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Categoria:

essere madre

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Consuntivo e preventivo

by Silvana Santo - Una mamma green 31 Dicembre 2013
capodanno

© Unamammagreen

Il 2013 resterà, inevitabilmente, l’anno in cui è nato mio figlio. L’anno in cui la mia vita è cambiata per sempre, trasformando me stessa con lei. Ma  non per questo rimarrà nella mia memoria come l’anno perfetto. Non per questo, se potessi, non cancellerei certi momenti per riscriverli del tutto diversi. Non per questo, grazie al cielo, non mi restano desideri da tenere in caldo per l’anno che verrà.

Il 2013 che ricorderò per sempre:
L’amore sordo e selvatico negli occhi di mio figlio. La luce che si accende nel suo sguardo quando mi vede all’improvviso. Il suo sorriso spuntato, le sue dita piccole che esplorano il mio viso. Lo squillo argentino della sua risata quando gioca con Artù. Gli occhi di suo padre che lo guardano, come se lo scoprissero di nuovo ogni giorno. Gli occhi di mio padre che guardano me che sono figlia e mamma insieme, mio padre che era perso e che invece è ancora qui. Mia madre che dice esattamente quello di cui avevo bisogno. Per una volta, la volta più importante. Le Dolomiti che risplendono al sole. Il mare cristallino che regala silenzio e leggerezza. Certe madri, amiche vecchie e nuove, sorelle di sangue o di vita, che ti comprendono e ti assolvono. Che ti aiutano ad assolverti, soprattutto. La prima volta che ho fatto l’amore dopo aver partorito. Il sole di maggio. La prima foto in cui mio figlio mi è sembrato bellissimo e finalmente mio. La certezza di aver fatto qualcosa di miracoloso e di ineluttabile.

Il 2013 che spero di dimenticare:
Le notti senza tregua, l’impotenza davanti al pianto di mio figlio, l’indifferenza di persone che credevo amiche. Il dolore lancinante sofferto dopo l’anestesia spinale. I consigli non richiesti, la solitudine e certi (miei) scoppi di rabbia animale. La nostalgia bruciante per ciò che non è più e per quello che non sarà mai. Troppi silenzi, troppo assordanti. Le cose dette tra le righe, l’affettazione e la retorica. Il freddo di marzo. La stanchezza negli occhi di chi ho scelto per la vita. Il suo terrore. La voragine che ogni tanto sembra aprirsi tra di noi. La gelosia, che prima non conoscevo e che mio figlio ha portato nel (mio) mondo insieme alle sue guance paffute. Il mio gatto che piange di dolore. La distanza incolmabile tra quella che ero e quella che sono adesso. Il terrore di aver fatto uno sbaglio per cui non esiste rimedio.

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31 Dicembre 2013 2 Commenti
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essere madreinterviste

22 domande sul mio 2013

by Silvana Santo - Una mamma green 27 Dicembre 2013

2013Qualche giorno fa ho ricevuto una mail da Joja, autrice del blog MyBimbo.it e mamma di due splendidi gemelli. Con ritardo, ma con piacere, rispondo al suo test sul mio 2013, che mi sembra un modo molto piacevole di tracciare un primo bilancio sull’anno (e che anno!) che si sta per concludere. Se siete curiosi di leggere anche le sue risposte, le trovate sul suo blog.

1. Da 1 a 10, com’è stato il Tuo 2013?

Un ottovolante continuo, direi. L’anno più faticoso della mia vita, probabilmente. Ma anche quello più intenso.

2. Ingrassata o dimagrita?
Ingrassata, poi dimagrita, ora di nuovo ingrassata. Una specie di fisarmonica di carne, insomma.

