cucina, il termosifone della camera da letto, lo scaffale a giorno del ripostiglio.

Stalkerizza Artù mentre sta in lettiera, piantandosi a due centimetri dalla porticina basculante e ripetendo in loop: “Gatto. Ttù. Cacca. Pipì. Dentro”.

Femminuccia

Apre l’acqua del bidet alla massima intensità un numero di volte compreso tra uno e infinito.

Erige e demolisce almeno 19 torri di Lego.

Organizza e disputa una mezza dozzina di corse a due e quattro ruote, con tanto di colonna sonora e commento tecnico (mi aspetto il giro di scommesse clandestine entro il compimento dei due anni).

Esige il seno tra le quattro e le dieci volte, al grido di: “Tetta! Bboona!”.

Tenta di mangiare i croccantini per gatti sovrappeso di Artù. Ci riesce mediamente una volta a settimana.

Scarabocchia, possibilmente con inchiostro indelebile, almeno 2,5 metri quadrati di pareti, oltre a un numero variabile di superfici non lavabili e a una discreta percentuale della propria e altrui pelle non ricoperta da indumenti.

Scaraventa più o meno accidentalmente un terzo dei suoi pasti sul pavimento.

Cerca di lavarsi i piedi nella ciotola di Artù. Ci riesce all’incirca due o tre volte al mese.

Ingerisce quantità imprecisate di plastilina, pasta cruda, carta, pane che teneva in mano dal giorno precedente e incrostazioni di biscotti fossili.

Parla (non lalla, né balbetta, ma esprime concetti precisi e perentori, talvolta in musica) per almeno otto ore complessivamente. Come se avesse firmato un regolare contratto davanti a un delegato della Fiom.

Colpisce il pallone con una parte nuova del proprio corpo.

Se dobbiamo uscire e fa freddo, si sfila la giacca brontolando tra le 7 e le 15 volte.

Rischia di essere sbranata da Artù. Che comunque sarebbe, nel caso, in grado di ottenere una serie di attenuanti anche col più scrauso degli avvocati di ufficio.

Sempre lei, mia figlia di quasi un anno e mezzo, nel nostro recente viaggio in Repubblica Dominicana è riuscita a:

Affrontare un volo intercontinentale di oltre 10 ore dormendo in totale per 50 minuti (e litigando furiosamente con un suo coetaneo britannico per il possesso di un libro sui gatti, che il malcapitato bambino si era ingenuamente portato da casa).

Ballare musica caraibica in mezzo alla strada.

Cercare di arrampicarsi, nuda, su una palma che svettava ignara sulla spiaggia.

Rubarmi il platano fritto ogni volta che ne aprivo un sacchetto.

Bambina

Pascere scimmie e pappagalli con frutta tropicale e arachidi.

Inseguire galli, mucche, pecore, capre, pulcini e Dio sa quali altri quadrupedi e bipedi centro americani.

Seppellirsi volontariamente sotto una camionata di sabbia dopo essere stata completamente vestita e calzata al termine di un pomeriggio di giochi in spiaggia.

Pretendere di assaggiare la mia pinacolada analcolica…

Quando soccomberò a tanta energia (perché è solo questione di anni, nella migliore delle ipotesi), si ricordi, di grazia, che il mio epitaffio deve essere: “Le femminucce sono più tranquille”.

21 Marzo 2016 24 Commenti
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Un cesto pieno di tesori

by Silvana Santo - Una mamma green 28 Maggio 2015

Come intrattenere un bambino di pochi mesi a lungo e in sicurezza, permettendogli anche di fare esperienza del mondo usando tutti i suoi sensi e la sua vivace curiosità?

Facile. Con un cesto dei tesori.

Niente gemme o dobloni d’oro, bastano semplici oggetti di uso quotidiano per proporre al vostro piccoletto un’attività economica e sostenibile, che lo stimoli in modo sano e divertente.

Il cesto dei tesori è un’idea della psicopedagogista britannica Elinor Goldschmied. Ripreso successivamente nell’ambito del metodo Montessori, viene spesso adottato nei nidi, ma è possibile prepararne uno in casa senza difficoltà.

Quando proporlo:
Quando il bambino/a è in grado di stare seduto, in genere a partire dai 6 o 7 mesi. Questa è infatti l’età in cui i piccoli cominciano a interessarsi al mondo circostante, sfruttando tutti i loro sensi per iniziare a conoscere oggetti e materiali.

