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Flavia

giocare all'aperto poolgarden
life

Principessa

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Giugno 2018

Ho una figlia di 3 anni e quando era piccola non la vestivo mai di rosa. Finché è dipeso da me, in effetti, ho sempre preferito per lei la praticità di shorts e leggings ai collant che stringono, alle gonne che si impigliano, si strappano, che la costringono a venire a contatto, a pelle nuda, con panchine, sedili di mezzi pubblici, altalene, scivoli e altre schifezze sudice. Ho una figlia di 3 anni e da quando è al mondo non faccio che ripeterle quanto è bella, ma soprattutto quanto è intelligente, coraggiosa, forte e brillante. Quante cose sa fare, e quante altre ne imparerà crescendo. Quante meraviglie potrà regalare al mondo.

Ho una figlia di 3 anni, che condivide col fratello maggiore il mio tempo e il mio amore. Che gioca insieme a lui con le costruzioni e con le pentoline, con le bambole e i pennarelli. Col pallone e con il monopattino. Che con suo fratello condivide da sempre le letture, i cartoni animati, le canzoncine da ballare, le attività del pomeriggio e quelle del weekend. Ho una figlia di 3 anni e nessuno, a casa, l’ha mai trattata diversamente rispetto a suo fratello.

Ho una figlia di 3 anni. E mi arrabbio quando i nonni, inconsapevolmente, le dicono cose sessiste. Mi arrabbio con amici, vicini e conoscenti quando lasciano intendere che una bambina debba essere “naturalmente incline” alla tenerezza, ai giochi “riflessivi”, all’accudimento del prossimo. Chiedo un confronto con le maestre quando non sono convinta fino in fondo di alcune delle loro scelte.

Ho una figlia di 3 anni, che ha un fratello di rara sensibilità. Un fratello che si commuove di continuo, che dichiara i propri sentimenti, che si preoccupa per gli altri e che accudisce con amore gli amichetti più piccoli. Un fratello che ai supereroi preferisce i pupazzi di peluche e che ama l’arancione. Un fratello che si è sempre visto riconoscere la sua emotività, incoraggiato a esprimerla e a viverla appieno. Un fratello che io difendo come una leonessa dai pregiudizi e dagli stereotipi, dalla cultura per cui un bambino che piange o che culla una bambola “è una femminuccia”.

Ho una figlia di 3 anni, che ha una madre abituata a fare le cose a modo suo. Che si veste come le piace, che si trucca solo se ne ha voglia, che cura il suo corpo e il suo aspetto con attenzione, ma senza aderire ad alcun modello preconfezionato. Una madre che desiderava essere bella, nel giorno delle sue nozze, ma che non ha voluto un abito bianco, né un velo, né una french manicure o un trucco smokey per gli occhi. Una madre che ha mai tinto i suoi capelli, a parte una volta, quando era stata mollata dal suo ragazzo.

Ho una figlia di 3 anni che da grande vuole fare la principessa. Che è ossessionata da tutto quello che, nella sua visione stereotipata di bambina piccola, incarna il concetto di “femminile”: le gonne, i glitter, i fiocchi, le farfalle, i capelli lunghi. Se potesse, indosserebbe la sua corona da regina anche per andare a dormire. E se io non fossi preoccupata di salvaguardare la sua pelle, le sue unghie, le sue labbra delicate, userebbe i miei trucchi sul suo corpo ancora tenero. Ho una figlia di 3 anni che chiede di continuo se è bella. Se le rispondi sì, lei ti chiede se è “proprio molto bella”, e sembra convinta che a renderla tale siano le cose che indossa, la foggia dei suoi abiti, la pettinatura che ha sul capo.

Ho una figlia di 3 anni, e la amo per quello che è. Accetto le parti della sua personalità che non mi appartengono, e finanche quelle che mi fanno paura. Ho una figlia di 3 anni, e mi confronto con le sue esigenze anche quando non le capisco, o almeno non le condivido. La amerò sempre, proprio come oggi, quando si scaccola e quando balla sulle punte, quando si arrampica come una scimmia e quando mi chiede di farle le trecce. Ho una figlia di 3 anni, ma niente e nessuno mi farà abbassare la guardia di fronte alla società sessista in cui mi trovo a doverla crescere. Non le impedirò di vestirsi di rosa confetto, ma farò in modo che indossi abiti comodi e che sia sempre a suo agio. Non castrerò la sua voglia di bellezza, ma le vieterò di spalmarsi sul corpo cosmetici aggressivi e sostanze tossiche. Le ripeterò ogni giorno che è bella, ma non prima di averle ricordato quanto è brillante, sveglia, fortissima. Non le impedirò di sognarsi principessa, ma farò in modo che sappia che, se lo desidera, può fare qualsiasi cosa.

