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Flavia

mamma green

Un cesto pieno di tesori

by Silvana Santo - Una mamma green 28 Maggio 2015

Come intrattenere un bambino di pochi mesi a lungo e in sicurezza, permettendogli anche di fare esperienza del mondo usando tutti i suoi sensi e la sua vivace curiosità?

Facile. Con un cesto dei tesori.

Niente gemme o dobloni d’oro, bastano semplici oggetti di uso quotidiano per proporre al vostro piccoletto un’attività economica e sostenibile, che lo stimoli in modo sano e divertente.

Il cesto dei tesori è un’idea della psicopedagogista britannica Elinor Goldschmied. Ripreso successivamente nell’ambito del metodo Montessori, viene spesso adottato nei nidi, ma è possibile prepararne uno in casa senza difficoltà.

Quando proporlo:
Quando il bambino/a è in grado di stare seduto, in genere a partire dai 6 o 7 mesi. Questa è infatti l’età in cui i piccoli cominciano a interessarsi al mondo circostante, sfruttando tutti i loro sensi per iniziare a conoscere oggetti e materiali.

Quale contenitore usare:
Va bene un classico cesto di vimini o di qualsiasi altro materiale naturale. Le dimensioni dovrebbero essere di almeno 12 cm di profondità e 35 di diametro/larghezza. Meglio se il contenitore è privo di manici.

Quali oggetti inserire:
Nel cesto dei tesori vanno introdotti oggetti naturali e non strutturati, realizzati con materiali non sintetici (no quindi a plastica e giocattoli). Grazie a queste caratteristiche, infatti, i “tesori” sono in grado di stimolare il tatto, il gusto, la vista e gli altri sensi del bambino. Sono dunque perfetti oggetti di legno, metallo, carta o cartone, paglia, lana, cotone, gomma, vetro, pelle, pelo, etc.

cesto tesori contenuto

Come proporre il cesto dei tesori:
Il cestino dovrebbe essere semplicemente offerto al bambino mentre è seduto comodo e tranquillo su una superficie stabile (eventualmente, se necessario, circondato da cuscini). L’adulto deve limitarsi a restare accanto al piccolo, senza parlare più di tanto, né porgere o “suggerire” i vari oggetti. In questo modo, il bimbo potrà sperimentare in totale autonomia, prelevando i “tesori” che preferisce, toccandoli, leccandoli, scuotendoli e via dicendo. La presenza dell’adulto serve solo a infondere serenità (e controllare che non ci siano problemi). Nel corso del tempo è possibile, anzi, consigliato, aggiungere o sostituire gli oggetti contenuti nel cesto dei tesori.

A cosa prestare attenzione:
Responsabilità dell’adulto sarà ovviamente controllare che il contenitore sia sempre integro e sicuro, e che gli oggetti al suo interno siano puliti e non presentino danni. Attenzione anche alla dimensione degli oggetti che si inseriscono nel cesto dei tesori. In ogni caso, prestate sempre la massima attenzione per scongiurare ogni rischio di soffocamento.

Il cesto dei tesori di Flavia
Il nostro cestino, rappresentato da un contenitore di metallo che vorrei rivestire con lana o rafia, al momento contiene pigne, grosse conchiglie, sassi, piume, una spugna in cellulosa, guarnizioni di gomma, catenelle di metallo, portamonete in cuoio, palla di lana, carta velina, una scatolina di latta piena di riso, coperchi in acciaio, palle di carta stagnola, cucchiaio di legno, scatolette di carta con coperchi, spargimiele in legno, corda, sottobicchiere in paglia, rotoli di carta igienica, anello di legno per dentizione, stoffe, pennello da barba con setole naturali, sacchetto con pula di farro, sachetti con piante aromatiche e fiori profumati.

cestino tesori

Naturalmente l’assortimento di “tesori” è sempre in divenire. Al momento è molto gradito dalla piccola proprietaria, ma anche dal fratello maggiore (tanto che il contenuto del cesto viene sistematicamente sparso per la casa e nascosto in ogni anfratto disponibile). Il prossimo obiettivo è la realizzazione di una versione “da viaggio” del cesto dei tesori, chiusa e portatile.

cesto dei tesori neonato

28 Maggio 2015 3 Commenti
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essere madre

Dodici cose che invidio ai miei figli

by Silvana Santo - Una mamma green 19 Maggio 2015

Dormire di traverso nel lettone, con le braccia spalancate e i piedi in continuo movimento.