3. Capelli più lunghi o più corti?
Più radi, soprattutto (il lato oscuro dell’allattamento)

4. Più o meno quattrini?
Direi meno. Ahimè.

5. Lavoro migliore o peggiore?
Ci sarebbe da dedicare un post solo a questo tema (anzi, mi sa proprio che lo farò, presto o tardi). Nel corso del 2013 sono terminati diversi progetti di lavoro, per cause che in realtà prescindono dalla mia nuova condizione di madre. Di qui la minore disponibilità di soldini. Insieme a Davide, però, è nato questo blog, il che significa molto lavoro in più, fatto per (e con) passione. In attesa delle di un po’ di volgarissimo denaro 😉

6. Speso di più o di meno dell’anno prima?
Più, più, più.

7. Hai vinto qualcosa quest’anno?
Una scorta di pappe per gatti (grazie a uno scatto di Artù) e una weekly inspiration di Instagramme (grazie a una foto scattata a Bali).

8. Più o meno movimento?
Difficile a dirsi. Meno sport in senso stretto. Più “azione” in termini di sollevailpupo-mettigiùilpupo-faigiocareilpupo-acchiappailpupoprimachesischianti etc.

9. La peggiore malattia?
I raffreddori di Davide, per fortuna rarissimi e tutto sommato leggeri. Personalmente, ho sofferto parecchio dopo il cesareo, per una cefalea causata dalla puntura spinale per l’anestesia.

10. Il piano più strampalato?
Progettare una vacanza extracontinentale con prole al seguito. Datemi qualche anno e ce la farò.

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27 Dicembre 2013 5 Commenti
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essere madre

Di occhiali nuovi e di figli che invecchieranno

by Silvana Santo - Una mamma green 19 Dicembre 2013

Ieri ho comprato un paio di occhiali nuovi. Di quelli neri e con le lenti enormi che vanno tanto di moda adesso e che solo qualche anno fa nessuno avrebbe mai accettato di indossare neanche a pagamento. Quando sono andata a dormire mi sono sorpresa a posarli sul comodino con una insolita cautela. Non ho neanche ripiegato le stanghette, per dire. Ma da miope navigata so che si tratta di una delicatezza passeggera, di una cura momentanea che presto soccomberà al tempo, all’abitudine, alla frenesia quotidiana. All’indifferenza. Poche settimane e i miei occhiali, non più nuovi e forse già fuori moda, dovranno rassegnarsi allo stesso trattamento brusco e approssimativo dei loro numerosi predecessori. Inevitabile, per quanto ora mi ripeta che li ho pagati con soldi buoni e che devo averne cura.

È che la vita è così, purtroppo o per fortuna. E questo non vale soltanto per gli occhiali. Ieri sera, nel mio gesto di provvisoria attenzione verso quei due vetri ancora scintillanti, ho pensato a quando, appena qualche anno fa, una persona a cui voglio molto bene ha sfiorato la morte da molto vicino. L’ha abbracciata stretta, per essere più precisi. Ci ha ballato un tango struggente e appassionato. Ricordo il terrore da paralizzare il diaframma, da congelare le lacrime sotto le palpebre, da incastrare le parole al centro della gola. Poi, chissà per chi o per cosa, il sollievo, da respirare a pieni polmoni. Tango finito, la nera signora migrata verso altre milonghe. Dal lutto alla speranza in un solo momento, proprio quando ormai non sembrava più possibile. E non era neanche la prima volta che mi capitava, tra l’altro.

Ricordo la rivelazione potente di quanto la vita sia labile, di quanto perderla nel fiore degli anni e con una figlia nata da poco sia così disperatamente facile. Ricordo una presa di coscienza violenta e pacificante insieme: quante energie sprecate a pensare ad altro, a preoccuparsi “del resto”. La consapevolezza granitica che piangere senza una bara davanti sia quasi oltraggioso, o per lo meno inutile. Ma si sa, la vita è così, purtroppo o per fortuna. Certe verità, per quanto scolpite nel marmo, sono fatte per essere dimenticate. Passata l’emozione, smaltita la chimica, si torna a dare per scontato quello che in fondo non lo è: inspirare, espirare. Atrio destro, ventricolo destro, arteria polmonare, ventricolo sinistro. Si ricomincia a gettare gli occhiali dove capita, a sedercisi sopra, a brutalizzarli con noncuranza.

