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Flavia

essere madre

Mamma è venuta a prendermi a scuola

by Silvana Santo - Una mamma green 16 Settembre 2016

Mia figlia Flavia ha iniziato l’asilo da un paio di settimane. Tecnicamente sarebbe la sezione Primavera di una scuola per l’infanzia, ma so che ci siamo capiti. L’inserimento è stato archiviato nel giro di una settimana senza troppi drammi: qualche pianto, un po’ di agitazione nei primi giorni, tanta commozione quando vado a riprenderla (lo faceva anche suo fratello, scoppiava in un pianto liberatorio non appena ci riabbracciavamo sulla soglia). Adesso lei si ferma “a scuola” fino a dopo pranzo. Vado a riprenderla a piedi, mi porto dietro il suo passeggino sapendo che poco dopo, tornando a casa, si addormenterà. Ci abbracciamo forte e ci avviamo da sole, perché Davide rimane all’asilo anche di pomeriggio.

Dall’alto dei suoi due anni ancora da compiere, Flavia chiacchiera molto, come ha sempre fatto da quando ha iniziato a parlare, ormai un sacco di tempo fa. Riferisce con dovizia di particolari i nomi delle sue amiche e dei suoi amici, il menu quotidiano, i giochi fatti nel corso della mattinata. Recita “Palla pallina” in loop, con tanto di urletto conclusivo sul “buttala via, ché ti fa male!”. Se incontra i nonni, o quando riabbraccia suo padre la sera, racconta a tutti che è andata all’asilo.

Ma quello che ripete più spesso, con un’espressione ogni volta sbalordita e felice, è che “mamma è venuta a prendermi a scuola”. Lo annuncia ai quattro venti, lo ribadisce a chiunque le capiti a tiro. Con un tono stupito e soddisfatto, come di chi stia raccontando di avere appena ricevuto un regalo. Più che comunicarlo agli altri, mi sembra, lo spiega a sé stessa. Come se avesse bisogno di riviverlo, di ricordarsi che è accaduto. L’ho capito dopo qualche giorno, avvertendo una piccola stretta al cuore e una tenerezza sconfinata in fondo agli occhi. La meraviglia che mi pare di sentire nella sua voce è reale. Mia figlia ripete di continuo che sua madre va a riprenderla all’asilo perché lei, quando suo padre la affida al mattino alle maestre, non dà ancora per scontato che accada.

Rivedermi dopo qualche ora con le braccia spalancate è davvero una sorpresa, per lei. Ogni singolo giorno. Lo è ancora, per lo meno, e lo sarà fino a quando la scuola non sarà diventata un’abitudine. 

L’ho abbracciata forte, quando l’ho realizzato. L’ho abbracciata e le ho promesso che andremo sempre a riprenderla a scuola, qualsiasi cosa accada. Che il suo posto è accanto a noi, e che non potremmo mai riuscire a vivere senza di lei.

Poi ho pensato a me, a quante volte applico ai miei figli i miei schemi di pensiero, interpretando, o giudicando, i loro comportamenti secondo i miei parametri di adulta. Tutte le volte in cui, come dice Saint-Exupéry, dimentico di essere stata piccola. È lo sbaglio più grande che facciamo come genitori, forse. Non riuscire a metterci nei panni dei nostri figli. Accompagnarli all’asilo dando per scontato che loro sappiano che li andremo a riprendere qualche ora dopo.

16 Settembre 2016 5 Commenti
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allattamento

Allattare a lungo è difficile. Bellissimo. E difficile

by Silvana Santo - Una mamma green 9 Settembre 2016

L’allattamento al seno, ormai lo sapete, è la scelta che ho fatto per e con i miei figli. Una scelta convinta e ponderata, che rifarei senza esitazione per tanti motivi diversi, non ultimo il fatto che il latte materno non costa nulla e che ha impatto zero sull’ambiente. Non è stato facile, all’inizio. La montata lattea che si è fatta attendere per 4 giorni, Davide che si rifiutava ostinatamente di attaccarsi, il dolore, i pianti, l’angoscia crescente. Poi tanta ostinazione, qualche aiuto prezioso, e ho finito con l’allattare mio figlio per quasi un anno e mezzo. Ho scelto io quando smettere (ero incinta di 5 mesi), ho potuto farlo con estrema gradualità e senza traumi, utilizzando il ciuccio come surrogato e aiuto indispensabile.

Poi è nata Flavia, che si è attaccata al seno come se non avesse fatto altro per i precedenti 10 anni. Il latte è arrivato nel giro di qualche ora (del resto, avevo appena smesso di allattare il fratello), zero dolori, zero problemi.

