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Lupi, orchi e l’uomo nero: tutti gli orrori delle ninne nanne

by Silvana Santo - Una mamma green 12 Luglio 2013

Qualche anno fa, girellando nei dintorni di Granada, udii cantare una popolana che addormentava il suo bambino. Avevo sempre notato la tristezza delle nostre canzoni di culla; mai come allora, però, avevo colto questa verità in tutta la sua concretezza.

Così racconta Federico García Lorca all’inizio di un, almeno per me, interessantissimo libretto che si intitola Sulle ninne nanne (Salani Editore, 2005). La pubblicazione, che ho scoperto grazie alla segnalazione di Concita De Gregorio nel suo struggente Una madre lo sa è in realtà la trascrizione di una conferenza tenuta dal grande poeta andaluso alla fine degli anni Venti del secolo scorso (o all’inizio dei ’30, non ne sono sicura) sul tema delle ninne nanne nella tradizione popolare spagnola. Peregrinando per la Spagna con un orecchio teso verso i canti delle mamme e delle balie, García Lorca scopre una verità che mi pare applicabile alla lettera anche alle nenie per bambini che si cantano in Italia, e che ho sempre trovato un po’ angosciante e in qualche modo incomprensibile: le canzoni e le filastrocche che dovrebbero accompagnare i bimbi tra le braccia di Morfeo sono piene di immagini inquietanti, oscure e spaventose. E pure, in qualche caso, diseducative e vagamente razziste.

Se in Spagna pretendono di rilassare i bambini con le storie di gitane malvagie, tori furiosi e mostri dalle sembianze indefinite, le mamme italiane cercano da decenni di far scivolare nel sonno i propri figli minacciandoli di abbandonarli tra le grinfie di orride befane, lupi cattivissimi e uomini neri (perché poi non sono mai bianchi, questi crudeli spaventa-bambini?). Oppure cercano di conciliare il sonno raccontando di ciotole vuote e di mense reali dove scarseggia perfino l’insalata. E non finisce mica qui. Basta una ricerca sommaria per scoprire, nell’ordine, cagne che rubano la pappa per portarla ai propri cuccioli (l’ossessione italica per il cibo, evidentemente, viene fuori anche qui), bambini costretti ad assopirsi perché passi loro “la bua”, piccoli mutanti con stelle al posto degli occhi e strane vecchie che si stagliano tremolanti sulle culle mentre i piccoli fanno la nanna. Tanto vale, a questo punto, piazzarli davanti a una maratona di Marzullo e sperare che crollino per sfinimento.

La tradizione napoletana, che pure conosco appena, invoca addirittura la Vergine Maria perché prenda con sé il bambino (se per poi restituirlo alla legittima madre, questo non è chiaro) e, soprattutto, ci regala l’intramontabile classico del lupo che mangia la povera pecorella – quanto la cultura popolare del lupocattivo avrà influito sul destino, quello sì crudele, che sta piombando addosso a questi splendidi predatori? -, mentre il compianto Bruno Lauzi, in un brano che peraltro adoro, minacciava un bambino reticente di torture indicibili se non si fosse rassegnato a dormire.

