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educazione

essere madre

E se pretendessimo troppo, dai nostri figli?

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Settembre 2019

Generazione di smidollati, genitori incapaci di educare i propri figli, schiavi di “bambini dispotici e viziati”. Si leggono spesso disamine impietose sull’operato dei miei coetanei (diciamo dei genitori nati a cavallo tra gli anni ’70 e ’80) in veste di madri e padri, e sui danni permanenti che staremmo arrecando ai nostri bambini. Non c’è dubbio che in qualche caso si tratti di analisi veritiere e condivisibili, che si assiste da qualche tempo a una deriva che confonde la liberalità con il lassismo, l’autodeterminazione con l’anarchia, la tolleranza con la totale e cronica strafottenza. Ma è pur vero, forse, che a volte pretendiamo, dai nostri figli, che si comportino né più né meno come degli adulti. O, addirittura, con più equilibrio e saggezza di quanto non sappiamo fare noi, che adulti lo siamo davvero.

E così ci aspettiamo che un bambino piccolo assista magari al nostro shopping senza osare chiedere qualcosa per sé. Che mangi carote e cetrioli per merenda, mentre noi ci concediamo aperitivi a suon di spritz e noccioline americane. Che legga e studi (anche se forse noi siamo i primi a impiegare diversamente il nostro tempo libero), o che sappia dosare con buon senso le ore passate davanti a uno schermo, quando poi, noi per primi, lasciamo che la tecnologia ci rubi la maggior parte delle giornate. Pretendiamo dai bambini che siano “educati” e rispettosi, che siano empatici, che sappiano ascoltare e condividere. Eppure siamo i primi a derogare senza troppi scrupoli a questi stessi principi. Diamo per scontato che nel giro di pochi anni debbano imparare a gestire la stanchezza, la rabbia, la paura, la frustrazione, quando a noi, magari, non è bastata una vita per giungere allo stesso risultato.

Abbiamo dimenticato, probabilmente, come eravamo noi stessi da bambini. Io a volte dimentico, per esempio, di essere stata una bambina sì studiosa, “obbediente” e tranquilla. Ma anche molto insicura, pigra, incline al lamento, disordinata. Viziata con il cibo. E, più tardi, una ragazzina intransigente e rigida, egocentrica, a tratti anche un pochino stronza. Questo, però, non mi ha impedito di cambiare, almeno da alcuni punti di vista. Non mi ha impedito di diventare un’adulta che mangia (quasi) qualsiasi cosa, che tiene molto all’ordine, che non si stancherebbe mai di “fare”, di vivere, di andare e di imparare. Un’adulta con tanti difetti, ma che cerca ogni giorno di comportarsi bene con tutti, e che quando fallisce lo fa di norma in buona fede.

Ma non è che io sia stata folgorata a metà degli anni Novanta sulla via di Damasco. Sono cresciuta, semplicemente. Come cresceranno i nostri figli, quei bambini che a volte ci sembrano così inguaribilmente maleducati, capricciosi, insofferenti. Così “ingestibili”. E che invece, magari, sono soltanto piccoli. Che questo post sia una specie di promemoria per la sottoscritta: i bambini sono, per definizione, individui che si stanno ancora formando, e che hanno bisogno, per diventare adulti, di tempo, di esperienze, di pazienza. E di esempio, soprattutto (e su quello è vero che forse non siamo una generazione di campioni).

17 Settembre 2019 10 Commenti
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essere madre

Di bambini “bravissimi” (ma solo fuori casa)

by Silvana Santo - Una mamma green 5 Settembre 2019

“Che bravi, questi bambini”. “Complimenti, sono stati tranquilli per tutto il volo!”. “Ma davvero li porti nei musei? E stanno buoni?” Frasi che negli ultimi anni ho sentito decine di volte, e che mi fanno sempre sospirare con un pizzico di sarcasmo, al pensiero di quanto meno “buoni e tranquilli” siano i miei figli quando sono a casa. Se chiedessi ai miei vicini un parere sincero sulla questione, dubito che sarebbero concordi nel definire “educati e silenziosi” Davide e Flavia.