11 Giugno 2018 8 Commenti
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life

Senza etichetta

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Aprile 2018

O sei bella (e stupida), o sei intelligente (e racchia).
O sei una principessa, o sei un maschiaccio.
O ti piace giocare con le bambole, o con i castelli e i cavalieri.
O fai la madre o ti dedichi al lavoro.
Se non ti trucchi mai sei sciatta, se lo fai sempre sei frivola. Se sei un tipo riservato, allora sei frigida, se sei estroversa e brillante, allora sei una facile.
Se hai successo e sei bella, inevitabilmente lo hai raggiunto concedendo favori sessuali ai quattro venti. Se hai successo e sei brutta, meriti battute volgari e sessiste sul tuo aspetto fisico.

Sembra che le donne, fin da quando sono bambine, debbano essere etichettate in un modo o nell’altro. E che debbano scegliere se avere cervello o avvenenza, se valorizzare il proprio aspetto fisico o le proprie capacità, il talento, le attitudini.
Come se non fosse possibile essere l’una e l’altra cosa insieme. Come se tutte noi, ciascuna nel proprio modo unico e complesso, non fosse, in ogni momento, l’una e l’altra cosa insieme.
Come se per vedere riconosciuto il nostro valore dovessimo rinunciare alla nostra femminilità, a curare il nostro corpo, a sentirci carine. Giustificarci se non siamo brutte o trascurate. Cercare di somigliare ai maschi perché il mondo ci attribuisca quei meriti che abbiamo, ma che di norma vengono riconosciuti soltanto ai maschi.

Detesto che alle bambine si ripeta solo quanto sono “belle” ed eleganti. Che si facciano esclusivamente commenti sulle loro scarpe nuove o sulla foggia della loro acconciatura. Che vengano incoraggiate sempre e soltanto a pettinarsi, truccarsi e guardarsi allo specchio. Le bambine meritano che si ricordi loro anche quanto sono brave e intelligenti. Quanto sono forti e coraggiose. Quanto è importante che, anche attraverso il gioco, coltivino fin da subito le proprie passioni e scoprano quali sono le loro attitudini.

Ma questo non vuol dire trattenersi dal dire loro che sono carine. Né impedire loro di vestirsi “da femmina” o truccarsi, se lo desiderano. Due cose, a mio parere, contano davvero: la comodità dell’abbigliamento – una gonna di tulle per una gita al parco magari non è molto pratica – e la sicurezza dei cosmetici. Il resto è dietrologia.

La mia speranza è che mia figlia e le sue coetanee non debbano mai trovarsi a scegliere se essere “belle o intelligenti”. Perché possono essere alla perfezione entrambe le cose. Anzi, perché tutte loro lo sono già.

11 Aprile 2018 0 Commenti
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life

Lettera di auguri per mia figlia

by Silvana Santo - Una mamma green 7 Novembre 2017

Tre anni, tre anni lunghissimi e fulminei. Mentre scrivo questa lettera di auguri per te, la mia figlia più piccola, sono passati esattamente tre anni dal giorno in cui sei nata. Fregando tutti sul tempo, pretendendo in qualche modo di decidere tu quale fosse il momento giusto per venire al mondo. Un po’ come avevi già fatto, mesi prima, annidandoti dentro la mia pancia in una notte così improbabile, del tutto inaspettatamente. L’imprevedibilità è sempre stata il tuo forte, dovrei decidermi a farmene una ragione.

Tre anni fa non sapevo nulla di te, neanche se fossi un maschio o una femmina (per quanto nei sogni tu mi avessi già preannunciato la verità). E oggi mi rendo conto che ti conosco ancora così poco. Anche se ti ho fatto io. Anche se stiamo sempre insieme. Anche se all’apparenza ci somigliamo così tanto. Perché tu sei imperscrutabile. Contraddittoria, mutevole, complessa. Sei sole e stelle, sei fuoco e ghiaccio, sei sabbia e neve. Sei la tenerezza struggente e la rabbia sordida, il sorriso aperto e la durezza ostinata. Sei l’amore e la follia, la pace completa e la tempesta perfetta. Sei l’imprevisto sempre in agguato, la risata argentina che finisce in pianto, la crisi di nervi che sfocia in abbraccio.

Sono stati, questi ultimi tre, gli anni più intensi della mia vita, soprattutto perché ci sei stata tu a condividerli con me. Anni di passione, nel senso più letterale del termine. Anni in cui ho pensato di sparire al cospetto della perfezione del nostro amore, di essere sopraffatta dalla gratitudine e dalla felicità. Ma in cui ho anche sofferto della stanchezza più inconsolabile e dei dubbi più atroci. Mi hai divertito e mi hai commosso come solo tuo fratello aveva fatto prima di te. E mi hai terrorizzato e fatto incazzare come neanche lui era riuscito ancora a fare.

