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Categoria:

essere madre

essere madregravidanza e parto

Quel taglio sopra il pube

by Silvana Santo - Una mamma green 25 Novembre 2013

 

Il parto di mio figlio non è andato esattamente come speravo che andasse. Niente di grave, per carità. Medici all’altezza della situazione, tutto nella norma e nessuna emergenza. Ma io, sarà che con la natura ci vado a nozze, speravo davvero di avere un parto naturale. Vaginale, per dirla con un termine più esplicito, ma che mi ha sempre fatto impressione (perché il fatto che ci contassi non vuol dire che la prospettiva non mi terrorizzasse letteralmente).

Speravo in un’esperienza da vivere attivamente insieme a mio figlio, piena di dolore e di fatica, ma anche di energia e concentrazione, di umori animali, di ormoni accesi e spenti in una sequenza chimica affinata in migliaia di anni di evoluzione. Qualcosa, insomma, che mi accomunasse alle altre mammifere, oltre che alle generazioni di donne che mi hanno preceduta sulla Terra. Magari senza troppi danni là sotto, ecco. Ma il meno “ospedalizzata” possibile. Per questo mi ero impegnata così tanto, al corso preparto. Mi offrivo sempre volontaria per fare le prove della “spinta in apnea” (un modo elegante per dire: “Fai come se dovessi andare di corpo”…), mi applicavo nell’allenamento per il perineo con diligenza da scolaretta e, nonostante la mia silhouette da cetaceo, cercavo finanche di fare quell’esercizio terribile in cui dovevi roteare le gambe dopo averle sollevate a candela.

Fatica inutile, purtroppo. Dopo una notte intera – e oltre 8 centimetri – di travaglio, BigD ha smarrito la strada, si è perso nei meandri del mio canale del parto e ha cominciato a farla lui, troppa fatica. Il suo cuore ha accelerato troppo e la sua testa non è riuscita a infilarsi lì dove si infilano di solito le teste degli umani quando vengono al mondo. Morale: un bel taglio sul basso ventre e una cicatrice a imperitura memoria (come se servisse, tra l’altro). Cesareo. Nessuna complicazione eclatante, a parte una odiosa cefalea post-anestesia spinale durata oltre una settimana (capita al 5-10% dei pazienti, mi dicono. Fortunella!). Figlio sanissimo, allattamento avviato senza effettivi problemi. E non ancora concluso, tra le altre cose. Però… Però.

Sarà che la fase “migliore” del travaglio, ormai, me l’ero goduta fino in fondo ( “Che peccato, signora – mi disse l’ostetrica – Le mancava la parte più liberatoria, quella delle spinte”), sarà che ricordo bene la sofferenza di mia madre nel raccontarmi il suo, di parto cesareo: l’anestesia totale, la lunga cicatrice verticale a tagliarle l’addome, il risveglio lento e, soprattutto, l’impossibilità di vedermi subito, di toccarmi, di allattarmi (allora andava così). Sarà, ma io quel taglio sopra il pube l’ho vissuto come una piccola mutilazione. Non credo si sia trattato di un “eccesso di prudenza” da parte dei medici, né penso che avrei potuto fare qualcosa per impedire quello che alla fine è accaduto (ero brava, nelle spinte, io!), gli imprevisti capitano e l’intervento è stato necessario, d’accordo. Ma una parte di me non si rassegnerà mai al fatto che Davide mi sia stato strappato dal ventre. Avrei dovuto essere io, con il colpo di reni più importante della mia vita, a spingerlo nel mondo.

Di cesareo, imprevisti e natura parlo nel mio post mensile per il sito Instamamme.net.

25 Novembre 2013 36 Commenti
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essere madre

Una mamma grey

by Silvana Santo - Una mamma green 22 Novembre 2013

ArtùPiove da ore. Piove forte e la mia casa brilla di luce artificiale. La mia casa. Nido e galera. Il gatto dorme imperterrito, mio figlio pure, e si lamenta nel sonno. Mentre il Mac ronza, sento i miei fianchi tirare nella divisa jeans-e-felpa che ormai tolgo solo per dormire. Una dieta, adesso, è fuori discussione. Ci manca solo che mi metta a mangiare sano. Fuori piovono acqua e terra su una settimana che sta per finire. Una settimana in cui la voce che ho sentito più spesso è stata la mia, mentre ripeteva più che altro parole come “pong”. Oppure “piove”.

