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Categoria:

allattamento

allattamento

Allattare a lungo è difficile. Bellissimo. E difficile

by Silvana Santo - Una mamma green 9 Settembre 2016

L’allattamento al seno, ormai lo sapete, è la scelta che ho fatto per e con i miei figli. Una scelta convinta e ponderata, che rifarei senza esitazione per tanti motivi diversi, non ultimo il fatto che il latte materno non costa nulla e che ha impatto zero sull’ambiente. Non è stato facile, all’inizio. La montata lattea che si è fatta attendere per 4 giorni, Davide che si rifiutava ostinatamente di attaccarsi, il dolore, i pianti, l’angoscia crescente. Poi tanta ostinazione, qualche aiuto prezioso, e ho finito con l’allattare mio figlio per quasi un anno e mezzo. Ho scelto io quando smettere (ero incinta di 5 mesi), ho potuto farlo con estrema gradualità e senza traumi, utilizzando il ciuccio come surrogato e aiuto indispensabile.

Poi è nata Flavia, che si è attaccata al seno come se non avesse fatto altro per i precedenti 10 anni. Il latte è arrivato nel giro di qualche ora (del resto, avevo appena smesso di allattare il fratello), zero dolori, zero problemi.

Da quel momento sono passati quasi due anni, e credevo che superati i primi mesi estenuanti, quelli dei risvegli continui e delle poppate infinite, sarebbe stato tutto relativamente facile. Non mi ponevo neanche il problema di quando e come avrei smesso, immaginavo un distacco graduale e abbastanza veloce (per quanto non del tutto indolore) come mi era accaduto col mio primogenito. Ad allattamento avviato ho provato per qualche mese a offrire dei succhietti a mia figlia, che però non ne ha mai voluto sapere. Non sono stata lì a pensarci più di tanto e siamo andate avanti. Poppate a richiesta, autosvezzamento – visto che ha odiato le pappe – e via.

Allora non immaginavo che la vera stanchezza sarebbe arrivata col tempo. Non potevo sapere che non avrei dormito più di tre ore di fila per almeno i 22 mesi successivi (che è, giorno più, giorno meno, il tempo passato dalla nascita di Flavia a oggi). Ignoravo che, dopo una fase di parziale perdita di interesse per il seno, le richieste sarebbero diventate di nuovo frequenti e molto insistenti. Che anche a distanza di due anni mia figlia avrebbe avuto disperatamente bisogno di me, e del mio corpo, per riuscire ad addormentarsi. Non credevo che sarei arrivata a sentirmi talmente prostrata, e in un certo senso affranta da questa cronica e prolungata condizione di “insostituibilità”. Non mi aspettavo che sarei arrivata a piangere, a urlare, a implorare una tregua. Che avrei cercato in tutti i modi di convincere mia figlia a mollare il mio seno. Invano, a tutt’ora, perché nonostante abbia seguito i consigli delle consulenti per smettere di allattare, la sua reazione è sempre talmente disperata da farmi stringere i denti e semplicemente continuare a “concedermi”. Non potevo prevedere che in certi momenti l’allattamento avrebbe smesso di essere una esperienza di tenerezza e complicità, per diventare una fatica indicibile. Un gesto, più che di amore, di sacrificio per il benessere del proprio figlio.

Perché la verità è che quando si parla di allattamento prolungato non si racconta mai, o quasi, il lato oscuro di una scelta così impegnativa. Si riferiscono i benefici per la salute psicofisica del bambino, le raccomandazioni ufficiali, i vantaggi pratici legati, ad esempio, alla gestione dei risvegli notturni. Ma è raro che si faccia notare quanto un’esperienza tanto coinvolgente possa essere impegnativa per la mamma, specie se non ha un solo figlio e se lavora. Ammettere di essere stremate, di voler smettere anche se tuo figlio non vuole saperne, di desiderare una tregua, è difficile. Hai paura di essere giudicata egoista dalle madri che sono favorevoli all’allattamento a termine e patetica da quelle che non hanno allattato, o che lo hanno fatto per pochi mesi. Sai che le prime potrebbero biasimarti perché non riesci ad andare fino in fondo, e le seconde compatirti perché “hai viziato tuo figlio” e adesso sono cavoli tuoi.

Ho pensato a lungo se scrivere o meno questo post. Il rischio di essere fraintesa esiste e ne sono consapevole. Ma credo che sia giusto, nel testimoniare una lunga esperienza di mamma che allatta, sottolineare anche questo aspetto. Non è detto che sia così per tutte le mamme e per tutti i bambini, ma esiste la possibilità che vi stanchiate prima che i vostri figli siano pronti a staccarsi definitivamente dal seno. Esiste la possibilità che un bimbo allattato sempre a richiesta e in modo prolungato, senza ciuccio o biberon, finisca con l’avere disperatamente bisogno di sua madre per addormentarsi, o per riaddormentarsi ogni volta che si sveglia di notte, e questo può condizionare pesantemente il menage familiare, tanto più se ci sono altri figli da gestire. Non sto affatto dicendo che questa sia la regola, ma può succedere. Per mia figlia, ad esempio, è tuttora così, nonostante abbia quasi due anni, vada all’asilo abbia un rapporto profondissimo con suo padre, che è sempre stato intercambiabile con me per tutto quello che non è l’allattamento: per dormire, di sera e di notte, ci vuole sempre la mamma, altrimenti sono tragedie apocalittiche. E questo, per una donna che per giunta lavora, può diventare davvero gravoso. Imbarazzante, quando devi spiegare che non puoi assentarti di sera o di notte (e gli altri danno per scontato che il padre dei tuoi figli sia uno di quegli uomini disinteressati e assenti). Problematico, quando avresti bisogno di quelle ore serali o notturne per lavorare. Devastante, quando semplicemente avresti bisogno di una notte di sonno per riprenderti dalla stanchezza che non passa più.

Credo anche che sia giusto ammettere che, se allattare semplifica la gestione dei risvegli notturni, può anche in qualche modo incentivarli, in un loop che può durare anni. Anche in questo caso, non esistono certezze: ci sono bambini allattati che a pochi mesi dormono una notte filata, e piccoli che prendono il biberon ma si svegliano lo stesso. Ma la mia esperienza, e il confronto con tantissime madri, tende a farmi dire che in qualche caso il bisogno del seno condiziona “negativamente” anche i ritmi sonno/veglia, ritardando il momento in cui, finalmente, si riuscirà a dormire per almeno 6 ore consecutive.

