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Flavia

lifemamma green

Carnevale fai da te (in salsa di soia)

by Silvana Santo - Una mamma green 16 Febbraio 2015

Lo so. Avevo detto che anche quest’anno avrei ignorato il Carnevale. Che non avrei imposto ai miei figli dei travestimenti stucchevoli solo per divertirmi a guardarli e fotografarli. Che avrei aspettato la loro capacità di scegliere in autonomia se e come mascherarsi.

Solo che poi, soprattutto guardando gli occhi a mandorla di Flavia, mi è venuta un’idea alla quale non ho saputo resistere. E allora eccoli qua, due saporiti bocconcini in salsa di soia.

collage davide noodles

collage flavia sushi

 

A mia discolpa posso dire che ci siamo limitati a giocare un po’ e a scattare qualche foto ricordo, senza “torturare” troppo i bambini (anche perché Davide non sembrava entusiasta di indossare dei finti spaghetti di soia con verdure, e Flavia non poteva essere certo portata in giro praticamente nuda nel mese di febbraio). E che i costumi da sushi e da noodles li ho preparati io stessa in pochi minuti, con materiale che avevo in casa e qualche altro prodotto acquistato per pochi euro in merceria.

Davide noodles

E siccome spero sempre di non essere l’unica pazza in circolazione, vi spiego anche come fare, se pure a voi venisse voglia di trasformare le vostre creature innocenti in un sushi roll al salmone e in una forchettata di noodles vegetariani.

Per il bocconcino di sushi, bastano un body e dei calzini bianchi, due fasce di velluto nero (la prima larga circa 5 centimetri e la seconda, per la fronte, mezzo cm) e un peluche a forma di salmone, o comunque un pesce, meglio se di colore tendente all’arancione o al rosa (io ho usato un giocattolo morbido di Ikea).

costume sushi

Per il costume da noodles, invece, ho utilizzato un gomitolo di lana bianca molto spessa, attaccando dei fili disordinati a un dolcevita bianco (io ho usato del velcro autoadesivo, in modo da staccarli e recuperare la maglia dopo Carnevale, ma naturalmente è possibile anche cucirli). Infine, ho completato il travestimento attaccando alla maglia, con delle piccole spille da balia, alcuni vegetali di peluche, sempre di Ikea.

costume noodles

Un gioco da ragazzi. Se ci sono riuscita io, lo può fare chiunque.

Il risultato, anche se non sta a me dirlo, vista la mia inevitabile parzialità, mi sembra davvero da “acquolina in bocca”. E penso proprio che Artù sia d’accordo con me!

Buon Carnevale a tutti.

Artù

 

 

 

16 Febbraio 2015 14 Commenti
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mani bambini
una mamma per due

Equità e fratelli

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Febbraio 2015

Io di fratelli ho esperienza prossima allo zero, come forse sarà ormai chiaro. Imparerò insieme ai miei figli, sbagliando, purtroppo, sulla pelle loro. Sento che la sfida maggiore sarà riuscire a coltivare un rapporto peculiare con ciascuno dei due, senza però privilegiare nessuno. Riconoscere e valorizzare le differenze, evitando di tradurle in discriminazioni.

Intanto, ora che sono entrambi piccolissimi, ho deciso di tentare la strada controversa dell’equità. Non solo nella risposta ai loro bisogni, nelle scelte di natura economica e nella gestione del mio tempo – l’addormentamento, ad esempio, è un momento condiviso, sebbene questo mi richieda doti acrobatiche non indifferenti, e spesso anche la pappa&poppa, quando il papà non c’è – ma anche nel resto, a cominciare dalla costruzione della memoria: dall’album di foto del primo anno al “baby diario”, fino alla scatola dei ricordi, Flavia gode di un trattamento identico a suo fratello.

Il difficile viene quando uno dei due manifesta esigenze particolari,come quando la piccoletta è stata davvero male, oppure, immagino, quando Davide tornerà finalmente al nido, nelle prossime settimane. È in questi casi che tocca cimentarsi nella difficile arte del funambolismo materno. Un colpo al cerchio e uno alla botte, nel senso buono.

Sarò processata comunque, presto o tardi, con l’accusa di essere una madre ingiusta e parziale. Lo so. E allora nel frattempo navigo a vista, cercando di fare ciò che mi consente di addormentarmi la sera senza (troppi) sensi di colpa.

