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Tag:

educazione

life

Non sappiamo più stare con i nostri figli?

by Silvana Santo - Una mamma green 6 Marzo 2020

Il panico con cui nei giorni scorsi noi genitori abbiamo atteso, e poi appreso, la notizia della chiusura delle scuole è stato probabilmente più intenso di quello generato dal dilagare stesso del nuovo Coronavirus. Comprensibilmente. Il problema principale, è indubbio, è rappresentato dalla conciliazione tra lavoro e famiglia, che se di solito è già una bella gatta da pelare, in tempi di chiusura prolungata delle scuole (ma non di tutto il resto, perlomeno in molte aree del Paese) diventa semplicemente un incubo senza via di uscita. C’è chi ha quattro settimane di ferie da farsi bastare per tutto l’anno, chi è precario e di fatto “non può” usufruirne, chi lavora in proprio, a cottimo, a Partita Iva, e quindi le ferie non sa nemmeno cosa siano. Restano le baby sitter a pagamento, che per tanti – o meglio tante – costano quanto il proprio stipendio mensile. Oppure i soliti nonni, che non è detto ci siano, siano vicini, siano disponibili o effettivamente in condizione di occuparsi dei nipoti per giorni e settimane. E, soprattutto, che in questa situazione sono proprio quelli che andrebbero tutelati al massimo, uscendo di casa il meno possibile ed evitando, magari, il contatto con nipoti e figli che potrebbero anche essere infetti senza saperlo.

Insomma, le problematiche legate alla gestione del lavoro quotidiano sono innegabili, oggettive e per qualcuno davvero pressanti, tanto da scatenare le immancabili faide social, inutili se non proprio controproducenti. Ed è altrettanto vero che per chi ha ricevuto la raccomandazione di non uscire di casa, mettere in fila un giorno dietro l’altro diventa in effetti una prova ardua. Ma non è solo questo, secondo me, che ci affligge in queste settimane di chiusura scolastica. La sensazione netta che ho io è che, oltre a preoccuparci comprensibilmente di come mandare avanti in qualche modo la baracca mentre i bambini sono a casa, oltre a patire laddove si debba restare per forza chiusi in casa, ci atterrisca la prospettiva in sé di passare intere giornate assieme ai nostri figli. Tanto che, salvo rare ma significative eccezioni, a “lamentarsi” e sentirsi messi a durissima prova sono anche i genitori che non lavorano, o quelli che sono a casa in ferie forzate. Quelli per i quali la conciliazione non è, o non è mai stata, un vero problema. Come se, al di là delle battute e dei meme, passare tante ore con i bambini che abbiamo messo al mondo fosse diventata un’esperienza non solo del tutto inusuale, ma anche estenuante, inaffrontabile. Distruttiva.

Fioccano tutorial, vademecum, menu settimanali, consigli su come impiegare il tempo in famiglia dentro casa, io stessa ho condiviso un vecchio post sulle attività da fare con i bambini piccoli. Eppure mi fa molto pensare, questa situazione (che in una certa misura riguarda anche la mia famiglia): quand’è che abbiamo smesso di ritenere “normale” passare tanto tempo con i nostri figli? Considerarla, non dico una cosa piacevole e appagante, ma quanto meno affrontabile e scontata? Com’è che abbiamo perso a tal punto la consuetudine di stare assieme a loro, che doverlo fare all’improvviso, per una causa di forza maggiore, ci coglie – noi ma forse anche i bambini stessi – impreparati, smarriti, in un certo senso inadeguati?

Nessuno nega, e ci mancherebbe, che occuparsi di uno o più figli per 24 ore al giorno, per settimane di fila, sia, per usare un blando eufemismo, molto stancante. Ma è, tecnicamente, quello che un genitore dovrebbe riuscire a fare, in ultima analisi. Quello per cui un genitore si definisce tale. E a mio parere c’è qualcosa da rivedere in una società che ha condotto i padri e le madri a non saperlo più fare, o a farlo di mala voglia, improvvisandosi, dovendo ricorrere ai consigli di blogger e canali YouTube. Una società in cui le famiglie si riducono a stare assieme solo perché è in corso un’epidemia di proporzioni planetarie.

Fanno ridere, e ben vengano, i meme, le battute, gli audio ironici che girano su WhatsApp su quanto sia distruttiva “per le madri” (perché i padri sono sempre ignorati, nella narrazione della genitorialità) la chiusura delle scuole. Ma forse questa, come tutte le crisi, è anche l’occasione per interrogarci su quello che siamo e su quello che vorremmo essere, sull’esistenza che ci viene consentito di condurre, sulle nostre priorità individuali e collettive. Chiederci se ci piace vivere in una società in cui il tempo per la propria vita e per la propria famiglia (quale che sia la sua composizione) viene sistematicamente sacrificato a quello per il lavoro e la produzione. Una società che ha trasformato i suoi membri in lavoranti a tempo pieno, che dal lavoro traggono non solo le risorse per vivere, ma anche la propria realizzazione, la reputazione pubblica e, in qualche caso, finanche la percezione definitiva di sé. Talmente poco avvezzi a passare del tempo coi loro stessi figli, da trovarsi in difficoltà quando finalmente ne hanno l’occasione.

6 Marzo 2020 5 Commenti
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ruolo dei padri
lavorolife

Ma i padri?

by Silvana Santo - Una mamma green 21 Febbraio 2020

Se avessi ricevuto dieci euro ogni volta che sono incappata in un articolo, un dibattito, una polemica o una conversazione sul tempo che una madre dovrebbe dedicare ai suoi figli (in contrapposizione alle ore di lavoro, ça va sans dire), credo che ora starei scrivendo da una baita di proprietà nei boschi dell’Alto Adige. E se ne avessi ottenuti altrettanti tutte le volte che ho letto o sentito qualcosa sul senso di colpa delle madri (per il tempo “sottratto alla famiglia” in favore del lavoro) forse questo post vi arriverebbe direttamente dal mio yacht privato alle Cayman.

Non c’è madre contemporanea che non abbia dovuto affrontare, per lo meno con la propria coscienza, il nodo spinoso della conciliazione tra lavoro e famiglia. Che non si sia sentita in qualche modo in dovere di giustificarsi per il fatto di lavorare troppo (o troppo poco, ma questo è un altro discorso) o perlomeno di spiegarne la ragione. Non c’è madre contemporanea che non si sia sentita giudicata da qualcuno per le sue scelte professionali – libere o obbligate che siano – e che non abbia dovuto sottrarre l’osso del collo dalla spada di Damocle dei sensi di colpa. Eppure, come se fossimo una schiera di api regine dedite alla partenogenesi, il dibattito sulla conciliazione tra lavoro e famiglia investe raramente – e sto facendo una scelta lessicale particolarmente magnanima – l’universo dei padri.