Al di là della questione strettamente nutritiva, allattare al seno è un’esperienza umana di portata colossale. Nel bene e nel male. Io non saprei immaginarmi madre in modo diverso, e se avessi altri 10 figli rifarei con loro le stesse scelte che ho fatto in passato. Ma è necessario che una neomamma sia consapevole anche di questo, per poter fare le sue scelte in totale coscienza e libertà: allattare o meno, farlo o meno a richiesta, introdurre o meno biberon o succhietti. Per non trovarsi poi del tutto impreparata di fronte alle sue stesse emozioni. Come è successo a me, che da almeno due mesi sono lacerata dalla fatica, dal senso di colpa, dalla difficoltà di gestire sensazioni così contraddittorie e inconciliabili. E dalla vergogna di raccontarle, che non mi abbandona neanche in questo momento.

Non suggerisco niente a nessuna, e non sono pentita di aver scelto di allattare a lungo. Voglio che questo sia chiaro come il sole. Ma ciò non vuol dire che l’allattamento prolungato sia una scelta facile – o “comoda”, o addirittura egoista, come ho letto spesso qua e là – e sento che dirlo a chiare lettere può far bene a tante mamme che allattano, che allatteranno o che non lo hanno fatto (sappiate che le difficoltà, i giudizi e i rimorsi ci sono per tutte, invariabilmente!). E forse, magari, un pochino anche a me.

9 Settembre 2016 45 Commenti
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gioielli con latte materno
allattamentointerviste

Gioielli con latte materno: intervista alla mamma che li crea

by Silvana Santo - Una mamma green 25 Maggio 2016

Per qualcuno è un’idea morbosa e vagamente fetish, per altri un ricordo dolcissimo e prezioso. Di certo si tratta di una trovata originale e destinata a far discutere. Pamela Cosentino è una mamma di Trento che, per prima in Italia, ha iniziato a disegnare e realizzare (e vendere) accessori e gioielli con latte materno. Meravigliando probabilmente anche lei stessa, la sua attività, che ha battezzato Ricordi sotto chiave, è diventata un piccolo business nel giro di pochi mesi. Le mamme le inviano da tutta Italia un po’ del loro latte, che lei tratta e “fissa” utilizzando tecniche particolari che prevedono l’uso di una resina trasparente. L’oro di mamma si trasforma in questo modo in pendenti, anelli, orecchini, charms e molti altri tipi di monili, tutti rigorosamente personalizzabili. L’effetto finale somiglia un po’ a quello della madreperla, ma le sfumature di colore e la trasparenza variano molto da persona a persona, in base alle caratteristiche uniche del latte di ogni madre. Attualmente, Pamela ha oltre millecinquecento mamme in coda per avere una delle sue creazioni personalizzate, e il suo lavoro si avvale anche di alcune collaboratrici, a loro volta mamme e clienti entusiaste di Ricordi sotto chiave.

Dopo essermi imbattuta nel suo sito e nelle sue creazioni, ho deciso di farle qualche domanda per capire meglio cosa c’è dietro la realizzazione dei suoi gioielli con latte materno, e quali sono state le reazioni della rete di fronte alla sua iniziativa così particolare.

gioielli latte materno capelli

Realizzare gioielli con latte materno: da dove hai ricavato l’idea?
Navigando in internet ho trovato una mamma oltre oceano che creava gioielli con latte materno. Così mi sono interessata e ho iniziato a studiare i vari procedimenti per la loro realizzazione. Ho fatto mille prove, fino a quando, dopo un paio di mesi di tentativi, ho trovato la tecnica che mi soddisfa, il giusto rapporto tra componenti in grado di mantenere inalterato il colore e bloccare il processo di deterioramento, inglobando in modo perfetto il latte all’interno del gioiello.

Quanto tempo richiede la realizzazione di un singolo gioiello? Come hai imparato?
Ogni singolo gioiello richiede due o tre ore di lavorazione vera e propria e dalle 24 alle 48 ore in tutto a partire dall’inizio del procedimento fino al suo completamento. Ho imparato facendo tantissime prove e studiando attentamente ogni singolo prodotto, le reazioni dei vari componenti e i tempi di lavorazione. Tanti fallimenti hanno portato ad una tecnica finale affinata e soddisfacente

gioiellilatte5Non sei preoccupata per i rischi sanitari della tua attività? Che tipo di precauzioni usi?
Per i rischi sanitari ho adottato tutte le cautele e gli accorgimenti necessari. Sono in possesso di certificazioni sanitarie in quanto anche titolare di bar e ristoranti, per cui conosco bene le norme igienico-sanitarie da rispettare sui luoghi di lavoro. In particolare, uso sempre dei dispositivi individuali di sicurezza, come guanti, mascherine e grembiuli, e le mie lavorazioni vengono fatte tutte con bicchieri e palette usa e getta. Inoltre, i miei stampi contengono solo materiali atossici e derivati da alghe, il che riduce ulteriormente i rischi per la mia salute.

Stando ai commenti in rete, per qualcuno farsi fare un gioiello di latte materno (ma anche capelli e cordone ombelicale) è una scelta un po’ morbosa. Cosa rispondi alle critiche?
È giusto che ognuno abbia la sua opinione. Io inglobo ricordi per chi questo momento – l’allattamento – ha o ha avuto un valore inestimabile come lo ha per me. È una esperienza che nessuno può capire se non la vive in prima persona, il trovarci da soli io e mio figlio, le coccole, le carezze senza interferenza di terzi. È un momento magico nostro, che mi piaceva immortalare attraverso oggetti che fossero anche belli e unici.

Come giudicano la tua attività le mamme che non hanno allattato al seno i propri figli?
Non credo che possano capire, ma io adoro spiegare sempre e comunque i miei perché.

gioiellilatte4

Qual è il complimento più bello che hai ricevuto da una mamma per cui hai creato uno dei tuoi gioielli con latte materno?
Non ce n’è uno in particolare. Io leggo sempre i feedback sul mio gruppo Facebook e sul sito di Ricordi sotto Chiave, oltre alle tante lettere che mi arrivano e mi sento una persona fortunata e onorata di poter conoscere tante persone meravigliose e tante storie diverse. Non ricordo un commento o un ringraziamento speciale, quanto la soddisfazione di essere scelta dalle madri per occuparmi di momenti indimenticabili delle loro vite. Ad oggi penso di aver già superato le 250 mamme che si sono affidate al mio lavoro, e questo per me vale più di tutti i complimenti del mondo.