Quale contenitore usare:
Va bene un classico cesto di vimini o di qualsiasi altro materiale naturale. Le dimensioni dovrebbero essere di almeno 12 cm di profondità e 35 di diametro/larghezza. Meglio se il contenitore è privo di manici.

Quali oggetti inserire:
Nel cesto dei tesori vanno introdotti oggetti naturali e non strutturati, realizzati con materiali non sintetici (no quindi a plastica e giocattoli). Grazie a queste caratteristiche, infatti, i “tesori” sono in grado di stimolare il tatto, il gusto, la vista e gli altri sensi del bambino. Sono dunque perfetti oggetti di legno, metallo, carta o cartone, paglia, lana, cotone, gomma, vetro, pelle, pelo, etc.

cesto tesori contenuto

Come proporre il cesto dei tesori:
Il cestino dovrebbe essere semplicemente offerto al bambino mentre è seduto comodo e tranquillo su una superficie stabile (eventualmente, se necessario, circondato da cuscini). L’adulto deve limitarsi a restare accanto al piccolo, senza parlare più di tanto, né porgere o “suggerire” i vari oggetti. In questo modo, il bimbo potrà sperimentare in totale autonomia, prelevando i “tesori” che preferisce, toccandoli, leccandoli, scuotendoli e via dicendo. La presenza dell’adulto serve solo a infondere serenità (e controllare che non ci siano problemi). Nel corso del tempo è possibile, anzi, consigliato, aggiungere o sostituire gli oggetti contenuti nel cesto dei tesori.

A cosa prestare attenzione:
Responsabilità dell’adulto sarà ovviamente controllare che il contenitore sia sempre integro e sicuro, e che gli oggetti al suo interno siano puliti e non presentino danni. Attenzione anche alla dimensione degli oggetti che si inseriscono nel cesto dei tesori. In ogni caso, prestate sempre la massima attenzione per scongiurare ogni rischio di soffocamento.

Il cesto dei tesori di Flavia
Il nostro cestino, rappresentato da un contenitore di metallo che vorrei rivestire con lana o rafia, al momento contiene pigne, grosse conchiglie, sassi, piume, una spugna in cellulosa, guarnizioni di gomma, catenelle di metallo, portamonete in cuoio, palla di lana, carta velina, una scatolina di latta piena di riso, coperchi in acciaio, palle di carta stagnola, cucchiaio di legno, scatolette di carta con coperchi, spargimiele in legno, corda, sottobicchiere in paglia, rotoli di carta igienica, anello di legno per dentizione, stoffe, pennello da barba con setole naturali, sacchetto con pula di farro, sachetti con piante aromatiche e fiori profumati.

cestino tesori

Naturalmente l’assortimento di “tesori” è sempre in divenire. Al momento è molto gradito dalla piccola proprietaria, ma anche dal fratello maggiore (tanto che il contenuto del cesto viene sistematicamente sparso per la casa e nascosto in ogni anfratto disponibile). Il prossimo obiettivo è la realizzazione di una versione “da viaggio” del cesto dei tesori, chiusa e portatile.

cesto dei tesori neonato

28 Maggio 2015 3 Commenti
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essere madre

Sculacciate? No, grazie

by Silvana Santo - Una mamma green 1 Agosto 2014

Secondo la cultura popolare delle mie zone, un genitore avrebbe il preciso dovere di imporre ai propri eredi una disciplina abbastanza rigorosa, ricorrendo senza scrupoli ai metodi “di una volta”. Per quanto siano “piezze ‘e core”, infatti, stando al detto napoletano più popolare in fatto di educazione, i figli andrebbero cresciuti a “mazza e panelle” (bastone e pagnotte), per assicurarsi in questo modo di tirar su dei rampolli “belli” e non “pazzi”. Una convinzione che, proverbi a parte, mi pare tuttora relativamente diffusa.

E che io, manco a dirlo, non condivido per niente.

L’idea di ricorrere alle maniere forti per “educare” un bambino, mi sembra, oltre che destinata al fallimento, intrinsecamente sbagliata. E non mi riferisco – spero che fosse già ovvio – a percosse, abusi e vere e proprie violenze a danno dei minori, ma più semplicemente alla “sculacciata esemplare”, al ceffone tirato sistematicamente a scopo educativo o deterrente. All’abitudine a ricorrere alle mani, o alla loro minaccia, per imporre la calma e la disciplina, per ottenere il rispetto.