Per un padre, evidentemente, è un fatto scontato, inevitabile, forse addirittura doveroso (?) rientrare al lavoro con un figlio neonato che ancora evacua meconio, farlo da subito a pieno regime e trascorrere con la prole, nella migliore delle ipotesi, un’ora o due al giorno fino alla maggiore età. Per un padre, d’altro canto, è normale fare straordinari, essere reperibile anche fuori dall’orario di ufficio, portarsi il lavoro a casa, lavorare su turni, o se necessario nel weekend e durante le vacanze. Dedicando, magari, una quota del tempo residuo alla palestra, allo stadio, alla musica o a qualsiasi altro tipo di passatempo. Ed è assodato che un padre “si perda” la prima pappa di suo figlio, i suoi primi passi, le prime paroline, il primo giorno di nido, i compiti pomeridiani, le riunioni con gli insegnanti, senza che questo generi in lui rimpianto, senso di colpa o interrogativi di sorta. Finanche disertare una recita natalizia o un saggio di fine anno, sembra in qualche modo più accettabile, se a farlo è un genitore di sesso maschile.

Perché, a quanto pare, perlomeno alla mia latitudine, sopravvive e prospera ancora il pregiudizio per cui il dovere di occuparsi dei figli e garantire loro il benessere – fisico, emotivo e psicologico – sia una responsabilità in prevalenza materna. I padri, nella narrazione stereotipata che se ne fa da decenni, sono quelli deputati alla mezz’ora di gioco sfrenato quotidiano mentre la compagna è ai fornelli, quelli che fanno “scatenare” i figli quando mamma non guarda, quelli che, se proprio, per qualche ineffabile congiunzione astrale, la madre non è li a provvedere, li vestono in modo bizzarro o gli mettono nel piatto dei bastoncini di pesce bruciacchiati. I padri sono ancora descritti troppo spesso come dei giullari pasticcioni a tempo molto parziale, dei buontemponi mai cresciuti che sono bravi a intrattenere (per un po’), ma si defilano quando c’è da pensare ai compiti, al pediatra o ad altre cose “noiose” o sgradevoli. E se un bambino ha problemi a scuola, si comporta male o mostra un qualsiasi tipo di disagio, di solito la scure della colpa si abbatte sulla madre, rea magari di averlo “trascurato a causa del lavoro”.

Vi dirò quello che penso sull’argomento, anche se nessuno me lo ha chiesto e se rischio di essere fraintesa o risultare “impopolare”: io sono d’accordo sul fatto che delegare troppo la cura quotidiana dei figli a persone terze non dovrebbe essere la prima opzione. Che, ferma restando l’importanza cruciale della scuola, dei nonni, della famiglia allargata e degli amici, la responsabilità di tirare su un figlio debba essere assunta da chi lo ha messo al mondo e che, oltre che del famoso (e fondamentale) “tempo di qualità”, i bambini abbiano bisogno anche della vituperata “quantità”. Ma questo, nella maniera più assoluta, non può valere solo per le madri. Fatta salva l’esperienza dell’allattamento al seno, non esiste alcuna ragione biologica o naturale che giustifichi l’adagio per cui un bambino ha più bisogno della sua mamma che del suo papà, e non esiste alcun motivo per cui la cura quotidiana dei figli non possa e non debba essere suddivisa alla pari fra i genitori.

Non vuol dire, naturalmente, che madri e padri debbano avere sempre le stesse attitudini o essere del tutto sovrapponibili (ci saranno padri negati in cucina o mamme pessime nella lettura delle fiabe), ma che il dibattito nazionale attorno alla crescita dei figli dovrebbe cominciare a includere sul serio anche i genitori maschi. Che le politiche sulla famiglia dovrebbero finalmente andare nella direzione di una maggiore flessibilità del lavoro anche per i padri (telelavoro, orario fluido, lavoro su obiettivi etc), che sarebbe davvero ora di introdurre un congedo di paternità lungo e soprattutto obbligatorio, che non è più rimandabile un dibattito serio e complessivo sulla sostenibilità degli orari di lavoro. Nell’interesse della società e della famiglia tutta: dei bambini, che hanno bisogno di trascorrere (tanto) tempo anche coi papà; delle madri, che hanno il sacrosanto diritto di fare le loro scelte professionali, di condividere la fatica, il carico mentale e la responsabilità della crescita dei figli; dei parenti terzi, spesso coinvolti a tempo pieno, o quasi, nella cura di bambini non loro. E soprattutto dei padri stessi, che spesso stanno ancora rinunciando a fare i padri, e non sanno cosa si perdono.

21 Febbraio 2020 2 Commenti
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life

Filastrocca della pagella

by Silvana Santo - Una mamma green 19 Febbraio 2020

Cara mamma felice e orgogliosa,
lascia che oggi ti dica una cosa:
non è necessario, per quanto sia bella,
ostentare sui social la nuova pagella.
Per quanto la cosa ti sembri sospetta,
la realtà impietosa ti aspetta:
se il tuo bambino è il numero uno,
su Facebook non frega proprio a nessuno.

Che tu sia fiera ci sta e lo comprendo,
ma non è il caso di vantarti col mondo.
Un nove in grammatica è un gran risultato,
ma quello che importa è l’impegno mostrato.
E se per tuo figlio già sogni il successo,
carriera stellare, nessun compromesso,
ricorda che conta la felicità,
non certo la lode all’università.

Filastrocca della pagella,
che si festeggia ma non si spiattella,
fare la gara coi voti dei figli
causa negli altri enormi sbadigli.
Cantilena della pagella,
la scuola non sia una passerella.
L’invidia degli altri non rende felici,
ma un poco più soli e a corto di amici.

E se il giudizio non ti pare adeguato,
ti prego, non farne un affare di stato!
Abbi fiducia nelle maestre,
e un po’ di pazienza per un quadrimestre.
Non serve avere dei figli eccellenti,
ma basta che siano in cuor loro contenti,
che facciano il meglio che possono fare
che siano curiosi, avvezzi a pensare.

Prima che i nove, a renderti fiera
sia un figlio che cresce nella giusta maniera:
amando gli altri e non solo se stesso,
sempre orgoglioso di ogni progresso.
Un figlio che pensa con la sua testa,
che della sua vita sa fare una festa.
Un figlio contento della propria pagella
anche se in fondo non è la più bella.

19 Febbraio 2020 3 Commenti
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life

Orizzonti (Giusy Ferreri e Shakespeare)

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Febbraio 2020

Convivo da una vita con la fama – non sempre del tutto positiva, nelle intenzioni di chi me la attribuisce – di essere un tipo “anticonformista”. Un bastian contrario, una a a cui piace fare l’alternativa, insomma. Magari più per vezzo che per sostanza. Se fossi una che ama gli anglicismi, direi che a volte sono stata tacciata di essere un tantino radical chic, soprattutto in relazione al modo in cui, assieme al loro papà, ho deciso di crescere i miei figli.

In realtà sono soltanto una persona curiosa fino allo sfinimento, famelica di esperienze, di emozioni, di stimoli, ossessionata dal desiderio di “non sprecare” la propria esistenza e di conoscere quello che è diverso da sé. Sono una che viaggia senza posa, anche quando mi trovo noiosamente assisa sul divano di casa mia. E, inesorabilmente, applico per istinto questa mia incontenibile curiosità anche al modo in cui accompagno Davide e Flavia nel loro percorso di crescita.

Penso in tutta franchezza che, avendone gli strumenti (e non mi riferisco soltanto a quelli economici), noi genitori abbiamo il preciso dovere di offrire ai nostri figli una “visione” del mondo che sia il più ampia possibile. Di andare oltre le mode del momento e i fenomeni mediatici, di proporre ai bambini esperienze nuove e insolite, in grado di ampliare i loro personali orizzonti mentali, accendere la loro immaginazione, interessarli alla varietà del mondo e del genere umano.

