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Flavia

essere madre

Madre di femmina

by Silvana Santo - Una mamma green 13 Aprile 2021

Quando ho scoperto di essere incinta per la prima volta, ho sperato con forza che fosse un maschio, e ho provato un reale sollievo quando ho saputo che sarebbe nato Davide. Non mi sentivo proprio attrezzata per essere “madre di femmina”. Io che non coltivo interessi tanto “femminili” (stando ai pregiudizi più diffusi, perlomeno). Io che non ho mai avuto l’abitudine, e forse neanche l’occasione, di condividere con mia madre quelle attività considerate prettamente “da donna”, che si tratti di una sessione di shopping o di una seduta dall’estetista. Io che in effetti non ci sono mai andata, dall’estetista, e che faccio shopping soltanto online. Io che sono cresciuta con amiche preziose, ma frequentate quasi solo in comitiva, con la compagnia sempre presente dei nostri amici, dei nostri rispettivi fidanzati, che erano allo stesso tempo amici di tutte le altre. Con la compagnia dei maschi, insomma. Io che non capisco un’acca di vestiti, trucco, borse, che non ho mai tinto i capelli in 40 anni. Io che alle commedie romantiche preferisco di gran lunga le saghe da nerd, io che da ragazza leggevo la Gazzetta dello Sport e giocavo al fantacalcio. Io che non so camminare sui tacchi e che ho un ricordo terrificante del mio addio al nubilato (non per colpa mia, questo si metta agli atti).

Mi sembrava, in un certo senso, che mi mancassero dei pezzi. Come avrei potuto rappresentare un qualche modello per una eventuale figlia? Come avrei mai saputo relazionarmi con lei con empatia ma senza immedesimazione, con cameratismo ma senza una pericolosa distorsione del mio ruolo materno? Chi le avrebbe insegnato a pettinarsi, a darsi lo smalto, ad abbinare gli accessori? Mi avrebbe trovata patetica? Sarei riuscita a piacerle, a comprenderla e a trovare un terreno comune in cui affondare radici vitali per il nostro rapporto, e sulla cui base costruire solidi ricordi per la vita?

La seconda volta che mi sono ritrovata con un test di gravidanza positivo tra le dita, appena un anno dopo la nascita del mio primo figlio, il cuore mi ha colto totalmente di sorpresa. All’improvviso mi sono accorta di avere un bisogno irrazionale, insopprimibile e del tutto inedito di avere una figlia. Una necessità quasi fisica, acuita dalla consapevolezza che non avrei avuto altre occasioni, perché sapevo bene che una terza gravidanza non l’avrei cercata mai. Tutto a un tratto, il desiderio di ritrovarmi “madre di femmina” era così forte che si manifestava nei miei sogni, tanto che ho faticosamente convinto mio marito a non farci rivelare il sesso del nascituro, perché avevo paura di non godermi abbastanza la gestazione, se mi avessero detto che aspettavo un altro maschietto.

Dal giorno del mio secondo parto cesareo, quando un’ostetrica mi informò divertita che avevo appena avuto una femmina, sono passati poco più di sei anni. Troppo presto, decisamente, per dire se sono anche solo vagamente all’altezza del compito di crescere una bambina. Di essere sua madre. Però qualcosa l’ho imparata, e in effetti era anche ora che lo facessi. Per esempio, che la femminilità non è un luogo comune e che per intendersi – per amarsi – non è necessario coltivare gli stessi interessi. Sicuramente non sarò mai in grado di insegnare a mia figlia a camminare sui tacchi, né di intrecciarle i capelli come si deve. Forse lei non si unirà mai a me e suo fratello nella visione fanatica del Signore degli Anelli o di Guerre Stellari, e forse verrà presto il giorno in cui mi giudicherà sciatta e trascurata a causa del mio aspetto fisico. Ma quando penso alla donna che mia figlia diventerà, sono insindacabilmente certa che non smetterò mai di comprenderla, di supportarla, di incoraggiarla. Di sostenerla nel proprio cammino verso la conoscenza di sé e la sua piena realizzazione. Sperando che un giorno, almeno, possa appassionarsi a Games of Thrones.