Non so se dipenda dal fatto che fuori casa – in viaggio, ma anche semplicemente al cinema, durante un picnic o una visita guidata – la gestione della noia è più semplice per dei bambini piccoli (anzi, il problema proprio non si pone). Oppure che quando sono impegnati in una qualsiasi attività finiscono col litigare meno tra di loro, o ancora se possa influire il fatto di vivere in un appartamento molto piccolo, dove gli spazi sono ristretti e limitanti, e giocoforza condivisi. Magari è un mix di tutti questi diversi fattori, fatto sta che bisticci, pianti e “capricci” sono decisamente più frequenti quando i miei figli si trovano in casa. Anche quando viaggiamo, in effetti, dopo poche ore passate in camera o in appartamento sentiamo tutti la necessità di uscire, per evitare di finire a discutere o di innervosirci.

Mi è capitato di sentirmi dire che forse sono troppo indulgente, che ho il cuore troppo “tenero” e i miei furbissimi bambini tendono ad approfittarsene. O, viceversa, che le manifestazioni di insofferenza dipendono dalla mia eccessiva rigidità nei confronti di Davide e Flavia (Sei bello, e ti tirano le pietre; sei brutto, e ti tirano le pietre).

Qualcuno invece sostiene che i bambini si sentano talmente a proprio agio solo al cospetto dei propri genitori, che siano, di fronte a loro, così sicuri di essere amati a prescindere dai propri difetti da concedersi “di mostrare il peggio di sé”, senza particolari remore. Come se i pianti, la reticenza, i conflitti, potessero essere manifestati solo in presenza di chi – mamma e papà, appunto – sarà disposto a perdonare ogni limite, perseverando nel proprio amore incondizionato. Io non so quanto ci sia di vero in questa teoria, ma so che a volte è davvero faticoso dover riuscire ad accogliere anche i lati o i momenti dei miei figli che meno mi vanno a genio.

Speriamo almeno che duri il più a lungo possibile la relativa tranquillità fuori casa. Così, se non altro, ho la scusa pronta per continuare a organizzare viaggi e uscite come se non ci fosse un domani.

5 Settembre 2019 6 Commenti
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elogio della scuola a tempo pieno
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Elogio della scuola a tempo pieno

by Silvana Santo - Una mamma green 29 Luglio 2019

Da quando sono nati i miei figli, ho sempre avuto la fortuna di lavorare (ad eccezione di un periodo di stop dopo la nascita di Flavia). Un lavoro autonomo (Partita Iva), nel settore della comunicazione online (scrivo per testate giornalistiche e collaboro con agenzie online in diversi settori, oltre a gestire il blog), portato avanti quasi sempre da casa, con un impegno quotidiano variabile a seconda delle annate e dei periodi. Non è stato sempre facile: la professione autonoma rischia a volte di indurti a dire troppi sì, fagocitandoti progressivamente e privandoti di pause, limiti, interruzioni. E lavorare da casa può essere da una parte frustrante, per l’assenza di interazioni sociali e di riconoscimento pubblico, e dall’altra molto stancante, perché rischi facilmente di confondere il tempo dedicato al lavoro con quello destinato, invece, alle faccende domestiche e a tutto il resto.

Eppure, in qualche modo, per sei anni la mia famiglia è riuscita a barcamenarsi, a trovare un equilibrio e a stare a galla. Con tanti compromessi e molto stress, con tante rinunce (specie, purtroppo, da pare mia), con un investimento per fortuna sostenibile in una scuola per l’infanzia privata, che i miei figli hanno cominciato quando erano molto piccoli. Ma da quando Davide ha iniziato la scuola primaria, la sfida ha raggiunto un livello superiore e l’equilibrio ormai consolidato ha richiesto uno sforzo significativo per riuscire in qualche modo a reggere. Sì, perché nel mio comune di residenza, un paesone vesuviano che sfiora i 40.000 abitanti, le scuole elementari non offrono la possibilità del tempo prolungato (esiste una sola sezione di una singola scuola che lo mette a disposizione). I bambini, quindi, tornano a casa tutti i giorni per pranzo, e devono naturalmente fare i compiti a casa.

