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Categoria:

viaggi

viaggi

Vigilie

by Silvana Santo - Una mamma green 19 Giugno 2014

voloLe vigilie non mi sono mai piaciute. Troppe aspettative, quella specie di stanchezza preventiva che ti fiacca ancora prima di iniziare… No, decisamente: il vero sabato del villaggio, per me, è sempre stato la domenica (e in certi casi addirittura il lunedì!). Però il giorno prima di un viaggio ho sempre provato una certa eccitazione, mista a un pizzico di ansia. Quella curiosità verso il po’ d’ignoto che si accompagna sempre a una partenza.

Da quando siamo in tre, a partire, si sono aggiunti al mix di emozioni anche un certo senso di responsabilità, una congrua quota di scongiuri contro i malanni dell’ultimo minuto e un moderato bagaglio di preoccupazione. Il tutto annaffiato dalla felicità di vedermi dinanzi qualche giorno tutto per (e con) la mia famiglia, oltre alla soddisfazione di non avere – almeno finora – disatteso l’impegno pre-parto di continuare ad andare in giro. Provando a insegnare a Davide che viaggiare ti rende una persona migliore, oltre che più felice.

Non mi resta che augurarmi buon viaggio, anche questa volta. E sperare nella tolleranza magnanima degli altri passeggeri del nostro volo.

19 Giugno 2014 4 Commenti
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libriviaggi

La strategia della fuga

by Silvana Santo - Una mamma green 9 Giugno 2014


Quando ero piccola, c’erano i libri. Verne, Stevenson, Conrad (pochi anni dopo sarebbero arrivati i russi e i sudamericani). Altre esistenze in cui calarsi, orizzonti sconosciuti in cui perdersi, avventure da vivere con gli occhi e la mente e il cuore. Epoche diverse, luoghi lontani. Sogni di carta in cui pascere la mia fantasia, la mia voglia d’altro. Poi c’è stato il periodo delle cartoline illustrate. Ne avevo una collezione di tutto rispetto, organizzata per continenti e aree geografiche. Le sfogliavo fantasticando su quando io stessa avrei messo piede su quelle terre esotiche, intimamente convinta che prima o poi sarei riuscita a visitare tutte le località di cui riuscivo ad accaparrarmi una preziosa cartolina postale.

Gli anni dell’adolescenza sono stati un classico: miti giovanili (sportivi, quasi esclusivamente) di cui innamorarsi, lettere da scrivere, ritagli da conservare. E poi le prime vacanze, viaggi sudati in treni sferraglianti, cocktail colorati, chiacchierate notturne e giochi in mare. Come un’appendice alcolica dell’infanzia, anche se allora non avremmo mai osato ammetterlo. La consapevolezza fremente che “il meglio doveva ancora venire”. I libri erano sempre lì, i francesi e i russi scalzati dagli americani, con qualche italiano a fare da intruso e i sempiterni latinoamericani a contendere spazio a tutti gli altri.

Quando finalmente è arrivato, il meglio, ha assunto le sembianze rivoluzionarie e un po’ scomode (pure un po’ inquinanti, d’accordo) delle compagnie aeree low cost. Un intero continente, il più carico di storia, di radici, di suggestioni, finalmente alla mia portata. L’azzurro sfavillante del Mediterraneo e l’atmosfera controriformista della Mitteleuropa. Il vento tagliente sulle coste atlantiche, la brughiera al Nord, i castelli e le chiese. L’arenaria, i calcari, i marmi, i tufi e i graniti. Il vino e la birra, il fado e le ballate celtiche, le cornamuse, le mandole e i violini. Il pane. Ogni volta diverso eppure sempre uguale a se stesso.

Andare lontano per rendere sopportabile il pensiero di tornare a casa. Illudersi di cambiare continuamente, di vivere tante vite in una, conoscere almeno una porzione piccolissima delle infinite cose “altre” che ci sono là fuori. Raccontarsi di diventare ogni volta una persona leggermente migliore di quella che era partita, riempire la bisaccia dei ricordi di nuovi momenti, nuovi luoghi, nuovi odori di cui avere nostalgia.