occhiali2

Mi chiedo, e forse ho un po’ paura di scoprire la risposta, se accada lo stesso con i propri figli. Mesi e anni passati a sfiorarli con delicatezza quasi innaturale, decisioni spicciole pesate come se stabilissero il destino dell’umanità (meglio la ciniglia o il caldo cotone?). Particolari di poco conto che scatenano faide familiari, discussioni con altri genitori, isterismi e alzate di scudi (mia suocera gli ha dato una caramella prima di cena!). La paura strisciante e onnipresente di fare del male ai propri eredi, di sciuparli, di rovinarli. Di spezzarli, in tutti i sensi che questa parola può contenere. Sono certa che se i bambini avessero le stanghette, la maggioranza delle mamme – io per prima – li metterebbe a dormire sul comodino senza neanche ripiegargliele. Così, per stare più sicuri.

Ma quei figli piccoli e teneri diventeranno più alti di noi. Avranno ossa forti e spalle larghe, passi saldi e voci sicure. Diventeranno grandi e, chi lo sa, forse diventeranno “normali”. Forse verrà, per tutti noi, il giorno in cui avere un figlio non sarà più quella cosa così incredibile e disarmante che è adesso. E allora non ci faremo scrupoli a strapazzarli, a graffiare (con le parole, per lo meno) quelle lenti fragili che noi stessi abbiamo forgiato. A gridare loro in faccia quanto siano impossibili e sbagliati, quanto ci deludano e ci facciano soffrire. A lamentarci di loro, a mettere in discussione le loro decisioni, a criticarli e a pretendere qualcosa in cambio della dedizione che gli abbiamo riservato quando erano così piccoli e teneri. Quando erano nuovi. Non so proprio se questo accada alla maggioranza dei genitori, non posso dire, per fortuna, che sia successo ai miei, e soprattutto non ho la più pallida idea se, un giorno, possa accadere a me. Ma il tempo passa, le mode cambiano e gli occhiali, prima o dopo, si graffiano. La vita è così, purtroppo o per fortuna.

19 Dicembre 2013 4 Commenti
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8 cose che mi ha insegnato mio figlio

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Dicembre 2013

Le cose che non so sono quelle che vorrei che mio figlio imparasse. Intanto, in un naturale e perfetto scambio di ruoli, lui continua ogni giorno a insegnarmi un sacco di cose che prima ignoravo completamente.

Primo comandamento, non giudicare gli altri genitori

Questa è la madre delle regole che ho imparato da quando sono madre (passatemi il mediocre gioco di parole): se prima fulminavo con occhiatacce al vetriolo tutti i treenni urlanti che incrociavo sulla mia strada – e i loro genitori, soprattutto – adesso mi limito a sperare che non capiti anche a me, un temibile esemplare di Pupo scalcians. Quando altre mamme mi raccontano di riuscire a far mangiare i propri bambini solo davanti alla TV, rispondo sinceramente: “Noi abbiamo resistito fino ad ora, speriamo che duri il più possibile”. Prima? Avrei alzato due spalle e un sopracciglio con una grassa dose di biasimo. Ma prima era prima, appunto.

Mai dire mai

Che poi sarebbe un corollario del teorema precedente. Un bambino piccolo, a volte, viene al mondo accompagnato da un corredo pesantissimo di stanchezza, frustrazione e ansia. E la stanchezza, la frustrazione, l’ansia possono trasformare una madre – qualsiasi madre – in una eroina o in un’omicida. Basta un momento di solitudine, una notte più dura delle altre, un pianto che dura un po’ più a lungo. Una scarica di ormoni troppo violenta. È davvero un attimo. Ma i danni più gravi, ho imparato sulla mia pelle, di solito è l’amore che li fa.

L’amore, a proposito

Mio figlio mi ha insegnato, o per lo meno mi ha ricordato, che per innamorarsi a volte occorre un po’ di tempo. Che il lieto fine non inizia sempre con un colpo di fulmine, che il primo sguardo spesso illumina poco e male. Che non si diventa per forza madri in sala parto.