Da quel momento sono passati quasi due anni, e credevo che superati i primi mesi estenuanti, quelli dei risvegli continui e delle poppate infinite, sarebbe stato tutto relativamente facile. Non mi ponevo neanche il problema di quando e come avrei smesso, immaginavo un distacco graduale e abbastanza veloce (per quanto non del tutto indolore) come mi era accaduto col mio primogenito. Ad allattamento avviato ho provato per qualche mese a offrire dei succhietti a mia figlia, che però non ne ha mai voluto sapere. Non sono stata lì a pensarci più di tanto e siamo andate avanti. Poppate a richiesta, autosvezzamento – visto che ha odiato le pappe – e via.

Allora non immaginavo che la vera stanchezza sarebbe arrivata col tempo. Non potevo sapere che non avrei dormito più di tre ore di fila per almeno i 22 mesi successivi (che è, giorno più, giorno meno, il tempo passato dalla nascita di Flavia a oggi). Ignoravo che, dopo una fase di parziale perdita di interesse per il seno, le richieste sarebbero diventate di nuovo frequenti e molto insistenti. Che anche a distanza di due anni mia figlia avrebbe avuto disperatamente bisogno di me, e del mio corpo, per riuscire ad addormentarsi. Non credevo che sarei arrivata a sentirmi talmente prostrata, e in un certo senso affranta da questa cronica e prolungata condizione di “insostituibilità”. Non mi aspettavo che sarei arrivata a piangere, a urlare, a implorare una tregua. Che avrei cercato in tutti i modi di convincere mia figlia a mollare il mio seno. Invano, a tutt’ora, perché nonostante abbia seguito i consigli delle consulenti per smettere di allattare, la sua reazione è sempre talmente disperata da farmi stringere i denti e semplicemente continuare a “concedermi”. Non potevo prevedere che in certi momenti l’allattamento avrebbe smesso di essere una esperienza di tenerezza e complicità, per diventare una fatica indicibile. Un gesto, più che di amore, di sacrificio per il benessere del proprio figlio.

Perché la verità è che quando si parla di allattamento prolungato non si racconta mai, o quasi, il lato oscuro di una scelta così impegnativa. Si riferiscono i benefici per la salute psicofisica del bambino, le raccomandazioni ufficiali, i vantaggi pratici legati, ad esempio, alla gestione dei risvegli notturni. Ma è raro che si faccia notare quanto un’esperienza tanto coinvolgente possa essere impegnativa per la mamma, specie se non ha un solo figlio e se lavora. Ammettere di essere stremate, di voler smettere anche se tuo figlio non vuole saperne, di desiderare una tregua, è difficile. Hai paura di essere giudicata egoista dalle madri che sono favorevoli all’allattamento a termine e patetica da quelle che non hanno allattato, o che lo hanno fatto per pochi mesi. Sai che le prime potrebbero biasimarti perché non riesci ad andare fino in fondo, e le seconde compatirti perché “hai viziato tuo figlio” e adesso sono cavoli tuoi.

Ho pensato a lungo se scrivere o meno questo post. Il rischio di essere fraintesa esiste e ne sono consapevole. Ma credo che sia giusto, nel testimoniare una lunga esperienza di mamma che allatta, sottolineare anche questo aspetto. Non è detto che sia così per tutte le mamme e per tutti i bambini, ma esiste la possibilità che vi stanchiate prima che i vostri figli siano pronti a staccarsi definitivamente dal seno. Esiste la possibilità che un bimbo allattato sempre a richiesta e in modo prolungato, senza ciuccio o biberon, finisca con l’avere disperatamente bisogno di sua madre per addormentarsi, o per riaddormentarsi ogni volta che si sveglia di notte, e questo può condizionare pesantemente il menage familiare, tanto più se ci sono altri figli da gestire. Non sto affatto dicendo che questa sia la regola, ma può succedere. Per mia figlia, ad esempio, è tuttora così, nonostante abbia quasi due anni, vada all’asilo abbia un rapporto profondissimo con suo padre, che è sempre stato intercambiabile con me per tutto quello che non è l’allattamento: per dormire, di sera e di notte, ci vuole sempre la mamma, altrimenti sono tragedie apocalittiche. E questo, per una donna che per giunta lavora, può diventare davvero gravoso. Imbarazzante, quando devi spiegare che non puoi assentarti di sera o di notte (e gli altri danno per scontato che il padre dei tuoi figli sia uno di quegli uomini disinteressati e assenti). Problematico, quando avresti bisogno di quelle ore serali o notturne per lavorare. Devastante, quando semplicemente avresti bisogno di una notte di sonno per riprenderti dalla stanchezza che non passa più.