La mia lettera di auguri, figlia mia, parte dall’auspicio che tu riesca a trovare quella serenità di fondo che tua madre, per sua stessa natura, non ha mai raggiunto, e che in certi momenti sembra una condizione inavvicinabile anche per te. Che la pace interiore, però, non ti impedisca mai di restare avida, curiosa, attiva. Che la tua vita sia sempre in equilibrio tra l’insoddisfazione che ti sprona e l’appagamento che ti sazia. Tra l’ambizione e la modestia, tra il dare e il pretendere.

Buon compleanno, piccola. Non correre troppo, perché a me, a starti dietro, comincia a mancare un po’ il fiato.

7 Novembre 2017 5 Commenti
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essere madre

La medicina secondo mia figlia di tre anni

by Silvana Santo - Una mamma green 29 Settembre 2017

Il gioco preferito di Flavia è “fare il bebè”. Il bebè umano, ovino, bovino, felino, canino e anche pulcino, poco importa. Ogni cucciolo va bene, purché sia lagnoso al punto giusto e abbia la tendenza – oltre a “svegliarsi e addormentarsi” dieci volte in tre minuti, nonché “fare la cacca nel pannolino” con la frequenza delle peggiori gastroenteriti virali – a “farsi male” ogni 7 nanosecondi netti (e indovinate poi chi è la prescelta per accudire, addormentare, pulire e curare questo povero infante più sfigato del dolce Remì?). Il bebè ha la sua visione delle cure necessarie per ristabilirsi dalle proprie inenarrabili sventure, che poi sono le stesse che la piccola sceneggiatrice pretende quando si fa male nella vita reale.

E qui veniamo all’oggetto del post: la medicina secondo mia figlia di tre anni.

1. La pomatina made in Lourdes

Punture di zanzara, graffi, ematomi, unghie spezzate, ginocchia sbucciate e perfino i nei. Qualsiasi accidente, secondo Flavia, può essere affrontato con l’applicazione di generose doti di “pomatina”, possibilmente densa e pastosa. Lei non può saperlo, ma l’unguento miracoloso non è altro che una semplice pasta all’ossido di zinco, che però le dona sempre immediato sollievo manco l’imposizione di entrambe le mani da parte del Divino Otelma. Placebo spalmabile in tubetti da duecentocinquanta grammi.

2. Il cerotto universale

Che nella maggioranza dei casi viene sostituito da pezzi di normalissimo nastro adesivo trasparente. Lo scotch, proprio lui. Con cui lei si mummifica mani e piedi allo scopo di farli guarire da imprecisati disastri.

3. Il “massaggino”

Nella libera interpretazione di Flavia, una specie di shiatsu tailandese acrobatico, che puntualmente finisce col rendere reale il dolore immaginario che avrebbe dovuto curare. Peccato che questa tecnica sia quella che mia figlia predilige quando giochiamo a parti invertite, e farsi curare con tanta delicatezza tocca alle povere membra di sua madre (già anchilosate dalle mie posture da shinigami e dall’acido lattico che mi scorre dentro a giorni alterni da quando vado in palestra).

4. L’acqua santa

Ovvero quella che esce dal rubinetto di casa nostra. Che placa i singhiozzi (finti) e riporta la calma (temporanea), come per magia. Un po’ come la birra per me, ora che ci penso.

5. Bacini e carezze

Questa è scontata. A tre anni, non puoi che credere con tutta te stessa che tua madre e tuo padre (ma più tua madre, gnegnegnè) abbiano la capacità di guarirti da ogni male con baci e tocchi taumaturgici. Che poi è solo un modo semplice per dire: “Sto male, e sono spaventato. Ma se tu non mi lasci solo, il dolore e la paura si fanno più piccoli e meno minacciosi”.

Non è il nostro bacio, lo sappiamo bene, che salva i nostri figli. E nemmeno la carezza con cui asciughiamo le loro lacrime, il massaggio premuroso con cui frizioniamo i loro arti dolenti. È sapersi amati, sentirsi al centro delle preoccupazioni di un individuo altro, che li consola e li cura. La sensazione che qualcuno si faccia carico dei loro problemi come se fossero i propri. Con lo stesso trasporto, la stessa attenzione, la medesima partecipazione accorata. In fondo, è un po’ quello che accade ad ognuno di noi: illudersi di non essere davvero soli al mondo. Continuare a raccontarsi che è così, anche quando alle favole abbiamo smesso di crederci da almeno qualche decennio.

29 Settembre 2017 6 Commenti
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life

Mattoni

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Maggio 2017

“Voglio una sedia di mattoni”.