Sono sei giorni che non parlo con qualcuno che non sia il gatto, mio figlio o suo padre. E i nonni, certo. Che sono davvero cari, ma, con tutto il rispetto, hanno almeno il doppio dei miei anni. E parlerebbero soltanto di Davide, naturale. Ah, poi c’è stato il giro all’Ikea, dove ho finanche chiesto informazioni a un’impiegata in camicia gialla. “Mi sono persa. Sa dirmi come arrivo all’Ikea dei piccoli, da qua? Pong”. Fuori, intanto, pioveva.

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22 Novembre 2013 11 Commenti
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essere madre

Del troppo e del troppo poco

by Silvana Santo - Una mamma green 18 Novembre 2013

I figli ci cambiano o ci rivelano per quelli che siamo davvero?

fotoUn figlio ti cambia la vita per sempre, lo sanno tutti. Dal momento stesso in cui annunci di aspettare un bambino, la gente fa a gara per ricordartelo: la tua esistenza cambierà definitivamente, o, nelle versioni più incoraggianti, avrà termine il giorno in cui tornerai a casa col nuovo nato. Ma quello che in pochi si premurano di spiegarti, di solito, è che sarai soprattutto tu a cambiare. Tu e la percezione che hai di te stessa (e che, di riflesso, ne hanno gli altri). E non mi riferisco al fatto che “troverai finalmente il senso della vita”: quello è un mantra che non viene risparmiato a nessuna gestante, forse lo prescrivono i ginecologi insieme all’acido folico (a proposito: adesso che sono madre, con tutti gli annessi e connessi, continuo a pensare che la mia vita, comunque, un senso ce lo avesse anche prima…).

Diventare genitore, almeno per me, ha significato soprattutto mettere in discussione tante delle certezze che credevo granitiche, cambiare idea su questioni che davo per archiviate anni addietro. Perché i figli non ti obbligano soltanto a mutare abitudini, orari, taglia di vestiti. Cosa ben più importante, fanno crollare i castelli di pregiudizi che avevi eretto negli anni, mettono in discussione principi che pensavi saldissimi, ti ricordano che anche tu sei stato piccolo in mezzo a tanti grandi. Ti dimostrano che teoria e pratica sono due mondi diversi, che ogni persona è un universo e, soprattutto, che giudicare le vite altrui è un errore marchiano. Da quando è nato Davide ho preso una quantità di decisioni che prima avrei creduto insopportabile. Molte erano state considerate, discusse e consolidate prima che lo partorissi, ma tante altre sono venute dopo, frutto di letture, confronti, riflessioni e, soprattutto, della conoscenza stessa di mio figlio. Qualche scelta è stata per forza di cose improvvisata, tantissime hanno sorpreso finanche me stessa (come ho già raccontato in questo post).

Per altri versi, però, avere un figlio non è che ti cambi, tutt’altro. Esaspera quello che sei, nel bene e nel male. E te ne rende per forza di cose più consapevole. Esacerba le tue idiosincrasie, le attitudini, le insofferenze e le capacità innate.

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18 Novembre 2013 3 Commenti
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essere madrelibri

Libro del mese. La mia mamma sta con me, di Claudia Porta

by Silvana Santo - Una mamma green 15 Novembre 2013

Questo post dà il via a una nuova rubrica mensile che raccoglierà recensioni di libri su maternità, ecologia, telelavoro, varie ed eventuali. Se avete un libro da segnalarmi, scrivete a unamammagreen@gmail.com

La-mia-mamma-sta-con-meQuando dico che lavoro da casa, in genere raccolgo occhiate scettiche e commenti sarcastici. Qualche volta percepisco nel mio interlocutore una certa dose di commiserazione, come se avessi appena detto che sono disoccupata e al verde, più raramente invece la reazione è di autentica invidia. Il telelavoro, nel mio caso, più che di una scelta precisa è frutto di una serie di situazioni contingenti e, diciamolo, di una certa mancanza di alternative. Non sempre sono stata felice di questa condizione, e sicuramente conosco sulla mia pelle tutte le difficoltà, i rischi e le rinunce con cui chi lavora da casa deve fare i conti ogni giorno. Con gli anni e con l’esperienza, senza dubbio, ho imparato ad apprezzare anche gli innegabili lati positivi della mia condizione professionale, e questo vale molto di più da quando sono madre. Ma è stato un percorso lungo, zigzagante, a tratti doloroso. Una specie di gimkana che di fatto sto ancora percorrendo, sporca di fango e di piena di graffi.