Credo anche che sia giusto ammettere che, se allattare semplifica la gestione dei risvegli notturni, può anche in qualche modo incentivarli, in un loop che può durare anni. Anche in questo caso, non esistono certezze: ci sono bambini allattati che a pochi mesi dormono una notte filata, e piccoli che prendono il biberon ma si svegliano lo stesso. Ma la mia esperienza, e il confronto con tantissime madri, tende a farmi dire che in qualche caso il bisogno del seno condiziona “negativamente” anche i ritmi sonno/veglia, ritardando il momento in cui, finalmente, si riuscirà a dormire per almeno 6 ore consecutive.

Al di là della questione strettamente nutritiva, allattare al seno è un’esperienza umana di portata colossale. Nel bene e nel male. Io non saprei immaginarmi madre in modo diverso, e se avessi altri 10 figli rifarei con loro le stesse scelte che ho fatto in passato. Ma è necessario che una neomamma sia consapevole anche di questo, per poter fare le sue scelte in totale coscienza e libertà: allattare o meno, farlo o meno a richiesta, introdurre o meno biberon o succhietti. Per non trovarsi poi del tutto impreparata di fronte alle sue stesse emozioni. Come è successo a me, che da almeno due mesi sono lacerata dalla fatica, dal senso di colpa, dalla difficoltà di gestire sensazioni così contraddittorie e inconciliabili. E dalla vergogna di raccontarle, che non mi abbandona neanche in questo momento.

Non suggerisco niente a nessuna, e non sono pentita di aver scelto di allattare a lungo. Voglio che questo sia chiaro come il sole. Ma ciò non vuol dire che l’allattamento prolungato sia una scelta facile – o “comoda”, o addirittura egoista, come ho letto spesso qua e là – e sento che dirlo a chiare lettere può far bene a tante mamme che allattano, che allatteranno o che non lo hanno fatto (sappiate che le difficoltà, i giudizi e i rimorsi ci sono per tutte, invariabilmente!). E forse, magari, un pochino anche a me.

9 Settembre 2016 45 Commenti
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Il nome di mia figlia

by Silvana Santo - Una mamma green 25 Luglio 2016

Un soffio di vento, la risata di un folletto, una brezza fresca che accarezza la pelle. Flavia. Abbiamo scelto il tuo nome per il suono lieve e flautato che ha. Come un auspicio di leggerezza, da pronunciare con gli occhi socchiusi e la mente sognante.

Un nome antico e importante, ma delicato e sincero. Non troppo comune ma neanche particolarmente esotico o stravagante. Un nome normale. Latino, classico. Un nome difficilmente alterabile.

Un nome (Flavia, “dai capelli d’oro“) che si è rivelato perfetto per te, che hai ereditato la pelle mediterranea e gli occhi marroni dei tuoi genitori, ma sei nata con i capelli inspiegabilmente chiari.

Flavia, come il Colosseo. Un nome che sa di pietra e di martiri, di belve feroci e gladiatori senza paura. Ma anche di giochi e naumachie. Di ovazioni, di risate. Di vita e di storia, di gloria e di arte. Un nome che sa di eternità.

Un nome che, come quello di tuo fratello, non era mai stato presente nella mia vita. E adesso, invece, mi riempie le labbra di tenerezza e il cuore di sogni. Leggero, come la vita lunghissima che spero attraverserai.

25 Luglio 2016 3 Commenti
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La tua vita tra le tue mani (come una tazza con beccuccio)

by Silvana Santo - Una mamma green 20 Giugno 2016

Le premesse c’erano tutte. Sei arrivata quando io e tuo padre avevamo appena cominciato a progettarti. L’idea di te si era giusto affacciata nelle nostre menti, e il tuo cuore già batteva dentro di me, risoluto e forte. Quasi nove mesi dopo, con la stessa autonomia, hai deciso di venire al mondo prima che qualcuno scegliesse al posto tuo quando farti nascere. Come se un parto programmato da altri fosse uno smacco tremendo, una prevaricazione inaccettabile. Un’offesa insopportabile al tuo diritto all’autodeterminazione. La decisione doveva essere soltanto tua.

Dal giorno in cui sei nata non hai fatto che ribadirlo: il timone della tua esistenza lo stringono saldamente le tue piccole mani. Tuo padre e io possiamo essere al massimo dei nocchieri affidabili, marinai più navigati di te, consiglieri leali, sovrintendenti di esperienza. Possiamo aiutarti a tracciare la rotta, a decifrare mappe scritte in lingue che ancora non conosci, a orientare il tuo cammino interrogando le stelle.  Ma sei tu che governi la tua nave. Nella bonaccia e nella bufera, circondata da squali o in mezzo alle sirene, il tuo posto è sempre lì, coi piedi ben piantati sul ponte di comando della tua minuscola vita.