13 Aprile 2021 4 Commenti
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essere madre

Mia figlia

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Gennaio 2020

Mia figlia è la stessa bambina che dopo un volo intercontinentale con scalo (con partenza all’alba) incassa i complimenti del vicino di seggiolino, al grido di “Non ho mai visto una bambina così brava in aereo”. E che poi, non più di qualche giorno dopo, mi costringe a sgridarla nello studio di un’oculista perché tenta di arrampicarsi sulla poltrona delle visite mentre io cerco di parlare con la dottoressa.

Mia figlia è la stessa bambina che si è “autosvezzata”, che a un anno e mezzo mangiava di gusto in un villaggio remoto della Repubblica Dominicana, che da piccola mi rubava lo street food asiatico dal marsupio o dalla fascia. E che da qualche tempo ha un sacco di difficoltà col normalissimo cibo casalingo (e con quello della scuola), che andrebbe avanti solo a caramelle e patatine e che impiega ore e fatica per finire un piccolo piatto di pasta.

Mia figlia attira sguardi e carezze in mezzo globo. Incassa i commenti sulla sua “dolcezza” con vanità ma anche con timidezza, schernendosi e ricambiando a suon di saluti rispettosi. E sempre lei bisticcia furiosamente con suo fratello, reagisce alle provocazioni con ferocia e riesce a raggiungere con le sue urla un livello di decibel da causare dolore ai timpani.

Mia figlia soffre un pochino l’ambiente scolastico perché è troppo remissiva. Tende a eseguire gli “ordini” delle compagne più intraprendenti, a lasciarsi strapazzare le guance paffute, a giocare ruoli subalterni nei giochi. Per poi, una volta a casa, tentare di fare esattamente il contrario con noi, assumendo la postazione di regia ed esercitando la propria attitudine alla leadership.

Mia figlia è sole e luna, fuoco e ghiaccio, vento e sabbia. È tutti i colori dell’iride, una contraddizione costante, una sorpresa quotidiana. Non è sempre facile, mia figlia. Perché ti costringe a fare i conti con l’imprevedibile, ad accettare l’imponderabile, a prendere atto di cose che non puoi capire, e che magari ti fanno arrabbiare, dispiacere, preoccupare.

Mi ricorda un gatto, mia figlia. Senza padroni, senza certezze. Senza copioni. E come i gatti mi insegna ogni giorno l’amore incondizionato, irrazionale, “materno”. E io imparo forse troppo piano, ma non smetterò mai di provarci. Con tutta me stessa.

10 Gennaio 2020 2 Commenti
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Risvegli

by Silvana Santo - Una mamma green 18 Giugno 2019

“Le bietole sono verdure tonde?”
“Andiamo qualche giorno in Cina?”
“Dov’è l’asciugamani arancione?” (WTF?)
“Vorrei tintarmi (!) i capelli di rosso e poi fare il bagno al mare”
“Giochiamo a dinosauri?”
“Quando divento grande mi porti sulla luna?”
“Puoi farmi due codine e tre trecce?”
“A scuola oggi non voglio mangiare la pasta”
“Voglio un regalo! Voglio un regalo! Voglio un regalo!”

Sono solo alcune delle frasi con cui di recente mia figlia Flavia ha esordito, ancora tra le lenzuola, le sue e le mie (interminabili) giornate.

Già, perché la mia secondogenita non si sveglia augurando il buongiorno al resto della famiglia, o al massimo chiedendo cosa ci sia per colazione – sarebbe troppo semplice, suppongo – ma erompendo (e rompendo!) in affermazioni quanto mai sorprendenti e fuori contesto. In pratica il suo complicato cervellino si riattiva, dopo il sonno notturno, concentrandosi quasi sempre su un distinto pensiero, che agli adulti di casa appare spesso bislacco e stravagante, o perlomeno non del tutto spiegabile alle 7.30 del mattino. Il problema è che ogni tanto questo suo stream of consciousness da risveglio finisce col diventare una specie di pensiero ossessivo, dalla quale Flavia viene fuori non senza una certa difficoltà.