Un impegno quotidiano importante che, se entrambi i genitori lavorano, in assenza di scuole a tempo pieno finisce col ricadere su nonni e parenti (ammesso che siano disponibili o in condizione di sobbarcarsi l’onere) o aiuti a pagamento (baby sitter, centri di doposcuola privato, personale che materialmente recupera i bambini a scuola e li porta nel “posto” dove dovranno trascorrere il pomeriggio…). La mia condizione di lavoratrice autonoma si è rivelata, da questo punto di vista, davvero privilegiata, perché ha consentito alla nostra famiglia di consolidare una nuova routine senza investire cifre che sarebbero state importanti e garantendo a nostro figlio quello che ci pare essere il supporto migliore possibile in questa fase della sua vita. Sono felice di potergli dedicare finalmente del tempo in via esclusiva, di preparargli personalmente il pranzo ogni giorno e di sostenerlo nel suo percorso scolastico appena iniziato. Ma la conciliazione tra maternità e famiglia ha richiesto inevitabilmente uno sforzo ulteriore, l’ennesimo riassetto e gli ennesimi compromessi.

Quanto sarebbe più facile, invece, conciliare tutto con una scuola a tempo pieno? Me ne sono accorta davvero in queste prime settimane d’estate, da quando Davide frequenta un campo estivo che lo tiene impegnato anche a pranzo e nelle prime ore del pomeriggio. Da quando io riesco a fare il doppio delle cose che faccio normalmente, per poi dedicarmi ai miei figli con pienezza e serenità nel resto della giornata. La possibilità di scegliere il tempo pieno a scuola farebbe la differenza per molte famiglie e, soprattutto, per molte madri che lavorano. Rappresenta un servizio minimo che dovrebbe essere garantito a tutti i cittadini, un segnale di civiltà, un’opportunità basilare. Che però, evidentemente, è ancora negata a moltissime famiglie.

29 Luglio 2019 6 Commenti
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ruolo materno
essere madre

Sono vostra madre, non un’amica

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Luglio 2019

Da quando Davide e Flavia non sono più piccolissimi, passare il tempo con loro è diventato per me (anche) un vero e proprio divertimento. Viaggiare, giocare a carte per ore, andare al cinema, in gelateria, al ristorante, guardare un film sul divano, leggere insieme facendo “le vocine”, passare la domenica in piscina: godiamo della compagnia reciproca, ridiamo, ci prendiamo in giro. Costruiamo un linguaggio comune di scherzi, sfottò e riferimenti che, mi auguro, ricorderemo per tutta la vita. È la parte migliore, per certi versi, dell’avere figli della loro età, non più minuscola ma ancora relativamente lontana (o almeno lo spero) dall’indifferenza, dal distacco e forse dal conflitto che mi toccheranno durante la loro adolescenza. Quella parte che compensa, almeno un po’, i momenti di colossale stanchezza e l’impegno quotidiano che richiede lo sforzo educativo di questi anni.

A volte però mi viene il dubbio che i miei figli possano fraintendere il mio ruolo. Che possano “dimenticare” che sono una madre, con le sue responsabilità precise, e scambiarmi per una specie di amica. Una cosa che mai vorrei, e che penso sarebbe controproducente non solo ai fini del loro sviluppo personale, ma anche dell’evoluzione del nostro rapporto nel lungo termine.

“Sono vostra madre, anche se mi diverto a giocare con voi. Anche se con voi scherzo e se mi lascio prendere in giro. Anche se condividiamo sinceramente un sacco di interessi, se mi stanno a cuore le cose che vi piacciono, se il vostro parere per me conta praticamente sempre. Anche se vi parlo spesso come a dei pari, se vi dico le cose come stanno, se mi mostro ai vostri occhi per quello che sono davvero. Anche se sono sempre al vostro fianco, se piango con voi e rido con voi. Anche se di solito ho la presunzione di credere di riuscire a capirvi come nessun altro al mondo (ma questa, lo so bene, è un’illusione che non durerà)”.

I miei figli potranno scegliere, negli anni, tutti gli amici che vorranno. Hanno già cominciato, in effetti, mostrando di avere le idee chiare e, di solito, una certa lungimiranza. Potranno essere amici tra loro, ed è quello che spero con tutto il cuore per il futuro di tutti noi. Io, però, sono una cosa diversa, e sempre lo sarò. Mi troveranno dalla loro parte, finché avrò vita. Mi sforzerò di comprenderli, anche quando le loro scelte saranno molto distanti da quelle che farei io. E confido che sapremo sempre ridere insieme, anche quando il tempo avrà cambiato drasticamente le nostre vite. Ma non sono una loro amica e non lo sarò mai, anche se loro sono a volte i migliori compagni di avventure che potrei desiderare.