Che poi è l’unica cosa che, in due anni, ho imparato sull’essere madre.

11 Febbraio 2015 0 Commenti
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Allattamento 2.0

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Febbraio 2015

La prima volta avevo seguito un corso preparto, letto libri di puericultura e consultato decine di articoli, forum e blog. Fatto massaggi, applicato oli, assunto integratori. Alla fine, ero arrivata ad avere un’ansia da prestazione che nemmeno Rocco Siffredi al suo debutto cinematografico. Allattare mio figlio non era più soltanto una cosa che volevo (e quindi potevo) fare, ma una specie di imperativo morale ineluttabile, che sentivo difficilissimo da rispettare. Ero praticamente in preda al panico. Di quei giorni ricordo la fame disperata di Davide e le mie lacrime tra le braccia delle ostetriche, in attesa di una montata lattea che mi sembrava non dover arrivare mai. Piangeva lui e piangevo io, alla faccia della felicità immensa. Gli incoraggiamenti delle mie cugine, già madri, la rabbia per la mia vicina di letto, che si vantava di quanto latte avesse (salvo poi dover integrare con l’artificiale la dieta di suo figlio a causa di un preoccupante calo della sua glicemia).

Se alla fine sono riuscita ad allattare per quasi un anno e mezzo, ignorando anche i commenti immancabili sui pianti, le coliche, la crescita e bla bla bla, è stato solo perché lo volevo davvero. E perché sono una gran testarda.

Mentre aspettavo Flavia, non ho avuto il tempo né le energie per pensare al mio allattamento. Per una volta, ho dato fiducia al mio corpo. Se ce l’ho fatta una volta, mi sono detta, posso riuscirci di nuovo. Sarà stato questo, o il fatto che avevo smesso da pochi mesi. Sarà stato che mia figlia è parsa fin da subito caparbia almeno quanto sua madre. Sarà che ogni figlio è diverso e che a volte è solo questione di fortuna. Ma nonostante l’imbarazzante assenza di supporto del personale medico, attaccare Flavia al seno è stato proprio come dicevano gli inutili manuali specializzati. Istintivo e naturale. Semplice.

Da allora, ho messo via gli orologi e risposto mille volte alle stesse domande su “ogni quanto mangia la bimba” e “a che ora deve mangiare la prossima volta”. Usato il seno per calmare e consolare, oltre che per riempire il pancino. Per addormentare mia figlia di giorno e di notte, senza preoccuparmi delle cattivebitudini. E non perché me lo abbia detto qualche ostetrica con troppe certezze, ma perché è la cosa che voglio io e che fa stare bene la mia bambina.

Perché il vantaggio di essere state già madri è soprattutto questo: è vero che ogni figlio è un’esperienza nuova e non puoi sapere in anticipo come si comporterà, ma sei perfettamente consapevole di che tipo di genitore vuoi essere tu. A prescindere da quello che pensano gli altri, o che pensavi tu stessa prima di avere dei figli.

10 Febbraio 2015 21 Commenti
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Ad libitum sfumando

by Silvana Santo - Una mamma green 29 Gennaio 2015

Sai, Davide, Flavia ti vuole molto bene, perché è la tua sorellina piccola.

No!

Uh, guarda: ti ha fatto una carezza! Non è che per caso hai voglia di darle un bacino?
Bleah!

Povera Flavia, eh, Davide? È talmente piccola che non sa ancora camminare né mangiare. E non può nemmeno andare all’asilo a giocare con gli amici, pensa un po’!
Faccia perplessa. Molto perplessa.

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29 Gennaio 2015 21 Commenti
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essere madre

Per l’ultima volta

by Silvana Santo - Una mamma green 26 Gennaio 2015

Le cose definitive mi hanno sempre fatto un po’ paura. La sera prima del mio matrimonio ero talmente in preda al panico che ricordo di aver passato ore da sola in giardino, accarezzando un gatto randagio tutto nero. Detesto gli addii, gli “ultimi giorni”, rimando da almeno 15 anni anni l’esecuzione del mio primo tatuaggio.