Forse sarà che ho il cuore troppo tenero, o forse che mio figlio è ancora molto piccolo, ma il punto principale per me è un altro. È che mi sembra che il messaggio implicito nell’imporre l’educazione a suon di sberle, per quanto “simboliche”, sia profondamente pericoloso, oltre che tutt’altro che utile:

“È lecito, anzi, addirittura necessario, che io eserciti la forza su di te per convincerti che io ho ragione e che tu stai sbagliando, e posso farlo soltanto perché sono più grande (e più forte) di te”.

Il senso di un atteggiamento che indulge alle “botte” per me non può essere che questo: la forza, la prepotenza, la minaccia – per quanto edulcorate e fisicamente poco o per niente lesive – sono strumenti tutto sommato consentiti per imporre la propria volontà su un essere più debole. A patto, sia chiaro, che ad esercitarli sia quello più grande, più “esperto”, più consapevole. Io ne so più di te e quindi posso permettermi di picchiarti.

Sarò una bacchettona, ma a me pare un messaggio più eversivo che educativo.

E poi, per dirla tutta, un genitore costretto a ricorrere alla minaccia di una punizione corporale mi sembra in ultima analisi tutt’altro che autorevole. È un genitore che, nei fatti, sta riconoscendo la propria incapacità di spiegare le sue ragioni con argomentazioni verbali, uno a cui restano soltanto “le mani” per far passare la sua tesi. Un debole, in buona sostanza. Quasi come un bullo che non ha altri mezzi per imporsi, a parte la minaccia e la ritorsione.

Per non parlare della profonda contraddizione di mollare una sberla a un bambino che magari aveva appena picchiato un fratello, un cugino, un compagno. La percossa utilizzata per insegnare che la violenza è sbagliata: coerente e cristallino, come messaggio. E poi, ma forse vado troppo oltre, mi chiedo perché io debba – giustamente – rischiare una denuncia se prendo a schiaffi un altro adulto (o un bambino non mio), mentre sia considerato “normale” che io sculacci i miei figli.

Capisco che ognuno faccia i conti col proprio vissuto e col materiale umano – suo e della sua famiglia – con cui si trova a convivere ogni giorno, e ho scritto spesso che non oso giudicare l’operato degli altri genitori, ma per quanto riguarda me, la storia della mazza e delle panelle proprio non mi convince.

Comprendo lo strattone, il buffetto, anche il ceffone che scappa occasionalmente quando uno è particolarmente stanco, o esasperato (o quando la marachella che viene censurata, ad esempio, è potenzialmente rischiosa per la salute stessa del suo autore). Siamo esseri umani, e i bambini conoscono istintivamente le tecniche più efficaci per ledere la pazienza di mamma e papà. L’episodio ci sta, e se capita si può sempre chiedere scusa, spiegarsi, chiarire (anche ai bambini piccoli, certo. Perché no?). Ma l’uso sistematico della forza come strumento educativo, ecco, non fa per me.

E pazienza se un giorno dovessi ritrovarmi con dei figli “pazzi”. Vorrebbe dire che mi sbagliavo. Cose che capitano, specialmente a un genitore.

1 Agosto 2014 25 Commenti
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mamma greenpannolini ecologici

Educazione precoce al vasino: si può crescere senza pannolini?

by Silvana Santo - Una mamma green 8 Luglio 2013

elimination communicationChe siano lavabili, biodegradabili o dei normali monouso di plastica, i pannolini – diciamocelo – sono una vera schifezza. Indossarli dev’essere un po’ come andarsene in giro con una discarica attaccata al sedere, senza contare i costi spesso vertiginosi e l’inevitabile impatto ambientale. E poi, inutile fingere che rimuovere la “cacchina santa” dei bambini sia un compito che le mamme, o chi per loro, assolvono con leggerezza: ripulire un essere umano, per quanto piccolo e adorabile, dalle sue deiezioni non è mai troppo piacevole. Come fare, dunque, per liberarsi presto e definitivamente dalla schiavitù del pannolino? Una strada possibile, almeno così sostengono coloro che l’hanno percorsa, si chiama EP, una sigla che sta per Educazione precoce e assistita al vasino (in inglese EC, Elimination Communication). Questo approccio, basato sul fatto che in molte zone del mondo i bimbi crescono senza pannolino, prevede l’osservazione dei segnali che ogni bambino manda, fin dai primissimi mesi di vita, quando sta per fare la pipì o la cacca: suoni specifici, particolari espressioni facciali, gesti caratteristici. Il concetto, almeno sulla carta, è molto semplice: si tratta di imparare a capire quando il piccolo sta per “liberarsi” e fare in modo che le sue deizioni finiscano nel vasino (o in un altro contenitore deputato alla raccolta).

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8 Luglio 2013 7 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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