Il top, per me, resta comunque la commovente Ninna nanna di Angelo Branduardi, mutuata da una ballata scozzese del Sedicesimo secolo (Mary Hamilton, celebre nella delicatissima versione di Joan Baez) che racconta di una serva costretta ad abbandonare il suo bambino nato da una relazione illecita con il re di Scozia. Nel brano, la culla con il piccolo addormentato viene affidata al mare, e sua madre piange fino all’alba per il dolore della perdita (nella versione originale, perché nel testo di Braduardi il rimpianto materno non è così esplicito). Roba da far impallidire Mosè. Io stessa, lo confesso, ho canticchiato la versione italiana a mio figlio più di una volta, chiedendomi poi perché mai avrebbe dovuto abbandonarsi al sonno se questo avesse potuto significare essere abbandonato per davvero.
Ora, sarà anche vero che, come mi ha fatto notare mio nipote Daniele, i bimbi piccoli non possono comprendere il significato letterale di quello che cantiamo loro, però trovo quanto meno singolare che si cerchi di far dormire i bambini spaventandoli con immagini cupe e storie tristi, spaventose e pure anti ecologiche. Federico García Lorca trova una serie di spiegazioni che forse possono valere anche per la tradizione italiana (ma non so se qualcuno abbia fatto studi in proposito): molte ninne nanne sono state inventate da popolane disgraziate per le quali i figli erano sempre troppi, o troppo precoci, oppure da mogli infelici che cantavano i loro amori fedifraghi ai piccoli avuti dai mariti che detestavano. Quel che è certo, come scrive la De Gregorio nel suo libro, è che addormentare un bambino è talvolta un compito estenuante. Può essere un’esperienza tanto frustrante quanto catartica, aggiungo io. E, tutto sommato, cantare ai figli la propria fatica è molto umano, confessare loro il lato oscuro dell’amore sconfinato che ogni madre conosce è, in fondo, un coraggioso atto di onestà.

Ma in ogni caso io torno a chiedermi: cosa c’entrano in tutto questo i poveri lupi?

Riferimenti discografici:

Ninna nanna ninna oh

Ninna nanna del chicco di caffè

Eugenio Bennato, Ninna nanna di Carpino

Bruno Lauzi, Ninna nanna meridionale

Angelo Branduardi, Ninna Nanna

Joan Baez, Mary Hamilton

12 Luglio 2013 19 Commenti
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Far dormire un neonato: tutte le teorie

by Silvana Santo - Una mamma green 20 Giugno 2013

Di sonno (dei neonati), mancanza di sonno (dei genitori) e stratagemmi per una nanna felice (di tutta la famiglia)

Il (poco) sonno genera mostri. O almeno, gonfia le borse sotto gli occhi, spegne l’incarnato e scopre i nervi. Ci sarà un motivo, se la privazione del sonno veniva usata come tortura nel Medioevo – a proposito, mi chiedo come mai gli sceneggiatori di Game of Thrones abbiano risparmiato questo supplizio al povero Theon Greyjoy – e se le notti insonni rappresentano una delle maggiori preoccupazioni dei futuri genitori. Io posso dire che avevo probabilmente sottovalutato la fatica e lo stress generati dai continui risvegli notturni. Perché, a dirla tutta, non è che uno non dorma, quando ha un bambino piccolo. È vero piuttosto che si dorme a singhiozzo, con mezzo cervello sempre in funzione come i delfini e, qualche volta, addirittura in piedi come i cavalli. Il che, per certi versi, è ancora peggio del non chiudere occhio affatto. Il problema è che intanto il tuo corpo provato da nove mesi di attesa e dallo tsunami del puerperio, e il tuo cervello ottenebrato dai consigli di puericultura idioti dei vicini di casa, chiedono disperatamente di riposare. Se poi una allatta al seno, ci si mette anche l’ossitocina, che ad ogni poppata finisce anche nell’organismo della mamma, conciliando un sonno tanto dolce quanto proibito, dal momento che in molti casi quella stessa ossitocina non ha il minimo effetto calmante sul pupo che ciuccia. Comunque la mettiate, alla fine, la sostanza è la stessa: se state per avere un figlio, scordatevi per un periodo di tempo indeterminato una lunga notte di sonno ristoratore, a meno che non facciate parte di quella detestat fortunatissima categoria di genitori con neonati-bambolotti che ronfano alla grande, magari dopo essersi addormentati da soli nel proprio lettino.