A volte basta aspettare

Appunto. Quando hanno distribuito la pazienza, probabilmente ero andata a fare la pipì. Attendere mi innervosisce, i tempi morti mi rendono ansiosa e paranoica. Ma avere un figlio, forse, attiva qualche gene dormiente che ti insegna a contare fino a dieci. Oppure, in certi casi, fino a diecimila.

Quel dolore che passa subito

Il dolore fisico, specie quello del travaglio, può farti uscire di senno, può impedirti di pensare a qualunque cosa che non sia la tua stessa sofferenza, può farti pregare se non credi e imprecare se sei molto devoto. Ma quando passa, se sei tra i fortunati ai quali passa, ricominci a vivere come se niente fosse (a differenza del dolore “morale”, che almeno nella sottoscritta scava solchi e rughe che niente e nessuno colmerà mai più).

L’imprevisto è dietro l’angolo

Sempre. Anche se sei una maniaca del controllo che da oltre 30 anni vive elaborando il piano B, e possibilmente pure quelli C e D, prima ancora di avere anche solo una pallida idea del piano A.

Perdere tempo

Il tempo speso bene, certe volte, è quello trascorso senza una reale occupazione, oppure ripetendo allo sfinimento la stessa semplice attività. I bambini piccoli, come gli animali, sono in grado di convertire un’abitudine in un rito, di trasformare la monotonia in liturgia. Restituiscono la giusta dignità ad attività naturali e cicliche come il nutrirsi e l’addormentarsi. Ci obbligano a ricordare che non è solo lecito, ma direi addirittura doveroso, passare del tempo senza fare niente, comunicare senza avere nulla da dirsi, toccarsi, guardarsi e dormire abbracciati.

Mi ami?

Permettere a mio figlio di cadere, di sbagliare, di non farcela, è la cosa più difficile, e ancora non l’ho imparata. Ma l’impresa davvero ardua sarà riuscire a vivere senza chiedermi continuamente se lui mi ama. Questo, però, in fondo lo sapevo già.

17 Dicembre 2013 4 Commenti
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Una scatola per mio figlio

by Silvana Santo - Una mamma green 12 Dicembre 2013

scatolaGrazie al blog di Enrica Tesio ho scoperto che in Finlandia, da molti anni, lo stato regala a ogni neonato una scatola di cartone con dentro un po’ di cose utili per il bambino. Enrica ha elencato in un post gli oggetti che lei metterebbe nella scatola, chiedendo ai suoi lettori di fare altrettanto. Ecco la mia lista per Davide.

  • Un cappello di lana in cui addormentarsi durante un viaggio in treno
  • una striscia di raso da lisciare con le dita
  • Cronaca Familiare di Vasco Pratolini (proprio la copia che sua mamma ha annaffiato di lacrime in terza liceo. E in quarta e in quinta. E pure al secondo anno di università)
  • un’arancia, colta dall’albero che il suo bisnonno ha piantato nel nostro giardino un giorno di molti decenni fa.
  • l’intera saga di Harry Potter
  • carta e penna (scrivere ha salvato tante volte sua madre, hai visto mai che torni utile anche a lui…)
  • i Peanuts
  • i pattini a rotelle che sua madre non ha mai saputo usare e che suo padre, invece, padroneggia così bene
  • Hobbes di Calvin & Hobbes
  • maschera e tubo. Da usare possibilmente dentro il Mediterraneo
  • Una birra rossa. Belga
  • un pallone di cuoio, una bambola di pezza e un trenino di legno. Con l’augurio che abbia sempre voglia di giocare
  • un biglietto per Londra, perché non ci arrivi troppo tardi come è capitato ai suoi genitori
  • l’impasto per la pizza
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12 Dicembre 2013 14 Commenti
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Cose che non so (ma che vorrei insegnare a mio figlio)

by Silvana Santo - Una mamma green 12 Dicembre 2013

cosechenonso1A mio figlio, certo, vorrei insegnare al più presto l’abc della raccolta differenziata e tutti i segreti per risparmiare energia. Che il cibo non si spreca e che i gatti, a cominciare dal suo, non vanno accarezzati contropelo. Ma per quanto io tenga a queste cose, non sono quelle che mi stanno più a cuore. Quelle che vorrei insegnare a mio figlio, stranamente o forse inevitabilmente, sono cose che io stessa non conosco.