Per una come me, di conseguenza, fare figli ha un che di vertiginoso. Non esiste nient’altro, nella vita, che sia veramente permanente come la condizione di genitore. L’unica cosa che so con certezza del mio futuro, a parte il fatto che prima o poi leverò le tende da questa valle di lacrime, è che sarò la madre di Davide e Flavia fino all’ultimo dei miei giorni. Anche se loro dovessero trasferirsi alle isole Fiji, anche se decidessero di interrompere ogni contatto con la sottoscritta (perfino, ma lo scrivo tra parentesi perché è troppo spaventoso anche solo pensare di pensarlo, se capitasse loro qualcosa di tremendo). Sono diventata madre l’8 febbraio di due anni fa e lo resterò per sempre.

Un po’ mi sgomenta ancora, ma mi ci sto lentamente abituando. Quello che mi stranisce davvero, da quando è nata la mia secondogenita, è sapere che – salvo ripensamenti shock o imprevisti colossali – questa è l’ultima volta che faccio un sacco di cose. Non avrò mai più un figlio neonato tra le braccia. Non cambierò mai più pannolini di taglia 2, non starò di nuovo in pensiero per la prima dose di vaccino, non sceglierò mai più delle tutine taglia 3 mesi. Ogni volta che mia figlia mi si addormenta addosso potrebbe essere l’ultima.

Un sollievo, certo. La definitiva luce in fondo al tunnel delle notti insonni, delle poppate anarchiche e dei pannolini puzzolenti. Ma anche una certa ansia da ultima possibilità, che avevo già conosciuto negli ultimi giorni della mia seconda gravidanza.

L’imperativo di godere di ogni singolo attimo, di memorizzare ogni sensazione, di fotografare, di annotare, di comprendere. Di non dimenticare mai. E soprattutto, in un certo senso, la volontà consapevole di non sbagliare troppo, di fare davvero del mio meglio, perché non esiste più possibilità di riscatto, nemmeno con un altro figlio. Tutto quello che non mi riesce adesso, tutto ciò che mi sfugge tra le dita, quello che non riesco a vivere appieno, stavolta è perso per sempre.

Non che mi faccia paura o che mi metta tristezza, non proprio. Ma quando mia figlia mi ha sorriso per la prima volta, insieme all’emozione e alla sorpresa, ho sentito un pizzico di struggente nostalgia. Tutte le sue prime volte, per me saranno anche le ultime.

Cresci in fretta, bimba mia, ma non troppo in fretta. Dammi il tempo di godere del tempo, di fermarlo. Di sentirne il sapore agrodolce, e di capire che essere madre, in fondo, è una collezione senza fine di prime volte. Che spesso sono contemporaneamente le ultime, ancora più spesso sono uniche, in ogni caso indimenticabili.

26 Gennaio 2015 24 Commenti
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Le cose che impari quando hai 2 figli con meno di 2 anni

by Silvana Santo - Una mamma green 12 Gennaio 2015

Sorridere sempre

Perché anche quando sei preoccupatissima per la salute dell’ultimo nato, il primogenito merita una mamma felice.

Individuare le priorità
Come quando, ad esempio, devi scegliere se dormire o mangiare nel meraviglioso (e rarissimo) quarto d’ora in cui i tuoi figli dormono contemporaneamente.

Allattare pericolosamente
In piedi, ad esempio. O in movimento. O in posizioni improbabili e talvolta scomodissime. Solo perché nel frattempo stai giocando col primogenito, oppure lo stai addormentando, o lo stai intrattenendo in qualche modo.

Amare in clandestinità
Perché quel tuo minuscolo figlio merita coccole e strappa tenerezze, ma è meglio che il fratellone non ci faccia troppo caso.

Selezionare gli affetti
Solo chi ti ama davvero ti resta accanto anche se sforni due figli in due anni.

Badare all’essenziale
In fatto di pulizie domestiche, make up personale, preparazione dei pasti, etc.

Evitare preoccupazioni inutili
Dall’acne neonatale alla crosta lattea ai pianti pomeridiani. Non solo sai per esperienza che prima o poi passerà tutto, ma ti mancano sia il tempo che le energie per occuparti di simili facezie.

Sollevare pesi considerevoli
Questa è banale: ogni madre duplice sa che se ha in braccio il neonato, il primo figlio vorrà probabilmente saltarle in collo a sua volta. Anche se pesa 15 chili.

Pretendere meno da te stessa
Due figli piccoli e una mamma sola. È una questione aritmetica. La perfezione è un proposito da abbandonare definitivamente. E allora pazienza se si salta un bagnetto, si abusa un po’ della tv o si mangia pizza qualche volta di troppo.