Non c’è niente di male, naturalmente, che una bimba sia appassionata di principesse Disney. Ma come farà a scoprire se le piace anche qualcos’altro, se gli adulti non fanno che regalarle solo principesse, farle vedere film di principesse, proporle di mascherarsi da principessa e via dicendo? È del tutto sano e legittimo che un bambino sia “in fissa” con Spiderman, ma se accanto ai supereroi gli piacesse anche altro? Non lo scoprirà, finché qualche adulto non proverà a “rompere gli schemi”, accompagnandolo, almeno una volta tanto, in una esperienza di altro tipo.

Anche se a un bambino piacciono le feste in ludoteca e le vacanze in villaggio turistico, non è detto che non possa appassionarsi ai compleanni al museo e ai viaggi itineranti: deve però avere la possibilità di sperimentare, e di farlo assieme ai suoi genitori.

È rassicurante aderire a un modello diffuso. Seguire un solco tracciato da altri, applicare uno schema che ci appare già collaudato e quindi, in un certo senso, più al sicuro da errori, problematiche e difficoltà: riconoscersi e replicare una serie di rituali che sembrano ripetersi “per tutti” e “dappertutto” ci fa sentire, forse neanche consciamente, meno soli e nel giusto.

Ma è anche doveroso, se si stanno allevando delle piccole menti, uscire almeno ogni tanto dalla propria zona di comfort e osare delle nuove esperienze. Uscire dal torpore, darsi la possibilità di vivere qualcosa di inedito e di appassionarsi a qualcosa di imprevisto.

Detto questo, però, credo con fermezza che si possano proporre ai bambini esperienze variegate e sempre nuove senza per questo negare loro quelle più “mainstream”. Senza rischiare che si sentano “fuori dal mondo”, per non dire proprio emarginati o diversi dai coetanei, perché magari non hanno mai visto Peppa Pig o non sono mai entrati in un fast food. Non ho mai creduto, salvo alcune eccezioni, nel valore dei veti infrangibili e della cosiddetta coerenza assoluta: si possono collezionare le figurine di Frozen e giocare con la pista delle biglie di legno. Si possono ballare le (orride) canzoni di Giusy Ferreri e andare a guardare Shakespeare a teatro. Si possono amare, allo stesso tempo, la baby dance e i laboratori di arte contemporanea. I parchi acquatici e le spiagge nudiste. I film della Dreamworks e quelli di Miyazaki.

Perché i nostri figli possano scegliere, o anche scegliere di non scegliere, dobbiamo dare loro la possibilità di farlo davvero.

11 Febbraio 2020 4 Commenti
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life

Stiamo derubando i bambini della loro infanzia?

by Silvana Santo - Una mamma green 4 Febbraio 2020

Ho cominciato le scuole medie nell’autunno del 1991. Avevo computo 10 anni da pochi mesi, e ricordo distintamente la decisione che presi, in tacito accordo con le mie amiche coetanee: avrei smesso di giocare con le bambole, perché ormai ero “grande”. Un anno dopo, o forse due, capitai per caso in un negozio di giocattoli assieme a mia madre, e mi imbattei in una ragazzina poco più grande di me, che stava comprando, con emozione tangibile, una Barbie. Al momento di pagarla, tirò fuori una serie di involti di carta pieni di monete, li aprì e cominciò a contare. Quando si accorse che le mancavano poche centinaia di lire, la ragazzina si rabbuiò, ma la cassiera acconsentì a farle un piccolo sconto. Sono passati 25 anni, ma ricordo ancora l’espressione di gioia di quella giovane ragazza coi capelli lunghi, e la soddisfazione con cui spiegò alla giocattolaia di aver risparmiato quei soldi per mesi, moneta su moneta, per riuscire a comprare finalmente la sua agognata Barbie. Non dimenticherò, soprattutto, il senso inconfessabile di “invidia” che provai nei suoi confronti, io che mi ero negata il piacere di certi giochi perché avevo avuto fretta di crescere.

Mai avrei immaginato che per la generazione dei miei figli il tempo dell’infanzia sarebbe stato ancora più fugace e contratto, un lampo frenetico che si esaurisce in un pugno di anni. I bambini e le bambine di pochi anni – cinque, sette, otto – vestono come adolescenti, si acconciano (e si truccano, talvolta) come adolescenti, parlano come adolescenti. Allo stesso modo degli adolescenti si intrattengono e passano il loro, peraltro limitatissimo, tempo libero: YouTube, videogames, shopping, card da collezionare e con cui sfidarsi. I bambini e le bambine di pochi anni celebrano le ricorrenze, a cominciare dai propri compleanni, come, fino a qualche anno fa, avrebbero fatto degli adolescenti, se non proprio dei giovani adulti. Guardano programmi televisivi (cartoni animati, film, reality) che non sono segnatamente “da bambini”, ascoltano musica che, nelle intenzioni degli autori, non era certo stata pensata, composta e distribuita per un pubblico di under 10. I bambini e le bambine, ormai, giocano finanche con tipologie di giochi che sembrano concepiti e realizzati piuttosto per dei ragazzini: collezionabili, minuterie, merchandising e altri passatempi che comunque poco si prestano al gioco di ruolo che una volta, per quasi tre lustri, caratterizzava l’infanzia.

Capita addirittura che, se ti ritrovi con dei figli ormai in età scolare e a cui piacciono i trenini, le biglie, le bambole di stoffa e i cartoni della Pimpa, se ancora leggere loro una favola e cantare loro una ninna nanna è un gesto quotidiano, alla fine ti chiedi se ci sia qualcosa di strano in questo “infantilismo”, se i tuoi bambini non siano, per colpe tue, probabilmente, piuttosto “indietro” rispetto ai coetanei.

La verità è che la fretta esistenziale che avvelena i nostri giorni ha finito col contagiare anche le vite dei bambini. Si comincia quando sono appena nati, e sembra che qualcuno li abbia iscritti a tua insaputa a una gara di velocità, in cui conta imparare a dormire in cameretta il prima possibile, svezzarsi anzitempo, liberarsi precocemente del pannolino, addormentarsi da soli. E poi mettere i denti, imparare a camminare, a parlare (magari pure una seconda lingua), a nuotare, ad andare in bici, a leggere, a scrivere e a far di conto a tempo di record, preferibilmente prima “degli altri”. La parola d’ordine, a quanto pare, è crescere velocemente. Diventare grandi, o meglio comportarsi da tali. Smettere il prima possibile di essere “infantili”, dipendenti, di fare i capricci, di avere paura del buio. Smettere di aver bisogno di aiuto. Smettere il prima possibile, in buona sostanza, di essere piccoli.

Forse sono solo una donna di mezza età che solleva il sopracciglio di fronte alle nuove generazioni. Forse mia nonna avrà pensato di me e dei miei coetanei le stesse cose che ora mi ritrovo a pensare dei miei figli e della loro generazione. Ma a me sembra davvero che un po’ alla volta stiamo derubando i bambini della loro preziosissima infanzia, ossessionati come siamo dal mito contemporaneo della precocità e della (apparente) indipendenza. Forse ci fa piacere sentirci simili ai nostri figli, e allora, incapaci di ringiovanire a nostra volta, li catapultiamo vorticosamente in un quotidiano fatto di playlist, cosmetici e dispositivi elettronici. Oppure è semplicemente che occuparci di un bambino piccolo è faticoso in una maniera che non pensavamo possibile, e quindi non vediamo l’ora di poter smettere di farlo.