Info e ordini: www.ricordisottochiave.it

25 Maggio 2016 7 Commenti
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latte materno
allattamento

Allattamento al seno: tutto quello che c’è da sapere

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Aprile 2016

La premessa

Lo dico subito e senza giri di parole: se NON VUOI (o non vuoi più) allattare, non hai niente di cui giustificarti. Nessuna spiegazione è dovuta, perché semplicemente non c’è nulla da spiegare, a prescindere dalle motivazioni della tua decisione. Che tu voglia tornare subito a lavorare a tempo pieno, coinvolgere il papà nell’allattamento, uscire o viaggiare senza figlio, che trovi troppo stancante, fastidioso o alienante allattare, o anche solo che non abbia voglia di rischiare di rovinarti il seno: hai il mio rispetto, sinceramente e senza ipocrisia, e non devi giustificazioni di sorta ad alcuno. Il corpo è tuo, il figlio è tuo, il tuo diritto di scelta è insindacabile e assoluto, e a parte questo sono convinta che la tua serenità sia più importante, per tuo figlio, del latte materno. Nessuno quindi dovrebbe permettersi di giudicarti per questo, e tu hai il preciso dovere di essere intellettualmente onesta, dicendo con chiarezza a te stessa e agli altri che la ragione per cui usi il biberon è che non vuoi (o non vuoi più) allattare.

Ma se DESIDERAVI allattare, e invece ti sei trovata a rinunciare perché ti hanno detto (i medici, l’ostetrica, il consultorio, le amiche, la vicina di casa, le nonne che a loro volta sono state private dell’esperienza dell’allattamento e hanno perso quella che era una preziosissima competenza ancestrale da tramandare di generazione in generazione) che non hai latte, o non ne hai abbastanza, o il tuo latte non è abbastanza nutriente, o fa male a tuo figlio, o perché pur succhiando al seno tuo figlio non prendeva peso, sappi che c’è la possibilità che ti abbiano informato o consigliato male. Che alcune delle cose che ti hanno riferito in materia di allattamento, e alcune raccomandazioni su come portarlo avanti, potrebbero essere superate, imprecise o del tutto false. E che anche le voci più ricorrenti sono a volte nient’altro che dei luoghi comuni senza alcun fondamento scientifico. Per cui, se hai voglia di una sintesi su tutto quello che c’è da sapere sull’allattamento – per riprovarci con un altro figlio, per dare informazioni corrette ad amiche, figlie, parenti o conoscenti che potrebbero averne bisogno, o semplicemente per informazione personale – potresti trovare interessante questo post. Il che, mi auguro, vale anche per le future mamme in cerca di informazioni.

 

Chi ben comincia…

Durante la gravidanza, il seno può subire una serie di modificazioni, come l’aumento di taglia o di turgore. I capezzoli possono ingrossarsi, diventare più scuri o indurirsi, ed eventualmente perdere latte o colostro. Intorno all’areola possono evidenziarsi delle piccole escrescenze (i cosiddetti Tubercoli di Montgomery). L’assenza di questi fenomeni non significa, nella maniera più assoluta, che non ci sarà latte (o che ce ne sarà troppo poco).

Le fasi iniziali dell’allattamento sono talvolta fastidiose o dolorose. Capita, nelle prime settimane, che i capezzoli brucino, prudano o siano leggermente escoriati, e che si avverta dolore nei primi 20/30 secondi di ogni poppata. Ma se il dolore diventa insopportabile o si protrae a lungo; se si formano ragadi; se i capezzoli sanguinano o perdono pus; se il seno diventa, tutto o in parte, rosso e duro; se c’è febbre; significa che l’attacco del bambino al seno non avviene nel modo giusto. Questo può creare lesioni al capezzolo, ingorghi e mastiti, oltre che impedire al lattante di alimentarsi in modo adeguato o compromettere l’arrivo della montata o la produttività del seno. Curare i sintomi è importante, ma il solo modo per risolvere il problema è correggere l’attacco con l’aiuto di una consulente in allattamento materno (1). Un prurito insistente può invece essere sintomo di una infezione fungina o di un altro problema di tipo dermatologico, che va ovviamente diagnosticato e curato nel modo opportuno. Distanziare forzatamente le poppate non è mai una soluzione. In casi particolari (come l’ascesso mammario) può rendersi necessario sospendere temporaneamente l’allattamento dal seno interessato, ma sempre dietro consiglio di una consulente (ne esistono di volontarie e di professioniste).

Alcuni bambini nascono con il frenulo linguale troppo corto o spesso. Questo riduce la motilità della lingua e può rendere l’attacco al seno doloroso per la madre e inefficace ai fini della suzione, con possibili ragadi e problemi di crescita. In questi casi è possibile intervenire con una piccola incisione, da effettuare precocemente e senza anestesia, per risolvere il problema (2).

La precocità dell’attacco al seno dopo il parto è molto importante, ma è possibile avviare l’allattamento anche se per ragioni imprescindibili il neonato e la madre devono restare separati per ore o giorni. Anche quando diviene indispensabile introdurre il latte artificiale, è possibile passare gradualmente a un allattamento al seno esclusivo. In qualche caso è addirittura possibile, con la stimolazione del seno e l’uso di un Dispositivo di allattamento supplementare, riuscire ad allattare anche un figlio adottivo (3).

allattare oltre l'anno

“Non avevo latte”

Il latte viene prodotto “su ordinazione” (4). Più il bambino si attacca (in modo corretto), più latte verrà prodotto. Va da sé che vale anche il viceversa: se la ghiandola non viene stimolata in modo sufficiente e adeguato, la produzione non sarà sufficiente e adeguata. Non servono tisane, massaggi, compresse, intrugli: per fare il latte bisogna attaccare al seno il neonato.

La precedente affermazione si porta dietro due conseguenze: l’allattamento al seno non può che essere a richiesta. Quando il neonato piange va attaccato al seno, e va lasciato lì fino a che non si stacca autonomamente. Non devono passare almeno tre ore tra le poppate, non è necessario che si cambi seno ogni dieci minuti (anzi: la composizione del latte cambia nel corso della poppata, ed è importante che il lattante resti al seno quanto desidera per assumere il latte più ricco in acqua, in proteine e in grassi. Se il piccolo si sazia, è anche possibile allattare da un solo seno ad ogni poppata). La durata delle poppate può variare molto da bambino a bambino, e tende spontaneamente a ridursi man mano che il lattante diventa più grande.

Seconda conseguenza: un seno morbido non è un seno vuoto. Un seno che smette di essere duro e dolente non è un seno che “ha perso il latte”. Anzi, seno vuoto è una espressione priva di senso, dal momento che il seno funziona come un rubinetto che si apre e si chiude, e non come un serbatoio che si riempie e si svuota. La poppata non si esaurisce con il latte già “in attesa” nel seno, ma si compone di quello che viene erogato al momento in risposta alla richiesta rappresentata dalla suzione. Se nelle prime settimane di allattamento le mammelle sono gonfie, turgide e a volte dolenti, se il latte gocciola dai capezzoli e sono necessarie le coppette assorbilatte, è perché la produzione si sta ancora tarando sulle richieste del neonato. Nel momento in cui il seno si tara sulle esigenze del suo fruitore, torna di norma ad essere morbido. Non perché sia “vuoto”, ma perché, appunto, produce quello che serve al bambino, al momento in cui serve.