Resistere strenuamente
Alla fatica, al sonno, all’incertezza, e a volte anche alla solitudine e al dolore.

Fidarsi del papà, ma sul serio
Perché anche la madre più accentratrice e ansiosa non potrà fare a meno del gioco di squadra.

Tollerare il pianto
Dinanzi a una richiesta di aiuto doppia e simultanea, da qualche parte devi pure incominciare. E qualcuno, va da sé, sarà costretto ad attendere un po’. Qualche volta piangendo, purtroppo.

Sviluppare dei superpoteri
Tipo fare qualsiasi con una mano sola, dormire con gli occhi aperti, farsi una doccia in 37 secondi. Ma queste, a ben guardare, sono doti che ogni mamma possiede, anche se di figlio ne ha uno soltanto.

12 Gennaio 2015 13 Commenti
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Alto contatto

by Silvana Santo - Una mamma green 9 Gennaio 2015

“Zzzzzzzzz. Ronf ronf…”
“Che dici? Provo a metterla un po’ sul letto? Dorme profondissimamente…”
(“Zzzzzzzronfzzzz”)
“Buona idea. Supina, mi raccomando. E magari lasciala un po’ inclinata, visto che è ancora piena di muchi…”
“Ecco qui, amore, piano piano… Così dovresti stare comoda, e io resto comunque accanto a te.”
“Zz…Gg…Nghè..Uà Ueeeeee Nguèèèèèèèèèè”
“Ok, ti tiro su, calmati!”
“Ue…Zzzzzzzzronfzzzzzzronfzzzz”

“Mammmmma!”
“Sì, amore mio caro, ti prendo tra un momento. Ho già in braccio tua sorella, non è che potesti aspettare un minuto?”
“No!” (Conosce tre parole, ma sa perfettamente come usarle. La terza è “biscotto“).

“Miao…”
“Artù, bello mio… Vieni qui che ti accarezzo”
“Maaaoooo”
“Cosa? Vuoi salirmi in collo? Guarda, non so se è una buona idea, non c’è più spaz….”
“Meeeeeeeeeooooooowwww”
“Ok, mi sa che tra il mio sterno, la testa di Flavia e la mano di Davide è rimasto un po’ di spazio…”

Per i miei figli l’alto contatto non è un’esigenza. È una missione di vita.
Fortuna che esistono le fasce portabebè…

9 Gennaio 2015 4 Commenti
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Prima o poi ti racconterò

by Silvana Santo - Una mamma green 7 Gennaio 2015

Prima o poi te lo racconterò. Prima o poi ti racconterò del freddo che in quel mattino ancora buio ci ha bruciato la gola e fatto lacrimare gli occhi. Del silenzio denso come melassa, allo stesso tempo promettente e sinistro. Dell’orologio sul cruscotto che segnava le sei e trentanove del tuo primo Capodanno, l’eco dei festeggiamenti spenta da poco tra la fuliggine dei petardi e i cocci dell’anno vecchio scagliati via dalle finestre, come in un rituale esoterico a buon mercato. Prima o poi ti saprò dire quanto fosse inopportunamente bella Napoli dall’alto, bagnata dall’ultimo chiaro di luna che era già una promessa di sole.

Prima o poi ti racconterò delle luci colorate dei fuochi d’artificio che pulsavano oltre i vetri della nostra cucina, mentre tuo padre e io fissavamo attoniti la tua cassa toracica, la sua fatica, la sua fame d’aria e di vita. Di tuo fratello addormentato ignaro, del gatto che scattava per i botti e per la nostra improvvisa agitazione.

Ti racconterò dello squallore degli addobbi natalizi nel pronto soccorso, dei neon troppo gialli e delle confezioni di farmaci stipate a dozzine negli amadietti di metallo – curioso, quanti dettagli inutili si notino quando accompagni in ospedale la tua figlia neonata, mentre deve ancora concludersi la notte dell’ultimo dell’anno, o del primo, che poi sembra la stessa cosa e invece fa una bella differenza.

Prima o poi, quando avrò trovato le parole da usare, ti racconterò della mia paura. Delle preghiere affidate al vento freddo da Nord Est, quello che dopo oltre 25 anni dall’ultima volta ci aveva regalato una neve effimera ma non per questo meno memorabile. Ti racconterò di tuo padre, che a tratti sembrava quasi incredulo, dei suoi occhi ancora giovani scavati dalla stanchezza e dal terrore. Di quella tosse sfiancante, la stessa che da giorni squassava me senza scalfirmi, e che per il tuo corpo minuscolo era una tortura e una minaccia. Dei tuoi occhi quasi da adulta, di quello sguardo cangiante e mai rassegnato, severo ma leale, di quel tuo piccolo sguardo integro.