Non credo che ci sia qualcosa di immorale, in questa “precocizzazione” dei nostri figli. Mi chiedo soltanto se non stiamo negando loro qualcosa di fondamentale per la conoscenza di se stessi, per lo sviluppo della propria consapevolezza, dell’autostima e della capacità di relazionarsi col prossimo. Se non stiamo assottigliando pericolosamente il patrimonio di risorse affettive, psicologiche e cognitive a cui potranno attingere quando cresciuti lo saranno davvero. E soprattutto, più banalmente, mi domando: se vivono già come dei preadolescenti, cosa potranno fare queste creature tra una decina di anni?

4 Febbraio 2020 7 Commenti
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portare i bambini nei musei è giusto?
life

È giusto portare i bambini nei musei? Le mie 10 risposte!

by Silvana Santo - Una mamma green 13 Dicembre 2019

Per la nostra famiglia, portare i bambini nei musei è un fatto abituale. Abbiamo cominciato a Bruxelles, quando Davide aveva pochi mesi, e se la dormiva alla grande nel marsupio, e da lì non ci siamo più fermati. L’ultima esperienza risale a poche settimane fa, in occasione della mostra Joan Miró. Il linguaggio dei segni, in corso al PAN di Napoli (fino al 23 febbraio 2020). Oltre a visitare l’esposizione con l’accompagnamento perfetto di una guida specializzata, Davide e Flavia hanno potuto partecipare a un fantastico laboratorio dedicato alla realizzazione del “loro Mirò”, utilizzando tecniche e materiali di vario tipo (leggete oltre per ulteriori dettagli). Per noi, ripeto, portare i bambini nei musei è una prassi normale e scontata, ma non credo che sia così per tutte le famiglie. Il binomio bambini-museo suscita forse ancora delle perplessità e dei timori.

E allora mi fa piacere condividere con voi quelle che sono per me 10 ragioni per cui portare i bambini nei musei!

1. Portare i bambini nei musei per educarli al rispetto

La nostra generazione, forse, ha un po’ l’ossessione dei luoghi “child friendly”. Come se l’infanzia fosse una specie di “porto franco” e i bambini dovessero frequentare solo posti a loro misura, in cui sia consentito correre, urlare, saltare, e dove tutto sia infrangibile o sostituibile con poca spesa. Io, che pure non disdegno parchi gioco, teatri per bambini e simili, sono invece convinta che i piccoli debbano abituarsi anche a stare in posti che esigono rispetto, attenzione e cura. E i musei, da questo punto di vista, sono perfetti. È semplice? Certo che no. Funziona sempre alla perfezione? Non è detto. Ma alla lunga paga, ed è questo quello che conta.

giusto portare i bambini nei musei?

2. Esporli alla vera bellezza

Molti di noi vivono in ambienti urbani non esattamente votati alla bellezza, circondati dal cemento e dalle automobili. I bambini crescono distanti dalla natura, esposti a un concetto spesso fuorviante di bellezza, che si basa su criteri stereotipati, artefatti, omologanti. Portare i bambini nei musei significa invece esporli a una bellezza di ampio respiro, diversificata ed eterna. Mostrare loro di quante meraviglie è capace l’essere umano, semplicemente attingendo alle sue emozioni e alla ricchissima bellezza del suo mondo interiore.

3. Portare i bambini nei musei, una lezione di vita

Anche l’opera d’arte apparentemente più semplice e banale è frutto di studi, esercizio, impegno e dedizione. Portare i bambini nei musei consente di offrire loro, in modo concreto, spontaneo e per nulla didascalico, una lezione sul fatto che anche il talento più vivido richiede passione e costanza per portare risultati importanti.

4. Sentirsi in pace

Forse questo capita soltanto a me, ma trovo da sempre che i luoghi d’arte, con la loro luce, la solennità e il trionfo del bello, contribuiscano a regalare pace, armonia e speranza. Quando sono inquieta, niente come la natura incontaminata e le opere d’arte riescono a darmi serenità, e mi piace pensare che possa essere lo stesso per i miei figli, anche se magari per il momento non se ne rendono ancora conto.

perché è giusto portare i bambini nei musei

5. Cimentarsi in prima persona

Se siete in dubbio se portare i bambini nei musei o meno, sappiate che in molti siti vengono proposti laboratori creativi in cui i piccoli visitatori (e a volte non solo loro) possono trasformarsi in piccoli artisti, dando libero sfogo alla loro fantasia. La mostra Joan Miró. Il linguaggio dei segni è solo una delle tante iniziative culturali che offrono questa possibilità.

6. Migliorare la loro autostima

L’arte ha la straordinaria prerogativa di essere universale e unica allo stesso tempo: non esiste probabilmente altro terreno che permetta all’uomo di esprimere se stesso in piena libertà, al di là di canoni prestabiliti e rigidi schemi. Una lezione di autenticità e di autostima per tutti i bambini! Nel caso di mio figlio Davide, che non ha una particolare inclinazione vero il disegno realistico, conoscere l’arte di Mirò, i suoi linguaggi personali e inconsueti, le sue tecniche insolite e composite è stato ad esempio molto utile per rivalutare le proprie velleità artistiche e acquisire un pizzico di fiducia in più.

motivi per cui portare i bambini nei musei

7. Perché portare i bambini nei musei? Perché è divertente!

Nell’immaginario comune, spesso i musei sono ancora considerati luoghi noiosi, vecchi o “pesanti”, soprattutto per i bambini. Niente di più sbagliato! Gli ultimi decenni hanno completamente rivoluzionato lo spirito, le tecniche e l’approccio dell’allestimento museale. Le mostre d’arte e i musei sono ormai luoghi interattivi, stimolanti e divertenti, dove è possibile fare esperienza di postazioni digitali, installazioni, percorsi espositivi concepiti appositamente per i bambini o le famiglie. E spesso offrono attività creative in cui cimentarsi in prima persona. Due esempi su tutti? Il Lousiana Museum di Copenaghen, che ospita un’intera ala dedicata ai bambini, dove è possibile realizzare capolavori di pittura, scultura, ceramica, etc. E ovviamente la mostra napoletana dedicata a Mirò!

8. Fare esperienza del silenzio

Una delle cose che talvolta i dissuade i genitori dal proposito di portare i bambini al museo è il timore che possano disturbare, infrangendo il silenzio che di norma pervade le gallerie e le mostre d’arte. Secondo me, al contrario, poter sperimentare luoghi silenziosi è quieti rappresenta un occasione molto preziosa per i nostri figli, costantemente esposti a rumore, musica, caos e frastuono. Il silenzio placa, rasserena e contagia: provare per credere!

9. Aprire loro nuovi orizzonti

Nessun luogo come i musei ospita una altrettanto ricca varietà di espressioni creative e personali sussulti. La storia dell’arte regala stimoli sempre nuovi, punti di vista originali e orizzonti mentali ed emotivi inesplorati.