A me, in realtà, è andata abbastanza bene per diverse settimane, ma con il caldo e i fastidi della dentizione i risvegli notturni si sono moltiplicati. Amplificati, per giunta, dnanna0alle incursioni notturne del gatto Artù, incuriosito dai rumori che provengono a orari insoliti dalla camera da letto. Immancabilmente, allora, mi sono trovata alle prese con la pletora di metodi, libri e teorie sul sonno dei neonati. Tra sistemi da gulag e teorie new age, ce n’è davvero per tutti i gusti. A un estremo c’è la filosofia del “decide il bambino”, per la serie “tutti insieme appassionatamente nel lettone”, con buona pace della privacy e della tranquillità notturna di mamma e papà. Ora, a parte che mio figlio pesa otto chili e mezzo a poco più di quattro mesi, si dimena come un derviscio rotolante e quando ha sonno emette una nenia da fare invidia al rosario serale delle beghine della chiesa che frequentavo da ragazza, lui avrà anche bisogno di contatto fisico e calore umano, ma io, se lo accolgo nel mio letto, necessiterò di cure psichiatriche, fisioterapie e di un uso precoce di un apparecchio per l’ipoacusia. No, grazie. Come se avessi accettato (EDIT: alla fine, aggiungendo un letto singolo accanto al matrimoniale, il cosleeping è diventato la nostra strategia preferita, attuata con piacere ancora dopo tre anni, in 4).

All’altro estremo dei sistemi per la nanna felice c’è quello che io chiamo il metodo Gestapo-Rottermeier: “lascia piangere il bimbo nella sua culla finché non crolla addormentato”. I fautori di questa tecnica giurano che in capo a qualche settimana il piccolo insonne sarà perfettamente abituato a dormire da solo nella sua cameretta. Salvo trasformarsi in uno stupratore di vecchine una volta raggiunta la maggiore età. Sarà che di pianti isterici ne ho avuti abbastanza quando Davide era tormentato dalle coliche, ma io trovo che sia crudele e pericoloso ignorare una richiesta di attenzione così clamorosa, anche se – cosa che tra l’altro mi sembra piuttosto ovvia – a un certo punto il piccolo malcapitato si dovesse effettivamente rassegnare e, sfiancato, addormentarsi da solo. Tra l’altro, chi mi garantisce che, arrivato ai terribili teen years, l’erede non si vendicherà organizzando un coca party nella sua cameretta? Nel dubbio, io preferisco non rischiare.

nannaNel mezzo, infine, si collocano i metodi stile Tracy Hogg, che nel suo libro parla senza falsa modestia di “consigli per un sonno ragionevole”. Questa compianta signora bionda anglo-americana suggerisce (ma sto schematizzando) di far addormentare il piccolo direttamente nella sua culla, piuttosto che dondolarlo, allattarlo o tenerlo in braccio e, in caso di risvegli precoci, di tirarlo su, calmarlo con delle pacche sulla schiena e rimetterlo nel suo lettino, spiegandogli ogni volta con calma quello che si sta facendo. Se il bimbo frigna ancora, l’indicazione è di ripetere l’operazione finché non si riaddormenta. E ancora e ancora in caso di ulteriori risvegli. Ad libitum sfumando. Il punto è che Davide è sempre quello che pesava oltre 6 kg prima di compiere tre mesi: io ci proverei anche ad applicare il metodo Hogg, ma dopo chi me lo paga il fisiatra? E poi, chi glielo spiega all’inquilino del piano di sotto che stiamo insegnando al piccolo di casa a “dormire autonomamente” e non ci stiamo allenando per le Olimpiadi di sollevamento pesi con gli ululati di Davide al posto della conta di Peppiniello Di Capua? Ma soprattutto: chi mi assicura che il pupo non capisca che è proprio quello, il modo di fare la nanna (essere preso e mollato cento volte in un’ora, intendo)? Scommetto che la povera signora Hogg non ci ha mai pensato, a questa evenienza (e a ogni buon conto, col dovuto rispetto per una persona che non è più tra noi, la sua messa in piega non mi convince del tutto…).