Qualcuno mi ha detto che tanta autonomia dipende dal fatto che sei femmina. Altri lo attribuiscono al tuo essere una secondogenita, per qualcuno la spiegazione sta tutta nello zodiaco, nella posizione che avevano gli astri nel giorno in cui sei nata. Chi mi conosce da tanti anni, invece, sostiene semplicemente che tu abbia ereditato da me la tua testardaggine, e io non so se dovrei esserne fiera o sentirmi un pochino offesa.

Fatto sta che se vuoi una cosa è difficile distoglierti, ma soprattutto è quasi impossibile piegarti a quello che non vuoi. È grazie a questo, in fondo, che il nostro cammino accanto a te si è arricchito di sfumature che non avevo previsto, ma che hanno reso ancora più speciale l’essere tua madre. Niente passeggino, e allora ho scoperto la meraviglia del portarti in fascia. Niente pappe da neonato, e così abbiamo imboccato la strada, sbalorditiva e pratica, dell’autosvezzamento. Niente ciuccio, e siamo ancora nel pieno di un allattamento intenso ma anche estenuante.

tazza beccuccio philips avent

Niente biberon, nella maniera più assoluta. E allora abbiamo scoperto l’ebbrezza dei bagnetti estemporanei, delle docce collettive, degli allagamenti fuori programma, tutte le volte che pretendi di bere in autonomia da un bicchiere o da una tazza, possibilmente di vetro o di ceramica. Forse è per questo che mi hai guardato perplessa, la prima volta che ti ho offerto il tuo nuovo bicchiere evolutivo, la tazza con beccuccio Philips Avent che ho avuto l’opportunità di farti provare. Il rischio di frustrazione, per te che adori innaffiare tutto impunemente, era alto: ha un cappuccio igienico che devi impegnarti per rimuovere e una nuova valvola ermetica che impedisce qualsiasi fuoriuscita (a differenza di altri modelli di tazza con beccuccio che aveva usato tuo fratello). È infrangibile, e resiste al tuo tambureggiare da ultrà. Ha la certificazione Eco Passport, che piace soprattutto a me: niente BPA, assenza di sostanze tossiche, imballaggio ridotto e riciclabilità spinta. È compatibile coi biberon Philips Avent Natural e Classic+, ma tanto la cosa ti è del tutto indifferente. Si lava in lavastoviglie e si trasforma in una tazza “airflow” rimuovendo facilmente la valvola. Ma soprattutto, ha il disegno di un pesciolino che nuota e due manici ergonomici e flessibili che ti consentono di afferrarla con sicurezza e soddisfazione, anche con una mano sola.

Esattamente come, dal giorno in cui sei venuta al mondo, fai con la tua vita.

bicchiere bambini beccuccio

Post in collaborazione con #PhilipsAvent, che ringrazio per la tazza con beccuccio e per la conquista in termini di autonomia.

 

20 Giugno 2016 2 Commenti
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essere madre

Le femminucce sono più tranquille

by Silvana Santo - Una mamma green 21 Marzo 2016

Mia figlia Flavia (detta Piaia da suo fratello maggiore), secondogenita dopo un maschio, compirà un anno e mezzo tra poche settimane.

Nella sua giornata tipo, lei:

Si sveglia ad un orario del tutto imprevedibile, dopo una nottata con almeno tre o quattro risvegli.

Tira la coda di Artù da un minimo di due a un massimo di sei volte.

Cerca di introdursi nel box doccia, nell’oblò della lavatrice e/o nel mobile della raccolta differenziata. E una volta su tre ci riesce.

Prepara e serve un pasto da quattro portate più tisana digestiva per 14 tra orsacchiotti e bambole, inclusi tre Minions, un coniglio di pezza che nel 1991 mio cugino mi ha portato dalla Cecoslovacchia e il bambolotto nero di Davide, che si chiama Giuseppe.

Si arrampica su un supporto a scelta tra: la parete attrezzata della cucina, il termosifone della camera da letto, lo scaffale a giorno del ripostiglio.

Stalkerizza Artù mentre sta in lettiera, piantandosi a due centimetri dalla porticina basculante e ripetendo in loop: “Gatto. Ttù. Cacca. Pipì. Dentro”.

Femminuccia

Apre l’acqua del bidet alla massima intensità un numero di volte compreso tra uno e infinito.