Scappare, in ultima analisi. Sapendo che poi si dovrà fare ritorno, ma intanto scappare. Mettere chilometri tra sé e il quotidiano – normale, tranquillo, accettabile, ma ugualmente un po’ troppo stretto, viziato, un po’ alienante. Spezzare il corso regolare degli eventi, capovolgerlo, alterarne il ritmo.

Fuggire solo per un po’. Evadere a tempo determinato, scappare per “finta”. Per raccontarsi un’altra storia e un’altra verità.

È una cosa che mi è riuscita sempre bene, e che ultimamente sta diventando una specie di ragione di vita. Sopporto (malamente) il ritorno solo mettendomi a programmare un’altra fuga. Che sia la quintessenza della pavidità o la cosa più coraggiosa che abbia mai fatto, in fondo cosa importa? Io intanto scappo, e per il momento va bene così.

9 Giugno 2014 2 Commenti
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post sponsorizzativiaggi

Sicurezza in auto, #inviaggioconchicco: come usare bene il seggiolino

by Silvana Santo - Una mamma green 6 Giugno 2014
davide_seggiolino

Il primo weekend fuori porta di Davide

Forse è perché sono cresciuta in una famiglia senza automobili. Oppure è perché conosco le conseguenze sull’ambiente del traffico veicolare. Fatto sta che spostarmi in macchina non è una cosa che amo particolarmente, fatta eccezione forse per certi viaggi on the road su strade poco trafficate e suggestive. È innegabile, però, che a volte l’automobile diventi di fatto una necessità, soprattutto quando a muoversi è una famiglia con bambini piccoli. In quei casi, oltre che adottare accorgimenti per ridurre le emissioni inquinanti (preferire carburanti più “leggeri”, non andare a velocità sostenuta, fare sempre i regolari controlli periodici, etc) diventa fondamentale garantire la sicurezza dei viaggiatori, in particolare dai più giovani.

A cominciare – dovrebbe essere ovvio ma purtroppo non lo è – dal seggiolino auto. Ogni anno in Italia muoiono in media 80 bambini a causa di incidenti automobilistici, e viaggiare senza il seggiolino aumenta il rischio di morte di ben 7 volte. Occhio soprattutto ai tragitti urbani e alle brevi distanze (casa/scuola, casa/nonni, casa/palestra etc) quando la percezione del pericolo cala erroneamente e con essa l’attenzione da parte dei grandi.

Di questo, e di come rendere più piacevole il viaggio in automobile con dei bambini, si è parlato nei giorni scorsi a Napoli, in occasione dell’evento #inviaggioconchicco, promosso dal noto marchio di prodotti per l’infanzia. Con la partecipazione di Francesca Valla, nota “Tata televisiva”, e la presenza di alcune mamme blogger, l’incontro ha permesso di sottolineare una volta di più l’importanza del seggiolino e del suo uso corretto.

Ecco le principali raccomandazioni emerse dall’evento napoletano:

  • Scegliere sempre un seggiolino omologato, possibilmente nuovo (per una volta, evitiamo il “riciclo”), e adatto all’età, al peso e all’altezza del bambino.
  • Ricordarsi che l’uso del seggiolino è obbligatorio per bambini e ragazzi al di sotto del metro e cinquanta di altezza (dopodiché bastano le normali cinture di sicurezza).
  • Prestare particolare attenzione al montaggio del seggiolino, chiedendo il supporto, se necessario, del personale dell’azienda che commercializza il prodotto.
  • Far viaggiare i bimbi fino ai 10 kg nel senso contrario a quello di marcia.
inviaggioconchicco

Con Tata Francesca e le altre blogger

Altri suggerimenti derivano direttamente dall’esperienza di Tata Francesca Valla, che in particolare consiglia di non dare da mangiare ai bambini con l’auto in movimento (per evitare il rischio di soffocamento) e, se possibile, di far viaggiare sempre un adulto sul sedile posteriore, accanto al bambino (in modo da poter intervenire immediatamente in caso di problemi e da intrattenere più facilmente il piccolo viaggiatore). Fondamentale inoltre idratare bene i piccoli e fare pause periodiche per consentire loro di sgranchirsi le gambe, mentre per intrattenere i più grandicelli durante il trasferimento si può ricorrere a giochi, canzoni, racconti e soprattutto all’osservazione del paesaggio (come sempre, la natura rappresenta la nostra prima alleata per stare bene insieme ai nostri figli!).