Avere qualcuno che ogni giorno legge ad alta voce per te, con tanto di vocine ed effetti sonori.

Addormentarti in macchina sapendo che all’arrivo, se starai ancora dormendo, qualcuno ti porterà in braccio fin dentro casa, per poi depositarti amorevolmente sul tuo letto senza nemmeno svegliarti.

Indossare bermuda e sandali da giugno a ottobre, in qualunque situazione e contesto sociale.

Uscire di casa al mattino senza doverti pettinare.

Poter fare il bagno senza costume anche in spiagge che non sono riservate ai nudisti.

Stare seduto nel carrello della spesa.

Dare il tormento al gatto senza rischiare di essere sbranato.

Fare la siesta pomeridiana ogni santo giorno che Dio manda in terra.

Poter piangere/essere scontroso/non salutare di fronte alle persone che non ti piacciono.

I piedi perfettamente lisci.

Non dover decidere per chi votare alle prossime amministrative.

Leggi anche: Cose che invidio al mio gatto

19 Maggio 2015 6 Commenti
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una mamma per due

Il primo miglio

by Silvana Santo - Una mamma green 7 Maggio 2015

E poi, senza preavviso, spunta il giorno in cui lui, dopo colazione e prima di andare all’asilo, ti chiede di accompagnarlo da lei, che nel frattempo sta giocando nella sua palestrina.

“Iaia! Iaia!”

Tu lo porti da sua sorella e assisti al primo, indimenticabile, scambio di sorrisi fraterni. Pelle d’oca. Lo spettacolo più struggente del mondo, in scena una mattina qualsiasi, soltanto per me.

La strada verso l’amore incondizionato è ancora lunga e impervia. Lastricata di competizione e insofferenza. Di urla e spintoni. Di (mie) domande e paure e lacrime. Ma oggi abbiamo percorso il primo miglio, e a me sembra di aver vinto la maratona di New York.

I miei figli sono fratelli. Piango di gioia per la fortuna che hanno.

7 Maggio 2015 4 Commenti
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Perché leggo ai miei figli (la riscossa del topolino)

by Silvana Santo - Una mamma green 16 Aprile 2015

Se il Genio della lampada mi consentisse di esprimere tre desideri per i miei figli, credo che chiederei per loro salute, passione e l’amore per i libri. E non c’entrano nulla la cultura e la conoscenza, né la voglia di una madre un po’ radical-chic di sapere i suoi figli sempre “in buona compagnia”. Non è questo. È che al mondo non c’è niente come la lettura – nemmeno i viaggi, probabilmente – che permetta con altrettanta facilità di vivere altre vite mentre sei alle prese con la tua.

È nei libri che ho letto, che sono stata tutte le persone che sarei voluta diventare, quelle che ho deliberatamente scelto di non essere e quelle che mai avrei saputo neanche immaginare. Dentro i libri ho visitato luoghi che non vedrò mai e altri che nemmeno esistono, ho riconosciuto e compreso davvero posti noti e panorami familiari.

topotip

Ho pregato divinità preistoriche e parlato lingue misteriose, assaggiato prelibatezze esotiche e indossato abiti d’epoca. Ho combattuto guerre sanguinarie, consumato amori struggenti, partorito e perso decine di figli. Cavalcato draghi, consultato oracoli, spezzato incantesimi. Ho subito e inferto violenze indicibili, ho sfidato le sorti più avverse, ho spezzato catene, salvato vite, emesso sentenze di morte. Condotto arrembaggi corsari e abitato stagioni remote.