Nei primi giorni di vita, tutti i neonati perdono peso, in attesa di adattarsi alla vita extrauterina e alla nuova alimentazione. Il calo fisiologico va senz’altro monitorato con attenzione, specie nei bambini molto piccoli, ma non è indice di “mancanza di latte” (vedi punto successivo). Il recupero del peso corporeo avviene in media entro una decina di giorni dalla nascita. Non occorre pesare il bambino prima e dopo ogni poppata, anche perché la quantità di latte assunto ogni volta può cambiare anche notevolmente (5).

La montata lattea può arrivare anche quattro o cinque giorni dopo il parto. Non ha senso, pertanto, stabilire già nei primissimi giorni di puerperio che “non c’è latte” (o non ce n’è abbastanza) e partire di conseguenza con l’allattamento artificiale. Nei primi giorni della sua vita, il neonato succhia dal seno di sua madre il colostro, che offre, anche in poche gocce, anticorpi, acqua, grassi e zuccheri al bambino.

Il latte non “finisce” di sera. Come già spiegato, il latte ai produce al bisogno, quando il poppante succhia. Spesso i bimbi piccoli sono più irrequieti nelle ore serali, ma questo non accade perché il latte non basta a saziarli (ci sono diverse ipotesi sulla irrequietudine serale, non legate alla carenza di latte materno). Molti neonati inoltre si attaccano tanto di notte perché sanno istintivamente che, a causa del funzionamento degli ormoni legati all’allattamento, la notte è un momento cruciale per la produzione e la stimolazione del seno (6).

In alcune fasi del suo sviluppo, i cosiddetti scatti di crescita (7), il lattante chiede il seno più spesso: è un fenomeno fisiologico, e il seno calibra la produzione in pochi giorni, a patto che si assecondi la richiesta del bambino di succhiare quando vuole e per il tempo che vuole.

Per assicurarsi che il bebè mangi a sufficienza, occorre verificare che bagni/sporchi almeno 6 pannolini nel corso delle 24 ore, oltre che pesarlo a intervalli regolari (ma non ossessivi. Una volta a settimana, per bimbi sani e a termine, è di norma sufficiente) utilizzando sempre la stessa bilancia (8).

goccia

Falsi miti da sfatare

Se un bambino chiede continuamente il seno, non significa che il latte non sia sufficiente. Spesso la suzione assolve a funzioni diverse da quella nutritiva, rispondendo al bisogno del bambino di conforto, calore, contatto col corpo della madre, consolazione dal dolore. Al di là di questo, il latte umano è molto digeribile, per cui è normale che un bambino ne chieda dosi anche molto frequenti. La quantità di latte assunta ad ogni poppata, inoltre, è sempre variabile, quindi non c’è da meravigliarsi se un lattante chieda il seno dopo un’ora o dopo quattro.

Avere un seno piccolo o grande non significa che non si potrà allattare. Non esiste alcuna correlazione tra le due cose.

Avere i capezzoli, piccoli, grandi o introflessi non significa per forza che non si potrà allattare (9). Potrebbe rendere l’attacco iniziale più complicato, ma col giusto supporto si può quasi sempre avviare l’allattamento con successo.

Il latte non “va via” da un giorno all’altro. Non diventa cattivo se si è spaventate, malate o preoccupate.

Non riuscire a usare il tiralatte non significa per forza che il latte manca. E un tiralatte non è in grado di stimolare la produzione come può fare un bambino che si attacca nel modo corretto. Può costituire, se usato opportunamente, un aiuto per risolvere ingorghi o tirarsi il latte quando non si può essere presenti per la poppata o quando il neonato è impossibilitato (perché ad esempio prematuro o ricoverato in Tin), ma per stimolare la montata lattea o drenare il seno è importante che il bambino si attacchi, e che lo faccia nel modo corretto. La spremitura manuale è preferibile, perché non lascia ristagnare latte nei dotti, come invece avviene col tiralatte.

Il parto cesareo o indotto, l’ittero neonatale, la miopia, un neonato grande o un neonato piccolo non sono controindicazioni all’allattamento.

È possibile allattare mentre si è incinte o mentre si hanno le mestruazioni. Può capitare che durante il ciclo ci sia una riduzione del riflesso di emissione, ovvero del riflesso che fa uscire il latte dal seno (cosa che a volte può infastidire qualche bambino), ma questo non influisce sulle quantità prodotte.

È possibile allattare contemporaneamente due gemelli o due fratelli di età diverse (10).

È possibile assumere farmaci quando si allatta (anche antibiotici), purché si tratti di sostanze compatibili con l’allattamento (11). Oltre che consultare il medico o il farmacista, è possibile chiedere informazioni al numero verde del Centro Anti Veleni Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo 800 88 3300.

Non esistono cibi vietati in allattamento. È importante seguire un’alimentazione sana ed equilibrata e mantenere una buona idratazione. Non bere alcolici e non fumare. Le proteine del latte vaccino “passano” nel latte, e possono causare fenomeni di intolleranza, spesso temporanei, in bimbi predisposti.

Il latte materno non diventa “acqua” dopo tre, sei o 12 mesi (12). Il latte materno non diventa MAI acqua, ma si adegua, al contrario, alle esigenze nutrizionali del bambino in crescita (come dimostrato da analisi della composizione chimica del latte stesso). L’interruzione dell’allattamento al seno è una questione che riguarda madre e figlio, e nessun altro.

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Altre cose da sapere

L’introduzione dei cibi solidi (il cosiddetto svezzamento) dovrebbe avvenire a partire dal sesto mese di vita del bambino, o comunque da quando il piccolo sta seduto da solo e mostra interesse per il cibo (13).

Il latte materno può essere tirato, conservato in congelatore e somministrato, seguendo opportune raccomandazioni, per andare incontro alle esigenze lavorative (e non solo) della mamma (14).

La spesa per il latte artificiale in Italia varia, a seconda delle marche, della tipologia e delle quantità utilizzate, dai 400 ai 1.000 euro complessivi nel primo anno di vita del bambino (dopo i 12 mesi è possibile proporre latte vaccino o bevande vegetali).

I componenti principali del “latte 1” sono uguali per legge, a prescindere dalle marche. Sempre per legge, reparti di maternità, ostetriche e pediatri non possono prescrivere una marca di latte piuttosto che un’altra (15).

Esistono situazioni, legate alla salute della mamma o del bambino, in cui è opportuno sospendere, rimandare o evitare del tutto l’allattamento al seno. L’elenco di questi casi specifici è disponibile sul sito del ministero della Salute (16)

 

ATTENZIONE: CHI SCRIVE NON È UNA CONSULENTE O UN’OSTETRICA. Il post ha finalità divulgative e non ha pretesa di esaustività. Le affermazioni in esso contenute sono suffragate da fonti scientifiche, che trovate linkate nel testo ed elencate più avanti. Per qualsiasi domanda, difficoltà o dubbio in materia di allattamento, consultate una consulente specializzata.