È per questo che leggere La mia mamma sta con me ( Il Leone Verde, collana Il bambino naturale, 2011, 167 pp, 16 euro) è stata una specie di liberazione. Mi è sembrato, in un certo senso, che l’autrice Claudia Porta, mamma, imprenditrice e autrice del seguitissimo blog La casa nella prateria, parlasse direttamente alla sottoscritta. Per me questo libro non è solo un libro. È un trattamento per l’insicurezza, un distillato di autostima su carta, una vera e propria legittimazione del mio status.

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15 Novembre 2013 0 Commenti
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essere madre

Solo una domanda

by Silvana Santo - Una mamma green 13 Novembre 2013

Una sola. A Madre Natura (che visto che si chiama “Madre” e non Zia, Sorella o Nonno, potrebbe anche mostrare un minimo di empatia, eccheccà!).

Io che le ho dedicato lustri di militanza ambientalista e anni di studi specializzati;

io, che l’ho sempre ritenuta infallibile, considerando Renzo Bossi e Moira Orfei frutto del Suo bizzarro senso dell’umorismo, più che di una svista o di una distrazione;

io, che, sfiorando il panteismo, ho mantenuto una fede incrollabile nell’evoluzione, senza vacillare neanche dinanzi a Giuliano Ferrara e al Divino Otelma;

io, che in Suo nome ho salvato da morte atroce ragni, farfalle notturne e finanche qualche orrido moscone;

io, che – e non voglio rinfacciare – per rispettarla di più sono disposta a fare spazio dentro di me a una coppetta di silicone che raccolga mensilmente i miei umori;

io, che adesso sono madre come Lei, mi sento sinceramente in diritto di chiederle:

come puoi permettere che proprio quelli che assecondano la Tua legge prima e universale, affidando il proprio patrimonio genetico a un ovocita trasparente e a una specie di girino isterico e macrocefalo, vengano privati del sonno per settimane, mesi e anni?

Se il Tuo problema, o Madre Natura, è il rischio che la sottoscritta concepisca un secondogenito, negando al figlio già nato le cure parentali necessarie a farlo crescere e prosperare, stai serena: ti giuro che non c’è pericolo. Piuttosto, prendo a uno a uno quei girini macrocefali e gli faccio fare la fine che per tutta la vita ho generosamente risparmiato alle falene.

Vuoi che apprezzi la pallida bellezza della luna? Ti sta a cuore che io riscopra il silenzio, il mistero dell’oscurità, che mi soffermi ad apprezzare il latrato notturno dei cani randagi? Perché, se il motivo è questo, sappi che non sta funzionando. L’unico risultato che hai ottenuto è che se la vedo adesso, una farfalla notturna, la faccio secca e la uso come mascherina per dormire. Di giorno. Sulla tazza del water.

Solo per dirtelo, Madre Natura: lo stai facendo nel modo sbagliato.

13 Novembre 2013 8 Commenti
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essere madreviaggi

Di ritorno dall’Olanda con bambino piccolo

by Silvana Santo - Una mamma green 4 Novembre 2013

Cose che ho imparato sull’Olanda portandoci mio figlio

Due cose ricorderò, prima di tutto, di questo viaggio in Olanda con un bambino piccolo: gli uccelli migratori (l’avifauna più varia, abbondante ed evidente che abbia mai visto in vita mia e no, non mi sto riferendo al quartiere del sesso di Amsterdam) e il colore del cielo. O meglio, la sua assenza.

Sarà anche la terra della mobilità sostenibile, ma il traffico può essere infernale. E i semafori di Utrecht sono un’autentica piaga, anche quelli pedonali.

Vista la stagione, niente tulipani in giro. Ma in nessun altro posto ho mai visto tanta gente con in mano dei fiori.

Avranno anche aumentato le restrizioni sulla Cannabis, ma l’odore dell’hashish è dappertutto. Purtroppo non è bastato questo a far dormire Davide per una notte intera.

I vecchi mulini a vento, usati per secoli per macinare granaglie e produrre pigmenti destinati ai pittori di scuola olandese e fiamminga, sono pittoreschi assai. Ma quelli nuovi, che al vento continuano a rubare energia per alimentare luci al led, laptop e catene di montaggio, sono a loro volta estremamente suggestivi. Checché ne dicano alcuni paesaggisti.

Utrecht è incredibilmente sottovalutata, per lo meno dalla gente che conosco io (tra le altre cose, mai visti tanti negozi di design né tanta scelta di bei ristoranti).canale

Cose che ho imparato su mio figlio portandolo in Olanda

È perfettamente in grado di fare “ciao ciao” con la manina, ma solo ad umani rigorosamente selezionati. Di preferenza olandesi, biondi e con dei fiori in mano.