È in fondo a un libro che sono scappata, tutte le volte in cui non mi piaceva quello che stavo diventando, o quello che era diventata la mia vita. Tra le pagine di un libro ho dimenticato i dolori più lancinanti, dissolto la noia più ostinata, sconfitto la solitudine più soffocante. Esorcizzato la paura e la debolezza.

Senza i libri sarei una persona più triste, più sola, più povera. Una persona peggiore.

libro

È per questo che leggo ai miei figli, e che lascio che vedano quanto mi piace leggere. Nella speranza che accettino il regalo migliore che io potrei mai fare loro: infiniti universi sempre a disposizione, in cui tutto può accadere. Che gli elefanti parlino la lingua degli uomini, che i cattivi diventino più buoni dei buoni, che i morti tornino in vita e che il tempo si fermi o scorra all’indietro. Finanche, ed è una delle cose che mi piacciono di più, che un topolino ritrovi la dignità che gli umani gli negano dai secoli dei secoli, smetta di essere trattato come un parassita zozzo e sgradito e diventi un amico simpatico che ti aiuta a non aver paura del buio.

Sono i libri, bellezza. Potere, sogno e libertà.

topo tip giunti

A partire dall’8 aprile trovate in libreria 4 nuovi volumi della collana Giunti dedicata a Topo Tip, il  baffuto protagonista della serie di cartoni in onda su Rai Yoyo. Le nuove uscite si intitolano La mia giornata (il preferito di Davide), La mia famiglia, Dal dottore non ci vado! e Che paura il buio!, e si aggiungono ai precedenti titoli della collana.

libri topo tip

16 Aprile 2015 9 Commenti
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fratello maggiore
una mamma per due

Lettera a un fratello maggiore

by Silvana Santo - Una mamma green 31 Marzo 2015

Mio caro fratello maggiore,

ti conosco da appena cinque mesi, e a dire il vero non penso di esserti ancora troppo simpatica (ma ti capisco, anche io sarei un bel po’ incavolata se all’improvviso comparisse in casa mia un bambino più piccolo e più esigente di me), ma ho bisogno lo stesso di dirti grazie.

Grazie perché è a te che devo una grossa fetta della mia felicità, agli errori che hai subito tu e che, proprio per questo, mi sono stati risparmiati. Grazie perché sei riuscito a insegnare ai nostri genitori il linguaggio che parlo anche io, che poi è lo stesso di tutte le persone quando sono piccole, solo che crescendo di solito se lo dimenticano. Così per me è stato più facile farmi capire, fin dal primo giorno.

Grazie anche perché hai aiutato la mamma a fare tanto latte zuccherino. L’ho sentita, un giorno, raccontare che tu e lei avete fatto tanta fatica, all’inizio. Che avete dovuto provare e riprovare, che tu piangevi per la fame e lei per il dolore. Che qualcuno le diceva che non sareste mai riusciti a farcela. Per me, invece, è stato molto semplice. Ho sentito il profumo del latte e ho trovato un seno caldo e già gonfio. Un seno che tu avevi faticosamente preparato per me.

Grazie perché hai pianto tanto e forte, quando avevi la mia età. E piangendo hai spiegato a mamma e papà di cosa avevi bisogno. Penso che non sia stato facile, con tutte quelle persone che ti parlavano sopra. Loro credevano di sapere cosa andasse bene per te, ma non lo ricordavano proprio, il linguaggio dei piccoli. All’inizio la mamma si era quasi convinta che avessero ragione, e tu hai dovuto strillare ancora più forte. Sai che fatica, fratellone, sei stato davvero molto coraggioso! E meno male, perché finalmente nostra madre ha capito, e così ora non ho quasi mai bisogno di piangere per spiegarle cosa mi serve, mi basta un piccolo vagito, un gridolino, un versetto deciso.