Fonti e siti utili:

Organizzazione Mondiale della Sanità – Allattamento
Ministero della Salute
Ibclc (International Board Certified Lactation Consultant)
Uppa (Un pediatra per amico)
Ibfan Italia (International Baby Food Action Network)
LLL Italia (La leche league)

 

11 Aprile 2016 14 Commenti
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allattamento

Allattare oltre l’anno: il paradosso della tetta

by Silvana Santo - Una mamma green 18 Gennaio 2016

Ignoro le statistiche, ma non ho bisogno di consultare dati ufficiali per sapere che faccio parte di una minoranza abbastanza ristretta, per lo meno in Italia. Non so quante madri allattino figli che abbiano già superato l’anno di età, ma penso di poter dire che conosco le difficoltà che devono affrontare. E non mi riferisco alla fatica delle notti a singhiozzo, alla consapevolezza agrodolce di essere, almeno da un certo punto di vista, “insostutuibile”, e nemmeno alla difficoltà di conciliazione per le mamme che lavorano fuori casa. C’è anche tutto questo, certo. Ma il problema principale, secondo me, rimane il rischio di sentirsi in difetto, di convincersi che il proprio comportamento sia sbagliato e disdicevole.

Perché l’allattamento al seno, dal punto di vista sociale, è un argomento strano. Risulta una pratica del tutto accettabile (se non un vero e proprio imperativo morale) finché hai un neonato di pochi mesi, per poi diventare un tabù inviolabile quando il bambino diventa appena più grande. E così si passa dal giudicare male la mamma che non allatta un neonato al criticare altrettanto aspramente quella che offre il seno a un figlio di un anno o due. Il paradosso della tetta. Che diviene ancora più insopportabile quando sono, da una parte, le donne con una lunga esperienza di allattamento a biasimare chi ha optato presto per il latte artificiale, e dall’altra, quelle che non hanno mai allattato a giudicare invasate, o morbose, o patetiche, le altre.

Discorso trito sulla carenza di empatia (e di rispetto per le scelte differenti dalle proprie) delle madri.

Fatto sta che se nelle prime settimane dopo il parto allattare tuo figlio ti sembra una condizione imprescindibile per considerarti una “brava mamma” (tanto da dover sostenere un’ansia mastodontica e spesso sterile, andando nel panico alle prime difficoltà e rischiando magari una depressione o il fallimento dell’allattamento stesso), quando passano più di 12 mesi finisci col sentirti “stravagante”se continui a farlo, e magari ancora non ti chiedi nemmeno quando smetterai.

Ti ritrovi, nella migliore delle ipotesi, circondata da una curiosità tutto sommato innocente (“Ah, lo allatti ancora? Ma solo per dormire? Sei sicura di averne ancora? E come mai non gli dai il biberon?”) e, se va male, da commenti giudicanti e pregiudizi destituiti di ogni fondamento (“Così grande, ancora la tetta? Tanto non ne ha bisogno, è solo un vizio! Ormai il tuo latte è come acqua… Diventerà dipendente da te”). Se ti senti stanca, è perché allatti ancora, se tuo figlio non dorme, o non mangia, o vuole stare sempre con te, la ragione è sempre la stessa. La tua ostinazione a offrirgli il seno è eccessiva, esagerata, fuori luogo. Tuo figlio è viziato e tu sei un ciuccio umano (come se poi, a ben vedere, non fossero i ciucci ad essere”una tetta di gomma”).

Se sei al primo figlio, sei stanca e forse difetti un po’ in sicurezza, puoi andare in crisi come è successo a me quando sono stata una primipara piena di dubbi. Puoi convincerti che sarebbe più sano, per il tuo bambino, disabituarlo al seno, costi quel che costi. Che prolungare l’allattamento sarebbe morboso e deleterio, limitante per la sua autonomia. Che “se non glielo togli adesso, poi non glielo togli più”. Puoi sentirti, in qualche caso, inconsciamente obbligata a giustificarti (“Solo di notte, altrimenti piange fortissimo!”), tendere a nasconderti quando allatti in pubblico, limitare il più possibile il numero e la frequenza delle poppate, convincere gli altri e forse anche te stessa che continui solo perché altrimenti lui/lei si dispera. Un po’ controvoglia, per così dire. Potrebbe addirittura capitare di sentirti in un certo senso obbligata a interromperlo, l’allattamento. A introdurre il ciuccio, a dormire in un’altra stanza così che il bambino possa rassegnarsi a fare finalmente a meno del seno.

Può succedere, se sei una mamma che allatta un figlio che ha più di un anno, di sentirti come suppongo che si sentano a volte le madri che non hanno proprio allattato: additate, biasimate o, che forse è anche peggio, compatite. Considerate ignoranti, deboli o egoiste. Il paradosso della tetta. Puoi anche decidere, per fortuna, di ignorare le voci, gli sguardi, i pensieri stessi. E andare avanti per la tua strada. Guadagnando, magari con una seconda maternità, il rispetto definitivo di te stessa e, soprattutto, il silenzio degli altri.

Perché se, quanto e fino a quando allattare è una scelta che spetta a ogni madre. Senza paradossi.

18 Gennaio 2016 26 Commenti
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La seconda possibilità

by Silvana Santo - Una mamma green 26 Maggio 2015

Cosa darei per avere una seconda possibilità. È questo che penso, ogni volta che torno con la memoria ai miei primi mesi da madre. Ogni volta che qualcuno mi comunica di aspettare un bambino, ogni volta che incrocio un neonato a passeggio con la sua mamma. Ogni volta, semplicemente, che incontro lo sguardo di mio figlio. Una seconda possibilità, per rispondere più tempestivamente alle richieste di Davide e assecondare da subito il mio istinto di madre, invece di soffocarlo disperatamente sull’onda dei consigli non richiesti e dei pareri discordanti su praticamente qualsiasi cosa.

È quello che ho pensato anche davanti alla tv, ogni volta che ho seguito il docureality “Ostetriche. Quando nasce una mamma” andato in onda su RealTime e realizzato in collaborazione con Chicco. Vorrei davvero avere una seconda possibilità, per cercare un aiuto professionale che risponda alle troppe domande di quei primi giorni, ma anche per selezionare da subito le indicazioni e i suggerimenti più adatti alla mia natura, ignorando quelli che – la prima volta non potevo saperlo –  non si adattano per niente al mio modo di essere madre e donna.

