Il gene della felicità

Dev’esserci un gene ancora sconosciuto attaccato lì da qualche parte. Nascosto per bene nelle volute di uno qualsiasi dei cromosomi che ci portiamo dentro, ancora invisibile agli sguardi acuti dei microscopi a scansione più sofisticati. Un gene ballerino, intermittente. Un gene che non tutti posseggono.

Perché – mi sbaglierò – sono sempre più convinta che quella che la gente chiama felicità sia una condizione innata, una caratteristica genetica come il colore degli occhi o la tendenza a ingrassare. Magari non dipende da una sequenza di basi azotate, certo. Però rimane un’attitudine che ci portiamo dentro, una predisposizione che ci rende inclini a notare, nel famoso bicchiere, la metà piena d’acqua o quella inesorabilmente a secco.

Forse sono in cerca di alibi, lo riconosco. È più facile considerare con indulgenza la propria inguaribile tendenza alla malinconia e all’insoddisfazione. Ti solleva da una parte delle responsabilità, ti alleggerisce dell’onere di impegnarti ad essere ottimista per forza, di diventare ogni giorno più “felice” del precedente. Proprio come quelle persone un po’ in carne che scaricano ogni colpa sul loro metabolismo. «È genetico». Appunto.

A parte tutto, non faccio che scorgere, ultimamente, persone che nonostante una vita piena di salute, famiglia, amici, benessere, lavoro, viaggi, divertimenti, amore, combattono di continuo contro la frustrazione e lo sgomento. Contro la depressione, in qualche caso. Gente che istintivamente invidierei – per la bravura, la fortuna, le opportunità ottenute e sfruttate – salvo poi scoprirla costantemente impegnata nel convincersi della propria adeguatezza, della propria soddisfazione. Gente infelice, per dirla facile. E all’estremo opposto, invece, tanti altri che dalla vita hanno avuto poco, e che poco sono stati capaci di cavarne. Ma davvero bravi, oh se sono bravi, a concentrarsi su ciò che hanno, piuttosto che sul tanto che manca alle loro esistenze. Capaci di essere appagati senza farsi domande, sereni, arrivati. Felici, forse.

Sono loro i soli che meritano la mia invidia sincera, probabilmente. Quella categoria di persone nate con la speciale qualità di vedere (solo) il bello che c’è in se stessi e nella vita, a prescindere da ciò che hanno e da quello che fanno. A prescindere, oserei dire, anche da quello che sono.

Arrendersi a questa convinzione semplificherebbe un po’ le cose. Mi farebbe finalmente sentire in diritto di essere fino in fondo ciò che sono: una persona che vive, tutto e sempre, con una disperata intensità. Capace di scalare picchi vertiginosi di allegria e di sguazzare, un attimo dopo, in profonde paludi di malinconia. Una persona che non smetterà mai di cercare, di ambire a quello che ancora non ha, di interrogarsi su ciò che non conosce. Una che alla semplice ironia ha sempre preferito il sarcasmo, che sfida i cambiamenti sbattendoci contro e tormentandosi, che passa il tempo a farsi domande (quasi sempre senza risposta).

Una persona che attraversa la vita con la mente concentrata su quello che potrebbe essere, l’orecchio sempre teso a quello che è stato, lo sguardo perso su ciò che non sarà più. Non arrendersi allo spleen permanente, questo mai; evitare di indugiare nell’autocommiserazione perenne, d’accordo; ma concedersi di essere ciò che si è, sempre e comunque. Senza remore e senza colpe. Senza sentirsi malati o sbagliati perché non ci si accontenta mai. Avere ben presente nella testa che la tristezza e la depressione sono due cose diverse, che l’insoddisfazione (che in fondo è il motore del progresso) non coincide per forza con l’ingratitudine. Faticare ogni giorno per avvicinarsi alla propria realizzazione, ma permettere a se stessi di sapere che quell’obiettivo, forse, non potremo centrarlo mai, per il semplice fatto che non esiste. Perché che c’è chi nasce alto e chi nasce biondo. Chi ha l’orecchio assoluto e chi è allergico alle fragole. E c’è chi nasce ottimista e chi, invece, sta bene nella sua soddisfacente insoddisfazione.

Affrancarsi dall’obbligo morale di essere felici: ecco la vera, euforizzante, felicità.

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4 Commenti

Calzino 4 Giugno 2014 - 11:27

O mamma mia, che argomento spinoso.
(Spalanco gli occhi: continui a sorprendermi, sai? anche stavolta tocchi un nervo vivo e scoperto, che fa un male cane e su cui sto lavorando da mesi come una formichina).
Malinconica, perenne insoddisfatta, confusa con tendenza alla paranoia. C’è sempre qualcosa che non quadra, che mi mette ansia, che mi appesantisce il petto (fossero tette almeno!). E niente, mi faccio schifo. Non mi manca nulla e lo so perfettamente, eppure quel semino della felicità è caduto sullo spermatozoo di fianco al mio, ne sono sicura. Mi manca quella sensazione di stare bene ed essere in pace con tutto ciò che mi circonda. Mi manca la leggerezza dentro per ringraziare il cielo ogni giorno. Mi concentro troppo su quello che non ho. Grave, gravissimo errore.
E’ tardi per cambiare? Giuro che ci sto lavorando come se non ci fosse un domani.

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Silvana - Una mamma green 4 Giugno 2014 - 13:36

Non è mai tardi per cambiare, secondo me (per quanto, più che “cambiare davvero”, secondo me si può solo smussare certi spigoli e rafforzare certe difese). A patto però che sia tu a sentirne la necessità, e non qualcun altro a pretenderlo.

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Barbara 4 Giugno 2014 - 15:07

Io…malinconica, tendenzialmente votata alla tristezza, ma soprattutto perennemente insoddisfatta…alla ricerca di qualcosa di più, sempre…. ansiosa quanto basta per vedere benissimo che potrebbe andare peggio ma che soprattutto potrebbe essere tutto meravigliosamente migliore…….
Mio marito: inguaribile ottimista, allegro e soddisfatto tanto quanto sicuro di sé e contento di ciò che finora ha/abbiamo costruito.. suscitando la mai invidia e talvolta il mio nervosismo perché vorrei prendere la vita esattamente come lui; vita che, tra l’altro, gli ha dato anche tante batoste ma che gli appare sempre rosea e piena di motivi per sorridere. Siamo gli opposti che si attraggono? Le due metà della mela che si sono miracolosamente incontrate? Chissà, intanto so che mi sono innamorata di lui anche e soprattutto per questo, che non smetterò mai di ringraziarlo per tutte le volte che mi trasmette la sua gioia, il suo entusiasmo rendendo le giornate più belle…e mi auguro, spero con tutta me stessa che Francesco sia come lui.

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10 cose che auguro a mio figlio che sta per nascere | Una mamma green 22 Ottobre 2014 - 11:30

[…] sempre a te stesso Perché la felicità e la realizzazione, contrariamente a quello che pensano in molti, non hanno niente a che vedere con […]

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