10. Rendere felici mamma e papà

Last but not least, visitare i musei può essere (lo è nella nostra famiglia, perlomeno) un’esperienza magica e irrinunciabile per mamma e papà, e questa costituisce di per sé una ragione sufficiente per portarci anche i bambini. Perché, anche se siamo diventati un po’ “bimbocentrici”, una famiglia è anche questo: rispettare e valorizzare le esigenze e i bisogni di tutti, genitori inclusi. E farlo insieme, con rispetto, pazienza e voglia di condividere.

mostra mirò napoli con i bambini

Come visitare la mostra “Joan Miró. Il linguaggio dei segni” con i bambini

La mostra dedicata al genio catalano, in corso al Palazzo delle Arti di Napoli (PAN, via dei Mille 60) fino al 23 febbraio 2020, propone percorsi di visita e attività creative per bambini che coinvolgono ben cinque associazioni – Arteteca at work; Archipicchia! Architettura per Bambini; Associazione culturale Kolibrì; La Bottega del Liocorno; Il Cerchio Quadrato Onlus – attive da anni nel progetto PANkids dedicato appunto ai visitatori piccoli e giovanissimi. Oltre a visite guidate espressamente concepite per bambini, famiglie, scuole e adolescenti, è possibile partecipare a laboratori di manipolazione, architettura, lettura, narrazione, scrittura creativa e teatro diversificati per età. Flavia e Davide, in particolare, hanno potuto cimentarsi nel collage e nella pittura, utilizzando materiali a tecniche simili a quelli che Mirò impiegava nella realizzazione delle sue opere.

I laboratori sono disponibili tutti i giorni, al mattino per le scuole e nei seguenti orari per le famiglie:

Dal lunedì al venerdì ore 14.00-16.30; ore 16.30-19.00
Sabato e domenica: ore 10.00-12.30; 16.30-19.00

I costi invece sono i seguenti:

sotto i 6 anni: biglietto gratuito e laboratorio € 5
dai 6 ai 18 anni: biglietto € 5 e laboratorio € 5

Info e prenotazioni: 334 1324281 (anche WhatsApp) oppure info@mostramironapoli.it

Ulteriori dettagli sul sito del PAN.

 

portare i bambini nei musei

13 Dicembre 2019 2 Commenti
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come scegliere la torre montessoriana
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La torre montessoriana e altri modi per rendere autonomi i bambini

by Silvana Santo - Una mamma green 9 Dicembre 2019

I bambini sono per loro natura indipendenti e curiosi, perciò una torre montessoriana e qualche altro accorgimento pratico possono aiutarli nel loro processo istintivo di conquista dell’autonomia. Se vi state chiedendo cosa sia una torre montessoriana e a cosa possa servire, andate avanti nella lettura e lo scoprirete.

Cos’è la torre montessoriana

La torre Montessori è una sorta di sedia dotata di scalini e protezioni, che consente ai bambini di arrampicarsi in totale sicurezza e trovarsi più facilmente ad altezza “di adulto”. In questo modo, si permette ai più piccoli di raggiungere “il centro della scena” esattamente come i grandi e di partecipare ad attività per loro molto interessanti. Per questa ragione una sedia montessoriana favorisce l’autonomia di ogni bambino, nonché la sua autostima e consapevolezza.

La torre montessoriana può essere utilizzata, per esempio, per dare la possibilità ai bambini di partecipare alle varie operazioni di cucina – come pelare le carote, sgranare i fagioli, preparare la frutta per la merenda, oppure affiancare un genitore nel lavaggio delle stoviglie, pesare alimenti con la bilancia, impastare un dolce etc – o ancora per permettere loro lavarsi comodamente i denti o raggiungere oggetti, giochi e libri sistemati a una relativa altezza (non è superfluo ricordare, a questo proposito, che la supervisione di un adulto è sempre necessaria!). Scegliendo un prodotto due in uno come CadregOne (leggete oltre per i dettagli), che funga da seggiolone per la pappa e torre montessoriana vera e propria, lo si potrà utilizzare fin dai sei mesi circa, o comunque da quando il bambino riesce a stare seduto, fino ai 3 anni e oltre, sfruttandolo così per un lungo periodo di tempo. Una soluzione del genere, inoltre, è perfetta per le famiglie con fratellini di diverse età: bastano infatti pochi secondi per agganciare la seduta e il vassoio, ottenendo in questo modo un seggiolone adatto a un bambino di pochi mesi. Altrettanto facilmente si può rimuovere la seduta per tornare alla “modalità” torre, perfetta per bimbi più grandi e per tutte le loro attività.

Torre montessoriana 2 in 1 cadregone

Come scegliere la torre montessoriana ideale

Il mercato è pieno di proposte di torri montessoriane, nonché di consigli per realizzare un seggiolone Montessori fai da te, soluzione che però potrebbe rivelarsi poco efficace se non addirittura rischiosa. Il mio consiglio, invece, è quello di scegliere un prodotto che sia sicuro, testato e durevole, realizzato in materiali di qualità, ancora meglio se naturali. La fattura artigianale rappresenta un ulteriore plus, purché ovviamente sia accompagnata dal rispetto di tutti gli standard di sicurezza previsti dalle norme di settore. Per fare una scelta più sostenibile da ogni punto di vista, il mio suggerimento è di scegliere un prodotto che possa essere utilizzato per molto tempo, come il seggiolone Montessori due in uno CadregOne, prodotto in Italia in modo artigianale usando materiali naturali (legno), rinnovabili (bioplastiche compostabili) o riciclabili (acciaio) e vernici certificate dalla norma UNI-EN 71.3, che ne esclude qualsiasi tossicità. CadregOne è un investimento a lungo termine e una scelta green e “salvaspazio”, che consente di avere due prodotti in uno.


I vantaggi di una torre montessoriana “green”

La scelta di un prodotto green presenta tantissimi vantaggi, non solo in termini strettamente ecologici. L’uso quotidiano di un prodotto costruito con criteri di sostenibilità, intanto, corrisponde di solito a una maggiore sicurezza per il piccolo utente. Nel caso di CadregOne, per esempio, si ha la certezza che il bambino venga a contatto (con le mani ma anche eventualmente con la bocca) solo con vernici atossiche e completamente sicure. Una caratteristica che si ripercuote tra l’altro sulla salubrità complessiva dell’ambiente domestico, dal momento che vernici, colle e solventi tossici usati in mobili e complementi d’arredo possono rilasciare sostanze volatili che contribuiscono all’inquinamento indoor. Ma optare una torre montessoriana green come CadregOne significa anche fare una scelta di consapevolezza in termini ambientali: si tratta infatti di un prodotto artigianale realizzato con materiali durevoli, rinnovabili e riciclabili come legno e bioplastiche (plastiche derivate da zuccheri naturali che oltre a essere biodegradabili e computabili si ottengono con un processo produttivo a impatto molto contenuto).