Così dice Flavia, quando vuole sedersi su qualcosa di stabile e sicuro. Una sedia che non ti sfugga dalle natiche all’improvviso. Che non si metta a girare o dondolare a tradimento. Che non ti lasci col sedere per terra quando meno te lo aspetti.

“Non tirare così la tua maglia, la strapperai”. La ha detto suo padre questa mattina. “Papà, non si rompe, è di mattoni!”, ha risposto lei col suo piglio deciso.

I mattoni sono il metro che usa per misurare la solidità. Il paradigma della forza, la quintessenza dell’affidabilità. Rappresentano il baluardo invalicabile dal soffio più poderoso del più affamato dei lupi cattivi. Se una cosa è fatta di mattoni, niente riuscirà mai a distruggerla.

A volte mi fa pensare alle madri di famiglia che sotto una mattonella sconnessa, oppure nell’anima scheggiata di un mattone forato, nascondevano gli avanzi del salario mensile, la cresta che ogni giorno riuscivano a fare alla spesa per mettere via una dote appena migliore per le figlie ancora da sistemare. Mattoni che custodivano un amore semplice, fatto di gesti quotidiani che si chiamavano sacrifici, ma che erano, in fondo, solo la vita che scorreva, necessaria e senza fine.

Mia figlia ha ragione, dopotutto. I mattoni sono davvero l’unità fondamentale di ogni costruzione. L’elemento essenziale, nella loro semplicità – nella loro miseria, oserei dire – dei palazzi più arditi, dei progetti più ambiziosi. Il punto di partenza di qualsiasi opera umana. Funzionano solo se sono insieme, e se sono disposti con sapienza.

Mi piace pensare che il mio amore per Flavia e quello per suo fratello sia come un muro fatto di mattoni. Impastato nell’argilla delle cose semplici, edificato ogni giorno, un pezzo alla volta, sudando o tremando d’estate e in inverno. Tenuto assieme dalla malta indistruttibile del quotidiano, dei ricordi condivisi, della strada percorsa fianco a fianco, mano della mano. Un muro che innalziamo lentamente, con molta fatica, insieme. Col tempo, ci cresceranno sopra l’edera e i denti di leone. L’acqua scaverà qualche fenditura, il sole gli darà quel colore di terra cotta e calda. Il gelo, nelle notti peggiori, aprirà qualche crepa qua e là. Ma non poseremo mai l’ultima pietra. Perché ogni giorno, e ogni ora, aggiungerà un altro mattone alla nostra muraglia infinita, che per noi sarà casa e bastione. Granaio e tempio. Che per noi sarà la strada.

E che il lupo cattivo soffi pure quanto vuole. Il nostro amore di mattoni è nato per non crollare mai.

17 Maggio 2017 0 Commenti
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una mamma per due

Il senso di Flavia per il sarcasmo

by Silvana Santo - Una mamma green 27 Marzo 2017

Mia figlia ha due anni e mezzo, mese più, mese meno. E capisce il sarcasmo. O meglio, comprende quando il sarcasmo è indirizzato a lei, lo comprende alla perfezione e reagisce come se fosse vittima di un oltraggio imperdonabile. Il punto è che mia figlia si ritrova, suo malgrado, con una madre parecchio sarcastica. Il che rende le nostre giornate abbastanza dense dal punto di vista della diplomazia familiare.

Un esempio pratico? Se le chiedo di raccogliere un giocattolo, e rispondo con un istintivo (e sarcastico) “grazie!”al suo (sistematico) diniego, lei mi guarda malissimo e mi fa: “Non dire così!”. Stessa, identica, scena quando la richiesta ha a che fare col non alzarsi in piedi sulla sedia o con lo smettere di saltare sul divano. Se propone di giocare con gli acquerelli o con la sabbia cinetica proprio due minuti dopo che la casa è stata resa faticosamente presentabile e io me ne esco con un innocuo (ma sarcastico) “Evviva!”, il suo commento (piccato, piccatissimo) è sempre lo stesso: “Non dire evviva!”. E così via per ogni mia istintiva chiosa, esternazione o battuta  che sia anche solo appena appena beffarda. 

Per dirla tutta, in questa fase della sua vita, Flavia sembra mal digerire anche l’allegria più innocente scaturita dalle sue mossette buffe o dalle parole che storpia in un modo che è davvero difficile non trovare irresistibile e buffo. Perlomeno per me. Se dice “zainon” invece di “zaino”, oppure tira fuori uno dei suoi cavalli di battaglia come “quadratolo”, o ancora si riferisce a un personaggio che si chiama Topo Tommaso come Topo Col Naso, io, per quanto mi ci metta di impegno, raramente riesco a non ridere. E lei, ormai sarà ovvio, risponde sempre così: “Mamma, non c’è niente da ridere!”.