Fortuna che ci hai pensato tu, a farle cambiare idea su tante cose. Non so se io avrei avuto la tua stessa pazienza, nel farle capire che stringerti al suo seno non serviva solo a riempirti la pancia, ma anche a farti passare il freddo, la sete e la paura. A non farti sentire solo. Addormentarti senza quella paura tremenda di essere abbandonato. Non sono certa che sarei stata capace di spiegare a lei e a papà che noi piccoli non piangiamo mica per farli innervosire, o dispiacere. Non siamo certo capaci di mentire, noi, o di fare ricatti e prepotenze (mi sa che quello purtroppo ce lo insegnano i grandi, però). Noi chiediamo quello di cui abbiamo bisogno, nel solo modo che conosciamo. Stare in braccio, ad esempio, ci fa sentire felici, amati, protetti. Perché non dovremmo chiederlo? Non è mica che vogliamo dar fastidio alla mamma, anzi: è proprio perché la amiamo tanto, che facciamo così!

Il capolavoro comunque lo hai fatto di notte. Ero un po’ preoccupata, pensavo che sarebbero rimasti male quando mi sarei svegliata. Io lo so che sono stanchi, ma ho bisogno di un po’ di tempo per imparare a dormire… Per fortuna non si sono meravigliati, e sai perché? Perché glielo avevi già spiegato tu, fratellone, e scommetto che invece con te si erano un po’ innervositi. Magari avevano anche provato a farti piangere da solo per un po’… Pensa che io sto sempre accanto a uno di loro, quando è buio, così mi riaddormento subito e riposiamo tutti molto di più (tu intanto dormi tantissimo, perché ormai hai imparato davvero bene!).

In realtà hai cominciato a spianarmi la strada già nel pancione della mamma, ora che ci penso. Hai dovuto farti spazio, convincerla che non eri lì per rovinarle la vita e il girovita. Difenderti dalle sciocchezze che le dicevano tante persone, e che la facevano soffrire, avvelenando la tua bella piscina calda. Io invece sono stata protetta. Ho nuotato al ritmo del suo cuore calmo, ho respirato la sua serenità, ascoltato la tua voce e la sua che cantava per te (e non le chiacchiere invadenti della gente). Anche questo lo devo a te, fratello mio adorato.

E ora che ti osservo da vicino lo vedo bene, quanto ancora mi prepari la strada ogni giorno, e immagino quanto sarà più semplice per me. Caro fratello maggiore, sei stato, senza offesa, la prova generale migliore che i nostri genitori potessero mai fare, ed è solo grazie a te se il mio debutto è stato da standing ovation.

I giocattoli te li ruberò lo stesso, non ti illudere, ma ti giuro che avrai per sempre la mia immensa gratitudine.

Con tanto amore,
la tua sorellina

Foto di Francesco Rastelli

31 Marzo 2015 7 Commenti
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trottola cenerentola chicco
essere madrepost sponsorizzati

Pirati e principesse

by Silvana Santo - Una mamma green 26 Marzo 2015

Quando avevo otto o dieci anni, il mio giocattolo preferito era un meraviglioso galeone pirata, regalo di un vecchio amico di papà. Me lo ricordo come fosse ieri: i forzieri traboccanti di minuscoli dobloni d’oro, la cambusa con le vettovaglie, il timone al centro del castello di prua. C’erano perfino i cannoni che sparavano “davvero”. Lo adoravo. Inventavo avventure mirabolanti tra isole deserte e tempeste furibonde, fantasticavo di sirene incantatrici, vecchi bucanieri e tesori sepolti. Un pezzetto della me viaggiatrice è nata in quei pomeriggi di gioco con la mia nave corsara, dove tutto era possibile e la libertà non aveva confini. Quando mia madre, anni dopo, l’ha regalata a un cuginetto più piccolo, mi si è spezzato il cuore.