Altri modi per rendere autonomi i bambini: il guardaroba

Il seggiolone Montessori è solo uno dei tanti accorgimenti che si possono adottare per aiutare i bambini a essere più autonomi. Per esempio, l’arredamento della cameretta può essere concepito in maniera da semplificare la scelta dei giochi ma anche le operazioni quotidiane di vestizione e svestizione. Un sistema per promuovere l’autonomia del bambino consiste nel sistemare i suoi indumenti in scaffali e cassetti bassi, così che possa raggiungerli da solo quando è il momento di cambiarsi. Va da sé che bisognerebbe concedere ai figli una relativa libertà di scelta per quanto riguarda l’abbigliamento quotidiano, magari selezionando a monte in fase di acquisto e organizzando il guardaroba in modo da tenere separati gli abiti adatti per la scuola da quelli per le feste o le attività outdoor. Il consiglio, inoltre, è di chiedere al diretto interessato di scegliere tra un paio di alternative, così che l’operazione di scelta non si riveli troppo frustrante o ansiogena per lui.

come usare la torre montessoriana

I giocattoli

L’organizzazione di giochi e libri può aiutare a rendere più veloce il processo di acquisizione di autonomia da parte del bambino. È utile, per esempio, scegliere contenitori che siano leggeri, sicuri e capienti (scatole pieghevoli, contenitori con rotelle, “bauli” in materiale leggero), assegnando uno scopo specifico a ciascun contenitore: se vostro figlio saprà chiaramente qual è il posto delle macchine, quale la cesta dei peluche e quale la scatola delle attività creative, sarà più semplice, per lui, trovare autonomamente quello che gli occorre. E avrà meno scuse per rifiutarsi di rimettere in ordine la cameretta! Noi ci troviamo molto bene con alcuni scaffali colorati di Ikea (che abbiamo personalizzato scrivendo sul dorso cosa contengono) e con dei grandi cesti per bambole e pupazzi.

I libri

Anche i libri dovrebbero essere sistemati in modo che i bambini possano raggiungerli con facilità e scegliere agevolmente cosa hanno voglia di leggere, magari potendo visualizzare direttamente la copertina (specie se si tratta di bambini molto piccoli). Se il materiale è tanto e la libreria grande, la sedia Montessori può eventualmente essere utilizzato anche per raggiungere in sicurezza uno scaffale un po’ più alto. Arrampicandosi sulla sua torre montessoriana, il bimbo avrà facile accesso ai suoi libri, scegliendo in autonomia quello che preferisce.

Bambini autonomi anche in bagno

Nonostante la frenesia quotidiana e la fretta che contraddistingue le giornate di ogni famiglia, anche la routine mattutina e serale del bagno può diventare un’occasione per favorire l’autonomia dei bambini. Un aiuto può venire anche in questo caso dal seggiolone Montessori, che può essere utilizzato dai bimbi per raggiungere più facilmente il lavandino, per esempio. Anche la scelta di detergenti e prodotti naturali e particolarmente delicati può essere utile per incoraggiare i bambini a lavarsi da soli, senza rischi né problematiche. Mettere direttamente a disposizione dei piccoli vasino o riduttore per il water, infine, può renderli più consapevoli e indipendenti nella fase dello spannolinamento.

Il segreto più importante, però, è di non avere fretta. Non esistono, per quanto riguarda la cosiddetta autonomia dei bambini, traguardi da tagliare e scadenze da rispettare. Ogni piccolo ha i suoi tempi, i suoi “punti di forza” e il terreno sul quale, invece, si muove in modo più incerto. Al di là della torre montessoriana e della cameretta a misura di bambino, a ricetta prevede soprattutto una dose generosa di fiducia nelle capacità uniche e straordinarie dei nostri figli.

Post in collaborazione con CadregOne

torre montessoriana ecologica

9 Dicembre 2019 0 Commenti
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i bambini hanno troppi giocattoli
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I nostri figli hanno troppi giocattoli?

by Silvana Santo - Una mamma green 18 Novembre 2019

I bambini hanno troppi giocattoli? Ultimamente mi ritrovo a chiedermelo, sorpresa dal quantitativo di giochi e gadget accumulati dai miei bambini in poco meno di sette anni. Mi sono sempre considerata un genitore morigerato per quanto riguarda l’acquisto di giocattoli (a volte ho pensato addirittura di negate troppe cose a Davide e Flavia), eppure adesso non posso fare a meno di chiedermi se i miei bambini hanno troppi giocattoli.

bambini con troppi giocattoli

Nelle ultime settimane sto portando avanti una riorganizzazione complessiva della nostra casa e della nostra vita, per andare nella direzione di una maggiore semplicità e sostenibilità ambientale (ed economica). Oltre a rivedere le nostre abitudini quotidiane di spesa, alimentazione, cura del corpo etc, mi sono impegnata in una profonda azione di decluttering in tutti i (pochi) ambienti di casa nostra. L’ultimo weekend è stato dedicato appunto alla camera di Davide e Flavia, nella quale abbiamo cercato di mettere un po’ d’ordine e di selezionare giochi e altre cose da regalare o da buttare via.

Il risultato di questo processo di riordino e decluttering mi ha convinto che forse i miei figli hanno troppi giocattoli… Giochi di società, costruzioni di ogni genere, bambole, pupazzi, travestimenti, attività creative di ogni tipo. Scaffali interi pieni di giocattoli, scatoloni e contenitori traboccanti, gingilli e balocchi che potrebbero bastare per intrattenere una squadra di bambini per un intero decennio. Non che Davide e Flavia non usino, a rotazione, tutti i giocattoli che hanno (anche se soprattutto lei tende a preferire le stesse categorie di giochi), per carità. E devo dire che si tratta per la stragrande maggioranza di giocattoli di buona fattura e di qualità, con i quali mi fa piacere che i miei figli si intrattengano: la paccottiglia “usa e getta” per fortuna è davvero una quota molto marginale dei giochi che riempiono la loro cameretta.

i bimbi hanno troppi giocattoli

Però devo dire che il dubbio che i miei figli abbiano troppi giocattoli ultimamente mi è venuto lo stesso. Mi sembra che a volte, messi di fronte a domanda precisa, non sappiano neanche loro cosa ancora desiderare, o che ogni tanto si trovino quasi disorientati quando, di fronte a tante alternative, si tratta di scegliere a cosa giocare. Soprattutto Davide, in effetti, finisce spesso ad architettare qualcosa di fantasioso o a costruire delle “invenzioni” mettendo insieme fogli di carta, stoffe e altri aggeggi.

Per anni abbiamo cercato di limitare l’acquisto di giocattoli alle sole ricorrenze e ai ricordi di viaggio. Ai giochi comprati, si sono aggiunti quelli, spesso molto belli, ereditati dalle cuginette e da me stessa. Non abbiamo l’abitudine, tanto per dire, di passare in edicola a comprare giochini e sorpresine, né di attingere ai distributori a monete di palline e simili. Eppure, di fatto, ci ritroviamo pieni di giocattoli, tanto che potremmo davvero non prenderne più fino all’adolescenza ancora lontana di Davide e Flavia.

tanti giocattoli in casa

Voi cosa ne pensate? Siete messi come noi? Secondo voi i bambini hanno troppi giocattoli?

18 Novembre 2019 8 Commenti
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Tecnologia e bambini, le nostre regole

by Silvana Santo - Una mamma green 29 Ottobre 2019

Tecnologia e bambini: un binomio controverso e sul quale viene scritto e detto tutto e il contrario di tutto. A casa nostra non siamo contrari in assoluto al contatto dei bambini con la tecnologia (anche perché ne facciamo largo uso noi per primi), ma preferiamo limitare comunque il più possibile il ricorso ad apparecchi elettronici e monitor, perché ci sembra che incoraggino la sedentarietà e, al contrario, sfavoriscano l’interazione tra i bambini, la creatività e l’espressione delle proprie caratteristiche individuali. Credo, inoltre, che la generazione dei nostri figli vivrà in ogni caso un’esistenza iper-tecnologica, quindi non vedo la necessità di esporli precocemente a dispositivi e simili: preferisco che in questi fugaci anni dell’infanzia facciano esperienza di altre forme di intrattenimento, visto che comunque li attende un futuro molto tecnologico, per così dire.