Il senso di Flavia per il sarcasmo. E la sua difficoltà a ridere di sé stessa, almeno per il momento. È una cosa che mi ha colto di sorpresa, avvezza com’ero al candore del fratello, alla sua assoluta ingenuità che lo rende tuttora così ignaro e innocente. Se rido per una piccola gaffe di mio figlio, Davide ride insieme a me. O al massimo mi domanda candido: “Mamma, perché stai ridendo?”. Se io gli rivolgo un ringraziamento sardonico, lui, semplicemente, mi sorride e mi risponde “Prego”. Non coglie ancora la mia ironia un pochino caustica. Non immagina neanche lontanamente che un adulto – che sua madre – possa dire “Evviva!” mentre intende “Dannazione!”.

Mi sono chiesta se sia l’una ad essere precocemente suscettibile e smaliziata, o l’altro ad essere un po’ troppo ingenuo per la sua età. Mi sono risposta che non è vera né l’una né l’altra cosa. Che entrambi vanno benissimo così come sono, e che crescere insieme li aiuterà, magari, a trovare il compromesso necessario tra candore e sospetto, tra autoironia e permalosità. Dal canto mio, non faccio che ripetere a mia figlia che non è di lei, che rido, ma vorrei piuttosto ridere insieme a lei.  E che molte volte sorridere di se stessi è il modo migliore per amarsi, e per esorcizzare i propri umanissimi errori. Soprattutto quando sono teneri e deliziosi come ribattezzare Topo Col Naso il personaggio di una serie di libri per bambini.

 

27 Marzo 2017 1 Commenti
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allattamento

Perché allatto ancora mia figlia di due anni

by Silvana Santo - Una mamma green 30 Novembre 2016

Mia figlia ha compiuto due anni da qualche settimana e la allatto ancora al seno, soprattutto di sera e durante la notte. Una scelta che ci rende parte di una sparuta minoranza di madri e figli che prolungano l’allattamento oltre i primi mesi e, addirittura, dopo il primo compleanno del bambino. Una minoranza che nella mia regione, dove si allatta poco e quasi mai in modo esclusivo e a richiesta, è addirittura “sparutissima”, se così si può dire. Una scelta non sempre facile, dal momento che mi rende ancora indispensabile per l’addormentamento serale di Flavia e la gestione dei risvegli notturni, che tra l’altro sono favoriti proprio dalla sua abitudine di attaccarsi al seno per conciliare il sonno. Una scelta che mi espone nella migliore delle ipotesi alla mera curiosità delle persone, davvero disabituate a vedere un bambino di due anni – che va all’asilo, parla speditamente, corre e recita filastrocche a memoria – chiedere espressamente il seno e attaccarsi per ciucciare (commentando anche le qualità organolettiche del latte, in qualche caso). E che spesso mi costa, purtroppo, critiche più o meno velate, battute sarcastiche, domande sconcertate e commenti di ogni genere. Da gente – madri, di solito – che evidentemente ignora che su scala mondiale la pratica dell’allattamento prolungato è senz’altro poco gettonata, ma non così stravagante.

Non è facile, in effetti. Allatto ancora mia figlia di due anni e per questa cosa mi sento in ultima analisi anormale, nel senso letterale del termine. Anormale perché io e Flavia, obiettivamente, non rappresentiamo la norma, non incarniamo la situazione “media” del contesto culturale e sociale in cui viviamo (perché in realtà in altre culture, anche diversissime tra loro, è molto meno inusuale vedere un cosiddetto toddler attaccato al petto di sua madre). E siccome da anormale a sbagliata il passo è breve, io quest’estate mi sono anche convinta che dovevo smettere di farlo, anche se mia figlia non era assolutamente dello stesso parere. Dopo alcune settimane di grande tensione per l’intera famiglia, di vere e proprie crisi d’astinenza da tentare di tamponare con surrogati di varia natura, alla fine ho desistito. Frustrata e confusa.

Poi ho scoperto per caso che una persona che conosco grazie ai social e al mio lavoro sul web, una donna che io ho sempre considerato moderna e vincente, una professionista affermata e popolare, allattava anche lei la sua duenne, e questo mi ha in qualche modo aiutato ad assolvermi. Se lei, così figa e brillante, aveva optato per l’allattamento prolungato, forse potevo smettere di considerarmi una sfigata e una pessima madre. E così, grazie alla testimonianza di questa collega tanto stimata (e visto che Flavia proprio non voleva saperne) ho continuato ad allattare fino a questo momento.