Last but not least: cercate di stare sereni. La vostra tranquillità renderà più calmo anche il baby globe-trotter, migliorando per tutti la qualità (e la sicurezza!) del viaggio.

6 Giugno 2014 1 Commenti
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ZOOM ANIMALI TORINO
animaliviaggi

Zoom Torino: non chiamatelo zoo

by Silvana Santo - Una mamma green 14 Maggio 2014

Dimenticate gli zoo spelacchiati in cui portavano in gita noi ragazzi degli anni Ottanta. Dimenticate i fossati cinti dalle reti, le gabbie e le distanze di sicurezza. Zoom Torino è altra cosa. Riconosco di aver esitato, prima di organizzare una visita al bioparco torinese. Di aver raccolto informazioni, di aver studiato il sito per capire se ne valesse davvero la pena. L’ultima cosa che volevo era portare mio figlio a spasso per un lager, fargli osservare le bestie selvatiche come fenomeni da baraccone, private della propria dignità, oltre che della preziosa libertà.

Col senno di poi, sento di poter dire onestamente di non essermi sbagliata. La visita allo Zoom è stata non solo divertente (per tutta la famiglia) e istruttiva (per mamma e papà), ma soprattutto a prova della mia coscienza ecologista.zoom1

Perché portare i bambini allo Zoom Torino

Intanto, tutti gli animali ospiti del parco sono nati in cattività e non potrebbero, per le caratteristiche comportamentali che hanno acquisito, essere reintrodotti in natura. Si tratta inoltre di specie adattate al nostro clima o comunque messe in condizione di affrontare senza problemi i rigori invernali (ricoveri per le giraffe e il rinoceronte, nidi riscaldati per i pinguini sudafricani, etc). La sorveglianza e l’assistenza da parte del personale del parco sono ininterrotte e vigili: non c’è il rischio, pertanto, che il pubblico infastidisca gli animali, offra loro del cibo o li tocchi (nell’area che ospita i lemuri, ad esempio, degli addetti dello Zoom si assicurano che nessuno si avvicini eccessivamente o addirittura offra loro da mangiare).

Le condizioni degli habitat e degli animali stessi mi sono parse molto buone, per quanto ovviamente la mia valutazione sia quella di un’osservatrice attenta, ma profana. È significativo, in ogni caso, che i vari ambienti del parco abbiano attirato spontaneamente molti uccelli di varie specie, che non si sono fatti sfuggire l’opportunità di insediarvisi stabilmente. Neanche nei momenti di interazione con gli animali (il pasto dei pinguini o il volo dei rapaci, ad esempio) si ha la sensazione di assistere a uno “spettacolo”: semplicemente, le bestie vengono osservate nelle loro normali attività quotidiane.

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Perché mi è piaciuto lo Zoom Torino

Ma la cosa che ho apprezzato di più è stata l’attenzione generale al tema della conservazione. Dai pannelli informativi disseminati lungo il percorso di visita alle spiegazioni offerte dagli addetti nei momenti di interazione con gli animali, tutto concorre a chiarire che l’attività del parco non punta semplicemente ad “esporre” esemplari esotici per la gioia e l’educazione dei visitatori. Il concetto, sacrosanto, che passa è che le strutture zoologiche moderne esistono solo per assicurare la conservazione delle specie in pericolo, e che tutti i loro sforzi devono andare in quella direzione.