È come se lei facesse dei sogni particolarmente vividi e, al risveglio, stentasse in un certo senso a riprendere il contatto con la realtà, vivendo con grande frustrazione il fatto che non siamo davvero in partenza per la Cina o che non sono previsti regali da scartare o tinture rosso tiziano. Frustrazione che a volte diventa “capriccio” o tantrum, o addirittura qualcosa di simile a una crisi di pavor nocturnus (con tutto il corollario di urla, muscoli irrigiditi e via dicendo), solo che il tutto avviene in uno stato di veglia.

Mi riprometto di indagare più a fondo la possibile causa di questi risvegli imprevedibili e singolari, ma intanto prendo atto, ancora una volta, di quanto io fossi del tutto impreparata all’esperienza della maternità. Come tutti, del resto. Ogni figlio che ci viene affidato in custodia è un individuo irripetibile e altro da noi, per certi versi imperscrutabile anche a chi lo ha generato e cresciuto giorno dopo giorno. E la parabola umana di ciascun essere umano si rivela sempre originale, unica e impossibile da prevedere e incasellare in qualche categoria. A noi, pellegrini scalzi in questa vita tanto meravigliosa e tanto terribile, non resta che improvvisare, come sempre. Tendere l’orecchio, ascoltare e sperare di capire, sospendendo il giudizio (soprattutto verso noi stessi) e confidando che la crisi passi in fretta e il sorriso ritorni al più presto.

[Qualcuno ha vissuto un’esperienza simile, coi risvegli bizzarri e burrascosi dei propri figli in età prescolare?]

18 Giugno 2019 8 Commenti
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Adolescenza precoce

by Silvana Santo - Una mamma green 2 Maggio 2019

Confesso che non ero pronta (e che non lo sarei stata neanche per i prossimi 7 o 8 anni). Non mi aspettavo di dover fronteggiare un’adolescenza in piena regola con una figlia che ha da poco compiuto 4 anni. In pratica, si comincia a discutere fin dal risveglio, sul menu della colazione, per esempio. O sull’abbigliamento del giorno, sulla frequenza a scuola. O su altre infinite variabili di giornata. Non che la discussione riguardi sul serio la frequenza scolastica o la colazione, in realtà, nel senso che non sono scelte sulle quali una bambina di pochi anni possa avere l’ultima parola (almeno a parer mio). Ma lei ha comunque sempre qualcosa da ridire, e davvero non si risparmia nel farlo.

Si continua al ritorno da scuola, sui programmi del pomeriggio, sulla merenda (o meglio sulle merende multiple che Flavia spererebbe di fare), sulla coesistenza con suo fratello. Per arrivare poi alla cena (orario, menu, mani da lavare e via dicendo), ai cartoni serali, ai denti che vanno spazzolati e al pigiama che va indossato, alla scelta del libro da leggere prima di andare a letto (gli innumerevoli libri, vorrebbe lei) e alla luce che, finalmente, deve essere spenta.

Volendo, ci sarebbe materiale per un conflitto ininterrotto lungo le 24 ore, dal quale, ci scommetto, non sarebbero gli adulti a uscire davvero provati. Prima di avere figli pensavo ingenuamente che di fronte alle richieste irragionevoli dei bambini sarebbe bastato mostrarsi fermi – il che, per inciso, non sempre vuol dire urlare, minacciare e simili – e invece mi rendo conto che, perlomeno con alcuni bimbi, e in determinate fasi, non è sempre così. Non basta automaticamente rifiutare una certa cosa con decisione per fare in modo che tuo figlio smetta di richiederla con insistenza asfissiante. E anzi, talvolta la rigidità e l’intransigenza complicano ulteriormente le cose.

Con Flavia, per esempio, il “muro contro muro” si rivela quasi sempre controproducente, portando il conflitto al parossismo e rendendo il capriccio ancora più esasperato. La cosa più efficace, di solito, è distogliere la sua attenzione dall’oggetto ossessivo della sua richiesta, o magari condurla a fare ciò che è necessario – lavare i denti, mettere il pigiama, mangiare etc – come se fosse un gioco, o addirittura una sua scelta. Solo che non sempre uno (una, dovrei dire, visto che parlo di me!) ha il tempo, la pazienza e le energie nervose sufficienti per gestire il conflitto nel modo più saggio. Una visione dell’intera faccenda non sempre comune a quella dell’altro genitore peggiora ulteriormente le cose, per non parlare dei consigli non proprio richiesti di amici, parenti e conoscenti, che spesso celano più o meno apertamente un certo biasimo.