Ha la capacità chirurgica di esigere la tetta (BigD è uno che non chiede. Lui pretende, dal giorno in cui è venuto al mondo) nel momento e nel contesto meno indicati. Tipo in un tram affollatissimo mentre io indosso biancheria intima, t-shirt, felpa e giaccone. O sul 737 Transavia per Eindhoven, talmente stipato di seggiolini da meritarsi la piazza d’onore nella classifica degli aerei più scomodi della storia (il titolo resta saldamente nelle mani di un Cityliner che ho preso da Napoli a Torino qualche anno fa).

Quanto all’attività intestinale, le sue straordinarie doti di tempismo erano già note dalla prima passeggiata in quota fatta in Trentino l’estate scorsa.

Le pecore lo lasciano quasi indifferente. Il suo amore incondizionato appartiene solo ai felini.

È riuscito a farsi più amici lui in 9 mesi di viaggi che io e suo padre in 12 anni di vagabondaggio per l’Europa e non solo.

Le sue non sono lallazioni prive di senso. BigD si esercita nella pratica della Lingua universale dei neonati. Quella grazie alla quale schiere di pochimesenni pelati congiurano alle nostre spalle. State attenti, sono dappertutto.mulini

Cose che ho imparato su me stessa andando in Olanda con mio figlio

Non devo avere poi questi canoni estetici così rigorosi, né principi morali così saldi, se riesco a trovare gradevole un ristorante in stile coloniale traboccante di decorazioni di Halloween.

Dovrei finalmente imparare che anche i figli degli altri, talvolta, piangono. E che le madri non rischiano la lapidazione per questo.

Sono in grado, col supporto del Socio, di cambiare un pannolino sul secondo aereo più scomodo della storia. Senza sporcarmi le mani. (Sul Cityliner non ci avrei neanche provato).

Le madri nordeuropee che girano il mondo con almeno 3 figli biondissimi, educati e sempre tranquilli, con i capelli perfettamente in ordine e senza un filo di occhiaie devono nascondere un terribile segreto (perché la vita è ingiusta e crudele, ma non può esserlo fino a questo punto).

Al monotono stress casalingo, preferirò sempre e comunque la fatica eccezionale (e gli scazzi momentanei) del viaggio. E poi, se proprio devo avere le occhiaie ad altezza ginocchia e i capelli da spaventapasseri, sempre meglio sfoggiarli in giro per il mondo, no?davide_amsterdam

4 Novembre 2013 5 Commenti
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essere madre

Sono tutte puericultrici con i figli degli altri. Anche io.

by Silvana Santo - Una mamma green 18 Ottobre 2013

Sottotitolo: solo gli idioti non cambiano mai idea

Prima di diventare madre ero convinta di sapere alla perfezione che madre sarei diventata. Una di quelle mamme tutte d’un pezzo, affettuose e presenti, ma granitiche nei loro principi educativi. Incrollabili come le Vele di Scampia. Magari non proprio inflessibile come Tata Lucia (e possibilmente manco frigida come la signorina Rottermeier), ma sempre capace di distinguere il bene dal male e di indicare alla prole la strada giusta, proprio come una torcia intermittente a risparmio energetico. Una specie di Mary Poppins stonata ma coi piedi dritti, insomma. Ma questo, per l’appunto, era prima. Mai cambiato tante opinioni come da quando mi hanno cavato mio figlio dal ventre.

Prendiamo l’allattamento. Sempre stata convinta di allattare, certo, ma anche di smetterla non appena lo avrei ritenuto “opportuno”. I bimbi grandicelli abbarbicati alla tetta mi facevano un po’ impressione, per dirla tutta (mai quanto le loro madri, comunque, che giudicavo morbose e lesive dell’autonomia dei propri figli) ed ero assolutamente sicura che “a noi non sarebbe mai accaduto”. Poi ho scoperto che l’OMS e la FAO – stiamo parlando delll’Organizzazione mondiale della sanità e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, mica di Elisir e Medicina 33! – raccomandano di nutrire i bambini esclusivamente col latte di mamma per almeno 6 mesi, e di continuare ad allattarli, una volta introdotti gli alimenti solidi, anche fino ai 2 anni e oltre.