10 Luglio 2019 3 Commenti
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educare alla disobbedienza
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Educare alla “disobbedienza”

by Silvana Santo - Una mamma green 21 Giugno 2019

Confesso che proprio non lo avevo messo in conto. Mai mi sarei aspettata, qualche anno fa, di trovarmi a dover dirigere i miei sforzi di genitrice (ed educatrice) in senso contrario rispetto a quello che di norma si pensa di dover fare quando si tenta di educare un bambino. Mai avrei pensato, in altri termini, di dover aiutare uno dei miei figli a essere un po’ più flessibile e indulgente nei propri confronti, un po’ meno preoccupato del rispetto delle regole, meno intransigente e rigido. Un po’ meno a simile a sua madre, per dirla in poche parole.

Quando pensiamo all’educazione di un figlio, del resto, tendiamo a concentrarci sempre sugli aspetti più “censori” e normativi dell’intera questione: nell’immaginario comune, un educatore è semplicemente colui che deve insegnare il rispetto delle regole, stabilire dei limiti di comportamento, imporre dei divieti e trasmettere un codice di norme condiviso e indispensabile per la vita di comunità. Eppure, la mia duplice e personalissima esperienza dimostra che può essere vero anche il contrario, e che puoi trovarti di fronte a un bambino che mostra una tendenza (innata, indotta o entrambe le cose insieme, chi può dirlo) a interpretare e applicare le regole con eccessivo rigore, col rischio paradossale di trovarsi in difficoltà tanto quanto chi le norme e le buone maniere preferisce di solito ignorarle.

Tu, allora, da madre e da educatrice (nonché da persona che convive da quasi quarant’anni con la stessa morale ipertrofica di tuo figlio) non puoi fare altro che improvvisare, come sempre, e cercare di accompagnare il tuo bambino sul terreno scosceso del buon senso, del compromesso, della ragionevolezza e dell’accettazione dei propri limiti. Della leggerezza. Quel terreno che tu stessa non hai mai esplorato fino in fondo e che, anzi, praticamente non conosci. Ma non vuol dire anche questo, a volte, fare il genitore? Insegnare cose che di fatto ignori, scortare i tuoi figli lungo sentieri che non hai mai inforcato prima?

Confesso che per me, che per l’appunto tendo a prendere le cose troppo sul serio, si rivela talvolta una operazione complessa. Specie se nel contempo hai la responsabilità di un altro figlio (una figlia, nel mio caso) che ti espone a sfide molto più tradizionali, e per le quali il tuo ruolo di educatore non può che declinarsi in maniera distinta e personalizzata. Non è semplice indirizzare uno dei tuoi figli al delle regole, mentre, allo stesso tempo, tenti di aiutare suo fratello a spogliarsi della sua estrema rigidità. E farlo mantenendo un minimo di coerenza e credibilità. Non è semplice introdurre un bambino di neanche 7 anni alla sottile arte del compromesso salvifico e delle eccezioni indispensabili, e allo stesso tempo convincere la sua più flessibile sorellina che il valore intrinseco di una eccezione sta, per l’appunto, nella sua rarità.

A volte mi capita di pensare con tenerezza alle fatiche “fisiche” dei primissimi anni di maternità, che il mio corpo tollerava forse meglio di quanto la mia mente non sembri riuscire a gestire, oggi, lo sforzo nervoso, emotivo e psicologico che richiede l’educazione di un figlio. O, come nel mio caso, di due figli, per giunta tanto diversi tra loro. È una sfida molto stimolante, però, soprattutto perché si alimenta con un materiale umano – Davide e Flavia – davvero straordinario e dal potenziale immenso, come tutti i bambini piccoli del mondo.

La sorpresa quotidiana del crescere un figlio passa anche da questo: educarlo, a volte, a un pizzico di “disobbedienza”.