Non ricordo se qualcuno, negli anni della mia infanzia, abbia mai provato ad additare il mio galeone come “un gioco da maschi”. Non credo, non mi pare. Se fosse accaduto, immagino che avrei fatto spallucce. Sono cresciuta in mezzo ad amiche ed amici, tutti insieme a giocare “alla scuola” con le bambole, o a sfidarci in corse in bicicletta all’ultimo sangue. Passare dal fingersi “mamma, papà e bambini” allo sbucciarsi le ginocchia giocando a pallone era naturale e scontato. La cosa più normale del mondo. Più tardi, al liceo, ho inaugurato la stagione del fantacalcio con i compagni (e le compagne) più sportivi. Spesso vincevo, un anno sono arrivata seconda.

cenerentola chicco

Giocare, per me, non è mai stata una questione di genere. La fantasia non ha genere, non ne ha uno nemmeno la libertà. Soprattutto, l’esempio che si trasmette a un bambino, il messaggio che gli si comunica proponendogli un giocattolo o un’attività, dovrebbero prescindere dal fatto di essere maschio o femmina. Non c’è ragione per cui una bambina dovrebbe ricevere in regalo solo bamboline, trucchi e perline, mentre a un maschio si dovrebbero offrire soltanto pistole e caterpillar. Raccontare Cenerentola all’una e Robin Hood all’altro. Non esistono ruoli predefiniti o preferenze “naturali”, ma solo gli stereotipi che alimentiamo noi grandi, il più delle volte, sospetto, senza neanche avvedercene.

trottola chicco

È anche per questo che sono felice di avere un figlio e una figlia. So per certo che in camera loro si confonderanno bambole e macchinine, pentole giocattolo e attrezzi da bricolage. I ruoli saranno assegnati senza pregiudizi, mi auguro. I regali condivisi (e contesi, certo), le idee mescolate. Certe logiche sessiste, cui saremo inevitabilmente esposti anche noi, saranno magari scardinate dall’esperienza quotidiana di una meravigliosa promiscuità. Saranno i miei figli a scegliere ogni giorno cosa diventare, principesse o astronauti, chef o cavalieri.

Dal canto mio, punto senz’altro al ruolo di pirata. Ma questo lo sapevate già.

Nelle foto, Davide e Flavia giocano con la Trottola Cenerentola della Linea Chicco Disney Princess. (schiacciando la testa di Cenerentola si attiva la rotazione delle palline con i topini e gli uccellini).

cenerentola danzante chicco

26 Marzo 2015 4 Commenti
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essere madregravidanza e parto

Tornare a casa

by Silvana Santo - Una mamma green 23 Marzo 2015

Buio e freddo. E troppo rumore. Questo ricordo dei miei primi giorni a casa con Davide. La camera da letto in perenne penombra, per non inferocire il dolore che mi assediava la nuca, la fronte, il collo. Le luci schermate per dare pace al mio cervello preso a morsi dai postumi dell’anestesia. Indossavo pigiami orribili, che avrebbero dovuto essere comodi per allattare. La verità è che erano solo troppo pesanti, li inzuppavo col mio sudore da prolattina e poi ci congelavo dentro, nelle notti insonni e tutte uguali. Prendi tuo figlio dalla culla – allattalo – riaddormentalo – rimettilo nella culla – cerca di dormire un po’ anche tu (nonostante quel pensiero fisso: tanto, appena mi stendo lui si sveglia). Una sequenza marziale, una disciplina d’acciaio che pretendevo di imporre a me stessa e a mio figlio. Mio figlio che intanto piangeva per ore e giorni e settimane. Senza posa, rompendo il suo fiato insieme al mio. Sarà il latte, forse le coliche, deve “farsi” i polmoni.