Stessa cosa per il cosleeping. Quando sentivo di genitori che dividevano il letto con la prole, mi partiva il sopracciglio, prima. Gli occhi roteavano spontaneamente, la bocca si storceva in modo incontrollabile. Intonavo un requiem alla loro vita sessuale, immaginavo scenari raccapriccianti di neonati soffocati da grovigli di coperte e pigiami a righe, compativo quei figli vittime di cotanto lassismo. Giudicavo male quelle madri e quei padri, in poche parole. E con la stessa presunzione emettevo la mia sentenza verso i bambini abituati a passare molto tempo in braccio, a essere portati in fascia o soccorsi tempestivamente quando piangevano: viziati e maleducati. Senza possibilità di appello.

Poi ho letto decine di pareri di pediatri e psicologi che sostengono con assoluta convinzione la necessità del contatto fisico costante tra neonati e genitori (la madre, in modo particolare), del cosiddetto “contenimento”. Convinti che soltanto rispondendo prontamente ai bisogni dei bambini molto piccoli – che si esprimono attraverso il pianto, inesorabilmente – li si possa aiutare a diventare degli adulti indipendenti e sicuri di sé, fiduciosi nel prossimo e capaci di esprimere i propri sentimenti e di gestire le proprie emozioni. Certi che ogni bimbo abbia i propri tempi per imparare a dormire da solo, come per mangiare, camminare, parlare, espletare le proprie funzioni corporali eccetera eccetera, e che rispettare questi tempi non significhi derogare al proprio dovere educativo di genitore, ma trattare i propri figli come delle persone. Sicuri che le richieste dei bambini, per lo meno quando sono molto piccoli, non siano “capricci”, ma bisogni reali, perché anche i nostri figli sono “competenti”, ovvero consapevoli, fin da subito, di ciò che vogliono e, cosa ancora più importante, di quello che va bene per loro.

Negli ultimi 8 mesi ho scoperto un altro mondo, fatto di cure prossimali, carezze, disponibilità e lentezza. Di ascolto e di istinto. Ma, prima di tutto, ho conosciuto mio figlio. Il bambino reale, diverso da quello immaginato. Un bambino che ho visto trasformarsi completamente nel giro di qualche mese, man mano che mutava il mio atteggiamento nei suoi confronti. Mio figlio che piangeva di continuo, disperatamente. Che detestava gli estranei, la folla, i luoghi sconosciuti. Che non dormiva mai più di 45 minuti di seguito e aveva difficoltà finanche a defecare, che guardava il mondo con un’aria sbalordita e corrucciata. Un essere umano nervoso e diffidente, spaventato, oserei dire. Fino a quando anche io, finalmente, sono diventata la madre che volevo essere davvero, molto distante dalla madre immaginata, con buona pace dei troppi benpensanti e della me stessa “di prima”. Fatta di viscere e pelle, di istinto e di narici. Una femmina di primate, figlia di figli di scimmie che portavano i propri cuccioli sulla schiena, per anni, che li allattavano finché erano cresciuti, che dormivano con loro nelle caverne, scaldandoli col calore del proprio fiato. Una madre che accorre subito se suo figlio piange, che gli offre il seno quando lui lo desidera (anche quando le costa una fatica indescrivibile), che lo addormenta accanto a sé, accarezzandolo e cullandolo. Che lo ascolta, lo aspetta e si fida di lui, che lo tiene nel mei tai quando non vuole più stare nel passeggino e lo lascia dormire appiccicato a lei. Che alla necessaria fermezza accompagna, sempre, una dose di pazienza che mai e poi mai avrebbe pensato di possedere.

Che sia stato davvero questo a trasformare Davide nel bambino sorridente e sveglio che è adesso, naturalmente nessuno potrà mai dimostrarlo. Ma io lo so che è così. E in ogni caso posso dire – con assoluta certezza, questo sì – che da quando ascolto anche la mia pancia, da quando ho lasciato andare il minuscolo grillo parlante che viveva nel mio cervello, io sono una madre più felice. E dormo anche tre ore di seguito, vi pare poco?