Vorrei poter parlare alla neomamma che sono stata, così simile alle più insicure delle madri raccontate in tv, a cominciare da Agnese. Abbracciarla forte e dirle che non deve sentirsi sbagliata se tutto le sembra faticoso e difficile, che non è colpa sua se suo figlio piange tanto, che non deve temere di viziarlo se lo tiene in braccio, se lo porta in fascia o se gli porge il seno tutte le volte che lui richiede a gran voce.

Vorrei poter tornare indietro nel tempo e pretendere più empatia. Non solo dalle amiche e dalle parenti (a loro volta madri oppure no), ma soprattutto dal personale medico e sanitario che segue le neomamme, e che spesso è ancora troppo legato a una visione superata della maternità, fatta di poppate a orario, di regole da imporre al neonato, di “cattive abitudini da evitare” (impostazione che ho in parte rivisto nei consigli dell’ostetrica televisiva Paola, e che io non condivido).

Vorrei una seconda occasione, soprattutto, per non dimenticare. Per fissare nella memoria e nel cuore quello che lì per lì ti sembra interminabile, e che invece è effimero e momentaneo più di quanto tu possa immaginare. Per incastonare ogni attimo in un ricordo, cristallizzare nella mente tutti gli sguardi, le carezze, i vagiti, ed essere sicura di non perderli mai (per questo, soprattutto, ho invidiato le mamme di RealTime: una bella troupe televisiva a tua disposizione per filmare le prime settimane insieme a tuo figlio, se non è un promemoria questo…).

Non avrò un’altra occasione, per quanto io lo desideri.

Ma ho avuto un’altra figlia, e per questo non ringrazierò mai abbastanza. A suo fratello resta l’onere e l’onore di essere stato il primo: tanti privilegi di cui godere, ma altrettanti sbagli da perdonare. Tornare indietro non è possibile, ma in fondo al cuore so che lui capirà.

ostetriche1

26 Maggio 2015 14 Commenti
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alimentazione complementare
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Autosvezzamento, tra dubbi e certezze

by Silvana Santo - Una mamma green 21 Aprile 2015

In rete se ne parla soprattutto come autosvezzamento. La dicitura più corretta sarebbe però alimentazione complementare a richiesta. In estrema sintesi, prevede che il bambino (che abbia almeno 6 mesi e sia in grado di stare seduto bene da solo) non venga nutrito con pappe preparate ad hoc, ma abbia libero accesso alla mensa di tutta la famiglia e, seguendo la sua naturale curiosità per il cibo che mangiano “i grandi”,  assaggi spontaneamente quello che desidera nelle quantità che desidera. Man mano che gli assaggi si fanno più consistenti (fino a costituire un pasto vero e proprio), l’alimento principale rimane il latte, materno o artificiale, da offrire a richiesta. Le condizioni fondamentali, a parte l’età del bimbo e il suo interesse per gli alimenti solidi sono la salubrità degli alimenti portati in tavola (rispetto della “piramide alimentare” ala base della dieta mediterranea, prodotti di stagione, cotture leggere, condimenti equilibrati, poco sale) e la cautela nel proporli (i cibi possono essere schiacciati o sminuzzati, oppure, se si lascia che il bambino faccia da solo, tenendo ad esempio in mano un maccherone o della verdura, sorvegliandolo scrupolosamente).

Alla base di questa filosofia dello “svezzamento” c’è la convinzione che i bambini siano competenti, ovvero in grado di gestire in autonomia le proprie necessità nutrizionali, che il latte (specie quello materno) sia da considerarsi l’alimento principale almeno fino all’anno di età, e che la somministrazione ritardata e graduale dei cibi allergizzanti (glutine, uovo, pesce, etc) non serva a modulare la risposta del sistema immunitario né a proteggere il bimbo da eventuali rischi (alla fine del post trovate alcuni riferimenti bibliografici). La classica pappa, preparata con ingredienti industriali o fatta in casa, diviene, in quest’ottica, del tutto inutile, se non addirittura controproducente, perché frustra il desiderio naturale del bambino di imitare i genitori mangiando quello che mangiano loro, in qualche caso addirittura compromettendo l’istaurarsi di un rapporto sano e positivo con il cibo.

Quando il mio primo figlio ha compiuto sei mesi, l’autosvezzamento non mi sembrava la strada adatta a noi. Ne avevo sentito parlare, ma ero poco informata, e inoltre ero convinta che un menu ad hoc (preparato in casa senza usare baby food industriale) potesse garantire al mio vorace bambino un’alimentazione più equilibrata. Il mio primogenito, inoltre, non mostrava il minimo interesse per il cibo di mamma e papà, è rimasto sdentato fino a oltre 11 mesi, e, soprattutto, ha rifiutato ostinatamente l’assaggio di alimenti più consistenti (pane, pasta, frutta) quasi fino al suo primo compleanno. In pratica, saremmo dovuti andare avanti a forza di sola tetta per almeno 12 mesi, con un pupo che era stabilmente al 97imo percentile in peso. Un’opzione che all’epoca ho ritenuto estenuante. Tanto più che lui ha adorato le pappe, fin dal primissimo giorno. Il piatto veniva svuotato in pochi secondi, tutti gli alimenti proposti (sempre freschi e di stagione, profumati e invitanti, con consistenze diverse a seconda delle materie prime) invariabilmente graditi, gli ingredienti allergizzanti inseriti rapidamente e senza problemi. Mangiava talmente di gusto che non sporcava nulla, potevo anche non mettergli il bavaglino. Un’esperienza semplice e positiva per tutti noi.

Tra poche settimane toccherebbe a sua sorella, e io nel frattempo ho avuto modo di leggere e informarmi in fatto di autosvezzamento. L’idea di favorire l’autonomia di mia figlia mi tenta moltissimo, così come il fatto di non dover preparare un pasto specifico per lei. Quello che mi lascia perplessa, per così dire, è proprio l’esperienza positiva che ho fatto con suo fratello. Ho paura, paradossalmente, di complicare qualcosa che l’altra volta è state semplice e naturale, di privarmi di una serie di certezze molto “comode” e rassicuranti: la sicurezza di somministrare un pasto sano e nutriente, calibrando un menu settimanale perfettamente equilibrato, nessuna preoccupazione per il rischio di soffocamento, serenità generale al momento della pappa. Non vorrei, insomma, finire col perdere in serenità rispetto a quando ho introdotto gli alimenti solidi nella dieta del mio primogenito.

In attesa di parlarne anche con il pediatra e chiarire i dubbi residui, ho maturato comunque una serie di punti fermi: continuerò ad allattare Flavia a richiesta; non la forzerò in alcun modo a mangiare cose che non ha voglia di mangiare o ad assumere abitudini orarie che non le risultano naturali; le consentirò, dopo i sei mesi, assaggi di cibi che suscitano la sua curiosità, purché sani e sicuri; approfitterò per migliorare la dieta di tutta la famiglia. Accanto a tutto questo, potrei comunque proporle, a ora di pranzo o di cena, una pappa profumata fatta in casa apposta per lei. Magari la divora di gusto come suo fratello due anni fa, e io sono certa di fornirle un’alimentazione equilibrata.