La verità, per quel poco che ho capito io, è che ogni bambino è diverso, così come unici sono i suoi genitori: non c’è metodo che tenga, secondo me. Solo l’istinto può indicare la via, insieme a una bella cuffia antirumore e alla consapevolezza che in ogni caso, prima o poi, la notte tornerà ad essere usata per lo scopo per cui è stata creata: dormire (e fare l’amore, magari, ma questa è un’altra storia).

 

Suggerimenti bibliografici:

Alessandra Bortolotti, E se poi prende il vizio? Pregiudizi culturali e bisogni irrinunciabili dei nostri bambini, collana Il bambino naturale (2010)

20 Giugno 2013 13 Commenti
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Maternità: cose che prima non sapevo e adesso so

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Giugno 2013

Quando si aspetta un bambino per la prima volta, è come avere in tasca un biglietto di sola andata per un altro pianeta. Sai che ti aspettano cambiamenti epocali e definitivi, ma in realtà non hai davvero idea di quello che sta per capitarti. E siccome non esiste ancora una Lonely Planet di Venere o di Saturno, per avere qualche informazione sulle novità in arrivo non resta che basarsi sui racconti di viaggio degli altri genitori, più o meno navigati (che tra l’altro, pare non vedano l’ora di condividere la propria esperienza con chi sta per raggiungerli in orbita…). Con il risultato di riempirsi la testa di inevitabili pregiudizi, destinati, a seconda dei casi, a dissolversi in una bolla di sapone o a confermarsi come dei passaggi obbligati sulla via della mammitudine. A quattro mesi dalla nascita del mio primogenito, posso già fare un primo confronto tra l’idea che avevo durante la gravidanza e la realtà che mi aspettava dopo la sala parto.

Cominciamo dalle cose che temevo di perdere e che invece, almeno per il momento, fanno ancora parte della mia vita quotidiana.

I libri. Ho ricominciato a leggere poche settimane dopo il parto, prima su carta (tentativo fallito di finire il nuovo libro di Saviano, mi sono arenata poco prima della metà) e poi sul mio adorato Kindle 3. Anche se i ritmi sono diversi (poche pagine prima di dormire, qualche puntatina in bagno e poco più) e le letture quasi monotematiche (manuali su come evitare di uccidere i bambini, per lo più…), sono molto sollevata. Credevo che la maternità avrebbe messo a dura prova uno dei pezzi più belli della mia vita!

La voglia di viaggiare. Da quando è nato Davide, anche solo uscire a mangiare una pizza rappresenta una fatica, dalla quale per giunta sai già che non avrai a disposizione una notte di sonno per riprenderti. Però si vede che andare in giro, per la sottoscritta e la sua metà, è davvero una necessità: il primo weekend fuoriporta, stremante, è stato un successo, e in programma ci sono già una breve fuga all’estero e due vacanze estive a misura di bambino, ma anche dei suoi genitori. Speriamo solo di arrivare vivi a settembre, ché per il prossimo anno coltivo sogni quanto mai ambiziosi.

Il punto vita. Non credo di avere alcun merito in questo, ma l’allattamento generoso e la vivacità di mio figlio mi hanno permesso di arrivare a pesare meno di quanto segnasse la bilancia nel momento in cui sono rimasta incinta. Certo, il mio addome ha tuttora la consistenza di una creme brulee, ma questa è un’altra storia.

Il sarcasmo. Prima di mettere in cantiere un figlio, ero solita freddare con battute a basso pH tutti quelli che consideravo eccessi di retorica sul tema della maternità (avete presente i coretti gioioso-isterici che scattano alla vista di un pupo e tutto il campionario di frasi stile “I figli so’ piezze ‘e core”?). Allora mi si pronosticava che “sarei cambiata quando avrei aspettato il mio, di figlio”. Poi sono rimasta incinta, e ho cominciato a minacciare di una morte lenta e dolorosa chiunque eccedesse in gridolini di giubilo, sguardi estasiati e commenti sul senso della vita. A quel punto la chiosa più gettonata è diventata: “Eh, vedrai poi quando ce lo avrai tra le braccia, tuo figlio…”. Alla fine, quel marmocchio l’ho ovviamente partorito, ma questo non mi ha trasformata in una maniaca della maternità. Amo mio figlio con tutto il mio cuore, lo trovo carino, tenerissimo e molto sveglio, ma non penso che la mia vita sarebbe stata priva di senso senza la sua nascita. Soprattutto, conservo il coraggio di riconoscere anche le difficoltà e le rinunce legate al mio nuovo stato.