Per ogni ospite dello Zoom Torino, in particolare, è possibile conoscere il grado di rischio di estinzione, i fattori che minacciano la sua specie (dalla caccia alla distruzione dell’habitat, per citare i più tristemente classici), gli sforzi che la comunità scientifica internazionale sta facendo per salvarla e quello che possiamo fare noi “comuni mortali” nel quotidiano. Oltre, naturalmente, a dati sull’ecologia e sull’etologia dell’animale e curiosità interessanti sul singolo esemplare.

Per i bambini, inutile dirlo, è un invito a nozze. Davide, nei suoi piccolissimi 15 mesi, ha adorato in particolare i lemuri, i pinguini e i rapaci in volo. Ma anche i grandi hanno l’opportunità di imparare molto sul mondo della conservazione della natura e delle specie in pericolo (preparatevi anche a intristirvi, di tanto in tanto. Io ho dovuto allontanarmi dalla “lezione” sul rinoceronte per non mettermi a frignare davanti a tutti).

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Cosa non mi è piaciuto dello Zoom Torino

L’unica cosa che non mi ha fatto impazzire, ma era del tutto prevedibile e comunque non c’entra nulla con gli animali, è l’abbondanza di negozi di souvenir, foto ricordo a pagamento e altri gadget che onestamente fanno un po’ “luna park”. Ma è chiaro che una struttura del genere comporta costi significativi, che immagino vengano coperti anche in questo modo. L’invito allo shopping, in ogni caso, può risultare piacevole per molti (non tutti, per fortuna, non integralisti come la sottoscritta!).

Per concludere: ci sono parchi faunistici e parchi faunistici. Lo Zoom Torino, secondo il mio parere, fa bene il suo lavoro. E può regalare una giornata molto piacevole ai bambini di tutte le età.

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Informazioni pratiche sullo Zoom Torino

Zoom Torino si trova sul territorio di Cumiana, non lontano dal capoluogo piemontese. Noi l’abbiamo raggiunto in auto, ma è previsto un servizio navetta gratuito dalla stazione ferroviaria di Piscina, sulla linea sfm2 Chivasso-Pinerolo. Il biglietto costa 20 euro per gli adulti e 15 per i bambini fino a 12 anni. Ingresso gratuito al di sotto dei 3 anni. Sono previsti sconti per le famiglie, per le prenotazioni online e per le visite infrasettimanali. Per esplorare il parco occorre almeno una giornata, soprattutto se si desidera assistere ai vari momenti di interazione con gli animali, che poi sono quelli in cui il personale fornisce anche la maggior parte delle informazioni sulla specie in questione. All’interno dello Zoom Torino sono presenti diversi bar, self service e ristoranti, ma è possibile pranzare al sacco nelle diverse aree picnic. Per le famiglie con bimbi piccoli sono disponibili seggioloni e fasciatoi. Nei mesi estivi è attiva anche una piscina, in cui, pagando un sovrapprezzo, è possibile nuotare al fianco dei pinguini, separati dal loro habitat soltanto da un vetro. Proprio in questi giorni il bioparco torinese sta inaugurando l’habitat Hippo Underwater, l’unico acquario all’aperto in Italia dove osservare gli ippopotami sott’acqua circondati da migliaia di pesci tropicali.

Info: www.zoomtorino.itzoom7

14 Maggio 2014 2 Commenti
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viaggi

Del viaggiare con i bambini

by Silvana Santo - Una mamma green 5 Maggio 2014

viaggiare con i bambiniSe qualcuno vi ha detto che viaggiare con un bambino piccolo è “molto più bello che farlo da soli”, voi non credetegli. E se altri, al contrario, vi hanno avvertito che muoversi con prole al seguito è “l’incubo peggiore che possa capitare”, non dategli retta. Semplicemente, viaggiare in tre è una cosa diversa rispetto al farlo in due. Cambiano i ritmi, prima di tutto. Specie se il vostro baby compagno di viaggio ha più di qualche mese. Se mangia cibi solidi, se gattona o cammina da poco (ma coi suoi tempi e le sue modalità tutt’altro che adulte) sarà impossibile programmare una giornata senza tenere conto delle sue esigenze: pause per la pappa, per il cambio, per i sonnellini, momenti in cui vostro figlio potrà sgranchirsi le gambe su un prato o sul selciato di una piazza. Non tutti i bambini, poi, hanno lo stesso grado di resistenza alla stanchezza: ci sono quelli che dopo un’intera giornata a spasso tollerano anche la cena al ristorante, quelli che si addormentano senza difficoltà in qualunque situazione e quelli che a un certo punto hanno davvero bisogno di tornare nella tranquillità della stanza d’albergo (o del residence, o del campeggio, o quel che è) a ricaricare le pile.