Voi che esperienza avete in tema di svezzamento? I vostri figli gradivano le pappe, o le rifiutavano con disgusto? Oppure si sono autosvezzati? Mai come stavolta sono in cerca di testimonianze utili, lasciatele nei commenti o sulla pagina Facebook.

Letture consigliate:

Io mi svezzo sa solo, L. Piermarini e F. Panizon, 2008, Bonomi Edizioni

www.autosvezzamento.it

21 Aprile 2015 40 Commenti
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latte materno
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Non è soltanto cibo

by Silvana Santo - Una mamma green 13 Aprile 2015

Di solito si tende a farne una questione di mera nutrizione. I corsi pre parto, i consultori, le ostetriche, i forum online, i pediatri: i cosiddetti esperti sono inclini a trattare il tema allattamento come se fosse una scelta che influenza esclusivamente (o quasi) l’alimentazione del bambino, e in modo ad essa direttamente correlato, la sua salute e lo sviluppo del suo sistema immunitario.

Ma qualsiasi madre che almeno per un po’ abbia allattato al seno, a richiesta e in modo esclusivo, sa che non è solo una questione di cibo. Sa che la decisione di allattare non riguarda semplicemente “cosa mangia suo figlio”, ma condiziona profondamente e a tutto tondo la loro stessa relazione. Allattare a richiesta è anche una scelta nutrizionale, certo, ma è soprattutto una scelta di maternage, per usare un termine tanto in voga negli ultimi tempi. Una scelta che influenza drasticamente il modo in cui si è genitrici.

Perché il seno materno nutre, e questo lo sappiamo bene, ma non solo. Il seno materno disseta (cosa che, nelle torride estati, può incidere pesantemente sulla gestione di un lattante), concilia il sonno (e spesso, anche se non sempre, finisce per diventare il solo sistema per accompagnare alla nanna), consola dagli spaventi, lenisce il mal di pancia e il dolore alle gengive, risolve i risvegli notturni. In qualche caso nemmeno troppo raro diventa l’unico modo per calmare i pianti di cui non si sa indovinare la causa, altre volte, e chiedetelo alla mia secondogenita, rende invisi, e di conseguenza del tutto inutili, surrogati di sorta, che siano succhietti o biberon. E se è vero che le mamme che non allattano fanno esattamente le stesse cose – consolare, addormentare, curare -, che trovano da subito un linguaggio esclusivo e speciale per comunicare coi propri piccoli, è altrettanto vero che chi lo fa diventa più difficilmente “sostituibile”, per mesi o anni. Anche solo per una notte. Anche, in certi casi, per appena un paio d’ore.

allattare al seno
La mamma che allatta a richiesta sa che il suo seno potrebbe essere reclamato, appunto, in qualsiasi momento. Che c’è la possibilità – ma non la certezza, perché non tutti i bambini sono uguali, ovviamente – che quella parte del suo corpo diventi un aspetto centrale nel rapporto tra lei e suo figlio. Che un tiralatte e un biberon potrebbero bastare a saziare un piccolo stomaco brontolante, ma non a far dimenticare un brutto sogno o a riportare il silenzio dopo un pianto notturno.

È per questo che crescere un bambino col solo latte materno non è affatto la stessa cosa che usare il latte artificiale, ma non tanto per gli aspetti strettamente nutrizionali o immunologici, per come la vedo io. È diverso perché condiziona profondamente il rapporto tra mamma e bambino, li rende connessi e legati quasi come se la gravidanza fosse ancora in corso. Quasi, oserei dire, come se fossero una sola persona.

Una cosa meravigliosa per molte donne, insostenibile per tante altre.

Io di figli ne ho allattati due, e davvero non ho idea di cosa significhi crescere un bambino senza “usare” il seno. Negli anni, il mio latte è servito per gestire innumerevoli situazioni quotidiane, molte delle quali prescindevano e prescindono dal puro appetito. Non so come le mamme che non allattano riescano ad addormentare rapidamente i propri neonati, come li calmino quando niente altro sembra funzionare, come facciano a sopravvivere agli eventuali risvegli nel cuore della notte. E quando dico “non so”, intendo semplicemente che lo ignoro (non che non capisco come sia possibile, o che mi meravigli che ci riescano, o che sia inaccettabile che lo facciano), perché io ho fatto un’altra scelta e non saprei, o non avrei saputo, fare a meno del mio seno per relazionarmi coi miei figli.

Essere la madre di un bambino piccolo, per me, ha significato anche, o forse soprattutto, allattare, senza orari né limiti. Stare insieme quasi 24 ore al giorno, sapere che quello non era soltanto cibo ma il nostro canale di comunicazione primario.

Una schiavitù insostenibile? Una scelta naturale? Uno sforzo sopportabile? Per ogni donna è diverso. A volte anche per la stessa donna in momenti differenti della propria vita.

È su questo, e non tanto sul confronto nutritivo tra latte umano e artificiale, sulle raccomandazioni OMS, sugli studi medici legati al destino dei bimbi allattati al seno e di quelli nutriti col biberon, che secondo me dovrebbe fondarsi la libertà di scelta di ogni madre. Proprio perché non è solo, e non è tanto, una questione alimentare, ma un modo complessivo di vivere la maternità e di relazionarsi coi propri figli.

È questo, oltre ai consigli su come prevenire le ragadi e capire se il neonato si sazia, che si dovrebbe spiegare alle future mamme: non è solo cibo. È la loro vita, il loro tempo, la loro salute. E di conseguenza il benessere dei loro bambini. È una scelta che le riguarda come donne, prima che come madri, e che riguarda esclusivamente loro.

A tutte le future mamme che si chiedono se l’allattamento al seno faccia per loro, si ripeta sempre la stessa cosa: tieni presente che non è soltanto cibo. Perché tutte possano andare incontro a una decisione libera e davvero consapevole. Senza rimorsi, frustrazioni e sofferenze per nessuno.

Questo post racconta una delle “Storie di allattamento” raccolte da Chicco per consentire alle mamme alle prese con questa delicata esperienza di conoscere le testimonianze di altre madri che hanno (o meno) allattato prima di loro.