Voi come fate? C’è qualcuno alle prese con una specie di precoce adolescenza dei suoi figli, oppure siamo noi a essere particolarmente fortunati? E come gestite le situazioni di conflitto?

2 Maggio 2019 24 Commenti
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essere madre

Facile amare un figlio quando ti rassomiglia

by Silvana Santo - Una mamma green 27 Marzo 2019

È così facile amarti, quando mi specchio dentro i tuoi occhi. Quando osservo te e mi sembra di vedere una mia fotografia di tre decenni fa. È così facile amarti, quando camminiamo con la stessa andatura e le dita delle mani strette fortissimo. Le nostre mani ugualmente piccole e paffute. È davvero facile amarti quando nella tua voce risuonano parole che potrebbero essere mie, quando ci accovacciamo insieme per coccolare un cane festoso, quando ci contendiamo l’ultima patatina, quando alziamo insieme lo sguardo verso il tramonto e tu sei più svelta di me a dire “Mamma, guarda che meraviglia!”.

Viene facile amare un figlio quando ti rassomiglia. Quando sembra che abbia raccolto la tua migliore eredità e se la porti in giro per il mondo, con naturalezza. È per questo, in fondo, che ci sobbarchiamo la fatica e la responsabilità di crescere un figlio: lasciare in giro qualcosa di noi, che ci sopravviva e rappresenti una memoria vivente del nostro passaggio.

È così facile amarti, quando la gente non fa che ripetere quanto mi somigli. Ma io ti amo fortissimo anche quando sei così diversa da tua madre. Quando non ti capisco, quando non riesco a immedesimarmi in quello che stai pensando, quando le tue scelte e i tuoi desideri sono lontanissimi dai miei. Quando nelle tue movenze, nell’incedere lento della tua voce, nelle piccole ossessioni che riempiono le tue giornate non esiste traccia di me, o perlomeno mi sembra di non riuscire a scovarla.

Ti amo quando ti ostini a camminare per chilometri nelle tue ballerine, mentre io accanto a te consumo le suole delle mie comode sneakers. Quando accumuliamo ritardo perché, dopo aver raccolto i miei capelli insensati nella solita coda sconnessa, devo prestarmi a intrecciare i tuoi con la massima perizia di cui riesco a essere capace. Quando mi coinvolgi nella scelta del vestito migliore, quando vorresti comprare l’ennesimo giocattolo di cui non hai bisogno, quando entriamo in un negozio di corsa e tu mi tormenti perché io ti “compri qualcosa”. Io, che mi affanno a diventare ogni giorno un esempio di frugalità, di essenzialità. Di nudità.

Non ho bisogno che tu sia uguale a me per riuscire ad amarti. Non ho bisogno che tu sia una mia copia in scala, che la tua vita proceda in qualche modo come una conferma della mia o come un riscatto delle mie aspettative tradite. Ti amo e basta, sempre e comunque. Come in fondo fai tu anche quando proprio stenti a capirmi. Non sarà sempre facile come oggi, non mi illudo. Verranno giorni in cui le tue scelte, i tuoi gusti, le tue frequentazioni mi sembreranno davvero incomprensibili. Discutibili. Forse censurabili. Giorni in cui mi dirò che non ti conosco affatto e dovrò resistere all’assalto subdolo della delusione immotivata. Verranno giorni così, eppure passeranno, te lo prometto.

Perché io ti amerò, puoi starne certa, anche quando farai di tutto per “non essere come tua madre”. Senza condizioni, senza esitazioni, senza ombre. Come forse nessun altro al mondo potrà mai amarti in vita tua.

27 Marzo 2019 0 Commenti
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Selvatica

by Silvana Santo - Una mamma green 12 Febbraio 2019

Selvatica.