Ma perché allatto ancora mia figlia di due anni? Non certo perché è una cosa che mi diverte, o mi esalta. Diciamo che in generale non mi dispiace, anche perché di certo non sarei arrivata fin qui, altrimenti. E non è, al momento, una cosa che mi causa dolore o altri fastidi fisici (nella mia lunga storia di madre allattante ho avuto piccole ragadi, dolori localizzati, escoriazioni più o meno serie e ingorghi anche estremamente dolorosi, ma non succede da molto tempo, oramai). Ma spesso ne farei volentieri a meno, specie quando allattare significa restare sveglia per metà della notte, oppure dover continuamente spostare le manine di Flavia che vorrebbero “tormentarmi” l’altro seno come un antistress. È una cosa, inoltre, che ha cambiato profondamente l’aspetto del mio seno, tanto che adesso me ne vergogno abbastanza. È una cosa che, tra un figlio e l’altro, mi ha impedito per quasi 4 anni di lasciare i bambini col padre di sera o di notte. Costa fatica, costa notti insonni, costa presenza. È costato dolore. Eppure continuo, ma allora perché?

Perché Flavia ne ha, al momento, un bisogno ancora disperato. Perché se provo a negarle il seno la sua reazione diventa incontenibile: urla, lacrime, apnee e conati di vomito. Perché una volta ho provato a “resistere” per mezz’ora e ho temuto davvero che le venisse una sincope. Perché lei, che sa parlare piuttosto bene, argomenta la sua richiesta in modo articolato, mi implora, mi supplica. Allatto ancora mia figlia di due anni perché, a differenza di suo fratello, non si è mai convinta a prendere il ciuccio, né si è mai consolata da sola succhiandosi un dito. Eppure, evidentemente ha ancora la necessità della suzione per rilassarsi o addormentarsi (come tanti altri suoi coetanei, del resto. Solo che loro risolvono col succhietto, appunto).

Allatto ancora mia figlia di due anni perché per me la decisione iniziale è stata quella di un allattamento completamente a richiesta. E allattare a richiesta, di solito, non si riduce a una mera scelta nutrizionale, un modo come un altro – allattamento artificiale, o misto – per alimentare il proprio bambino. Allattare a richiesta è uno stile complessivo di gestione della maternità, in cui la suzione al seno diventa una possibile risposta, per quanto non l’unica, ovviamente, a esigenze che vanno ben oltre la fame. Diventa, se il bambino lo gradisce e lo richiede (non certo se la mamma lo trova comodo o piacevole, a mio parere) un modo per consolare dal dolore o dalla paura, per accompagnare nel sonno, per calmare dal disagio. Come, per molti bambini, accade appunto col ciuccio, o col pollice da succhiare. Flavia mangia qualsiasi cosa, e da molto tempo. Fa regolarmente colazione al mattino, mangia da sempre pietanze “da adulti” e ha gusti molto articolati, oltre che essere straordinariamente golosa. Ma questo non ha niente a che vedere con il mio latte. Che nel nostro caso non è mai stato, appunto, soltanto cibo.

Allatto ancora mia figlia di due anni perché per adesso non me la sento di negarmi, anche se per certi versi sarebbe un sollievo. Non mi sento, per questo, un’ipocrita, né una madre coraggio. È solo che visto che ho scelto liberamente questo stile di allattamento – esclusivo e a richiesta, appunto – che assecondava la sua personalità bisognosa da sempre di contatto e tanta suzione, non ho ancora avuto voglia di imporle un cambiamento che per lei, al momento, sarebbe in qualche modo doloroso. Se fossi riuscita a convincerla a usare il ciuccio, probabilmente la transizione sarebbe già avvenuta, come è stato a suo tempo per suo fratello. Ma tant’è, col senno di poi non si va da nessuna parte. Per Flavia niente ciuccio, e pedalare.

Questo significa che allatterò a termine, ovvero fino a quando non sarò mia figlia stessa a decidere di smettere? Non lo so, e onestamente non credo. La stanchezza è tanta, così come la voglia di ricominciare a dormire per più di tre ore di fila, di condividere la routine serale e notturna col padre dei miei figli o di gestire gli impegni di lavoro senza l’ansia della possibile reazione di mia figlia a una mia assenza più lunga di alcune ore.

Sono sicura che nei prossimi mesi troveremo una strada condivisa. La nostra strada. Fino ad allora, io mia figlia la continuo ad allattare. Anche se ha due anni, anche se a volte mi costa una fatica enorme. Anche se la gente ci guarda e, pure se non lo dice, pensa che sono anormale. Anche se anormale, in un certo senso, lo sono davvero. Mia figlia ha due anni e io la allatto ancora.