Il segreto sta nel capire quali sono le esigenze del vostro viaggiatore in erba e di cercare il più possibile di adeguarvi, senza frustrare eccessivamente le vostre aspettative sulla vacanza. Troppo limitante? Non è detto. A volte basta solo calibrare un po’ meglio le proprie aspettative. Siete abituati (come lo ero io) a viaggiare a ritmi forsennati, cercando di vedere il più possibile, di conoscere, di sperimentare? Scoprirete che rallentare, il più delle volte, consente di godersi la vacanza ancora meglio. Di scorgere particolari che altrimenti non notereste, di soffermarvi sugli aspetti più piacevoli della città (o del parco, o della spiaggia) che state visitando.

I pisolini dei vostri figli saranno un’occasione irripetibile per riposarvi a vostra volta e, se riuscirete ad abbandonare l’ansia per “le cose non fatte”, scoprirete che i fuori-programma e il tempo trascorso senza un’occupazione precisa (giocando su un prato, ad esempio, oppure scavando buche nella sabbia, o ancora dando da mangiare ai piccioni) possono diventare dei momenti indimenticabili per tutti. Se proprio non riuscite a starvene con le mani in mano, comunque, quegli stessi sonnellini in passeggino o in marsupio possono darvi l’opportunità di visitare un museo, o una chiesa, approfittando del fresco e della tranquillità che di solito regnano in posti del genere.

Alcune delle vostre abitudini pre-figli, è innegabile, potrebbero rendere un po’ più complicata la fase di adattamento, ma secondo me esiste una soluzione per tutto. Rinunciare alla movida notturna, ad esempio, potrebbe essere un problema, ma ricordatevi che si tratta di un sacrificio temporaneo. In men che non si dica, i vostri marmocchi viaggeranno per conto proprio, e voi tornerete a godere delle lunghe notti vacanziere cui eravate abituati. Se non avete alcuna voglia di aspettare, in ogni caso, molti alberghi offrono un servizio baby sitter che vi consentirà di uscire mentre i piccoli dormono il sonno dei giusti. Se vi piace andare in spiaggia a orari “comodi”, potete optare per strutture in cui ci sia a disposizione sempre un posto all’ombra e ventilato per il più piccolo della famiglia (anche se sarebbe sempre meglio risparmiargli le ore più calde della giornata), oppure fare a turno con il vostro compagno/a. Vi piace la SPA? Non crediate di dovervi rinunciare: sono sempre più numerose le strutture che consentono l’accesso alle famiglie con bambini in orari dedicati (esperienza personale in Trentino: vasca baby per Davide e mamma e papà a godersi idromassaggio, sauna e bagno turco).

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5 Maggio 2014 8 Commenti
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viaggi

Il guardiano del faro

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Aprile 2014

L’altro giorno ho letto la storia di un tizio che ha passato tutta la sua vita adulta facendo il guardiano del faro a Capo Vaticano, un posto meraviglioso che quando l’uomo aveva preso servizio, oltre 40 anni fa, era sperduto e solitario. Interi decenni al cospetto del mare e del cielo infiniti. Lune e stagioni passate con la sola compagnia delle onde («Mai nessuna uguale all’altra»), dei gabbiani e delle navi di passaggio.