Vorrei insegnargli, prima di tutto, a non aver bisogno degli altri per sentirsi felice. A non confondere quello che lui realmente è con l’immagine che gli rimandano gli occhi della gente, a cominciare da quelli delle persone che ama. A non cercare senza requie l’approvazione altrui prima di riuscire ad approvare se stesso.

Vorrei che imparasse ad apprezzare quello che ha – perché è molto più di quel che serve per vivere bene – pur senza perdere la curiosità verso ciò che ancora non conosce. Che il desiderio ardente della novità e del cambiamento non gli impediscano di godersi le meraviglie della normalità e della consuetudine.

Insegnargli che si può essere fedeli a se stessi anche ammettendo di avere torto, e diversi da tutti gli altri senza sentirsi soli al mondo. Che la superficialità è un’occasione persa, ma la leggerezza è preziosa più dell’oro. Che la bellezza è dappertutto. Che il sarcasmo salverà il mondo, o forse lo distruggerà.

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12 Dicembre 2013 4 Commenti
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Mamme di tutti i colori

by Silvana Santo - Una mamma green 9 Dicembre 2013

Io sono una mamma verde, lo sapete. O, per meglio dire, ci provo come posso. Per le mie convinzioni personali, ma soprattutto perché da qualche tempo sfoggio un paio di occhiaie che farebbero crepare d’invidia Dario Argento, sua figlia e pure il suo ex genero. Al di là del mio incarnato da Visitors, comunque, di mamme, in giro, se ne vedono davvero di tutti i colori (io stessa, a dire il vero, viro molto spesso verso altre tonalità). E voi, di che colore vi sentite?

La mamma rosa
Quella che da quando è diventata mamma vede il mondo tempestato di cuoricini di glassa. La vita è un lunghissimo bagno nel miele, i problemi dell’umanità si sciolgono come neve al sole dinanzi al sorriso incompleto del suo pargoletto. Parla per vezzeggiativi e non ricorda più il nome che ha dato a suo figlio, ormai ribattezzato “cucciolotto puffoloso”

La mamma nera
Incazzosa, esaurita e frustrata, è intimamente convinta di essere la prima donna al mondo ad avere a che fare con un pupo insonne e scagazzante. Ce l’ha con tutti: con le amiche senza figli, con quelle che i figli ce li hanno, con la vicina di casa, con la madre e con la suocera. Soprattutto, ce l’ha con il padre di suo figlio, colpevole di averla messa incinta e di non essere il genitore disponibile che lei si aspettava. Ad esempio perché non allatta al posto suo.

La mamma a pois
Crede di aver scodellato una versione bonsai di Cindy Crawford ed è disposta a spendere un capitale in microvestiti dal maxicosto. Ha sfogliato l’ultima rivista di moda nel ’97, nella sala d’attesa del suo dentista, ma è aggiornatissima su tutti i trend dell’abbigliamento baby. Lei si veste ai banchi del mercato, ma suo figlio rigurgita ogni giorno su capi griffatissimi pieni di loghi a forma di animali. Ancora non lo sa, ma sta allevando il perfetto punkabbestia.

La mamma rossa
Saranno gli ormoni della gravidanza, sarà il seno aumentato di un paio di taglie per via all’allattamento. Ma la mamma rossa ha una libido alla Rocco Siffredi, e ci tiene a dimostrare al mondo che la sua attività sessuale non è morta in sala parto. Dai leggings di pelle nera allo stiletto borchiato, tutto in lei grida: “Sono una mamma, non sono una santa”.

La mamma marrone
Letteralmente ossessionata dalla cacca della sua prole, ha giurato a San Pellegrino, patrono degli stitici, di parlare di escrementi almeno una volta al giorno per il resto della propria vita. Il pensiero che il suo argomento preferito faccia letteralmente cagare non la sfiora neanche.