Le tette. Sarà che spaventare le gestanti ha una popolarità seconda solo al bricolage e alla decorazione del pan di Spagna – entrambe attività che hanno ottenuto il podio recentemente e solo grazie ai programmi di Real Time, tra l’altro – ma quando ero incinta sentivo che allattare al seno mio figlio sarebbe stata un’impresa improba. Tutte a raccontarti di areole sanguinolente, capezzoli martoriati, infezioni purulente e altre robe alla Dario Argento, salvo poi asserire, con l’aria più materna possibile, che “Allattare è una gioia immensa”. Alla fine, sono arrivata in reparto maternità con un’ansia da prestazione che manco Rocco Siffredi al suo debutto cinematografico, tanto che il giorno dopo il parto, ancora in attesa della montata lattea, sono scoppiata a piangere tra le braccia di un’ostetrica, dando poi spudoratamente la colpa al baby blues. La verità è che quello che dovrebbe essere un gesto istintivo e naturale era diventato, nella mia mente, un compito ostico e pericoloso. In realtà, è bastato seguire le indicazioni del corso di preparazione al parto e farsi aiutare ad attaccare il bambino le prime volte per far partire un allattamento degno di una madre bovina (Davide ha preso 5 kg in 4 mesi). Chili e chili di ansia che avrei potuto tranquillamente evitare.

 

L’amore di mio figlio. Sarà che sono un’insicura patologica. Sarà che la notizia della mia gravidanza ha suscitato più entusiasmo negli altri che nella sottoscritta (io ero troppo occupata ad avere paura). Sarà che dalle mie parti sembra che più che “avere un figlio” le giovani coppie “diano un nipotino” ai propri genitori. Ma quando aspettavo Davide ero terrorizzata dalle possibili ingerenze dei parenti, nonne e nonni in primis. Temevo che non sarei riuscita a far rispettare il mio nuovo ruolo, a far capire che non avevo alcuna intenzione di affidarlo ad altri (visto che sono sottoccupata e sottopagata, potrò almeno godermi il privilegio di crescere mio figlio!), che per far valere i miei principi educativi ci sarebbe stato da litigare. Più di ogni altra cosa, avevo paura di non riuscire a stabilire con lui un rapporto speciale, che lui mi confondesse con altre figure femminili della sua vita. Forse è ancora presto per trarre conclusioni, ma ora so che io e mio figlio siamo uniti da un legame ancestrale, fatto di ormoni, odori e di altri codici chimici che l’evoluzione ha messo a punto nell’arco di migliaia di anni. Che Davide non è un piezzo del mio core, ma è letteralmente fatto di pezzi di me e questo nessuno – neanche il suo stesso padre – potrà mai metterlo in discussione. Che l’istinto materno è una forza poderosa, in grado di farti sopportare, oltre alle smagliature, alla tiralatte a agli assorbenti post partum, qualunque discussione in famiglia, muso lungo o consiglio non richiesto di amici o parenti (che, però, se si astengono, fanno un piacere sia alla mamma che al figlio :)).