Scalza tutte le volte che puoi, e tutte quelle in cui non potresti ma io non riesco a impedirtelo. Nuda a sproposito, indifferente al freddo.

A tuo agio coperta di sabbia, di erba, di terra. Inesorabilmente attratta dalle pozzanghere, dalla pioggia, dalle grotte, dagli anfratti inaccessibili.

Furiosa. Capace di una rabbia senza ritegno, che manifesti con l’incontenibilità dei gesti, più che con argomentazioni verbali.

Famelica in momenti sempre diversi, imprevedibili, spesso improbabili, fin da quando il mio latte era il tuo unico sostentamento: asservita ai tuoi istinti primordiali, alla pancia più che alla testa, alla pelle più che al pensiero.

Urlatrice. Con quanto fiato hai in corpo. Senza alcun controllo, senza pudore, senza vergogna. Urlatrice con urgenza di urlare. Con tutto il fiato che ha in corpo.

Lunatica. Di umore ballerino e cangiante, come le ali delle farfalle che tanto ti piacciono. Eppure irremovibile nei tuoi punti fermi. Ostinata e instancabile nel far valere le tue istanze.

Irragionevole. E incapace di mezze misure. Stoica o preda del panico, spietata o sensibile, dolcissima o crudele.

Quando eri piccolissima mi parevi una neonata meditativa, adesso so che eri e sei selvatica.

Indomabile, mi verrebbe quasi da dire. Di certo incontenibile.

Tanto che io ogni tanto mi chiedo fino a che punto sia giusto addomesticarti. Sei selvatica. E spero che una parte di te, da qualche parte, lo resti per sempre.

12 Febbraio 2019 1 Commenti
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Quello che sei, da quattro anni esatti

by Silvana Santo - Una mamma green 7 Novembre 2018

Da quattro anni esatti sei mio alter ego e la mia nemesi. Così simile a me nell’aspetto, così diversa, anche se forse solo in apparenza, nell’attitudine e nell’approccio alla vita. Così vicina a me nei tuoi talenti e nelle tue difficoltà, così distante, almeno per adesso, nei gusti e nei modi. Stessa mente di tua madre dentro la testa, un animo tuo e soltanto tuo in fondo alla pancia.

Sei la sfida più grande e il riscatto che speravo. Sei un sogno realizzato e una fatica indicibile. Sei la sorpresa che non smette mai di sorprendere.

Tu sei il male e il rimedio. L’origine delle mie paure più atroci, dei dubbi, di preoccupazioni che mai avevo provato, e il pungolo arroventato che mi impone di superarle, o perlomeno di cercare di sopportarle. Sei la ragione, insieme a tuo fratello, per cui provare a vincere i miei limiti, le fragilità, le idiosincrasie. E riprovare, e riprovare, e riprovare ancora. E sei la ragione, del tutto incolpevole e involontaria, per cui a volte tiro fuori da me soltanto il peggio, in preda alla stanchezza, allo sconforto e allo smarrimento.

Sei l’amore che impone gratuità, disinteresse, assenza totale di condizioni o di aspettative. O meglio, che lo imporrebbe sulla carta, perché la tua mamma imperfetta e insicura è assai lontana dal riuscire ad amare i suoi figli in questo modo. Ma sei a tua volta l’amore irrazionale, infantile, egoista. L’amore bambino di secondogenita gelosa pure del gatto, che vorrebbe la sua mamma tutta per sé e se ne frega di quello che è giusto ed è razionale. Sei l’amore per te stessa. Così limpido e forte e indomabile, che pretende ascolto e rispetto, e pazienza se gli altri non sono d’accordo. E io, che sto qui e ti osservo crescere, non so più se dovrei imparare per te ad amare nel modo più “giusto”, totalmente gratuito, o viceversa imparare da te a perdonarmi se amo in maniera umanissima e limitata.

Sei la tenerezza e la rabbia, la frustrazione e l’orgolio. Sei la vita come non avrei mai pensato potesse essere intensa, da quattro anni esatti.

Buon compleanno, piccoletta. Non correre troppo. Te lo ripeterò per sempre, anche se so che non mi ascolterai.