Erige e demolisce almeno 19 torri di Lego.

Organizza e disputa una mezza dozzina di corse a due e quattro ruote, con tanto di colonna sonora e commento tecnico (mi aspetto il giro di scommesse clandestine entro il compimento dei due anni).

Esige il seno tra le quattro e le dieci volte, al grido di: “Tetta! Bboona!”.

Tenta di mangiare i croccantini per gatti sovrappeso di Artù. Ci riesce mediamente una volta a settimana.

Scarabocchia, possibilmente con inchiostro indelebile, almeno 2,5 metri quadrati di pareti, oltre a un numero variabile di superfici non lavabili e a una discreta percentuale della propria e altrui pelle non ricoperta da indumenti.

Scaraventa più o meno accidentalmente un terzo dei suoi pasti sul pavimento.

Cerca di lavarsi i piedi nella ciotola di Artù. Ci riesce all’incirca due o tre volte al mese.

Ingerisce quantità imprecisate di plastilina, pasta cruda, carta, pane che teneva in mano dal giorno precedente e incrostazioni di biscotti fossili.

Parla (non lalla, né balbetta, ma esprime concetti precisi e perentori, talvolta in musica) per almeno otto ore complessivamente. Come se avesse firmato un regolare contratto davanti a un delegato della Fiom.

Colpisce il pallone con una parte nuova del proprio corpo.

Se dobbiamo uscire e fa freddo, si sfila la giacca brontolando tra le 7 e le 15 volte.

Rischia di essere sbranata da Artù. Che comunque sarebbe, nel caso, in grado di ottenere una serie di attenuanti anche col più scrauso degli avvocati di ufficio.

Sempre lei, mia figlia di quasi un anno e mezzo, nel nostro recente viaggio in Repubblica Dominicana è riuscita a:

Affrontare un volo intercontinentale di oltre 10 ore dormendo in totale per 50 minuti (e litigando furiosamente con un suo coetaneo britannico per il possesso di un libro sui gatti, che il malcapitato bambino si era ingenuamente portato da casa).

Ballare musica caraibica in mezzo alla strada.

Cercare di arrampicarsi, nuda, su una palma che svettava ignara sulla spiaggia.

Rubarmi il platano fritto ogni volta che ne aprivo un sacchetto.

Bambina

Pascere scimmie e pappagalli con frutta tropicale e arachidi.

Inseguire galli, mucche, pecore, capre, pulcini e Dio sa quali altri quadrupedi e bipedi centro americani.

Seppellirsi volontariamente sotto una camionata di sabbia dopo essere stata completamente vestita e calzata al termine di un pomeriggio di giochi in spiaggia.

Pretendere di assaggiare la mia pinacolada analcolica…

Quando soccomberò a tanta energia (perché è solo questione di anni, nella migliore delle ipotesi), si ricordi, di grazia, che il mio epitaffio deve essere: “Le femminucce sono più tranquille”.

21 Marzo 2016 24 Commenti
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Ci siamo divise tutto

by Silvana Santo - Una mamma green 16 Dicembre 2015

Un trancio di pizza e un mandarino. È stato il nostro pranzo di ieri: un pezzetto per una, uno spicchio a te e uno a me. Ci siamo divise il pasto, più o meno equamente, come succede ogni giorno da mesi, a pranzo e a cena.

Più tardi, sul grande letto di famiglia, ti sei addormentata al mio seno, mentre io digitavo parole svelte sulla tastiera del mio smartphone. Avrei spartito volentieri con te anche il riposo pomeridiano, ma no: quando tu dormi io devo scrivere, diversamente non si puó fare. Di notte invece va proprio così: riposiamo insieme, fianco a fianco, dal giorno in cui sei nata. Pelle a pelle, quando ne hai bisogno. Ci dividiamo l’ossigeno da inspirare, mescoliamo l’anidride carbonica che viene fuori dal tuo fiato e dal mio.

Ci dividiamo il cibo e il sonno, da quando sei venuta fuori dal mio ventre, oltre un anno fa. Ci dividiamo tutti i pasti che consumo, trasformati in nettare dolce e tiepido che ti riempie la pancia, le guance e forse anche l’anima soffice che ti si libra dentro.

Prima, a lungo, ci eravamo spartite il sangue e lo zucchero. Il ferro, il calcio, il fosforo, i grassi. Il mio corpo è stato il tuo, il tuo cuore è stato il mio. Dentro di te circolavano i miei stessi ormoni. I confini indistinti, i margini confusi: la tua pelle e la mia, senza soluzione di continuità.