10 Giugno 2013 1 Commenti
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babywearingessere madre

Piccole avventure di una mamma canguro

by Silvana Santo - Una mamma green 30 Maggio 2013

Parco pubblico della città di provincia in cui vivo, una mattina di primavera. Passeggio con mio figlio che dorme placidamente nel marsupio ergonomico Tula (in realtà, a me sembra più una via di mezzo tra un marsupio ergonomico e un mei tai, qui c’è la mia recensione), prezioso regalo dei nostri amici di sempre. Davide è pancia a pancia con me, posso scorgere il suo musetto addormentato all’altezza del mio sterno). Un tizio di una certa età mi si avvicina con aria preoccupatissima e mi fa: “Signo’, ma sta dormendo!!!”. Il tono è quello di uno che ti avverte che il tuo bambino di pochi mesi sta facendo merenda con escrementi di ratto, o sta per infilare le dita in un’affettatrice di prosciutti. In funzione. Ancora sporca di mortadella ai pistacchi. Rassicuro il passante ansioso con aria perplessa – non capirò mai cosa lo angustiasse tanto – e proseguo.

Cambio di scena: negozio di frutta e verdura sotto casa. Un’amabile vecchina mi sorride, si complimenta per la bellezza di mio figlio – “Pare nu’ bambolotto!” – (per inciso, tra il ciuccio, il berrettino e il retro del marsupio, Davide è tanto bello quanto invisibile…) e si informa della comodità del “coso” che uso per portarlo in giro. Le rispondo che in effetti è molto pratico e che il bimbo ci fa delle grasse dormite. Lei sembra soddisfatta, accenna un sorriso, fa per allontanarsi e ricominciare ad occuparsi della scelta dei kiwi più succulenti, ma poi – è un attimo – cambia di colpo espressione: inarca un sopracciglio, tende i muscoli del collo, storce appena la bocca, solleva una mano con il palmo in fuori e mi dice: “Certo, è comodo, però non si sa mai: una storta, un inciampo, una caduta… Troppo pericoloso!”. Roba che al confronto Cassandra era benaugurante come un quadrifoglio di mezzo metro di diametro.
La tentazione è quella di lasciare sul banco cetrioli e banane (del fatto che i miei acquisti abbiano tutti una inequivocabile forma fallica ne vogliamo parlare?) e darmela a gambe levate recitando un mantra apotropaico, ma mi limito a garantirle che avrei affrontato le pericolose strade metropolitane con la massima attenzione. Se il mio didietro avesse avuto una targa – e viste le sue dimensioni attuali, la cosa avrebbe piuttosto senso – sono certa che la signora l’avrebbe prontamente annotata e comunicata all’assistente sociale di zona.

Tappa successiva: una nota cartoleria del centro. Scelgo un bigliettino di auguri e mi avvicino alla cassa per pagarlo. La proprietaria del negozio attacca con l’immancabile nenia “Quantoèbello-quantoha-maègrandissimo-prendeiltuolatte-lanottedorme-maèilprimofiglio-sembraunbambolotto…”, alla quale rispondo con ormai collaudatissimi sorrisi di cemento. Passano 30 secondi, non faccio in tempo a pagare i due euro e settanta che le devo, e la signora attacca: “Come sta bene in questo marsupio… Però…”. Eccolo, prevedibile quanto la calvizie senile di Piersilvio, il però. “Le manine ce le ha sistemate bene? Altrimenti rischia di farsi molto male!”. Non trovo di meglio da fare che risponderle con la semplice verità: Davide si è addormentato con le mani saldamente piazzate sulle mie tette.

Voi che dite: starà abbastanza comodo?

30 Maggio 2013 5 Commenti
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La verità, vi prego, sul diventare mamma

by Silvana Santo - Una mamma green 16 Maggio 2013

Questo post richiede un paio premesse, un po’ come i film zozzi che devono essere contrassegnati dal bollino rosso o le pubblicità dei Sofficini in cui una piccola scritta ci avverte che il sorriso di formaggio che si forma affondando la forchetta è frutto si una spudorata simulazione al computer (avvertimento che tra l’altro non mi ha mai impedito di tentare inutilmente di riprodurre il suddetto sorriso, ma questa è un’altra storia…). Prima precisazione: quanto leggerete si basa esclusivamente sulla mia esperienza, in quanto tale limitata e priva di qualunque rappresentatività statistica. Secondo: sono perfettamente consapevole che il fatto di avere avuto un figlio sano sia una benedizione straordinaria (o una fortuna sfacciata, scegliete voi la formula che preferite). Convivere quotidianamente con la disabilità, la malattia, l’invalidità è semplicemente eroico – io, evidentemente, non avrei questa forza. Terzo e ultimo: non sono depressa e amo con tutto il cuore mio figlio. È solo che mi sta a cuore raccontare alcune cose sulle quali di solito le madri, neofite e navigate, nicchiano. Forse perché il mondo le farebbe sentire inadeguate se solo osassero ammettere la verità.