Di quel numero ai limiti, 93, che ci ha permesso di riportarti a casa col sollievo senza fine di non averti dovuto affidare a un ospedale e la responsabilità immensa di dover essere da soli ad occuparci di te. Prima o poi ti racconterò delle notti senza sonno passate a vigilare sul tuo fiato, del mio pianto mai sfogato e della rabbia latente di tuo padre. Della tua arrendevolezza alle cure, di quel sonno che sembrava non finire più e invece ti serviva a risparmiare energia, a continuare la lotta.

Prima o poi. Si tratterà di dirti cose che in fondo tutti sanno, ma che nessuno dice mai ad alta voce, perché suonano come una bestemmia, e l’unico modo per esorcizzarle è ammantarle di silenzio. Che puoi covare un figlio nel tuo corpo per mesi e poi ritrovarti a temere di perderlo prima ancora di avere avuto il tempo di conoscerlo, a invocare su di te lo stesso male che incombe su di lui, a contare le ore nella speranza che il mostro allenti la presa e vada via per sempre. A respirare a fatica con la testa che duole e la gola che arde, a prescindere dal fatto che i tuoi, di bronchi, sono liberi ed efficienti.

Ti racconterò, prima o poi, dell’ossigeno che pian piano ha ritrovato spazio per fluire in te. Della boccata d’aria che a un certo punto hai preso a pieni polmoni, inebriante e liberatoria. E poi un’altra e un’altra ancora. La prima cosa che impariamo quando nasciamo, eppure così difficile, complessa, tutt’altro che scontata.

La boccata di aria nuova che abbiamo preso insieme a te, ringraziando e imprecando, ancora tramortiti eppure già esultanti. Il primo respiro del 2015, finalmente.

7 Gennaio 2015 39 Commenti
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Quei nove giorni in cui ho temuto che mia figlia fosse sorda

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Dicembre 2014

Sono stata molto in dubbio sull’opportunità di pubblicare questo post. Ho deciso di farlo, alla fine, perché potrebbe forse servire a qualcuno che vive un’esperienza simile, oltre che per conservarne memoria io stessa.

Nove giorni. Tanto è durato il tempo in cui ho temuto che mia figlia potesse avere problemi anche gravissimi di udito. Nove interminabili giorni, in cui mi è stato chiaro come mai prima che basta un attimo per deragliare dalla cosiddetta “normalità”, per ritrovarsi a fare i conti con quello che si immagina accadere sempre e solo “agli altri”. Quanto sia sottile quel filo che rende ordinarie le nostre esistenze, quanto labile la linea che separa chi vive una vita qualsiasi e chi deve misurarsi ogni giorno con bisogni, abilità e attitudini speciali.

Nove giorni in cui ho dovuto guardare in faccia senza ipocrisie il mio rapporto con la diversità, chiedermi come sarei stata nei panni della madre di una figlia sorda, cosa avrei saputo fare per lei, cosa avrei temuto più di tutto, come avrei gestito le reazioni del mondo alla condizione di Flavia. Nove giorni dolorosi e illuminanti che sono stati un viaggio in territori inesplorati della mia psiche e della mia sensibilità, oltre che in un pianeta popolato di famiglie normalissime, bambini come tutti gli altri e genitori con risorse straordinarie.

Prima c’è stata la paura. L’incredulità, il rifiuto. “Non sta accadendo davvero, non a me. Non a mia figlia“. La diffidenza verso il medico che mi stava comunicando la potenziale cattiva notizia, il fastidio nel doverla ascoltare.

Poi è subentrata la speranza, mascherata da quell’istinto di madre che spesso intravede la verità – fulgida o dolorosa che sia – prima degli strumenti diagnostici, dei referti, prima delle sentenze inappellabili. “Mia figlia sobbalza ai rumori improvvisi, viene svegliata dai gridolini del fratello. Mia figlia, soprattutto, si calma quando le sussurro all’orecchio, si rilassa se le canto certe canzoni, mi fissa immobile quando le parlo con tutto l’amore che posso“.