7 Novembre 2018 1 Commenti
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Allo specchio

by Silvana Santo - Una mamma green 30 Ottobre 2018

Ci fanno impazzire, a volte. Fanno cose che mal tolleriamo, che ci indispongono, che addirittura ci feriscono. I nostri figli a volte risultano incomprensibili per noi stessi che li abbiamo messi al mondo, che li abbiamo impastati a partire dal nostro DNA, che ogni giorno cerchiamo di crescerli al meglio delle nostre facoltà. Magari strepitano, magari sono irascibili, magari sono mortalmente insicuri o si lamentano di continuo. Magari sono distratti, lenti, dimenticano le nostre raccomandazioni oppure le ignorano direttamente. Magari siamo costretti a ripetere loro la stessa cosa per decine di volte affinché, finalmente, ci ascoltino.

È frustrante, e faticoso. Però da un po’ di tempo mi chiedo se i figli, quando si comportano in un modo che ci spiazza o che ci irrita, non facciano semplicemente quello che, magari senza accorgercene, facciamo noi per primi. Forse sono io, in questo periodo, a essere irascibile o troppo incline ad alzare la voce. Forse sono io a essere distratta. Forse sono io a essere disordinata, ritardataria, approssimativa. Forse sono io a fare proprio le cose che mi danno fastidio nei miei figli. E forse sono proprio io a lamentarmi più del dovuto, a vivere le difficoltà con eccessivo scoramento, a piagnucolare anche quando potrei e dovrei farne a meno.

Non dico che sia sempre così, né che ogni cosa che facciamo – o che siamo – condizioni pedissequamente i nostri figli. Ci mancherebbe. Però a volte, nel notare quello che non va nei nostri figli (e negli altri in generale) tendiamo a trascurare quegli atteggiamenti in noi stessi. O forse a dimenticare che anche noi siamo stati bambini. Distratti, svampiti, lenti e insicuri.

30 Ottobre 2018 2 Commenti
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Lo specchio

by Silvana Santo - Una mamma green 20 Settembre 2018

Dimmi com’è, che se dormi profondamente accanto a me, e io mi alzo silenziosa come un monaco tibetano, tu spalanchi immancabilmente gli occhi nel giro di pochi minuti. Come se ti avessero montato dei sensori nascosti. Un organo aggiuntivo che ti garantisce questa facoltà al limite del paranormale.

Spiegami perché, se io sono arrabbiata o in ansia, tu diventi intrattabile. Se io ho paura, tu tremi. Se io sono stanca, tu barcolli. E se io riesco a mantenere la calma, tu recuperi il senno e la pace interiore. Tutte le volte.

Spiegami com’è possibile che ogni volta che casco in una delle pozzanghere di oscurità che si nascondono nelle profondità di me stessa, tu ti adombri. Senza causa apparente, ti rabbui come se una nuvola passasse sopra la tua testa. Per quanto io mi sforzi di non condizionarti, di non parlare, di non lasciar trapelare i miei sentimenti, tu sai. Sempre.

Neuroni specchio, li chiamano. A me sembra che te lo abbiano installato sull’anima, uno specchio magico che riflette le emozioni di tua madre. Le sue idiosincrasie, le sue fragilità disperate e i suoi altrettanto facili entusiasmi. Chi ti ha insegnato a sentire quello che non dico, a scorgere quanto cerco di celare, a comprendere ciò che a volte non capisco neanche io stessa? Chi ti ha consegnato la chiave del mio cuore senza chiedermi il permesso?

Dimmi quanto durerà, questa specie di alchimia che ci tiene avvinte e indissolubili. Che mi riempie il cuore, ma che a volte mi fa sentire oppressa dal peso della responsabilità: se io mi alzo, ti sveglierai anche tu, se io sto bene tu sarai tranquilla, se io sono turbata lo sarai a tua volta. Se io strillo, tu strilli più forte di me. E cosa accadrà quando sarai cresciuta e le tue antenne avranno perso acume ed energia? Mi sentirò più libera, o semplicemente più sola?