Ci siamo divise lo spazio vitale, e ancora è così, quando ti porto sulla mia schiena perché è il solo posto in cui sei tranquilla, osservando i colori del mondo dalla rupe sicura delle mie spalle. Dove finisce il mio corpo incomincia il tuo, o forse viceversa. Da sempre e tutti i giorni. Ci dividiamo l’identico orizzonte, che scrutiamo dalla medesima prospettiva. Un solo campo visivo, la stessa strada percorsa con passi unici ma respiri fuori sincrono.

Ci siamo spartite la faccia. Che pensavo fosse la mia fino a quando non ho guardato il tuo volto. Ci dividiamo lo stesso odore, quando sudiamo o piangiamo o abbiamo paura. La voglia di ridere e il broncio granitico, il timore di stare da sole e il piacere di uscire nel sole.

Ci dividiamo ogni giorno l’amore di tuo padre e di tuo fratello, che basta sempre per entrambe, e non finisce mai.

Ci dividiamo i fogli bianchi, le penne per scarabocchiare, la tastiera del computer e il tappeto sul quale muoverci scalze. Le carezze del gatto, le sue zampate quando non ha voglia di giocare. I malanni e le cure. Ci spartiamo la vita, il bene e il male, la fatica e l’onore. L’aria e la luce.

Ci siamo divise tutto, fin dal momento in cui hai cominciato a esistere.

Verrà un giorno in cui separarci sarà una tua necessità ineluttabile e un mio preciso dovere. Verrà quel giorno, presto o tardi, e sarà strano. Forse farà male un po’. Ma resterà per sempre il tempo che abbiamo condiviso, a farti da radice e a farmi da giaciglio. Resterà, annidata da qualche parte, la memoria inconsapevole di avere abitato la stessa esistenza, la certezza vaga di essere fatte della stessa materia. Dovunque andrai io sarò, senza darti fastidio, senza oscurarti il sole.

Ci siamo divise tutto, anche l’anima. Perché la mia ora ti appartiene, come a tuo fratello prima di te.

16 Dicembre 2015 12 Commenti
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Un anno insieme a te (buon compleanno, figlia mia)

by Silvana Santo - Una mamma green 7 Novembre 2015

Un anno è passato già. Un anno intero. In realtà mi sembra che tu sia nata ieri, eppure è come se fossi sempre stata accanto a me. Non saprei spiegarlo a chi non è ancora madre o padre: riesco senza problemi a immaginarmi senza figli, ma non senza di te, non senza tuo fratello.

Sei nata con le idee ben chiare su cosa sei e cosa vuoi, e in qualche modo hai finito col chiarire anche le mie. Non solo sul tipo di madre che voglio diventare (il lavoro sporco, da questo punto di vista, lo aveva già fatto tuo fratello, patendo i miei sbagli e i miei tentativi d’esordio), ma anche sul tipo di persona che mi piacerebbe essere.

Sei venuta a mostrarmi che essere dolce non significa essere anche arrendevole o remissiva. Che si può sorridere tanto senza farlo a sproposito, accettare tutti ma amare solamente chi ti piace davvero. Che molte volte basta scuotere il capo e dire di no di fronte a qualcosa che non ti va di fare, che ti causa dolore o imbarazzo o paura. Che se vuoi disperatamente una cosa la devi chiedere con tutti i mezzi che hai, e tenertela stretta una volta che l’hai ottenuta. Costi quel che costi. Che perseguire la felicità è un dovere, oltre che un istinto naturale.

Hai dato pienezza alla mia maternità. Non perché non fossi già perdutamente ed eternamente madre di tuo fratello, ma perché con te ho dato ascolto, finalmente e dal primo istante, alla voce che risuona nel centro del centro di me. Ho silenziato il rumore di fondo, spento gli echi di voci estranee e deleterie, sintonizzato il mio cuore sul tuo. E al diavolo il resto. Mi hai liberato da me stessa, dalla necessità del consenso e del riconoscimento a tutti i costi, dal dubbio atroce di essere sbagliata e non semplicemente un po’ strana.

Hai trasformato mio figlio in un fratello maggiore, col carico di fatica e di amore che questo comporta. Hai reso la sua vita più ricca e più grande per il solo fatto di essere venuta al mondo. E rendi lui ogni giorno migliore, nella misura in cui impara piano piano ad amarti e a fidarsi di te.