21 Giugno 2019 0 Commenti
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I nostri figli hanno troppo?

by Silvana Santo - Una mamma green 29 Maggio 2019

Sono stata una bambina benestante, privilegiata rispetto a tanti miei coetanei (anche perché figlia unica e ultima nata in una famiglia molto unita). Ho avuto, credo, più della media della mia generazione. Eppure ricordo a memoria il nome di tutti i miei pupazzi e delle bambole che hanno accompagnato la mia intera infanzia. Ricordo le illustrazioni dei miei libri preferiti, ricordo l’origine di molti dei miei vecchi giocattoli (chi mi abbia regalato cosa, e in quale occasione). Il clown Cipolla, il bambolotto Luigi, il cane Fox che camminava davvero e abbaiava in un modo che allora mi sembrava davvero realistico. Il coniglio celeste arrivato da Praga quando esisteva ancora la Cecoslovacchia. Ricordo le prime volte al cinema, la prima volta all’estero, ormai adolescente. La prima volta in aereo. Ricordo le feste di compleanno della terza media, il sabato pomeriggio a ballare gli 883 in sale coi mobili ammucchiati per l’occasione lungo le pareti, oppure dentro cantine o garage addobbati con festoni sgargianti.

I miei figli, che pure mi sembrano abituati a uno stile di vita più o meno morigerato per gli standard della loro generazione – regali solo nelle ricorrenze e durante i viaggi, nessuna incursione in edicola, una sola richiesta annua a Babbo Natale, festa in ludoteca solo all’ultimo anno di materna, etc – posseggono già molti più giocattoli di quanti io ne abbia accumulato in tutta la mia vita infantile. Frequentano regolarmente musei, cinema e teatri, aspettano la loro “avventura della domenica” (una gita, un’escursione, un pic-nic, una visita guidata) come un appuntamento immancabile, hanno viaggiato più di molti adulti che conosco. E non so quanto si rendano conto di avere tantissimo.

So bene che ogni generazione tende in qualche modo a guardare con sufficienza i costumi di quelle successive, a considerare i giovani troppo viziati e “smidollati”. E confesso di essermi sentita piuttosto attempata nell’articolare questi pensieri. Però, osservando i miei figli, che pure mi sembrano mediamente consapevoli, sensibili e intelligenti, mi capita spesso di avere la sensazione che tutto per loro sia scontato, o forse addirittura dovuto. Che facciano fatica a cogliere appieno il valore delle cose e delle esperienze che vivono, non solo dal punto di vista strettamente economico, ma anche per quanto riguarda le energie e le risorse necessarie per garantire loro quella cosa o quella esperienza.

Nel tentativo di renderli individui migliori e di dare loro la felicità, non staremo forse negando ai nostri figli la capacità di desiderare, la meraviglia di vedere un desiderio che si realizza, il privilegio di ricordare? Voi cosa ne pensate?

29 Maggio 2019 16 Commenti
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Confessioni di una madre intransigente

by Silvana Santo - Una mamma green 15 Maggio 2019

Ieri pomeriggio, sotto una pioggia ancora accennata, sono entrata in un negozio di cianfrusaglie made in China e ho chiesto due squishy a forma di ciambella. Li ho pagati un euro l’uno e sono uscita con la vaga sensazione di aver fatto qualcosa che avrei invece dovuto evitare. Era la prima volta, per me. Non sapevo neanche cosa fossero, gli “squishy”, prima di ieri. Non abbiamo la consuetudine di comprare giochini da pochi euro in edicola, ai distributori di palline o nei bazar dei cinesi. E così, ieri, quando per scongiurare una crisi a casa di un’amica ho promesso a mia figlia che le avrei comprato una ciambella da “squishare” (lei ha detto proprio così) come quella che aveva la sua amichetta, mi sono sentita come se stessi cedendo a un capriccio, come se stessi, seppure in modo veniale, venendo meno al mio compito di educatrice e di genitrice.