L’articolo raccontava di come, negli anni, il protagonista avesse migliorato le condizioni del posto, costruendo un sentiero e provvedendo alla manutenzione del faro. Di come avesse preso moglie e con lei avesse visto nascere e crescere quattro figli, che poi sono tutti andati via, inevitabilmente, direi, da quel lembo d’Italia assolato e lontano da tutto.

faro2La cosa più significativa dell’intera vicenda, secondo me, è che il guardiano del faro racconta al giornalista di non essersi mai sentito solo. Nelle dure tempeste invernali, nelle interminabili estati calabre fatte di pomeriggi lunghissimi e di sole spietato, negli anni della sua giovinezza e nella sua vecchiaia che, senza neanche più la compagnia della famiglia, trascorre imperterrito all’ombra del faro. È stato stanco, arrabbiato, forse spaventato. Ma non ha mai conosciuto la solitudine.

A detta dello stesso guardiano – barba grigia e pelle cotta dal sole e dalla salsedine – sono stati proprio il mare e il cielo a salvarlo. La bellezza viva delle onde in moto perenne e il sibilo del vento. Le rotte dei gabbiani e il frusciare delle lucertole nell’erba secca. Gli odori e gli echi di quell’universo marino così presente, così luminoso.

La verità, ho pensato alla fine della mia lettura, è che noi non siamo fatti per la città.

faro3

Neanche quelli che corrono sempre e che pensano alla natura come a una roba da corso di sopravvivenza per aspiranti marines. Neanche io, che amo la folla e la confusione. Che alla fine di una vacanza in Bretagna ho salutato il traffico di Parigi con evidente sollievo, che ho studiato in una città ordinata del centro Italia, piangendo di nostalgia per la mia incasinatissima provincia napoletana.

È che a volte si è più soli in mezzo alla gente che davanti al mare sconfinato e silenzioso.

Se mi dovesse essere concessa una vecchiaia, è là, di fronte alle onde, che la voglio consumare.

17 Aprile 2014 4 Commenti
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Di luce, di eternità e di pace

by Silvana Santo - Una mamma green 27 Marzo 2014

arteNon ricordo con precisione l’ultima volta che avevo passeggiato da sola in un museo. Da allora saranno passati almeno un paio di anni, credo. In mezzo ci sono state mostre e visite in compagnia di persone diverse (di Davide, perfino), ma da sola no, non capitava da tanto tempo. Mezz’ora. Poche decine di minuti insieme a me stessa nella già ben nota Reggia di Caserta, mentre il resto della famiglia poltriva al sole dei Giardini inglesi in attesa di amici.

Le sensazioni che ho provato mi hanno colto di sorpresa. Tante insieme, distinte e solo apparentemente in contrasto tra loro.
La struggente nostalgia per gli anni passati. Per l’unica cosa che mi manca della mia vita romana, le decine di serate passate da sola in giro per musei.
La speranza di riuscire a condividere, prima o poi, tanta magia con mio figlio, di rivedere, nei suoi occhi sgranati, la mia curiosità di bambina davanti al mistero della bellezza immortale.

La pace, soprattutto. La pace straordinaria che ho sempre provato passeggiando sotto volte affrescate, tra dipinti, libri miniati, arazzi e busti di marmo.

Non so dire perché l’arte abbia su di me un effetto tanto potente. Forse è il peso della storia. Gli echi del tempo che aleggiano nel saloni rivestiti di marmo e sui tappeti consunti. Il tempo che scorre lento, e, anzi, resta immobile, cristallizzato dietro i vetri antiriflesso e nelle bacheche tarlate, intrappolato all’interno degli specchi ossidati o nella trama degli arazzi sbiaditi. Negli ingranaggi delle pendole d’epoca, nello splendore dei gioielli strappati alla polvere delle tombe. Oppure è il silenzio. La quieta penombra che di solito regna nei musei e nelle vecchie chiese. I bisbigli, le recensioni sussurrate. Il ticchettio lento dei tacchi sul pavimento.

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27 Marzo 2014 2 Commenti
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viaggi

La neve che piace a me

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Marzo 2014

La neve che piace a me è punteggiata di impronte di animali e di foglie secche e congelate. È aspra e ruvida, rivestita da una crosta ghiacciata, piena di fossi e di dune.