Infine, è sopraggiunta la consapevolezza. “Se anche ci trovassimo di fronte a una diagnosi severa, abbiamo i mezzi, la cultura e la volontà per offrirle le cure più avanzate e tempestive, il supporto più incrollabile, l’amore più incondizionato“. In certi momenti, addirittura, ha quasi preso forma, nella mia mente, un pensiero eretico, ai limiti della follia: se fosse Flavia, a doversi misurare con la disabilità, almeno potrebbe contare su una famiglia che è nella condizione non scontata di poterla aiutare al meglio; tanti altri bambini, invece, di fronte alla stessa malattia non avrebbero questa possibilità.

Il sollievo è giunto in un mattino piovoso, in mezzo al dolore di tante madri e alla composta forza d’animo di altre. Tra padri piegati dalla fatica e dalla solitudine, e operatori sanitari avvezzi al dolore dei più piccoli, che probabilmente è il più grande di tutti. Circondato, soprattutto, da bambini ignari e innocenti, con sorrisi e lacrime identici a quelli di tutti i bambini del mondo, a cominciare dai miei.

Mia figlia sta bene, è destinata, per quanto possiamo saperne, a una vita normale e deliziosamente mediocre. Ma il verdetto più importante, e francamente tutt’altro che annunciato, lo aveva già emesso, alla fine di quei nove indimenticabili giorni, il mio cuore. La bambina che ho dato alla luce qualche settimana fa, la figlia mia e dell’uomo che ho scelto per la vita, sarebbe stata in ogni caso perfetta ai miei occhi, e per nessuna ragione al mondo l’avrei mai “scambiata” con una bimba sana, se anche questo fosse stato possibile.

Mia figlia è esattamente la figlia che voglio avere, la sola e l’unica, e sarebbe stata tale anche se a separarci ci fosse stata l’incomunicabilità più nebbiosa, il silenzio più ostinato. Dopo nove giorni di “se” e di “forse” ne ero ormai certa.

Il mio amore grande, più delle cure, della tecnologia e degli interventi medici, sarebbe in qualche modo riuscito a infrangerlo, quel muro impenetrabile.

Per la cronaca, che magari è di aiuto a qualcuno, alla dimissione dall’ospedale in cui è nata, Flavia è stata sottoposta, come di prassi in quasi tutti i punti nascita, al test dell’udito basato sulle otoemissioni acustiche, che ha dato esito dubbio (REFER) per entrambe le orecchie. Ci è stato detto che si tratta di una evenienza non rara, legata di solito alla presenza residua di liquido amniotico o vernice caseosa nei condotti uditivi, ma che occorreva rifare l’esame per escludere qualsiasi problema. Il test è stato ripetuto dopo un paio di settimane, con esito identico, spiegabile in teoria con l’interferenza di eventule catarro (in effetti mia figlia era raffreddata). A questo punto siamo stati caldamente invitati a sottoporre la piccola a un esame ABR, che consiste – perdonatemi se lo spiego in termini grossolani, ma è solo per intenderci – nell’applicazione di elettrodi sul cranio del paziente addormentato, nell’invio di stimoli acustici e nella registrazione delle risposte. Flavia è stata sottoposta al test nove giorni dopo, all’ospedale pediatrico di Napoli Santobono. L’indagine ha escluso la presenza di condizioni patologiche, evidenziando solo un deficit lievissimo e transitorio (e in ogni caso non invalidante) legato allo stato di raffreddamento della bambina.

10 Dicembre 2014 19 Commenti
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La nascita di mia figlia: le cose che non dimenticherò

by Silvana Santo - Una mamma green 21 Novembre 2014

L’inspiegabile dolcezza del travaglio. Tale da rendermi difficile – a me, che pure di travaglio ne avevo già vissuto uno – capire che effettivamente era arrivato il momento di Flavia. La soddisfazione, subito dopo, nel constatare che mia figlia e il mio corpo avevano ascoltato le mie implorazioni: decidere liberamente il momento del parto, sfuggire, almeno questo, a una programmazione artificiale e imposta che proprio non volevo.

Il panico sordo nel momento in cui mi è stata prospettata l’ipotesi di una anestesia generale. La prospettiva angosciante di non poter vedere subito mio figlio, di non avere informazioni sulla sua salute, di non essere la prima a conoscerne il sesso. Il terrore di avere, in seguito, difficoltà nell’allattamento. Il sollievo immenso quando ho saputo che le mie condizioni permettevano di procedere senza troppi rischi con l’anestesia spinale.