PS: Lettura consigliata: Alessandra Bortolotti, E se poi prende il vizio? Pregiudizi culturali e bisogni irrinunciabili dei nostri bambini, collana Il bambino naturale (2010)

18 Ottobre 2013 48 Commenti
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essere madremamma green

E se diventa ecoscettico? La libertà dei figli e le aspettative di una madre

by Silvana Santo - Una mamma green 26 Settembre 2013

Libertà è sempre stata una delle mie parole preferite. Accendeva i miei sogni di ragazza, animava gli slogan urlati dietro striscioni colorati, compariva tra le righe firmate da morti illustri di nome Yeshu’a, Ernesto, Mahatma. Riempiva le conversazioni con le amiche di allora (che sono anche le amiche di oggi, e ci sarà un motivo), provocava desideri struggenti di viaggi, amori, ribellioni. La cercavo nelle note gitane, nei libri. Nei tramonti di brace che si gettavano nel Tirreno, nelle bandiere – prima rosse, poi arcobaleno – che sbattevano nel vento. Negli anni è stata una compagna leale, per quanto un po’ troppo esigente. È scesa a patti col suo nemico giurato, il Compromesso, e mi ha condotto dove sono adesso: nella pelle di una donna diversa dalla ragazza di 15 anni fa, ma fedele all’adolescente magrissima di allora. Ancora troppo idealista per qualcuno, ormai irrimediabilmente disincantata per qualcun altro.

Ma adesso che sono madre, la libertà ha assunto un sapore nuovo. Il gusto agrodolce delle possibilità che si aprono davanti a mio figlio, del suo diritto all’autodeterminazione, delle strade che batterà nel futuro, mi auguro lunghissimo e splendente, che gli si para dinanzi. BigD viene da me, sono io che l’ho fabbricato insieme a suo padre, e per certi versi più di lui. Ma è altro da me. E il rispetto che gli devo mi impone di guardarlo diventare ciò che lui vorrà essere. Di lasciarlo libero, appunto. Libero di pensarla come vuole in tema di politica, di religione, di soldi. Di scegliersi il lavoro che vorrà, di vivere dove sentirà di aver trovato una casa. Libero di amare chi vorrà. Inevitabile sulla carta, potenzialmente molto difficile nell’applicazione.

libertà2Adesso mi dico che dovrò accettare qualsiasi sua azione, purché legale, che imparerò a comprendere le sue scelte pur senza condividerle, purché queste non siano dannose per qualcuno. Posso pensare di tollerare un BigD con una visione politica opposta alla mia, per intenderci, ma non resterei in silenzio a guardare un figlio omofobo, o razzista. Ma se lui – e lo scrivo piano – dopo anni di prodotti Ecolabel e raccolta differenziata, nonostante, o forse a causa (sic!) di ettolitri di rimedi naturali e cosmetici alternativi, decidesse che della Terra non gliene frega un beneamato piffero, che il verde gli piace solo perché è il colore del pesto alla genovese, io sarei in grado di accettarlo? Non dico diventare un piromane o un torturatore di cani e gatti – qui rientriamo, finanche in questo sventurato Paese, nella sfera dell’illegalità, per fortuna. Il che, secondo il mio stesso principio, mi autorizza a incazzarmi a morte, nella sciagurata eventualità – ma semplicemente uno che consuma senza limiti né domande. Uno sprecone di risorse naturali, un irriducibile della crapula, un inquinatore emerito. Uno, per dire, che si compra il Suv per girare in città e che mangia ogni giorno nei piatti di plastica. Finirei col diventare una madre critica e insopportabile? Ammesso che l’amore di madre resti intatto – perché lo resterebbe – riuscirei però a non sentirmi delusa come nessuna madre dovrebbe sentirsi quando le proprie aspettative, perché di questo si tratta, in buona misura, vengono in qualche modo tradite dalla realtà? Per amore di verità devo rispondermi che non lo so. Che è facile dirsi, con la testa e con le labbra, pronti a capire e ad accettare in ogni caso, ma poi la pancia, talvolta, dice altro. E di solito la pancia mette a tacere testa e labbra. Per adesso, dunque, non mi resta che seminare e attendere. Sperando per lo meno di non ritrovarmi un figlio juventino.

Questo post è dedicato alla mia amica Luisa e al viaggio in Australia che un giorno faremo insieme.

 

26 Settembre 2013 14 Commenti
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La solitudine di una mamma green

by Silvana Santo - Una mamma green 19 Settembre 2013

Pensieri inquinati di una madre non convenzionale

Che poi questa cosa io l’ho sempre saputa. Ben prima di diventare mamma, addirittura prima di diventare green. È inevitabile: la latitudine a cui nasci e cresci condiziona la tua vita in modo profondo e in parte irrimediabile. Non solo influenza le tue abitudini alimentari (e quindi l’aspetto fisico e, in qualche caso, le condizioni di salute), il modo in cui vivi i rapporti familiari, il grado di tolleranza al maltempo e la capacità di reggere l’alcol. Il posto in cui nasci e cresci finisce col decidere in larga parte quante e quali opportunità ti saranno concesse e, cosa forse ancora più importante, la natura della maggioranza delle persone che incontrerai. Nel caso di questa ragazza green, che a un tratto si è concessa pure il lusso di diventare mamma, ha comportato molte volte un supplemento di fatica per riuscire ad essere ciò che è, uno sforzo extra per superare certi confini che, prima che geografici, sembrerebbero mentali o culturali.