Che lingua ci inventeremo, per dire l’una all’altra quello che abbiamo in corpo? Sarà più semplice nasconderti i miei sentimenti, prima o poi. Vivere separate da una distanza maggiore. Sarà più semplice, non so se sarà più bello. Intanto io ti tengo qui, vicina come forse mai nessun altro al mondo. Con gratitudine immensa e con indicibile fatica.

20 Settembre 2018 4 Commenti
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gravidanza e parto

Perché ho taciuto a tutti la mia seconda gravidanza

by Silvana Santo - Una mamma green 29 Giugno 2018

Ho taciuto la mia seconda gravidanza per oltre quattro mesi. Neanche mia madre, né le cugine che sono per me delle sorelle, sapevano che fossi di nuovo incinta. Una scelta che non tutti hanno compreso, e che qualcuno ha ritenuto sgradevole, se non proprio offensiva.

Ma le ragioni che l’hanno pretesa, quella decisione, sono tante. E per me sono state imprescindibili, all’epoca. Una riservatezza di fondo (sì, anche per una che ha un blog con tanti lettori), i viaggi in programma (e la volontà di evitare i commenti preoccupati e ansiogeni dei parenti), la necessità di proteggermi da eventuali battute (innocenti, ma per me potenzialmente dolorose) sul fatto che Davide allora aveva appena un anno. La voglia, soprattutto, di schivare la miriade di commenti, considerazioni, consigli e testimonianze che, per quanto tutti in ottima fede, avevano reso molto faticosa la mia prima gravidanza.

Perché la verità è che aspettare Davide, per me, è stato assai difficile sul piano emotivo. Anche se mio figlio era stato cercato, anche se io mi sentivo bene ed ero nelle condizioni ideali per diventare madre. La verità è che la mia prima gravidanza mi ha spalancato sotto i piedi una botola profondissima, che affacciava sulle mie insicurezze più oscure, su paure che mai avevo provato e dalle quali, forse, non riuscirò mai più a liberarmi del tutto. La mia prima gravidanza ha fatto venire al pettine tutti i nodi aggrovigliati dentro di me, inclusi quelli che non sapevo di avere, ha esposto al sole e al vento la pelle ancora scottata dalle esperienze del passato, da certi errori, da certi rapporti tossici e da tante, troppe pene autoinflitte. La verità è che ritrovarmi con un figlio attaccato per l’ombelico ha riaperto dolorosamente tutti gli ombelichi che avevo dovuto annodare nella mia vita. Ha riaperto metaforicamente il nodo che mi aveva separato da mia madre, tanti anni prima. Mi ha scaraventato nel pozzo nero delle mie fragilità. Sono stata male. Oppressa dall’angoscia e dalla solitudine. Ossessionata da paure inconfessabili. Depressa, forse. Incapace di difendermi da certe situazioni, da certe parole, da certe considerazioni che mi  riempivano la testa di fantasmi che non sono più riuscita a scacciare.

Così, la seconda volta, ho deciso di proteggere me stessa e il figlio che avevo nella pancia nell’unico modo che in quel momento mi sembrava possibile: chiudendomi in me stessa. Per qualcuno, quel lungo silenzio è stata una mancanza di fiducia, per altri l’esclusione del prossimo dalla mia felicità. Per me, semplicemente, è stata la scelta più istintiva per evitarmi preoccupazioni e paranoie superflue che, conoscendomi, non avrei saputo scansare in altro modo.

E ha funzionato, in qualche modo. Quelli in cui ho aspettato Flavia sono stati mesi di serenità e positività, nonostante la preoccupazione per una gravidanza così ravvicinata alla nascita del primo figlio. Mi sono serviti per ascoltare, nel silenzio totale, la mia voce. E per entrare in contatto con mia figlia senza interferenze. Mi hanno restituito una parte dell’esperienza che non avevo avuto la volta precedente, mi hanno permesso di acquisire un minimo di fiducia in me stessa e di autocontrollo. Lo rifarei senza esitare, nonostante le critiche, e qualche perdita, che mi è costato.

Le scelte degli altri, a volte, ci sembrano incomprensibili, se non addirittura esecrabili. Ma spesso è solo che non siamo in grado di intuirne le ragioni profonde.

29 Giugno 2018 3 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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