La mamma arancione
La maternità l’ha resa più buona di Madre Teresa di Calcutta e più ecumenica di Lorenzo Jovanotti. Prima inveiva contro le file alla posta, il maltempo, la riforma delle pensioni, ora pubblica citazioni del compianto Mandela sulla sua pagina Facebook. Sarebbe una perfetta premier perdente nelle file del Partito Democratico.

La mamma trasparente
Quella che ogni acquisto è per suo figlio, ogni conversazione comincia con “mio figlio”, ogni fotografia delle vacanze immortala esclusivamente suo figlio. Di solito suo marito si maledice per non aver sposato una mamma rossa.

9 Dicembre 2013 9 Commenti
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Le cose che vorrei dire alla me senza figli

by Silvana Santo - Una mamma green 3 Dicembre 2013

Io davide artuNon tutto dipenderà da te. Tuo figlio avrà una sua personalità definita fin da subito e, soprattutto, una volontà che non sempre potrai modificare. Più spesso di quanto credi dovrai accettare le sue decisioni.

Quelli che dicevano “Non capirai finché non avrai dei figli” avevano torto marcio. Ma anche ragione da vendere.

Farai ancora l’amore. In posti, orari e posizioni che non praticavi almeno da 7 anni, ma sarà bello lo stesso.

Ritroverai relativamente presto il girovita di prima. Quanto alla vita di prima, beh, per quello dovrai lavorare un po’ di più.

Sotto Natale ti mancherà il cinema. Soprattutto, ti mancheranno i popcorn.

Non biasimare le altre madri più navigate, presto sarai molto più simile a loro di quanto tu non osi immaginare.

La cacca dei bambini, anche quella del TUO bambino, fa schifo. E anche le loro caccole, il vomito e tutte le immonde secrezioni che riescono a produrre quegli individui in miniatura.

Viaggiare con un bambino piccolo, anche all’estero, si può fare. Può essere incredibilmente faticoso, ma si può fare.

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3 Dicembre 2013 19 Commenti
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I figli degli altri

by Silvana Santo - Una mamma green 28 Novembre 2013

I figli degli altri sono più tranquilli, più educati, più indipendenti. Sono più precoci e meglio stimolati, abituati a stare in società, meno viziati e più accomodanti. I figli degli altri sono più simpatici e meglio vestiti. Meno mammoni, meno capricciosi, più intelligenti. I figli degli altri sono avanti. I figli degli altri, probabilmente, sono più felici.

Le madri dei figli degli altri sono più calme. Sono più sicure e meglio informate, più autorevoli, più materne e per niente morbose. Sono più in forma e più alla moda, sono più brillanti. Più interessanti e meglio profumate. Sono più belle. Le madri dei figli degli altri sono più moderne e realizzate. Più pazienti e meno isteriche. Più multitasking e più simpatiche. Sono più magre. Sono più emancipate e sexy. Hanno sempre i capelli puliti e le unghie smaltate. Le madri dei figli degli altri, semplicemente, sono più brave.

I padri dei figli degli altri sono più rilassati. Più liberi di esprimersi e più autonomi. Sono meglio nutriti e meno stressati. Sono più amati. I padri dei figli degli altri sono più uomini. Sono più coraggiosi e incoraggianti, sono più forti. I padri dei figli degli altri sono più fortunati.

Mio figlio è testardo e curioso. Iperattivo, forse. Grassoccio e loquace. È refrattario al sonno e di umore volubile. Mio figlio è molto affettuoso, ma non tutti se ne accorgono. Non ha mai indossato una camicia, mio figlio, e non ha ancora neanche un dentino. Mio figlio, a volte, ha il viso asimmetrico. Mio figlio ride, tanto e forte. Piange meno, ma più forte. Quando arriva la sera vuole stare soltanto con me.

davide1Il padre di mio figlio fa tante domande. Alcune fanno un po’ male, altre fanno ridere, molte sono completamente necessarie. Qualcuna, semplicemente, non ha risposta. A volte mente, il padre di mio figlio. Su cose che lui crede essere di poco conto, ma che invece pesano come basoli di granito. Il padre di mio figlio dimentica le cose, ma quando se ne accorge chiede sempre scusa. Il padre di mio figlio ha una tecnica precisa per tutto. E funziona. Il padre di mio figlio ha imparato da me l’unica cosa che doveva insegnarmi a dimenticare. Il padre di mio figlio è molto insicuro, ma è un papà migliore di tanti padri esemplari. Il padre di mio figlio, qualche volta, mente pure a se stesso, e non sa quanto male si fa.