Troppe voci intorno a noi, troppe le altrui certezze, troppi i miei dubbi di granito. Io sempre più sola in mezzo alla folla vociante. E poi il lavoro ripreso troppo presto, il seno dolente, la totale ignoranza di quello che sarebbe stato. La difficoltà nel chiedere aiuto, la paura che venisse interpretata come una debolezza, come la volontà di abdicare, di delegare responsabilità che erano soltanto mie. La difficoltà di trovarlo, un aiuto che fosse qualificato, gratuito e non prevaricante. Che non sottintendesse “Ne hai bisogno perché sei inadeguata”. E la vergogna. Per la mia incapacità, per lui che urlava e urlava e urlava. Per quanto di inconfessabile pensavo, e per quello che avrei dovuto provare e invece non mi sembrava di sentire. Un’intera primavera, mi ci è voluta allora, per zittire le voci estranee e tornare, finalmente, a udire la mia. Cessato il pianto, è iniziata la vita.

Altra figlia, altra storia. Luce e pace e sorrisi, con Flavia tra le braccia. Latte facile, stillato senza pena da un seno esperto, già materno. Sonni dolci, tutti stretti nello stesso abbraccio tiepido. Niente culla, niente pigiami da ospedale, niente risposte – sbagliate – a buon mercato. Una sola strada da seguire, la nostra, piena di buche e di sassi, ma illuminata tutto l’anno dal sole tiepido di maggio. Meno attenzione dalla gente, che si sa, coi secondi figli nessuno ti pensa e in fondo è assai meglio così. Più autorevolezza e più coraggio in questa mamma che, comunque, continua spesso a navigare a vista. Più fede. Più pazienza.

Un tempo che scorreva lento il giusto, senza strappi, senza corse. Accanto a me, un papà più consapevole, più maturo, più autonomo. L’aiuto più prezioso che potessi avere – il solo davvero perfetto in quei primi giorni così delicati – e la mia capacità, finalmente, di accettarlo senza riserve, di fidarmi e affidarmi, di condividere il miracolo e la fatica. Lo stesso perduto amore della prima volta, ma con qualche spina in meno.Soprattutto, con qualche tonnellata in meno di “dovrei”, di “che figura!”, di “chissà cosa penseranno”. Qualcosa che finalmente comincia a somigliare appena alla libertà. Non senza un pizzico di nostalgia per quello che è già passato e che non potrà tornare.

Due figli, due nascite, due ritorni a casa. Due esperienze, le mie, profondamente diverse. Come quelle che vivranno (e ci racconteranno) le mamme protagoniste di Ostetriche. Quando nasce una mamma, nato dalla collaborazione con Chicco e in onda su RealTime a partire da giovedì 26 marzo, che seguirà il lavoro quotidiano di tre ostetriche al fianco di otto famiglie, al loro rientro a casa.

E voi? Come avete vissuto il rientro a casa dopo il parto? Raccontatelo nei commenti, o sulla mia pagina Facebook.

23 Marzo 2015 14 Commenti
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una mamma per due

Avrò sbagliato tutto?

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Marzo 2015

Se ne sta lì da qualche giorno, in agguato, pronta a saltarmi alla gola alla minima debolezza da parte mia. La domanda, quella subdola, infame. Quella che presto o tardi attanaglia tutte, mamme chiocce e madri disinvolte. Quella che ti sorprende quando sei più vulnerabile e ti risuona dentro fino a farti vacillare.

Avrò sbagliato tutto?

Avrò confuso la felicità di mio figlio con le mie personali aspirazioni? Avrò fatto un errore che lui pagherà per il resto della vita?