30 Novembre 2016 31 Commenti
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essere madre

I miei figli non sono speciali. E va bene così

by Silvana Santo - Una mamma green 28 Novembre 2016

I miei figli sono due bambini come tanti altri. Hanno occhi grandi come tutti i mammiferi quando sono ancora cuccioli, e mani paffute che fanno tanta tenerezza. Dicono quelle cose disarmanti che dicono a volte i piccoli, ma altre volte sono ostinati e molesti. Egoisti e cocciuti come lo sono spesso i bambini. Indossano esattamente la taglia corrispondente alla loro età, hanno pesi e altezze perfettamente nella media dei bambini italiani. I miei figli hanno imparato a camminare entrambi quando avevano un anno e due mesi, né tardi né presto. Un’età normalissima, per così dire. Il primo ha parlato molto tardi e un po’ per volta, la seconda prestissimo e come un libro stampato. Diciamo che insieme sono, ancora una volta, perfettamente nella media.

I miei figli sono molto bravi in certe cose, ognuno in cose diverse. Davide se la cava con i numeri, e ha una memoria inquietante. Flavia si arrampica e salta come un piccolo primate, e impugna la penna meglio di me. Sono una frana in altre, inevitabilmente. Lei è stonata come una campana, lui per adesso non ha mostrato grandi doti di agilità. I miei figli sono molto bene educati, per certi aspetti. Per altri, invece, sono anarchici e indisciplinati. Ognuno a modo suo, tra l’altro. A testimonianza del fatto che il merito e la colpa, forse, non sono tutti miei e del loro papà. Davide si lava i denti con perizia ogni mattina e ogni sera, sua sorella, se continua così, si ritroverà la bocca completamente cariata entro i cinque anni di vita. Lei snobba la televisione da sempre, mentre a lui vanno imposti dei limiti, per evitargli una lobotomia. Lei piange se non può andare a scuola, lui ne farebbe quasi sempre a meno. Nel complesso, sono due normalissimi bambini di pochi anni.

I miei figli a volte fanno i capricci. Si fissano su delle questioni completamente irrazionali e fanno sceneggiate isteriche da manuale finché non vengono accontentati, oppure distratti con sistemi più o meno ortodossi (anche perché entrambi possono contare su un tono di voce, quello sì, un po’ sopra la media). Sono entrambi golosissimi, buon sangue non mente… Evitare che la merenda diventi un tripudio di zuccheri e grassi è a volte un’impresa. In compenso non si lamentano mai per andare a dormire la sera, e per il momento non chiedono ancora giocattoli o altri regali. Sono bambini. Normali bambini di quattro e due anni.

I miei figli da qualche tempo si adorano reciprocamente. Giocano insieme a lungo, si abbracciano (Davide abbraccia Flavia e lei tenta di sottrarsi, per la precisione), scoppiano a ridere all’improvviso per cose che capiscono soltanto loro. Ma spesso litigano con una furia cieca, si strappano di mano i giocattoli e tentano di prendersi a botte. Due fratelli normalissimi, come ce ne sono a miliardi nel mondo.

I miei figli non sono speciali. Hanno qualcosa di speciale, certo. Come tutte le persone del mondo. Sono deliziosamente unici, proprio come ogni essere umano che se ne vada a spasso per questo pianeta malridotto e bellissimo. Ma sono bambini come tutti, coi loro talenti e le loro difficoltà. Con le loro paure. Con i loro limiti. Sono precoci in certe cose e molto “lenti” in altre. Ragionevoli o capricciosi. A volte ti spiazzano con l’acume e la profondità delle loro osservazioni, e in altri momenti si rivelano per quello che sono: due bambini piccoli, con ancora tutta la vita davanti per crescere e fare esperienza del mondo.

Sono, semplicemente, due bambini normali. E questa cosa non potrebbe rendermi più felice, oltre che soddisfatta di loro. Li amo esattamente così come sono, non ho mai avuto bisogno di considerarli “avanti”, o straordinari, o “bravissimi” per cogliere la portata immensa del loro valore. Che poi è la stessa per ogni bambino – o adulto – dell’umanità. Voglio dei figli, non dei supereroi. Non mi porta che loro siano i migliori, non mi importa che siano i primi. Sono i miei figli, e voglio solo che siano felici.

28 Novembre 2016 4 Commenti
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life

Mia figlia compie due anni, e sa perfettamente chi è

by Silvana Santo - Una mamma green 6 Novembre 2016

Oggi mia figlia compie due anni. La guardo e a volte mi sembra ancora piccolissima. Mi dico che condivide il destino di molti ultimogeniti, quello di essere percepiti per sempre come “quelli piccoli”, per lo meno dalle loro madri. Flavia oggi compie due anni, in fondo posso ancora considerarla piccina senza preoccuparmi di farle un torto. È passato talmente poco tempo da quando stazionava nella mia pancia, che posso ancora sentire distintamente i suoi arti tendersi nel mio utero, disordinarmi le viscere, scalzarmi i polmoni.