La madre di mio figlio parla troppo. Ma è perché il silenzio le è sempre parso assordante. Dice le cose sbagliate alle persone sbagliate, e spesso anche col tono di voce sbagliato. Soprattutto, la madre di mio figlio dice sempre la verità. E questo, specie nella sua condizione, non è appropriato. La madre di mio figlio è assai volubile, anche più del bambino che ha partorito. E ama suo figlio molto più di quanto abbia mai amato se stessa. Non è stato un colpo di fulmine, ma adesso ama suo figlio al punto da chiedersi se non lo stia amando troppo. Lo ama, ma non per questo lo vede diverso da ciò che è. Lo ama nonostante, lo ama comunque. A prescindere. Lo ama senza mentire. Ama suo figlio senza aver bisogno di credere che sia migliore dei figli degli altri.

Però su una cosa non sa prescindere. Vorrebbe che suo figlio fosse felice. Almeno quanto i figli degli altri. E allora guarda le altre madri, i loro figli, i padri dei loro figli. E ricomincia il giro, che finisce sempre nello stesso punto. Le madri dei figli degli altri, forse, sono migliori di lei.

28 Novembre 2013 24 Commenti
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canzoni bambini
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Povero merlo mio. Le canzoni per bambini che proprio non ti aspetti

by Silvana Santo - Una mamma green 26 Novembre 2013

Pensavo che il peggio fossero le ninne nanne razziste o raccapriccianti, ma non avevo ancora sentito nulla. Provate a dilettarvi per un paio d’ore con i grandi classici della musica per bambini – parlo di canzoni e filastrocche un po’ agée, quelle con cui è cresciuta mia madre, per dire – e capirete perché ai ragazzi di oggi piace gente come Emis Killa. Fortuna che a un certo punto è arrivato lo Zecchino d’Oro (Mariele, che Dio ti abbia in gloria).

Le canzoni per bambini classiste

Sono tra le più quotate. La più emblematica è Madama Dorè, che non solo impone alle sue “belle figlie” un matrimonio combinato, ma si premura di darle in sposa al migliore offerente, che assicurerà loro un abito nuziale ricercato e prezioso. Nella fattispecie, il prescelto è niente meno che il principe di Spagna, che, in virtù del proprio blasone, potrà scegliere addirittura “la più bella”. Sei una bella figa? Sistemati con uno pieno di soldi (dove l’ho già sentita, questa?). E il povero spazzacamino di stracci vestito? In bianco. Chi non lavora fa l’amore: io la sapevo diversa.

Un’altra chicca, forse meno conosciuta ma altrettanto significativa, si chiama, con un titolo promettente assai, Son contadinella. In questa allegra filastrocca, la protagonista si lamenta, non senza una certa dose di rassegnazione, del destino che le è toccato in sorte:

“Se fossi la regina
sarei incoronata,
ma sono contadinella
mi tocca lavorar”.

Ti tocca. Ma almeno tu prenderai la pensione da bracciante agricolo.

Il fatto che queste vittime musicali della teoria funzionalista delle classi sociali siano tutte donne ci porta di prepotenza alla categoria successiva.