Nel posto in cui vivo, una mamma green nuota controcorrente, il più delle volte quasi sola. Non perché sia migliore delle altre madri, s’intende, ma perché, a differenza di molte, ha potuto scegliere. Decidere se vuole davvero conformarsi al modello opulento e convenzionale che di solito viene proposto come l’unico possibile. Se desidera, per sé e per la sua famiglia, quello che la maggioranza ritiene essere il meglio o quello che lei stessa e la sua famiglia, di volta in volta, giudicano la scelta più opportuna. Una mamma green, nel posto in cui vivo io, in un certo senso è una madre più libera, a cui è stato concesso di andare oltre – le apparenze, i falsi miti, le mode.

Ma è anche una madre più sola. Che non di rado riconosce un certo scetticismo nel suo interlocutore (specie se si tratta di un’altra madre, diversamente colorata), che spesso è chiamata a fornire una giustificazione supplementare alle proprie scelte. Che, anche quando il modello che propone viene guardato con interesse genuino, rimane in buona sostanza un “tipo originale”, una genitrice alternativa e magari un po’ viziata che, forse, persevera nelle sue stravaganze più per anticonformismo che non per reale convinzione. Una che, per dirla con quattro lettere, in fondo in fondo è un po’ snob.

Una mamma green, nel posto in cui vivo, è pure una mamma stanca, più stanca della media già significativa delle mamme. Perché sa che quello che ha scelto per suo figlio – un indumento, un giocattolo, un alimento, un sapone – quasi sempre non sarà disponibile nel negozio sotto casa, e neanche nel supermercato più fornito della zona. Dovrà cercarlo in qualche raro punto vendita specializzato, prenotarlo con settimane di anticipo, farselo procurare da un amico che vive altrove, acquistarlo online, oppure farlo da sé, ammesso che riesca a trovare le materie prime necessarie. Qualche volta, sarà costretta a rinunciare, ripiegando sul surrogato che le pare il compromesso migliore tra quello che vorrebbe e quello che può avere.

Di certo non è una mamma più povera, perché, a dispetto del luogo comune diffuso strumentalmente da chi sostiene e incoraggia il modello “tradizionale”, pesare meno sulla Terra, nella stragrande maggioranza dei casi, permette di alleggerire anche il bilancio familiare (e questa è un’altra verità che la mamma green che vive alle mie latitudini deve difendere con le unghie e con i denti dallo scetticismo e dal sarcasmo dei più). Ma ogni tanto, per lo meno nel mio caso, è una mamma più preoccupata, perché sa che domani suo figlio potrebbe incrociare gli stessi sguardi perplessi che ogni tanto gelano lei e chiederle per quale assurda ragione non lo abbia lasciato crescere nella stessa beata inconsapevolezza degli altri. Potrebbe rimproverarle di aver scommesso a suo nome sul cavallo perdente, di averlo reso meno simile ai propri simili, di avergli imposto una diversità che lui non voleva. Di averlo reso, in qualche modo, più solo. E questo, per una mamma di qualsiasi colore, sarebbe un peso davvero insopportabile.

Vero è, mi dico nelle notti in cui non riesco a dormire, che questo rischio – il rischio di vedersi presentare dai figli il conto dell’imposizione arbitraria dei propri criteri – esiste per qualsiasi tipo di madre, verde, rossa o gialla che sia. E la speranza, solida, tutto sommato, è che il tempo dia senso e peso alle mie scelte, legittimi le mie decisioni e le avvalori. Le renda meno bizzarre e più facilmente condivisibili. A quel punto, e forse soltanto allora, saprò che la mia solitudine di madre non sarà stato un sacrificio vano.