Eppure è così grande, per certi versi. Così consapevole, così decisa. L’altro giorno, per strada, una signora sorridente le ha dato un pizzicotto sulla guancia paffuta e l’ha chiamata bambolina. “Non sono una bambolina”, ha risposto lei, piccata ma senza piangere. “Sono Flavia”.

È proprio questo che ti auguro, mia ultimogenita ancora così piccola eppure così grande. Di sapere sempre chi sei, e di dirlo al mondo ad alta voce, con piglio sicuro e senza mezzi termini. Anche se questo, ogni tanto, dovesse renderti antipatica, o stramba, o snob. Se a un certo punto vorrai essere una bambolina, nessun problema, naturalmente. Amerò perdutamente la mia piccola bambola, anche se è la cosa più diversa da me che io possa immaginare in questo momento. Ma se non è questo, il destino che vuoi per te, ti auguro di avere sempre la consapevolezza e la forza per dirlo ad alta voce. Ed affermare la tua identità.

Qualunque cosa tu decida di essere nella lunga e straordinaria vita che ti auguro, lo farai alla grande. Buon compleanno, amore mio (tua madre non lo dice mai in giro, ma è profondamente orgogliosa di te e di tuo fratello). Cento, e molti di più, di questi giorni pieni di sorrisi.

6 Novembre 2016 4 Commenti
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essere madre

Perché i bambini piccoli sono meravigliosi

by Silvana Santo - Una mamma green 30 Settembre 2016

Flavia che, quando un rivolo di sole entra in casa di taglio dalle finestre socchiuse, si ferma a guardare sognante le particelle di pulviscolo atmosferico, e le chiama stelline.

Davide che la sera guarda i cartoni sul divano e mi dice: “Mamma, vieni vicino a me?”.

Flavia che a volte, senza preavviso, si ricorda con occhi splendenti delle nostre ultime vacanze “a Baccellona”, e delle fontane magiche che abbiamo visto a Montjuic.

Davide che davanti a un semaforo rosso mi chiede di fare una magia per far scattare il verde, e che è sinceramente convinto che sia io a compiere l’incanto.

Flavia che afferra il suo cellulare giocattolo e telefona a suo padre per implorarlo di tornare presto dal lavoro.

Davide che, se qualcuno lo chiama “campione”, o “supereroe”, o qualcos’altro del genere, risponde semplicemente: “Ma no, io sono Davide!”.

Flavia che ogni tanto, mentre stiamo facendo qualcosa di divertente, dice a sé stessa “Sono contenta!”

Davide che abbraccia forte sua sorella e le dice che le vuole tanto bene, e che vorrebbe darle un bacio sul naso.

Flavia che fa parlottare a mezza voce i giocattoli in quella sua lingua piccola e buffa.

Davide che racconta a chiunque che i suoi anni stanno diventando quattro.

Flavia che abbraccerebbe ogni animale, quadrupede, bipede o millepiedi, che incontra sul proprio cammino.

Davide che si rifiuta di accettare che il proprio cognome sia Piccolo. Perché lui adesso è grande.

Flavia che saluta la luna, le stelle, il mare. Ed è davvero convinta che possano sentirla.

Davide che, quando sua sorella piange, le dice: “Non ti preottupare, c’è Davide tuo!”

Flavia che si nasconde gli occhi con le mani ed è assolutamente certa di essersi resa invisibile.

Davide che gioca a nascondino e quando gli altri non lo trovano entro pochi minuti esce gridando “Sono quiiiii!”.

Flavia che divide il suo pasto con il papà che le siede accanto.

Davide che quando ci sente litigare ci chiede subito di smetterla. Senza giri di parole e senza esitazione. Basta litigare, adesso. Non urlate così.

Flavia che quando sono stanca e non avrei voglia di allattarla, mi dice ti prego.

Davide che a volte dimentica le cose e mi chiede scusa per questo.
I bambini  piccoli sono irragionevoli, testardi, capricciosi. Sono spesso egocentrici e inconsapevolmente egoisti. Si ammalano di continuo, si contendono i giocattoli, rompono le scatole con perizia insuperabile. Imparano presto a fare di tutto perché gli adulti esaudiscano i loro desideri. A volte, come tutti gli esseri umani, sono antipatici, noiosi, insopportabili. Ma posseggono, fintanto che non riusciamo a farglielo perdere, un candore che noi nemmeno ricordiamo di avere avuto. La capacità di credere in cose che non si vedono, che non si spiegano, che non esistono. La convinzione, in un certo senso, che tutto sia possibile. I bambini piccoli sono meravigliosi. Massacranti. Ma meravigliosi.

30 Settembre 2016 2 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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