Ecco dunque le regole che abbiamo stabilito e che applichiamo a casa nostra in fatto di bambini e tecnologia.

1. Tablet: solo in viaggio, con parsimonia

In casa abbiamo due tablet che di fatto non vengono utilizzati se non durante i viaggi. In vacanza, specie se siamo all’estero, li usiamo la sera per guardare i cartoni, oppure durante spostamenti in aereo o in auto che siano particolarmente lunghi. Non abbiamo l’abitudine di portarli con noi durante le uscite o le escursioni che organizziamo frequentemente nel weekend, né tantomeno se andiamo al ristorante, né a casa né in viaggio. Di conseguenza, i bambini non lo chiedono nemmeno, perché appunto non hanno mai acquisito l’abitudine di usarlo a tavola o in automobile.

2. Videogiochi: per ora ne facciamo a meno

Davide e Flavia hanno rispettivamente 7 e 5 anni e finora abbiamo preferito non proporre loro alcun tipo di consolle o postazione per videogiochi (che, va detto, non possediamo né usiamo neanche noi genitori). Allo stesso modo, non siamo soliti intrattenerli, né intrattenerci, con giochi per computer o cellulare. Detto questo, entrambi i miei figli usano da qualche tempo dei piccoli “computer” che hanno ereditato dalle amate cuginette e che contengono giochi di prima alfabetizzazione (componi le parole, ascolta e ripeti etc) e di semplici conteggi. Durante i viaggi on the road, inoltre, capita che giochino con alcune app che abbiamo installato sui tablet, e che contengono giochi di varia natura: puzzle, sequenze e altre attività logiche o di destrezza, disegno con le dita, etc. Naturalmente, non poniamo veti particolari quando si trovano a casa di amici o parenti che giocano ai videogames. Tra qualche anno mi piacerebbe proporre loro una console che consenta di fare giochi per lo più di movimento e di coordinazione, evitando magari i classici sparatutto.

3. Tecnologia e bambini: YouTube

Confesso che di provare un certo fastidio all’idea che i miei figli passino il tempo guardando video su YouTube, perché (so di essere bacchettona) non amo molto i vari canali di “unboxing” e recensione di giochi e giochini vari: trovo che incentivino un consumismo insostenibile e che alimentino nei più piccoli falsi bisogni e tendenza all’omologazione. Con Flavia, inoltre, abbiamo notato la tendenza a “imbambolarsi” di fronte a questi contenuti molto più di quanto non avvenga con cartoni e film, nonché a desiderare tutto quello che vede promosso dai vari YouTuber, a prescindere dai suoi reali interessi e preferenze di gioco. In conclusione, cerchiamo di fare in modo che guardino meno video possibile, a meno che non si tratti di video musicali o altro.

4.TV: di sera, non a tavola e senza pubblicità

Alle regole che abbiamo dato all’uso della TV ho già dedicato un post specifico. Qui ve le riassumo in estrema sintesi: niente TV a tavola né al mattino, niente TV in cameretta, cartoni visti quasi esclusivamente su Netflix (quindi zero pubblicità) un’ora scarsa dopo cena. Nel weekend guardiamo spesso dei film insieme, e una volta a settimana ceniamo sul divano e sul tappeto davanti alla TV.

5. Tecnologia e bambini: l’uso del cellulare

Davide e Flavia non usano il telefono di mamma e papà, se non per parlare con qualcuno, mandare dei messaggi o fare delle videochiamate. A volte “girano dei film” con il nostro cellulare (che poi dobbiamo guardare e riguardare in TV!) oppure scattano delle foto quando siamo in viaggio o in gita e le loro fotocamere sono scariche. Il telefono viene utilizzato molto in auto come archivio di file audio (canzoni, ma anche audiolibri) che ascoltiamo tutti insieme con l’ausilio di un piccolo altoparlante Bluetooth.

6. Computer e bambini

In casa abbiamo un Mac “fisso” che è il computer “di famiglia” a disposizione di tutti (a differenza del mio portatile, precluso alle creature!). Davide lo utilizza soprattutto per scrivere quelli che lui chiama “articoli” su un file di OpenOffice, mentre Flavia vi ricorre quando non raggiunge un accordo col fratello sul film da guardare il sabato pomeriggio, e allora si rassegna a vedere quello che piace a lei sul computer.

E voi? Come vi ponete di fronte al connubio “bambini e tecnologia”: avete fissato delle regole, oppure siete più “disinvolti”? Dite la vostra, se vi va!

29 Ottobre 2019 4 Commenti
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consigli per semplificarsi la vita
life

Semplificarsi la vita in famiglia: 10 consigli

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Ottobre 2019

Ci manca il tempo, ci mancano le energie, ci manca la serenità. Corriamo come criceti dentro la ruota. Quella di semplificarsi la vita sembra essere diventata un’esigenza vitale per tanti di noi, oppressi da un carico mentale pesantissimo e schiacciati negli ingranaggi mortali del cosiddetto multitasking. Come fare, però, a spezzare la ruota (per dirla alla Daenerys Targaryen prima della deriva psicopatica) e riuscire davvero a semplificarsi la vita in famiglia? Io ci rifletto da tanto, e queste sono le conclusioni che ho tratto, almeno per il momento.

1. Smettere di acquistare cose che non ci servono davvero

Per riuscire a semplificarsi la vita (in famiglia e non solo) il primo requisito necessario, secondo me, è la consapevolezza. Occorre guardarsi in faccia e scrutarsi dentro, col coraggio di dire a se stessi la verità. Per esempio: a meno che non siamo dei fotografi di professione, o dei grandi appassionati, la nostra esistenza quotidiana ha davvero bisogno di una macchina fotografica reflex, di una subacquea e di un’action cam, oltre naturalmente alla fotocamera del nostro cellulare? Il tutto corredato da custodie, treppiedi, accessori per la pulizia e ammennicoli vari. La qualità della nostra vita può essere in qualche modo migliorata dall’ennesima copertina da divano “con le maniche”, da un nuovo cuscino a forma di unicorno, da una lampada a Led con la scritta “Home”? E a meno che non puntiamo con decisione a diventare il prossimo Masterchef italiano, ci servono davvero quattro saccapoche, due vaporiere in bambù, cinque spatole in silicone e un set di coltelli da sushi? Nei pensili della mia minuscola cucina languono da anni un kit da fonduta, una crepiera e uno shaker da cocktail che avrò utilizzato forse tre volte volte in quasi un decennio: tutta roba inutile, che occupa spazio, necessita spesso di pulizia o manutenzione e “affolla” inutilmente la nostra esistenza (anzi: se vi servono ditemelo, ché ve li regalo volentieri). Per semplificarsi la vita, invece, si dovrebbe evitare di circondarci di oggetti superflui, ridondanti o palesemente inutili.