Latte, amore e frustrazione
Dopo la sua nascita, avvenuta l’8 febbraio scorso dopo un inutile travaglio durato tutta una notte (inutile perché alla fine me l’hanno strappato dalle viscere con un cesareo), mio figlio ha pianto senza posa per tre mesi. Ovvio, direte: è un neonato, cosa vuoi che faccia? Solo che lui piangeva di dolore, per ore e ore, senza poter essere consolato in alcun modo legale o raccomandabile per un bambino di poche settimane. Urlava come un disperato, andando in apnea, diventando cianotico e sudando freddo. Si dimenava, scalciando come un cavallo in calore e serrando i pugni con tutta la forza che un duemesenne può avere. Si graffiava il viso a sangue. Spargeva lacrimoni, sbarrando gli occhi e guardandoti come se stesse bruciando vivo e tu ti limitassi a contemplarlo con aria annoiata. Nelle giornate buone, che grazie a Dio sono progressivamente aumentate di numero col passare dei mesi, questo horror show andava avanti al massimo per un’ora, ma le crisi peggiori sono durate anche mezza giornata, spesso sotto lo sguardo inquisitore di parenti e conoscenti in visita. Roba da far saltare i nervi anche a Madre Teresa di Calcutta.
Il motivo di tanta sonora sofferenza? Quelle che un buontempone sconosciuto ha battezzato “colichette gassose del neonato” (-ette ‘sti cavoli!). In altre parole: dell’aria nella pancia ha messo a dura prova il mio sistema nervoso (e l’udito già labile di mio marito) per settimane. Un disturbo benigno, per carità. Niente che il bambino non dimentichi nel momento stesso in cui termina lo spasmo. Ma, lasciatevelo dire, un autentico strazio. Vedere il tuo minuscolo figlio che si contorce dal dolore senza poterlo aiutare efficacemente, arrivare a sentirlo piangere “nella tua testa” anche quando dorme beato, doverti sorbire i consigli geniali di tutto il vicinato e gestire le domande ansiogene di amici e parenti non è esattamente il modo migliore per recuperare dal parto. L’unica cosa che posso dire a chi si trova ancora alle prese con l’inferno dei mal di pancia (e lo dico piano piano, perché non si sa mai): prima o poi passa, o per lo meno inizia ad andare ogni giorno un po’ meglio…

L’allattamento al seno è una gran cosa. Ma è anche una fatica altrettanto grande.
Ho la fortuna di avere molto latte. Talmente tanto che la Lola mi ha proposto di tenere a balia il suo ultimo vitello e che sono in trattativa con la Sperlari per aprire uno stabilimento delle Galatine nella mia camera da letto. Che gran c**o, penserà qualcuno, e in effetti è la verità. Molti soldi risparmiati, pappa sempre pronta e facile da servire, nutrienti perfettamente bilanciati per il manz… ehm, per il pupo, un legame affettivo con lui che si consolida ad ogni poppata. Ma anche la responsabilità di essere  a disposizione del bimbo accaventiquattro, come si dice adesso. Giorno e notte, sette giorni su sette, per mesi interi. Difficile “evadere” anche solo per un paio d’ore, visto che il richiamo della tetta può scatenarsi, senza preavviso, in qualsiasi momento. E poi: rinunce alimentari, tensione mammaria, crampi uterini, niente farmaci se hai la sfortuna di ammalarti. Insomma, non proprio una passeggiata. Mentre scrivo, mio figlio sfiora gli 8 kg di peso, che per un bimbo di poco più di tre mesi è quasi un record, e io ho intenzione di proseguire con l’allattamento esclusivo fino a quando lui starà bene e io ne avrò le energie (almeno fino ai sei mesi raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità), però non giudicherei mai una mamma che dovesse scegliere di astenersi e ripiegare sul biberon. Non sentitevi una caccola se siete tra queste, anche se la prima domanda che le madri benpensanti vi fanno, di solito, è: «Gli dai il tuo latte?».