 

13 Aprile 2015 16 Commenti
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Cinque consigli per allattare meglio

by Silvana Santo - Una mamma green 19 Febbraio 2015

Trova la tua posizione

Se la classica posizione “a culla”,  con la mamma seduta e il neonato in grembo, ti sembra scomoda o poco efficace, sperimenta insieme a tuo figlio. Io, per esempio, quando possibile preferisco allattare da sdraiata (sono pigra, lo so, e poi così si suda meno). Nei limiti del buon senso, ed eventualmente con i consigli di un’esperta, fidati del tuo corpo e delle reazioni di tuo figlio. Cambiare posizione, inoltre, può essere di aiuto per svuotare il seno in caso di ingorghi.

 

Usa coppette assorbilatte lavabili

Rispetto a quelle usa e getta, almeno secondo la mia esperienza, sono più gentili con la pelle delicata del seno. Restano più asciutte, non si appiccicano, non tirano. In caso di ragadi, infiammazione o dolore, questo particolare può fare la differenza.

 

Mangia sano

Chi allatta si sente ripetere spesso – giustamente – di bere molta acqua. Ma anche l’alimentazione è fondamentale. Una dieta equilibrata permette alla mamma di tenersi in forma e sentirsi piena di energia (e in molti casi di smaltire più in fretta i chili di troppo), oltre a garantire al bambino il nutrimento ottimale. Mangiare bene, inoltre, aiuta a prevenire e combattere il malumore.

 

Scegli il reggiseno giusto

Un uomo, a questo punto, sorriderebbe sarcastico. Ma so per esperienza che un reggiseno troppo stretto, o troppo rigido, può rivelarsi, per una mamma che allatta, peggiore di un paio di scarpe della misura sbagliata. Un seno gonfio di latte può diventare molto dolente se compresso o costretto, per non parlare del fastidio che si prova se la stoffa schiaccia un capezzolo già “provato”. Anche il tessuto sbagliato – sintetico, ad esempio, o non traspirante – può irritare la pelle o aggravare una lesione.

 

Non lavarti troppo

Un eccesso di detergenti, l’acqua fredda o troppo calda, lo sfregamento e gli asciugamani possono essere una tortura, se hai la pelle molto sensibile o escoriata. A meno che tu non abbia applicato creme o oli, non occorre lavare il seno a ogni poppata.

 

Nota bene:

io sono solo una mamma che ha esperienza di allattamento al seno (esclusivo, a richiesta e prolungato) con entrambi i suoi figli, ed è su questo che si basano principalmente i consigli che hai appena letto. Se vuoi allattare al seno, ma per qualche ragione sei in difficoltà, rivolgiti a una consulente IBCLC o La leche league, oppure chiedi aiuto alla tua ostetrica.

19 Febbraio 2015 10 Commenti
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Allattamento 2.0

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Febbraio 2015

La prima volta avevo seguito un corso preparto, letto libri di puericultura e consultato decine di articoli, forum e blog. Fatto massaggi, applicato oli, assunto integratori. Alla fine, ero arrivata ad avere un’ansia da prestazione che nemmeno Rocco Siffredi al suo debutto cinematografico. Allattare mio figlio non era più soltanto una cosa che volevo (e quindi potevo) fare, ma una specie di imperativo morale ineluttabile, che sentivo difficilissimo da rispettare. Ero praticamente in preda al panico. Di quei giorni ricordo la fame disperata di Davide e le mie lacrime tra le braccia delle ostetriche, in attesa di una montata lattea che mi sembrava non dover arrivare mai. Piangeva lui e piangevo io, alla faccia della felicità immensa. Gli incoraggiamenti delle mie cugine, già madri, la rabbia per la mia vicina di letto, che si vantava di quanto latte avesse (salvo poi dover integrare con l’artificiale la dieta di suo figlio a causa di un preoccupante calo della sua glicemia).

Se alla fine sono riuscita ad allattare per quasi un anno e mezzo, ignorando anche i commenti immancabili sui pianti, le coliche, la crescita e bla bla bla, è stato solo perché lo volevo davvero. E perché sono una gran testarda.

Mentre aspettavo Flavia, non ho avuto il tempo né le energie per pensare al mio allattamento. Per una volta, ho dato fiducia al mio corpo. Se ce l’ho fatta una volta, mi sono detta, posso riuscirci di nuovo. Sarà stato questo, o il fatto che avevo smesso da pochi mesi. Sarà stato che mia figlia è parsa fin da subito caparbia almeno quanto sua madre. Sarà che ogni figlio è diverso e che a volte è solo questione di fortuna. Ma nonostante l’imbarazzante assenza di supporto del personale medico, attaccare Flavia al seno è stato proprio come dicevano gli inutili manuali specializzati. Istintivo e naturale. Semplice.

Da allora, ho messo via gli orologi e risposto mille volte alle stesse domande su “ogni quanto mangia la bimba” e “a che ora deve mangiare la prossima volta”. Usato il seno per calmare e consolare, oltre che per riempire il pancino. Per addormentare mia figlia di giorno e di notte, senza preoccuparmi delle cattivebitudini. E non perché me lo abbia detto qualche ostetrica con troppe certezze, ma perché è la cosa che voglio io e che fa stare bene la mia bambina.

Perché il vantaggio di essere state già madri è soprattutto questo: è vero che ogni figlio è un’esperienza nuova e non puoi sapere in anticipo come si comporterà, ma sei perfettamente consapevole di che tipo di genitore vuoi essere tu. A prescindere da quello che pensano gli altri, o che pensavi tu stessa prima di avere dei figli.

10 Febbraio 2015 21 Commenti
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Ossitocina. Chiamatemi Heisenberg

by Silvana Santo - Una mamma green 9 Dicembre 2014

È l’ormone del benessere e del piacere orgasmico. Nel mio caso, è responsabile di contrazioni uterine precoci e fortissime, di un riflesso di eiezione del latte tale che potrei spegnere un incendio semplicemente sventolando le tette (è solo per questo, giuro, se per quanto io mi lavi tendo a puzzare come un caseificio dell’agro pontino) e, soprattutto, dell’irresistibile sonnolenza che coglie i miei figli dopo ogni dose –  pardon, poppata.

Se potessi spacciare illegalmente sottoforma di cristalli l’ossitocina che il mio corpo produce, farei soldi a palate. Una specie di Walter White con due tette enormi.

E invece, eccomi qui, ben disposta, più che rassegnata, a trasformarmi per qualche tempo nel ciuccio soporifero anche della mia secondogenita, letteralmente assuefatta, dipendente, drogata di quel latte di mamma che, oltre a riempire la pancia, concilia il sonno meglio di uno speciale natalizio di Marzullo.

Il ciuccio “vero”, quello di gomma, provoca pianti, conati di vomito e sputi degni di un lama. Del resto, perché mai accontentarsi di un surrogato, quando la mamma dispone di ben due succhietti progettati apposta per la sua bimba assonnata?

E allora via di tetta qundo è ora di dormire, perché non di solo latte vive l’uomo. C’é anche l’ossitocina.

9 Dicembre 2014 21 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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