Il fatto è che su alcune cose a casa nostra vigono regole molto stringenti. Forse troppo, mi viene da chiedermi dopo l’episodio di ieri. Se riusciamo a essere relativamente flessibili su determinate questioni (come il consumo di dolci, per fare un esempio facile), io e il padre dei miei figli siamo invece abbastanza intransigenti per quanto riguarda la televisione, la tecnologia, gli orari e, appunto, gli acquisti. Forse è un retaggio dell’educazione che abbiamo ricevuto a nostra volta, oppure una scelta che dipende da convinzioni generali e profonde riguardo il consumismo, ma l’idea di concedere regalini di dubbia qualità e utilità ci fa venire l’orticaria. Non ho mai pensato che dormire con i miei figli, tenerli in braccio o in fascia per ore o allattarli ben oltre i primi sei mesi di vita significasse “viziarli”. Non ho mai esitato di fronte all’acquisto di un libro. Non mi scompongo se si sporcano dalla testa ai piedi per giocare in un prato o fare un lavoro creativo. Non si contano le “avventure” (mostre, laboratori, attività, cinema, teatro, esperienze di ogni genere) che io e il loro papà organizziamo sia a casa che in viaggio. Eppure mi costa una fatica immane pensare di comprare una bambolina di plastica da 30 euro, o di riempirli di pupazzetti, portachiavi e altri gadget collezionabili da un euro l’uno. Mi sembra antiecologico, antieconomico e, soprattutto, diseducativo.

Ma se con Davide questo approccio ha sempre “pagato”, nel senso che con lui potresti entrare nel reparto giocattoli di Harrods senza doverti sorbire richieste, capricci o scenate (per compleanni e Natale spesso chiede “regali a sorpresa” perché non coltiva particolari desideri materiali, tanto per dire) ci ha pensato come sempre sua sorella a sparigliare le carte, spiazzandomi completamente. Sì, perché Flavia comprerebbe ca…volate senza soluzione in continuità. Desidera tutto quello che vede: in tv, nelle vetrine, nei cataloghi pubblicitari, nei più squallidi negozi di souvenir. E, soprattutto, vorrebbe ogni cavalluccio, dinosauro, unicorno, palla rimbalzina, portachiavi fluorescente, manina appiccicosa, sirena camaleontica, uovo di drago, gargoyle e minotauro posseduto da ogni singola amica o amico che si ritrova. Nonostante le abitudini spartane con cui abbiamo cercato di crescerla, lei persevera ostinata ed estenuante nella sua supplica quotidiana.

Mi chiedo allora se in certi momenti non sia il caso di mollare un po’ le redini. Di fare qualche concessione a malincuore (perché, per dirla tutta, i miei figli sono comunque strapieni di giocattoli e gadget, almeno secondo i miei personali parametri), di accordare il famigerato compromesso. Quanto sarebbe stata più facile la mia vita, negli ultimi due anni, se ogni tanto avessi acconsentito all’acquisto di una inutile pallina a gettoni o di un terrificante pupazzino di lustrini reversibili? Quanti pomeriggi avrei “risolto”, quanti capricci avrei dribblato, quanta fatica mi sarei risparmiata indulgendo a un acquisto non necessario, a un regalo evitabile, a uno spreco consapevole?

Come sempre, credo, la risposta sta nella misura. Nel difficile e provvisorio equilibrio tra il rigore e il lassismo, tra l’intransigenza e la mollezza, tra il troppo e il troppo poco. Tra il crescere dei figli viziati, conformati e schiavi di falsi bisogni e il tirar su dei bambini frustrati, diversi, sfigati. Fare il genitore consiste nello scendere a patti ogni giorno con la propria coscienza e con le proprie idiosincrasie. Aggiustare ininterrottamente la rotta, un grado alla volta, con la pazienza di un santo. Discutere e ridiscutere i piani con se stessi, senza stancarsi. Perdonarsi di continuo.

15 Maggio 2019 3 Commenti
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E se avessero ragione i bambini?

by Silvana Santo - Una mamma green 12 Aprile 2019

Questa è una primavera faticosa, per me (e sto usando un azzardato eufemismo, credetemi). Mi cimento con problemi di ogni natura, in qualche caso molto seri e del tutto al di fuori del mio controllo. A questo si aggiungono le difficoltà ordinarie del quotidiano. La stanchezza stagionale, la morsa della routine, le scadenze che si inseguono, le cose che si rompono e via dicendo. In pratica mi sembra che molte delle giornate si riducano a una corsa a ostacoli, in cui il tempo viene impiegato solo per assolvere al proprio dovere o per risolvere, quando possibile, problemi vecchi e nuovi.