2. Usare meno detersivi e detergenti

Il detersivo per i capi bianchi, quello per i colori vivaci, quello per il nero. Quello per i delicati, quello specifico per lana e seta, quello per il bucato dei bambini. E poi ammorbidenti, igienizzanti, sbiancanti, smacchiatori, acchiappacolori, acchiappapelucchi, acchiappapuzze. Una complicazione immensa, che comporta peraltro un grave inquinamento, una super produzione di rifiuti e un considerevole investimento economico. Forse, però, non abbiamo bisogno di tanti orpelli, e possiamo semplificarci la vita usando un solo detergente ecologico per il bucato tradizionale e un prodotto ad hoc, magari solido, per lana e delicati. La morbidezza, il profumo, il bianco “splendente”, sono caratteristiche illusorie conferite dai prodotti chimici. Bisogni indotti dalla mentalità consumistica in cui, nostro malgrado, siamo cresciuti.

3. Semplificarsi la vita cominciando dal guardaroba

Avete mai pensato al tempo e alle risorse che sprechiamo nel gestire vestiti, scarpe e accessori che non utilizziamo da anni? Alla fatica investita nel cambio di stagione, nel lavare e conservare roba che, se va bene, indosseremo una volta o due in sei mesi. Al tempo perso nel provare e riprovare, per poi gettarli di nuovo nell’armadio, capi che in realtà non ci stanno bene, non ci piacciono, non ci rappresentano. Quanto si potrebbe semplificarsi la vita accettando l’idea di avere un guardaroba essenziale e basico? La sfida è significativa, ma sono convinta che possiamo vincerla, rivoluzionando la nostra mentalità: abbiamo davvero bisogno di tre borse dello stesso colore (una grande, una piccola, una da sera)? Ci servono davvero due paia di stivali neri, oppure tre jeans aderenti in altrettante sfumature di blu? Ci rendono più felici, o ci complicano la vita? La chiave, e l’obiettivo al quale sto faticosamente puntando da qualche anno, è un guardaroba minimal, costituito da pochi capi di qualità che si abbinino bene tra loro. Ovviamente scelti con attenzione sulla base dei propri gusti e della propria personalità.

come semplificarsi la vita in famiglia

4. Passare al digitale

Molti, qui, storceranno il naso. So bene che, per i puristi del “profumo della carta” e i cultori della retorica del vinile, quella che sto per scrivere è una vera e propria eresia. Eppure il passaggio al digitale consente di semplificarsi la vita in famiglia in modo notevole: ebook, mp3 e audiolibri non occupano spazio, possono essere archiviati, consultati e ricercati in pochi secondi, possono essere utilizzati con estrema facilità anche di notte, fuori casa e in viaggio e permettono, nel caso dei libri, di fare annotazioni rapide (e immediatamente ricercabili), consultare un dizionario, effettuare eventuali traduzioni nel giro di un attimo. Pensateci. Io sono invece molto in difficoltà nella definitiva digitalizzazione delle foto, perché, anche se ho la libreria invasa di album, non riesco a smettere di stampare. Spero di riuscire progressivamente a ridurre la quantità di stampe fotografiche, e semplificare ulteriormente la mia vita.

5. Smettere di stirare

Un mio vecchio cavallo di battaglia, che ogni volta scatena curiosità, scetticismo e qualche critica (ma anche tanta solidarietà). Smettere di stirare non permette solo di semplificarsi la vita in famiglia, ma rappresenta una vera e propria liberazione: ore e ore risparmiate, energia salvata, indumenti che durano più a lungo. Capisco che sia anche questo un bel cambio di mentalità, ma vi assicuro che si vive alla grande anche indossando vestiti un po’ più stropicciati. Magari si può procedere per gradi, limitandosi a stirare solo le camicie, per esempio.

6. Organizzare un menù settimanale

Parla una che in cucina è una mezza sega, nel senso che so fare solo alcune cose e davvero molto semplici, sposata a uno che è una sega completa, nel senso che non va oltre la frittata e la pasta all’olio. L’unico sistema che ci permette di non impazzire tra lavoro, figli e impegni vari è un menù settimanale estremamente basico (estremamente, eh. Tipo: lunedì pollo, martedì pesce, mercoledì pizza etc) che consente di organizzare la dispensa e il congelatore e non trovarsi in difficoltà al momento della cena. Allo stesso modo preparo i pranzi di Davide, che da quando ha cominciato la scuola primaria pranza ogni giorno a casa: scongelo ogni mattina la porzione che mi serve (di solito sughi per condire pasta o riso) e sono a posto. Un tassello fondamentale, secondo me, per semplificarsi la vita in famiglia.

10 idee per semplificarsi la vita

7. Uscire dai gruppi Facebook e dalle chat di WhatsApp

So che suona contraddittorio, detto da una che sul web e sui social ci lavora. Ma quanto tempo perdiamo ogni giorno a scorrere messaggi che nulla apportano alla nostra vita? E quante polemiche, quanti malumori, quanti confronti irrealistici e dispiaceri potremmo evitare, se limitassimo i gruppi e le chat in cui siamo invischiati?

8. Utilizzare meno cosmetici

A volte mi capita di leggere post a articoli sulla “beauty routine” quotidiana che mi sembrano più complicati della procedura di decollo di uno shuttle spaziale. Detergenti, acque termali, tonici, sieri, esfolianti, diciotto creme per ogni singola parte del corpo, dalle labbra ai talloni. Per non parlare dei prodotti per il make-up, che acquistiamo a volte in modo compulsivo e ridondante per utilizzarli magari pochissimo e lasciarli scadere nel nostro beauty case. Per semplificarsi la vita, invece, si potrebbe puntare su pochi prodotti di qualità – una crema per viso e contorno occhi, una per mani e piedi, un balsamo labbra, un detergente per il viso, uno per il corpo e un olio idratante – e, una volta individuati quelli che fanno al caso nostro, procedere con quelli. E per quanto riguarda i trucchi: abbiamo davvero bisogno di sette nuance di rossetto rosso, o non sarebbe forse più semplice individuarne due o tre che ci stanno bene e che possiamo utilizzare nelle varie situazioni quotidiane?

9. Lavorare di meno

Imparare a dosare le forze, a dire dei no, a rendere il lavoro uno strumento utile alla nostra vita e non il suo fine ultimo, secondo me può contribuire molto a semplificarsi la vita. Riprendiamoci un po’ di tempo per la famiglia, per le relazioni, per la cultura. Ricordando sempre che noi non siamo il lavoro che facciamo, e che il nostro valore intrinseco non dipende dal nostro successo professionale.

10. Smettere di collezionare oggetti

Ninnoli, soprammobili, souvenir e chi più ne ha più ne metta. Spesso le nostre case (e le nostre vite) sono ingombre di roba fondamentalmente inutile che occupa spazio e accumula polvere. Che va periodicamente pulita, spostata e risistemata. Una fatica evitabile, uno spreco di tempo e risorse che forse varrebbe la pena evitare per semplificarsi la vita. Io, per esempio, ho un grosso problema con le calamite da frigo (che però, se non altro, non richiedono manutenzione) e soprattutto con gli oggetti legati al passato: lettere, diari, cimeli di viaggio. Dovrei forse dirmi che i ricordi non si annidano dentro gli oggetti, ma vivono liberi dentro il nostro cuore. Senza complicarci ulteriormente la vita.

11 Ottobre 2019 5 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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