Il pianto sottile di Flavia. Deciso ma sobrio, ragionevole. Così diverso dall’urlo impaziente con cui suo fratello era entrato nel mondo.

L’emozione di saperla femmina (una conferma, più che una scoperta). Femmina come me, femmina come la donna che diventerà e con cui spero di riuscire a condividere un sacco di cose.

La naturalezza con cui lei si è attaccata al mio seno. Come se non avesse fatto altro per quasi nove mesi, come se qualcuno glielo avesse insegnato prima di concederle il lasciapassare per la vita.

Lo sguardo grigio di Flavia. Così inspiegabilmente intenso, così precocemente “pieno”. Quello sguardo speciale dedicato a sua madre.

cose che non dimenticherò flaviaIl piacere nel pronunciare finalmente il nome di mia figlia, dopo mesi trascorsi nella divertente tortura dell’incognita. Il suo nome rotondo e così lieve, sottile ma deciso, classico, vellutato e distinto. Un nome millenario, che sa di pietra e di naumachie, di imperatori sanguinari e gladiatori impavidi. Di tigri e martiri, di plebe e di papi. Eppure un nome così docile, leggero, flautato. Che ti spalanca la bocca – e il cuore – quando lo pronunci a mezza voce.

Il dolore fisico nel post-operatorio. Un dolore solido, arcigno. Che mi ha fatto pensare a un tradimento del mio corpo, improvvisamente lento, livido, inabile. Ripiegato su se stesso e sulla propria debolezza. Ma un dolore obbediente, disposto a recedere con la stessa fretta con cui mi aveva assediato. Reso addomesticabile dalla volontà granitica di occuparmi al meglio, e subito, dei miei figli.

La nostalgia bruciante della metà maschile della famiglia. La paura che niente, dopo quella separazione, potesse essere più come prima.

La presenza solidale e complice delle donne che mi hanno assistito. La loro totale gratuità, che una volta tanto ha colmato perfettamente il vuoto che mi porto dentro per l’assenza di sorelle (e fratelli).

L’amore con cui Flavia è stata accolta dai suoi nonni, la partecipazione accorata e discreta di tante amiche lontane, l’indifferenza di gomma di tanti altri amici, che non hanno ancora trovato 5 minuti per venire a conoscere mia figlia, o almeno per farmi una telefonata (e in qualche caso neanche 30 secondi per mandarmi un messaggio di auguri).

L’affetto concreto del mondo del web, a cominciare da chi nel tempo si è affezionato a questo blog. Una presenza tangibile e sincera che non dimenticherò mai.

L’agitazione nel tornare a casa da mio figlio. Il desiderio di tuffare di nuovo i miei occhi nei suoi, mischiato al timore di una sua reazione rabbiosa, o peggio indifferente. L’emozione struggente nel vederlo sciogliersi in un pianto commosso e incredulo, destinato a trasformarsi, appena qualche istante dopo, in un abbraccio sorridente. Il sollievo, la conferma, la certezza che la strada che stiamo percorrendo insieme è esattamente quella che fa per noi.

Il primo sguardo di Davide a sua sorella. Non già di tristezza, non già di irritazione o di paura. Semplicemente, uno sguardo un po’ disgustato, come se avesse appena inghiottito un boccone troppo amaro. Sarà il tempo, insieme all’impegno quotidiano di mamma e papà, a riempire quegli occhi di amore e di orgoglio fraterno (o almeno, questi sarebbero gli auspici).

L’imprevista tranquillità dei primi giorni a casa con la mia famiglia. La lentezza, i silenzi, il mio corpo stanco che recuperava vigore. La meraviglia infinita di scoprire che davvero adesso ho due figli. La resa, incondizionata e felice, a questa condizione nuova, la pace, l’attesa curiosa di quello che sarà. L’opposto del tormentato inizio in compagnia di Davide, così pieno di dubbi, resistenze, intromissioni tollerate e paure. Quell’inizio traballante che mai saprò perdonarmi.

Infine, l’impassibilità di Artù, forse definitivamente rassegnato alle presenze infantili, o semplicemente consapevole – anche lui, finalmente – che l’amore di una madre per i suoi figli non può che moltiplicarsi insieme al loro numero. Fino all’infinito e oltre.

21 Novembre 2014 19 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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