Un tritacarne che in parte finisce col coinvolgere anche i bambini, costretti fin da piccoli a rispettare orari, acquisire competenze, ottenere dei risultati. Bambini ogni giorno esortati a fare questo e quello, e a farlo in fretta e possibilmente bene (anzi, “al meglio delle proprie capacità”, che poi è solo un modo più paraculo di dire la stessa cosa). Bambini obbligati a ritmi innaturali, a consuetudini contrarie al loro stesso istinto, a norme sociali del tutto relative, che a distanza di qualche decade, o di qualche migliaio di chilometri, sarebbero giudicate bizzarre, se non proprio esecrabili.

Qual è il senso, mi chiedo a volte in preda alla stanchezza (o piuttosto a una ritrovata e momentanea lucidità)? È questa la vita che vogliamo vivere, sapendo che non sappiamo quanto durerà e che in ogni caso non ne avremo un’altra per recuperare? È proprio questa, l’esistenza inscatolata e sintetica che vogliamo consegnare ai nostri figli, sperando che riescano a perseguire la propria felicità? Forse hanno ragione loro, i bambini, che tentano finché riescono di resistere ai nostri tentativi di costringerli e di imbrigliarli. Che “ci fanno impazzire” con la loro lentezza, con l’insubordinazione, con la reticenza a fare quello che noi ci aspettiamo che facciano, entro tempi che noi abbiamo deciso e nelle modalità che a noi sembrano consone.

Forse hanno ragione i bambini, eppure finirà che si arrenderanno. Che si piegheranno. Che diventeranno grandi e si rassegneranno a loro volta a una vita di obblighi e di scadenze, di bisogni indotti e di tempo sprecato. Come i loro genitori prima di loro, e così a ritroso per chissà quante generazioni. A volte vorrei prendere i miei figli e portarli via, ricondurli a una fantomatica società “ancestrale”, un posto in cui possano crescere scalzi, arrampicarsi sugli alberi, svegliarsi con il sole e correre a perdifiato sotto la pioggia. Vorrei liberarli, salvarli e magari, insieme a loro, salvare me stessa. Altre volte mi dico che finirò i miei giorni a fare finalmente ciò che voglio, in posti in cui mi fanno stare bene, a circondarmi solo di persone che gradisco. Non faccio che rimandare, in pratica, pur sapendo che il mio tempo è tutt’altro che infinito. Forse hanno ragione i bambini, ma io non sono abbastanza coraggiosa da starli a sentire.

12 Aprile 2019 3 Commenti
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Insieme

by Silvana Santo - Una mamma green 4 Aprile 2019

Se mi chiedessero che tipo di genitore sono, non saprei bene cosa rispondere. Su alcune questioni mi definirei severa, o intransigente. Su altre penso di essere abbastanza flessibile e indulgente. Sono ansiosa in qualche caso, rilassata o fatalista in molti altri. Sono una madre che lavora, ma che passa anche molto tempo a casa. Sono green per certi versi, decisamente meno attenta per altri. C’è una cosa, però, che forse definisce in qualche modo il tipo di genitore che, insieme al papà di Davide e Flavia, ho scelto di essere per i nostri figli, ed è la scelta di vivere il quotidiano il più possibile “insieme” a loro.

Come in tutte le famiglie, direte voi. Certo. Però mi sembra di cogliere, ogni tanto, una tendenza diversa, che va nella direzione di un maggiore individualismo e di una precoce (e presunta, aggiungo io) indipendenza dei figli rispetto ai genitori. I bambini devono giocare da soli, intrattenersi da soli, addormentarsi da soli e via dicendo. Sempre prima e sempre di più, perché non è giusto e non è sano che i genitori siano “al loro servizio”, che trascurino le proprie esigenze e annullino le loro risorse – fisiche, nervose, emotive – per occuparsi dei figli. Ho letto anche diversi articoli sull’argomento, negli ultimi tempi, tanto che a volte mi dico che forse sbaglio a vivere come sono abituata a fare.