La neve che piace a me è irregolare e selvatica, scintilla azzurra nelle radure, si accumula sui rami degli alberi, ricopre i licheni e nasconde le tane dei mammiferi in letargo.

neve2

Si attraversa lentamente, la neve che piace a me. O comunque non troppo in fretta. Sui propri piedi, sulle ciaspole, sugli sci di fondo. Le slitte, grandi e piccole, canoniche o improvvisate, sono l’unica concessione possibile alla velocità.

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11 Marzo 2014 3 Commenti
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Pappa in viaggio: ecco come organizzarsi

by Silvana Santo - Una mamma green 20 Gennaio 2014

Rispondendo alla richiesta di un’amica, come me mamma da poco e appassionata viaggiatrice, spero di fare cosa buona e giusta raccontandovi come, in occasione di viaggi brevi o lunghi, in Italia o all’estero, mi sono organizzata per i pasti fuori casa di Davide nella lunghissima fase dello svezzamento (la dentizione di mio figlio è estenuante, infinita e drammatica: il poveretto, alla soglia dell’anno, ha ancora un solo misero incisivo inferiore, soffre da cani e non ha assolutamente dimestichezza con i cibi solidi).

Prima di tutto, ecco quello che metto sempre in valigia:

  • un pentolino mignon
  • detersivo per piatti, spugna e un paio di strofinacci
  • posate
  • due termos piccoli da 400/500 ml
  • borsa frigo
  • fornellino elettrico (se non avrò a disposizione un angolo cottura, ovviamente)
  • minuscola bottiglia di olio di oliva (io uso un vecchio contenitore di vetro di un liofilizzato, ricordo delle primissime pappe di BigD. Lo trovo comodo perché si chiude con un tappo a vite: mai avute perdite)
  • parmigiano grattugiato conservato in un vasetto di vetro (di quelli da omogeneizzato)
  • pastina
  • semolino o altra farina
  • biberon e scovolino

pappe in viaggio1Per quanto riguarda la preparazione delle pappe, di solito preferisco essere autonoma, piuttosto che dover dipendere dal microonde di un ristorante e dalla disponibilità di un cameriere. Per quanto un viaggio possa essere pianificato, mi piace garantirmi sempre un minimo di libertà. Ecco dunque come mi organizzo:

Se so di avere a disposizione un frigorifero con congelatore, cerco di organizzarmi con le pappe fatte in casa cui Davide è abituato. Bagagli permettendo, mi porto dietro i vari ingredienti già conservati nei vasetti monoporzione, prevedendo una varietà sufficiente a cambiare menu ad ogni pasto. Quindi: barattoli di brodo, vasetti con i vari secondi (carne, pesce, legumi) e vasetti con le diverse verdure. Se il viaggio è breve, magari in auto, porto tutto già congelato in una grossa borsa frigo con un paio di lastre refrigeranti. Altrimenti preparo tutto il giorno prima di partire, suddivido nei vari contenitori e poi congelo direttamente sul posto.

Una volta a destinazione, mi comporto come a casa: ogni sera metto a scongelare in frigorifero i pasti del giorno dopo. Al mattino riscaldo una porzione di brodo (e la metto in uno dei termos), il secondo e le verdure, cui aggiungo il parmigiano (che conservo nell’altro termos). Oltre ai due contenitori, metto nella borsa frigo un set di posate in acciaio, un paio di cucchiaini per Davide, un bavaglino, una ciotola di plastica, l’olio di oliva e un vasetto di frutta (in genere della Hipp, di quelli 100% frutta). Per quanto riguarda i carboidrati, finora ho usato quasi sempre semolino o crema di cereali, che porto con me in un barattolino di plastica e sciolgo nel brodo caldo al momento del pasto. Mischio il preparato ottenuto con il secondo e le verdure, aggiungo l’olio e la pappa è pronta. Finora non ho mai avuto problemi per quanto riguarda la temperatura del cibo, anche in pieno inverno i termos tengono per 5/6 ore (di solito, prima di riporli nella borsa frigo, li passo per qualche secondo sotto l’acqua bollente e poi li asciugo per bene).

pappe in viaggio2Con la pastina le cose si complicano un po’, perché non è semplice mantenerla mangiabile a tante ore dalla preparazione. Se si è certi di mangiare al ristorante, la cosa più semplice è chiedere al cameriere di cuocerla al momento, fornendogli la giusta quantità di pasta cruda e il brodo in cui prepararla (se occorre). In situazioni in cui occorre essere autonomi, come una giornata in spiaggia, un picnic in campagna o in montagna o semplicemente quando i programmi sono incerti, si può conservare la pastina nel termos con un po’ di brodo bollente, avendo cura però di lasciarla parecchio al dente (la cottura si completerà all’interno del recipiente).