Le canzoni per bambini sessiste

“La bella lavanderina” è un classico intramontabile, che a ben guardare potrebbe rientrare anche nella categoria precedente. Non solo questa sventurata fanciulla, antesignana del lavoro minorile, viene sfruttata in maniera indecente, ma deve anche, tra un fazzoletto e l’altro, mettersi a fare riverenze e penitenze (di cosa avrà mai da pentirsi, questa povera creatura?). Mancandole evidentemente l’abc della cultura sindacale, lei manco si ribella. Anzi. Raccoglie un fiore per il suo papà. Per ringraziarlo, evidentemente, di averla schiavizzata e costretta a lavar via il moccolo dai fazzoletti (dei “poverelli”, per giunta. Perché i ricchi, si sa, usavano i kleenex già 50 anni fa). Della madre non si hanno notizie. Io sospetto che sia morta sul lavoro quando la figlia aveva pochi mesi. Perché il congedo di maternità, per la mamma della lavanderina, è fuori discussione.

Le canzoni per bambini allusive

Questa categoria è stata la scoperta più sconcertante. Ma per onestà intellettuale devo riconoscere che forse è solo un parto della mia mente malata. Ditemi voi, però, cosa pensate sentendo di un ambasciatore che è arrivato (chissà dove, poi?) e che “cerca una bambina”. Che tra parentesi dev’essere una “bella bimba”. Inquietante.

Più esplicita, ma se non altro più bucolica – e pure un po’ istruttiva, alla Piero Angela, per dire – la regionale “Quell’uccellino”. Che celebra le gesta erotico-canore di una sfilza di volatili (metafora aviaria quanto mai calzante, tra l’altro)

“Quell’uccellino là sulla pianta
l’è la ch’el canta lerì-lerà
lui fa l’amor”.

E via, di strofa in strofa, con uno stormo di bollenti tortorelle che si aggiungono all’orgiastico coro. Soft porno ornitologico.

Le canzoni per bambini incoraggianti

Queste meriterebbero un post a parte, al pari delle già citate ninne nanne. Qui mi limiterò a ricordare la triste storia del piccolo naviglio che non sapea non sapea navigar. E che, per un ineluttabile quanto spietato rapporto di causa-effetto, dopo una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette settimane – e ha pure resistito parecchio! – naufragò. Che poi lui ci prova pure a risalire a galla e riprendere il mare, ma, niente da fare, lui non poté, lui non poté più navigar. Giusto per ammazzare ogni residuo di speranza. Ma le mie preferite, e non poteva essere altrimenti, sono…

Le canzoni per bambini ecoterroriste

All’inizio pensavo fosse una bella filastrocca di soggetto naturalistico. La formicuzza e il grillo: che titolo tenero. Al massimo mi aspettavo un sottofondo moralistico, ma avrei potuto sopportarlo. La prima strofa ha completato l’inganno:

“Disse lo grillo se vuoi ti sposo io
la formicuzza sono contenta anch’io
larincuinfararillalero larinciunfararilla”

L’amore interspecifico! Che meraviglia. Una meraviglia sterile, ma pur sempre una meraviglia. Ma la disillusione è arrivata poche note dopo.

“Andarono in chiesa per scambiarsi l’anello
cadde lo grillo si ruppe lo cervello
larincuinfararillalero larinciunfararilla”

Si ruppe lo cervello. Vi è chiaro, no? Comunque. Non sto qui a tediarvi con l’epopea dei soccorsi e il tamtam dei bollettini medici. Alla fine, il grillo muore. E la formicuzza si consola immaginandolo in paradiso. Poi dici che gli insetti fanno paura ai bambini (ma io quasi quasi la lancio, una linea di Teddy Bugs. Tiè).

Dulcis in fundo, lei. Il capolavoro musicale per la prima infanzia. La meraviglia in versi, la scoperta che ha cambiato per sempre la mia playlist. La terribile odissea del merlo che, un pezzo alla volta, vede il suo povero corpicino nero smembrarsi inesorabilmente, per ragioni che non è dato conoscere. Comincia col perdere il becco, ma è solo l’inizio. Una strofa dopo l’altra, senza pietà, si prosegue con la lingua, le zampe, il naso (il naso???), gli occhi, la coda e, ovviamente, le ali. E per fortuna ci vengono risparmiati gli organi interni. Povero merlo mio.

http://www.youtube.com/watch?v=632jBzpKlqQ

26 Novembre 2013 5 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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