Mi spiego meglio. Per noi è del tutto normale, per esempio, giocare a lungo con Davide e Flavia, ogni giorno. Capita spesso anche quando siamo a tavola per la cena, e tra un boccone e l’altro ci sfidiamo a suon di indovinelli e di “Color color..”. Accompagniamo i bambini a letto, leggiamo e cantiamo per loro (e con loro) prima della nanna, restiamo accanto a loro finché non si addormentano. Per noi è scontato viaggiare insieme a loro, e non solo: pensiamo che sia giusto considerarli come dei veri e propri compagni di viaggio, tenendo conto, nella pianificazione delle vacanze, non solo delle loro esigenze, ma anche dei gusti e degli interessi che manifestano via via. Condividiamo spesso la visione dei film che guardano nel weekend, e se possibile anche dei cartoni animati del dopo cena. Costruiamo cose con loro, ci travestiamo insieme a loro, ci prestiamo come pubblico o come co-protagonisti, agli spettacoli che imbastiscono ogni tanto. Li coinvolgiamo nelle attività quotidiane, diamo loro dei compiti, parliamo con loro fino allo sfinimento. Tutti i giorni.

Stiamo insieme, insomma. Non sempre, com’è ovvio, non “a tutti i costi”, non senza momenti di stanchezza e conseguenti pause. Soprattutto, non con lo scopo di sostituirci a loro (Davide, tanto per fare un esempio banale, fa i compiti in piena autonomia, e io non mi sognerei mai di verificare via Whatsapp che abbia preso correttamente le consegne). Stiamo insieme non solo e non tanto perché crediamo che sia giusto e importante per i nostri figli, ma perché, prima di tutto, lo desideriamo noi genitori. Personalmente, ho fatto dei figli anche per la voglia di vivere al loro fianco la breve parentesi della loro infanzia, e troverei masochistico e privo di senso negarmi questo piacere per “coltivare la loro indipendenza”.

Non so se dovrò mai pagare il prezzo di questa filosofia di vita, ma so che di certo non avrò rimpianti. E va bene così.

4 Aprile 2019 4 Commenti
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Etichette

by Silvana Santo - Una mamma green 12 Marzo 2019

Napoletana atipica.
Figlia unica.
Mamma pancina.
Buonista.
Pessimista inguaribile.
Debole.
Madre anormale.
Snob.

Mi hanno etichettato in tanti modi, nella mia vita, a cominciare da quando ero piccola. A volte mi hanno affibbiato etichette in totale contraddizione tra loro, passando dal definirmi insicura al decidere che ero una persona inguaribilmente arrogante.

La verità è che nessuna etichetta può davvero definirmi, incluse quelle che ogni tanto tendo ad attribuire a me stessa. Che non esiste un solo individuo al mondo la cui complessità possa essere ridotta a un archetipo, per quanto sia innegabile che ogni adulto abbia una determinata personalità.

Ma se etichettare gli adulti è sempre riduttivo e spesso può essere fastidioso, doloroso o condizionante per chi si ritrova a essere “catalogato”, farlo

Io penso che se bolliamo un bambino come monello, o capriccioso, o “impossibile”, lui – che è piccolo ed è ben lungi dal conoscere se stesso e dal sapere cosa vuole essere – finirà, più o meno consapevolmente, col convincersi che quella etichetta lo definisce davvero. Finirà col comportarsi in modo da aderire il più possibile a quella descrizione limitata e parziale che si è abituato a sentire di sé. A rispettare il pronostico, a recitare con zelo il ruolo che i grandi gli hanno assegnato.

E penso anche che se etichettiamo un bambino come terribile, discolo, prepotente e via dicendo di fronte ai suoi amici, loro finiranno per trattarlo come un bambino discolo e prepotente, anche quando magari non si sta comportando in questo modo. Finiranno con relegarlo, nella loro consapevolezza e nelle dinamiche di gruppo, in quel ruolo archetipico.

I bambini non sono monelli, mai. Non sono prepotenti, non sono impossibili, né tantomeno sono cattivi. A volte, certo, si comportano in modo prepotente, violento, egoista, arrogante e via dicendo. Ed è questo che andrebbe “definito”, sviscerato e sanzionato: il comportamento odioso, irrispettoso degli altri, pericoloso, irragionevole. Senza che finisca col definire il bambino che vi è incappato.

12 Marzo 2019 0 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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