Un’altra possibilità, consiste nell’optare per un’alternativa alla pasta, come pane o patate (proposte ad esempio come purè o in frittata).

Nei casi in cui non ho avuto a disposizione un congelatore o un frigorifero, ho ripiegato su omogeneizzati biologici di carne, pesce e verdure e brodo liofilizzato. Al mattino preparavo il brodo e riscaldavo gli omogeneizzati, per poi procedere esattamente come con le pappe fatte in casa. Per quanto riguarda la frutta, opto sempre per quella in vasetto, biologica e senza zucchero.

So che esistono delle pappe pronte, da scaldare e servire direttamente, ma finora non le ho mai provate.

E voi, come vi organizzate per i pasti fuori casa?

20 Gennaio 2014 10 Commenti
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mamma greenviaggi

I peccati di una mamma (quasi) green

by Silvana Santo - Una mamma green 16 Gennaio 2014
spazzolino elettrico

© Unamammagreen

La strada verso la sostenibilità è lastricata di sacchetti di plastica e vaschette di alluminio. Nonostante il titolo perentorio di questo blog, in effetti, la mia greenitudine è in continuo divenire, piena di crepe e di incoerenze grandi e piccole, che prima o poi dovrò guardare negli occhi e decidere se e come affrontare. La lista delle mie mancanze è lunga e articolata e comprende peccati veniali ed eco-colpe davvero mortali.

Lo spazzolino elettrico
Ora, io sono una che non va dall’estetista, si trucca pochissimo e si mangia le unghie. Ma coi denti sono davvero un po’ fissata. Mi piace sentirli sempre puliti, non sopporto di passarci sopra la lingua e non trovarli perfettamente lisci. E poi sugli spazzolini manuali mi accanisco con ferocia assassina: li mastico, li deformo, ne appiattisco le setole. Una volta ne ho perfino spezzato uno mentre mi lavavo i denti (in un’altra vita, secondo me, sono stata un batterio della carie). Allora via di spazzolino elettrico, che consuma energia, certo, ma magari ne fa risparmiare un po’ al mio dentista quando vado a fare la mia brava pulizia semestrale. A mia discolpa posso dire che spremiagrumi, grattugia e altre amenità del genere, in casa nostra, sono tutte rigorosamente manuali. Non mi sognerei mai, per dire, di comprare un levapelucchi a batteria.

Le pappe di Artù
Il micio di casa pesa sette chili e mezzo (tutti big, in questa famiglia…). È grande come una Panda e famelico come un panda, e fin qui non ci sarebbe niente di male. Il fatto è che Artù è pure mordace come un piranha, soprattutto quando è affamato. Ed è di palato fine, anche. Quindi – mea culpa, mea maxima culpa – viene nutrito quotidianamente con succulente monodosi di pappe umide dagli olezzi improbabili, ma che lui trova quanto mai appetitose. Ne è dipendente, si può dire, e visto che l’unica alternativa che ammette sono i miei polpacci, ne sono ormai drogata anche io. Una volta ha anche vinto una fornitura di bustine al tonno che lui avrebbe volentieri ingollato con tutta la plastica. Tutta roba naturale e priva di additivi, comunque, ma pur sempre confezionata in bustine di plastica o lattine di alluminio minuscole. Per espiare, giuro solennemente che i rifiuti vengono rigorosamente differenziati, e che i croccantini, almeno, li acquistiamo in confezioni giganti da oltre un chilo.

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16 Gennaio 2014 7 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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