Tra le rare certezze della mia traballante esistenza c’è sempre stata quella di non volere un solo figlio. Dandogli una sorella, peraltro adorabile e già innamorata di lui, ho creduto davvero di fare aI mio primogenito il regalo più grande che potessi fargli. La possibilità di andarsene per il mondo con qualcuno che condividesse il suo passato, che lo conoscesse da sempre, che avesse radici piantate nel suo stesso terreno. Qualcuno che potesse capire. Di avere ancora al mondo un pezzo di famiglia quando io e suo padre non esisteremo più. Non ho mai dato per scontato che si sarebbero amati, da grandi, e in fondo questa è una cosa che riguarda soltanto loro. Però non volevo negare a lui una possibilità che a me non è stata concessa.

Ma il fatto è che ora lui se ne sta lì, col cuore spezzato, a guardare una sorella che non vuole, tradito e perso e arrabbiato. E si vede, e si sente, che niente di quello che faccio o dico potrà convincerlo del fatto che non mi ha perso e mai mi perderà, e che anzi ha guadagnato tanto – la venerazione assoluta di una sorella più giovane, che a lui riserva già i sorrisi più innamorati e gli sguardi più adoranti.

So che ci vuole tempo. Conosco mio figlio e mi aspettavo una reazione ferita, diffidente. Sarei stata sorpresa del contrario. Mi dico che prima o poi andrà meglio, che verranno le liti e le risse, ma anche la complicità e la comprensione reciproca. Che se all’inizio penseranno di doversi contendere il mio amore, arriverà il giorno in cui loro due staranno dalla stessa parte, e relegheranno me sul fronte opposto. Ma la verità è che io non ho idea di cosa stia provando adesso, e non posso salvarlo da una sofferenza che siamo stati io e suo padre ad infliggergli. Noi che dovremmo proteggere a ogni costo la sua felicità.

E se fosse solo il mio desiderio, quello che ho sperato di realizzare? Se avessi imposto a mio figlio la mia idea di felicità? Guardo lui e mi sento in colpa. Guardo sua sorella, lieve, tonda, tutta un sorriso, e mi si stringe il cuore. Vorrei avere un’altra me e pareggiare i conti, avere quattro occhi e due sorrisi, raddoppiare il tempo, le braccia, le parole.

L’amore, quello, è già centuplicato, eppure forse non basterà.

17 Marzo 2015 28 Commenti
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neonata
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Speriamo che sia femmina

by Silvana Santo - Una mamma green 5 Marzo 2015

Speriamo che sia femmina. È stata – ormai posso confessarlo senza pudore – la seconda cosa che ho pensato di fronte al mio test di gravidanza positivo, circa un anno fa (la prima, banalmente ma anche no, era stata “fa’ che tutto vada bene anche questa volta“). Speriamo che sia femmina. Un desiderio irrazionale e inconfessabile, che mi sembrava un torto verso quel figlio che al 50% sarebbe stato maschio, un capriccio puerile, una pretesa arrogante. Finanche un’ingiustizia verso il mio primogenito che forse, mi dicevo, sarebbe stato più felice di avere un fratello.

Speriamo che sia femmina. Un palpito del cuore che allora mi ha colto di sorpresa. Perché io, fino a quelle due linee rosa che per la seconda volta hanno squassato la mia vita, avevo sempre vissuto la prospettiva di avere una figlia come un’ipotesi quasi spaventosa. Mi sentivo impreparata, ero sicura di poter contare su una maggiore affinità con i maschi, temevo le complicazioni che solo i rapporti madre-figlia possono portarsi dietro. E poi lo spauracchio dei costumi da principessa, le lezioni di danza classica, i condizionamenti e le minacce di una società maschilista e misogina.

E invece. Speriamo che sia femmina. All’improvviso, la possibilità concreta di restare “soltanto” madre di maschi mi lasciava con un po’ di magone. Sentivo che per tutta la vita mi sarei chiesta come sarebbe stato avere una figlia, che mi sarebbe mancato il vivere anche insieme a una donna. Sperimentare l’altra opzione. Ma c’era qualcos’altro, oltre la mera curiosità antropologica. A un tratto volevo disperatamente provarci, volevo sfidarla a viso aperto, quella Elettra che tanto mi spaventava. Dimostrare a me stessa che anche una figlia avrebbe potuto amarmi. Perfino una figlia.