In quest’anno siamo state praticamente inseparabili, fisicamente avvinte, o a contatto, per la maggior parte del nostro tempo. Tu me lo hai chiesto da quando ti hanno posato su di me la prima volta e io non ho esitato ad assecondarti. E so per certo che quando, alla fine dei miei giorni, ripenserò a questi primi mesi insieme a te, sentirò di non avere alcun rimpianto. Perdonerò, per una volta, gli errori che scoprirò di aver commesso, perché saprò di aver seguito sempre e solo la strada tracciata dal mio infinito amore per te.

Ti auguro una vita lunghissima e piena di amore. Ti porterò sempre sul mio seno, anche quando sarà arido e vuoto. Ti solleverò sulle mie spalle, anche quando saranno curve, fragili e tremanti. Sei la mia eredità, il mio canto alla vita. E io sono la tua tana, la tua terra, la tua casa per sempre. Buon primo compleanno, figlia mia.

7 Novembre 2015 15 Commenti
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due figli
una mamma per due

Amare due figli

by Silvana Santo - Una mamma green 15 Ottobre 2015

Quando hai due figli scopri che ti avevano mentito in molti. Che avere due figli, certo, significa amarli con l’identico, non misurabile, trasporto ma, allo stesso tempo, in modi del tutto diversi tra loro. Arrabbiarti con ognuno in modo differente, preoccuparti, esaltarti e riconoscerti per cose che variano profondamente da figlio a figlio. Che ognuno di loro evoca nella tua mente una sensazione specifica, che prima non avevi mai provato e che, ne sei sicura anche senza saperlo, resterà per tutta la vita esclusiva e perfettamente definita. Come se ciascuno dei due occupasse un posto non casuale dentro di te. Esclusivo e non intercambiabile. Quello che senza di loro sarebbe rimasto vuoto per sempre.

Davide, nel mio caso, è un impasto struggente di tenerezza ed empatia. Un amore molto cerebrale, mai del tutto sgombro da una sottile nota di apprensione e da un fugace senso di colpa. Faticoso, nel senso più edificante del termine, come le cose che ti riempiono l’anima e i sensi e le membra quando la sera te ne vai a dormire. Perché è fiducia da riguadagnare tutti i giorni, paura da vincere insieme e sicurezza da conquistare per lui oltre che per me. Un sentimento accorato, lievemente imbevuto di nostalgia, una infinita passione malinconica, che sa di immedesimazione e di profezia. Come guardarmi allo specchio e scorgere quello che sono e quello che sono stata, un amore di quelli che ti commuovi come fosse niente.

Flavia è la pienezza dell’amore mammifero. Tattile, olfattivo, ormonale. Pura chimica. Un’intesa istintiva, ma non per questo scontata. È l’appartenenza senza dubbi, granitica come un punto esclamativo, talmente solida da sembrare, in fondo, temporanea e labile. Un sentimento lieve, che rassicura, una sconfinata passione carnale che sa di pelle e di baci, vissuta nella speranza tremebonda che non si consumi mai. Come guardarmi allo specchio e scorgere quello che sono e quello che sarei voluta essere, un amore di quelli che ti commuovi come fosse niente.

Amare due figli è amare altrettante parti di te, e contemporaneamente, molte delle cose che ti mancano. In modo totalmente esclusivo per ciascuno dei due, ma entrambi nella stessa, identica, misura. Amare due volte, amare il doppio. Come se avessi due cuori.

15 Ottobre 2015 17 Commenti
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10 cose che i miei figli non dovranno mai sapere

by Silvana Santo - Una mamma green 23 Luglio 2015

A volte mangio patatine e altre schifezze mentre loro sono distratti.

Non è vero che “il ciuccio va a dormire quando Davide è sveglio”.

Non esiste alcun “asilo dei piccoli” presso il quale accompagno Flavia mentre Davide è al nido.

Io e il loro papà gli stiamo mettendo dei soldi da parte (ma negheremo di averlo fatto quando ci chiederanno il motorino).

Artù non vuole “giocare” quando snuda le zanne. Ha proprio la deliberata intenzione di nuocere.

Nessuno ha ancora dimostrato che le piante si fanno male quando qualcuno strappa loro una foglia (ma io sono sinceramente convinta che sia solo questione di tempo).

Se si ingozzano col cibo/si tuffano in mare senza ciambella/si spezzano il collo mentre fanno le capriole/sbattono violentemente la testa mentre saltano sul letto/infilano un cacciavite nella presa elettrica non è che si facciano male. Se ne tornano direttamente al Creatore senza passare dal via.

Io e l’altro adulto di casa divoriamo la nostra quotidiana porzione di macedonia mentre il primogenito non guarda, onde evitare che se ne appropri impunemente dopo aver già ingollato la sua.

A volte, mentre leggo Giulio Coniglio prima di dormire, non sto davvero leggendo, ma mi limito a recitare il testo a memoria tenendo gli occhi chiusi.

