Il peggio di noi, messo a nudo dal Coronavirus

Lo spettacolo disarmante della nostra nudità dinanzi al virus. È questo che mi danza cristallino davanti agli occhi da qualche settimana, e non mi riferisco soltanto alla relativa impotenza con cui la nostra specie si trova a fronteggiare l’ennesima epidemia della storia dell’umanità. Ma al peggio di noi che, come singoli e come comunità, stiamo mostrando imperterriti nel mare grosso della crisi. Niente che in fondo non sapessimo già, in effetti. Ma l’ignaro Coronavirus è riuscito in pochi giorni a mettere in luce le nostre miserie e le nostre meschinità, una per una, con un cinismo che forse nessuna emergenza recente aveva potuto mostrare.

La sfiducia nel prossimo

Non serviva appunto il nuovo virus made in China per scoprirlo, ma l’epidemia lo ha messo in luce nel modo più lampante possibile: facciamo sempre più fatica a fidarci del prossimo. Non solo delle istituzioni – il Governo, l’Europa, le Università etc – ma dei nostri conspecifici in senso molto lato: concedere agli altri esseri umani il beneficio della buona fede ci risulta talvolta impossibile. Sospettiamo, diffidiamo, diamo per scontato che gli altri esseri umani intendano mentirci, ingannarci, fregarci in qualche modo: nonostante quello che dichiara, la dirigente scolastica avrà deliberatamente trascurato le operazioni di pulizia della scuola. La madre del compagno di classe di nostro figlio avrà nascosto la sua tosse sospetta. Il ministro/assessore/governatore agirà di certo in malafede, indifferente alle sorti dei suoi elettori. Il ricercatore dichiarerà il falso solo per interesse, il primario farà un lavoro consapevolmente approssimativo solo per favorire altri che ovviamente non siamo noi. Fidarsi è male, non fidarsi è un fatto scontato.

La colpa è sempre degli altri

Corollario del punto precedente: la responsabilità non è mai nostra, e il metro di giudizio che vale per noi stessi non può essere applicato a chi è altro da noi. Sono sempre gli altri che mandano i figli a scuola malati, che non si lavano a sufficienza, che non rispettano le regole. E le uniche deroghe possibili sono applicabili solo a noi stessi: le nostre vacanze sono le uniche a non essere sacrificabili, i nostri parenti fuori sede hanno più diritto di altri a tornare a casa nonostante le misure di contenimento del contagio. Il doppiopesismo dei privilegiati.

Il paradosso del turismo di massa

Piangiamo l’assenza delle folle di turisti che fino a ieri riuscivamo a malapena a tollerare, assistiamo attoniti allo spettacolo delle nostre città d’arte svuotate all’improvviso dalla prudenza e dal panico, che ci appare tetro e ostile, quasi un presagio di morte, e certamente di miseria diffusa. Le stesse città che avevamo sacrificato consapevolmente sull’altare del turismo di massa, e delle quali i più navigati di noi celebravano un quotidiano funerale, ora ci sembrano quasi destinate a non esistere più, senza la pantomima che ogni giorno mettevano in scena a beneficio dei loro più o meno danarosi visitatori (una contraddizione, o, se vogliamo, un’ipocrisia che riguarda me per prima, che sono una viaggiatrice incallita e che da un po’ di tempo lavoro anche nel settore turistico). A volte, abbiamo bisogno di quello che ci distrugge.

Dagli al diverso!

Ci serve un colpevole per sentirci meglio, forse per assolvere in qualche modo noi stessi. Un colpevole, meglio ancora, che ci sia possibile percepire come “altro da noi”. Uno straniero più o meno diverso, reo di mangiare cose che a noi farebbero orrore, di considerare normali pratiche quotidiane che a noi suonano come retrograde o discutibili. Uno straniero laido, ignorante, arretrato. Peccato che nessuno sia straniero, in questa povera Terra che abitiamo, e che di conseguenza lo siamo tutti quanti. E che quando arriva il nostro momento di essere i “diversi” zozzoni da tenere a debita distanza, da biasimare o nella migliore delle ipotesi compatire, faccia male, tanto. Faccia rabbia, faccia fiele. Siamo tutti meridionali di qualcuno, e spesso non è divertente.

Finché non riguarda me

Conseguenza diretta del punto precedente: finché sono gli altri a rischiare, a morire, a soffrire – di malaria, di guerra, di peste, di fame, di morbillo, di emigrazione – possiamo al massimo versare qualche lacrima estemporanea, indignarci tra la pausa caffè e il pranzo, firmare accorati l’ennesima petizione. Ma se la tragedia ci sfiora appena, o anche solo ci minaccia più o meno da vicino, la musica cambia e il panico finisce col divampare. E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà.

L’arroganza dell’ignoranza

Siamo, a mio parere, mediamente molto più ignoranti di qualche decennio fa. Le elementari che mia nonna aveva frequentato con passione negli anni ’20 del secolo scorso le avevano dato forse più conoscenze basilari (di ortografia, di sintassi, di aritmetica, di educazione civica) rispetto alle scuole medie dei ragazzi di oggi. Avevano acceso in lei, soprattutto, una scintilla che mai ho visto spegnersi nei 90 anni che ha vissuto: il sacro fuoco della curiosità, del sapere, del bello. Una luce che, pur con significative eccezioni, vedo affievolirsi progressivamente generazione dopo generazione, sotto i colpi feroci di una consapevole e sistematica distruzione del sistema scolastico e della cultura in senso lato. Con l’aggravante che, se mia nonna e i suoi coetanei sapevano riconoscere ammirati l’autorevolezza del sapere, e fare un passo indietro rispetto a chi aveva avuto il privilegio e la capacità di studiare, ora la nostra arroganza sembra inversamente proporzionale alla nostra conoscenza: meno sappiamo e tanto più ci sentiamo autorizzati a pontificare, dissertare, mettere in dubbio. È il paradosso tutto contemporaneo della democratizzazione illusoria del sapere: tutti hanno accesso alle informazioni, ma sempre meno persone le sanno utilizzare, e chi meno sa, spesso crede di sapere di più. Tutti tuttologi col web.

Mi fa mettere in discussione tante cose di me, questa crisi sanitaria globale che fino a pochi mesi fa nessuno avrebbe saputo immaginare. Getta una luce nuova sulle mie e sulle nostre debolezze. Ma regala a tutti noi anche la possibilità di mostrare, assieme al nostro peggio, le qualità fondanti della stessa condizione umana: la solidarietà, l’empatia, l’abnegazione, in qualche caso addirittura l’eroismo. Spero che non risulti, alla fine, l’ennesima occasione persa per ripensare il nostro stile di vita e il nostro stesso modo di essere.

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2 Commenti

mina 6 Marzo 2020 - 13:37

Tutto vero ma io, che lavoro in un reparto di malattie infettive in una delle zone più colpite dal virus, voglio invece dare un messaggio positivo e dire che qui le persone stanno tirando fuori il meglio di sé. Tutti impegnati in doppi turni, con ferie e permessi sospesi, senza tante lamentele o fronzoli ognuno si sta impegnando a dare il meglio che può e con grande empatia per questi pazienti che si devono sentire come gli appestati del ‘600.

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Silvana - Una mamma green 9 Marzo 2020 - 08:49

Meno male! In bocca al lupo di cuore e un grazie gigante da parte mia!

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