Il lavoro? Parliamo d’altro
Se avete avviato una brillante carriera lavorativa prima di restare incinte, se avete intenzione di farlo e vivete in Italia, aspettatevi di avere qualche difficoltà, per usare un eufemismo spinto. Per la maggioranza dei datori di lavoro nostrani, anche molti di quelli “progressisti” e “illuminati”, la collaboratrice-madre è il male supremo. Il nemico da annientare a suon di sensi di colpa e ricatti morali (anche materiali, perché no: mai porre limiti alla fantasia dei boss italiani). Dunque: consideratevi fortunate se siete tra quelle che hanno mantenuto il posto di lavoro anche dopo la Cicogna. Se poi avete goduto anche di diritti come la maternità e i permessi per l’allattamento, non lesinate in lacrime di commozione e novene di ringraziamento ad almeno una divinità a vostra scelta.

Una donna per amica
Rassegnatevi. Se si dice “senso di fratellanza” e non “di sorellanza”, un motivo ci sarà. La solidarietà non è roba per donne. Se avrete fortuna come la sottoscritta, troverete al vostro fianco qualche amica, cugina (o sorella) o addirittura madri e zie capaci davvero di non giudicarvi, e di sostenervi in modo sincero e costruttivo. Ma, per il resto, le donne che vi circondano cercheranno in tutti i modi, più o meno consapevolmente, di rallentare il più possibile la vostra ripresa e di spingervi a grandi falcate incontro alla più feroce delle depressioni post partum. Oltre a seppellirvi sotto una coltre pesantissima di consigli non richiesti, le già-madri riusciranno a sfoderare i peggiori sguardi di sufficienza e a criticare, di solito in modo subdolo, finanche il colore dei calzini che avrete scelto per vostro figlio. Le non-ancora-madri, dal canto loro, si abitueranno a guardarvi con un misto di commiserazione e disgusto, sottolineando con luciferina nonchalance i chili di troppo che vi sono rimasti sui fianchi o le rinunce alle quali, inevitabilmente, sarete costrette ora che è nato il bambino (Ma «Ifiglisonolagioiapiùgrande», come no…).

I figli so’ piezze ‘e core
Poi, naturalmente, c’è l’invidiabile routine delle neomamme: veglie notturne, rigurgiti nauseabondi, carillon deprimenti, visite sgradite, poco sesso e zero tempo per sé (roba che anche fare la pipì può diventare un lusso). E inoltre, chili di cacca liquida, e su questo aprirei un piccolo inciso: ripulire il proprio figlio neonato dalle sue deiezioni è una cosa che, in fondo, una madre media fa senza troppo sacrificio. Ma da qui a dire che “lacaccadeibambininonfaschifo”, perdonatemi, ce ne passa. La storia della “cacchina santa”, per me, è emblematica dell’ipocrisia che ancora alligna intorno alla questione della maternità. Che sarà anche la cosa più istintiva del mondo, ma, sarebbe ora di ammetterlo senza falsi pudori, rappresenta un’impresa molto faticosa, talvolta alienante, oltre che una limitazione permanente della propria libertà. Vivere ogni giorno della propria vita sapendo che si è scelto di mettere al mondo un essere umano: riuscite a pensare a una responsabilità più grande, a una sfida più impegnativa? Che poi ne valga la pena, questo è un altro discorso.

16 Maggio 2013 5 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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