19 Settembre 2013 11 Commenti
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essere madremamma green

Uno è poco e due sono troppi: ecologia della riproduzione

by Silvana Santo - Una mamma green 26 Luglio 2013

Masturbazione mentale in tema di demografia, migrazioni, istinti naturali e Calderoli

Il mio professore di Ecologia, uomo di scienza e di fede, sosteneva che, ragionando in termini di sostenibilità ecosistemica, ogni coppia di Homo sapiens fosse tenuta a generare almeno due figli. Solo in questo modo, infatti, si può evitare che le piramidi demografiche di una certa popolazione umana si sbilancino a scapito delle generazioni più giovani (in parole povere, scongiurare una società fatta prevalentemente di vecchi bacucchi). Qualche anno dopo, durante una lezione di Comunicazione Ambientale di un master che ho frequentato, il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi esortava noi giovani studenti a non riprodurci affatto, per non dare il nostro insopportabile contributo alla sovrappopolazione e allo sfruttamento non più sostenibile delle risorse naturali della Terra.

Due scienziati. Due ambientalisti. Due visioni, come capita incredibilmente spesso anche su questioni che dovrebbero essere affrontabili in modo “oggettivo”, diametralmente opposte. Molte volte mi sono chiesta chi avesse ragione, soprattutto prima di decidere di fare un bambino, e tutte le volte sono rimasta senza una risposta. Da una parte – non si può negare – siamo bestie, animate, come tutti gli organismi viventi, dall’incontrollabile istinto di continuazione della specie. Ognuno di noi, per quanto poligamo inveterato (o forse proprio per questo!) o allergico ai bambini, è geneticamente programmato da millenni di evoluzione per trasmettere il patrimonio genetico che custodisce in tutti i propri nuclei cellulari. I poeti lo chiamano amore, le riviste femminili orologio biologico, ma in fondo non è altro che una legge di natura, l’istinto più forte che esista dopo quello di sopravvivenza, o forse anche prima e al di sopra di esso (non saprei spiegarlo meglio di come fa Merlino a Semola ne La Spada nella Roccia). D’altra parte, sempre evolutivamente parlando, un po’ di strada, da quando saltavamo da un albero all’altro, ne abbiamo fatta (e qui resisto alla tentazione di riferirmi all’incommentabile Calderoli, perché è molto ma molto meglio così), tanto è vero che abbiamo imparato a domare tutta una serie di impulsi in nome di quella che con una parola abusata si definisce civiltà. Se dunque abbiamo smesso di andare in giro nudi, accoppiarci in pubblico e mangiare con le mani (almeno nella maggioranza dei casi, e qui mi sforzo ancora una volta di non chiamare in causa il nostro Calderoli), dovremmo forse smettere anche di generare bambini?

Il professor Russo, forse per un eccesso di romanticismo, trascurava, nel suo ragionamento, il fenomeno dei flussi migratori: a differenza di quello che accade per le altre specie viventi, quella umana non è più divisa in popolazioni. Con buona pace dell’ex ministro Calderoli, siamo come un’unica grande colonia felina, i cui membri sono per lo più liberi di accoppiarsi con chi gli pare e di vivere dove preferiscono (con le note, drammatiche e ancora troppo numerose eccezioni, ahimè) – un fatto questo che per inciso fa bene anche alla nostra variabilità genetica, oltre che alle piramidi demografiche. D’altro canto, ragionando in termini di demografia dei singoli stati, i bimbi migranti e le seconde generazioni non sempre riescono a compensare l’invecchiamento della popolazione (non in Italia, almeno). I bambini, in un certo senso, sono ancora “necessari”.

Però è vero anche che i figli si possono adottare, come trascurava di ricordare, nella sua provocazione post universitaria, il vulcanico (…) Tozzi. Oltre a salvare un bambino da un destino infausto, parlando in termini strettamente ambientali, l’adozione rappresenta una scelta per certi versi più sostenibile del fare un figlio “con la pancia”: non si affolla il Pianeta con un altro individuo, si condividono le risorse esistenti con un bambino già nato. Ma l’ansia di pesare troppo sulla Terra e di consumare il poco di natura che resta può arrivare a conseguenze così estreme? Se si ragiona in termini così freddamente numerici, non si rischia di avallare politiche aberranti in tema di controllo delle nascite o – la porto alle estreme conseguenze – di eugenetica (pochi, ma buoni)? Io, come ho detto subito, una vera risposta non ce l’ho. So che rispetto profondamente chi sceglie di adottare in assenza di problemi di fertilità o di salute, e spesso ho pensato che mi piacerebbe dare a Davide un fratello o una sorella che non vengano dalla mia pancia. Ma l’animale che è in me, poco più di un anno fa, ha deciso, non senza remore, di lasciare il suo DNA su questo Pianeta. Sperando che ne resti abbastanza anche per i nostri figli.

26 Luglio 2013 7 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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