Speriamo che sia femmina. Proprio io che per tutta la vita avevo sognato di avere un fratello, o forse anche e soprattutto per questo. Speravo che fosse femmina, una figlia a cui regalare il mio misero e prezioso vissuto di bambina che diventa donna. Qualcuno a cui dire: io ti capisco, perché ci sono passata prima di te. Una figlia per cui essere la madre che ho avuto io, ma anche e soprattutto quella che certe volte mi è mancata.

Speriamo che sia femmina. Nient’altro, in fondo, che il desiderio, umanissimo per quanto un po’ mediocre, di trovarmi occhi negli occhi con qualcuno che mi rassomigliasse il più possibile. Che poi, chi dice che sarà davvero così.

Alla fine, ho fatto Flavia. Me lo ricordo, quel tuffo al cuore in sala operatoria, quando una voce sconosciuta mi ha dato la notizia che ha cambiato la mia vita. A me prima che a chiunque altro. È femmina, e per qualche minuto lo abbiamo saputo soltanto io e mia figlia. È stato il primo dei tanti segreti che condivideremo negli anni a venire. Lo avevo sognato, in una notte serena di qualche mese prima. Lo avevo sperato e lo avevo sognato.

Speriamo che sia femmina, forse lo sarà, lo è davvero.

Esattamente come due anni prima avevo voluto un bambino, lo avevo sognato in una notte di primavera, e poi lo avevo stretto tra le braccia. Mi piace pensare che non sia stata io a sperare in entrambi i casi quello che poi è venuto, ma che siano stati i miei figli a rivelarsi per ciò che erano, a farsi strada nei miei desideri. Mio figlio e mia figlia, nella mia pancia e nel mio destino.

5 Marzo 2015 16 Commenti
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neonato reflex
essere madre

Cose che non mi mancheranno quando i miei figli saranno cresciuti

by Silvana Santo - Una mamma green 24 Febbraio 2015

La melmetta appiccicosa che si forma sui succhietti di caucciù.

Le ditate unte sul televisore. E sugli specchi, e sul computer, sugli occhiali. E sul cellulare.

La lotta grecoromana per pulire nasi e cambiare pannolini e asciugare capelli.

La lotta giapponese per tagliare le unghie.

L’ospedale pediatrico.

I mattoncini Lego sotto i piedi alle quattro del mattino.

La luce di cortesia alle quattro del mattino.

Le quattro del mattino.

I sacchi di indifferenziato da 5 tonnellate.

La coda di cavallo perenne (così non mi tirano-mangiano-sporcano i capelli).

Daniel Tiger.

Il padre di Daniel Tiger.

La mia macchina fotografica finita accidentalmente in mani infantili.

Il forum Alfemminilepuntocom.

La pasta all’ossido di zinco.

Il fermo di sicurezza al cassetto dei coltelli.

Il ronzio della ricetrasmittente mentre guardiamo Game of thrones.

La paura della Sids.

I bottoni automatici dei body, e anche quelli delle tutine.

Il doppiatore di Donatello il Martello.

I reggiseni da allattamento.

L’aspiratore nasale.

La Tachipirina in supposte.

La paura di morire mentre sono ancora piccoli.

Le recite al nido.

Le commesse di Original Marines.

Il video del Gatto puzzolone.

Io che alzo la voce per dire ai miei figli di non alzare la voce.

La lettura disturbata delle riviste di bordo sugli aerei.

I bilanci di crescita.

Le attività artistiche tipo i colori a dita.

Gli sguardi imploranti mentre mangio l’ultimo morso di torta.

Chiedere a tuo figlio se ha fatto la cacca.

La certezza di avere davanti a me ancora molti anni di errori e paranoie.

24 Febbraio 2015 19 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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