Cedo loro volentieri la mollica di pane solo perché io preferisco la crosta.

 

Nota bene: questo post si autodistruggerà automaticamente due secondi prima che il mio primogenito impari a leggere. Stampe e screenshot saranno sanzionati con maledizioni inenarrabili e bestemmie irripetibili.

23 Luglio 2015 10 Commenti
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essere madrelife

Non abbiate paura di essere strani, figli miei

by Silvana Santo - Una mamma green 15 Giugno 2015

Cari Di ed Effe,
ora siete ancora piccoli, e completamente indifferenti all’opinione di altri che non siano mamma e papà. Le sovrastrutture degli uomini vi sono praticamente sconosciute, e voi siete soltanto ciò che siete. Ma verrà un giorno in cui il parere altrui potrebbe starvi molto a cuore, al punto da condizionare completamente il vostro umore e, forse, la considerazione che avrete di voi stessi. E allora vorrei prepararvi il più possibile all’eventualità che, ogni tanto, qualcuno vi trovi strani. Diversi, bizzarri, alternativi. Anormali, per usare un termine che significa poco ma resta sempre piuttosto popolare.

Non sarà sempre piacevole. Essere “come gli altri” è una cosa rassicurante, quando si è molto giovani ma anche quando gli anni passati iniziano a pesare sulle spalle. Dà la sensazione di avere imboccato, tra le decine a disposizione, proprio la strada giusta , di non essere soli, di non essere sbagliati. Fare scelte comuni, per certi versi, rende la vita più semplice. Perchè se si dovesse sbagliare, ci si troverebbe in buona compagnia a dividere responsabilità e conseguenze. Ma se la scelta si rivelasse giusta, ognuno potrebbe in fondo attribuirsene i meriti.

Ma ci saranno volte, miei piccoli figli, in cui qualcosa vi imporrà di restare soli e nuotare – vigorosamente o annaspando – contro la scia tracciata dagli altri. La vostra coscienza, la curiosità di imboccare strade meno battute, qualcosa che conoscete soltanto voi. Il puro istinto. Sarà allora che succederà. Vi diranno che siete strani, anticonformisti, snob. Che vi piace distinguervi, sentirvi speciali, sovvertire l’ordine costituito. Qualcuno si interesserà sinceramente alle vostre scelte di minoranza, altri le rispetteranno pur senza comprenderle. Altri ancora, semplicemente, le ignoreranno, riservandovi una totale indifferenza.

Ma i più vi additeranno, spalancheranno gli occhi, alzeranno un sopracciglio. A volte rideranno, vi parleranno con sufficienza o sarcasmo, nel peggiore dei casi addirittura con aggressività. Il mio consiglio, Di ed Effe, non è quello di ignorare i commenti e le battute, ma di trasformare lo scetticismo degli altri in domande da farvi ad alta voce.

Abituatevi a mettere in discussione le vostre scelte, piuttosto che voi stessi. Sbaglierete, come ogni essere umano sulla Terra, ma questo non vuol dire che siate voi ad essere sbagliati. Chiedetevi sempre se le vostre stranezze sono il risultato di una sincera decisione, e non della voglia di distinguervi a ogni costo. Se i vostri “no” sono il mezzo per esercitare la vostra libertà, o invece il tentativo di offendere quella degli altri. E abbiate sempre il coraggio di tornare sui vostri passi, se doveste accorgervi che l’orgoglio ha scelto al posto vostro, che l’unico motivo per cui siete diversi è il disprezzo per gli altri e per la loro “banalità”.

Ma se vi scoprirete convinti del vostro cammino, se sentirete che la strada che state battendo – anche se da soli, anche se in salita, anche se per primi tra tutti quelli che conoscete –  è l’unica che conduce nel posto in cui non avrete rimpianti e dormirete il sonno pesante di chi ha fatto quello che sapeva essere la cosa giusta, allora non fermatevi mai. Non perdete tempo a spiegare a chi non capirebbe, risparmiatelo invece per chi davvero si interessa a voi e desidera conoscervi meglio. Non voltatevi, se potete.

Ricordate che nessun uomo, in fondo, è mai realmente solo. Sappiate che vostra madre e vostro padre ci sono passati prima di voi, e vi rispetteranno comunque, anche quando non potranno capire. Sappiate che essere strani, qualche volta, vuol dire solo avere avuto la fortuna di vedere cose che gli altri ancora non conoscono.

Il tempo, e il vostro cuore, dimostreranno le vostre ragioni.

15 Giugno 2015 8 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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