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amore

essere madre

E se pretendessimo troppo, dai nostri figli?

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Settembre 2019

Generazione di smidollati, genitori incapaci di educare i propri figli, schiavi di “bambini dispotici e viziati”. Si leggono spesso disamine impietose sull’operato dei miei coetanei (diciamo dei genitori nati a cavallo tra gli anni ’70 e ’80) in veste di madri e padri, e sui danni permanenti che staremmo arrecando ai nostri bambini. Non c’è dubbio che in qualche caso si tratti di analisi veritiere e condivisibili, che si assiste da qualche tempo a una deriva che confonde la liberalità con il lassismo, l’autodeterminazione con l’anarchia, la tolleranza con la totale e cronica strafottenza. Ma è pur vero, forse, che a volte pretendiamo, dai nostri figli, che si comportino né più né meno come degli adulti. O, addirittura, con più equilibrio e saggezza di quanto non sappiamo fare noi, che adulti lo siamo davvero.

E così ci aspettiamo che un bambino piccolo assista magari al nostro shopping senza osare chiedere qualcosa per sé. Che mangi carote e cetrioli per merenda, mentre noi ci concediamo aperitivi a suon di spritz e noccioline americane. Che legga e studi (anche se forse noi siamo i primi a impiegare diversamente il nostro tempo libero), o che sappia dosare con buon senso le ore passate davanti a uno schermo, quando poi, noi per primi, lasciamo che la tecnologia ci rubi la maggior parte delle giornate. Pretendiamo dai bambini che siano “educati” e rispettosi, che siano empatici, che sappiano ascoltare e condividere. Eppure siamo i primi a derogare senza troppi scrupoli a questi stessi principi. Diamo per scontato che nel giro di pochi anni debbano imparare a gestire la stanchezza, la rabbia, la paura, la frustrazione, quando a noi, magari, non è bastata una vita per giungere allo stesso risultato.

Abbiamo dimenticato, probabilmente, come eravamo noi stessi da bambini. Io a volte dimentico, per esempio, di essere stata una bambina sì studiosa, “obbediente” e tranquilla. Ma anche molto insicura, pigra, incline al lamento, disordinata. Viziata con il cibo. E, più tardi, una ragazzina intransigente e rigida, egocentrica, a tratti anche un pochino stronza. Questo, però, non mi ha impedito di cambiare, almeno da alcuni punti di vista. Non mi ha impedito di diventare un’adulta che mangia (quasi) qualsiasi cosa, che tiene molto all’ordine, che non si stancherebbe mai di “fare”, di vivere, di andare e di imparare. Un’adulta con tanti difetti, ma che cerca ogni giorno di comportarsi bene con tutti, e che quando fallisce lo fa di norma in buona fede.

Ma non è che io sia stata folgorata a metà degli anni Novanta sulla via di Damasco. Sono cresciuta, semplicemente. Come cresceranno i nostri figli, quei bambini che a volte ci sembrano così inguaribilmente maleducati, capricciosi, insofferenti. Così “ingestibili”. E che invece, magari, sono soltanto piccoli. Che questo post sia una specie di promemoria per la sottoscritta: i bambini sono, per definizione, individui che si stanno ancora formando, e che hanno bisogno, per diventare adulti, di tempo, di esperienze, di pazienza. E di esempio, soprattutto (e su quello è vero che forse non siamo una generazione di campioni).

17 Settembre 2019 10 Commenti
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life

Cronache di settembre

by Silvana Santo - Una mamma green 3 Settembre 2019

Le cronache del mio settembre narrano di un autunno che è arrivato troppo presto. Di un cielo a tratti plumbeo che fa il pari col mio cuore d’acciaio. E di un sole che si ostina a splendere, che scintilla sulle cose belle e su quelle orribili, che riscalda la pelle perlomeno da fuori e che si accende, soprattutto, sui volti dei miei figli. Un sole combattivo e ostinato, come la vita che non finisce mai.

Le cronache di questo mio afoso settembre raccontano di una routine da ritrovare al più presto, come un terreno relativamente solido da ricompattarsi sotto i piedi. Proprio io che alle abitudini sono sempre stata allergica. Narrano di confini da ristabilire e da rinforzare, di muri da abbattere. Di cose da dimenticare e di altre da ricordare per sempre.

Le cronache del mio settembre narrano di un dolore grande e annunciato, ma non per questo meno assoluto e definitivo. Uno di quei dolori che ti cambiano l’esistenza per il resto dell’esistenza. Un dolore condiviso con un sacco di gente amata o sconosciuta, e che per questo diventa ancora più osceno e faticoso da sopportare. Narrano di vecchi che si fanno bambini e di bambini che dispensano saggezza come i vecchi. Di una rabbia cieca che si inventa colpevoli perché non può trovarne uno vero.

Ma narrano anche, le cronache di questo mio settembre arrivato all’improvviso e a tradimento sul finire di un’estate dissociata e bipolare, dell’imperativo perentorio a vivere forte. A vivere di più e meglio, a vivere due volte. A vivere davvero. A vivere anche per chi avrebbe voluto continuare a farlo e invece tragicamente non potrà. Dell’imperativo ad amare, ma di un amore che sia liberatorio e autentico, ponderato e salvifico. A perseverare nel solo obiettivo per il quale siamo venuti al mondo: perseguire con consapevolezza la nostra felicità.

3 Settembre 2019 0 Commenti
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life

Cosa resterà di questa interminabile estate

by Silvana Santo - Una mamma green 21 Agosto 2019

Resteranno giornate infinite, raccolte al mattino presto come susine ancora un poco acerbe e regalate a piene mani ai miei figli, fino a un tramonto che spesso sembrava non arrivare mai (ma che quando alla fine scoppiava era commovente e pacificatore). Giornate regalate a loro per scelta e con ferma volontà, ma con la sensazione, a tratti, di averle sottratte a me stessa. Eppure è forse vero il contrario, e ci vorranno dei lustri per capirlo a fondo: che queste settimane con loro sono state per me l’unica opportunità di salvezza, un dono inestimabile da custodire per l’eternità e tirare fuori come uno scudo invincibile al cospetto dei mostri. Resterà un tempo immobile e denso, cocente come l’aria metropolitana di fine luglio e appiccicoso come la resina matura sulla corteccia dei pini. Resterà la sensazione agrodolce, mai più provata dall’adolescenza, che l’estate non dovesse finire mai.

Chili di confort food e chili di frutta zuccherina. Litri di vino ghiacciato. Cera di candele e gel per capelli. Vento caldo, vento forte, vento sporco. Salsa di pomodori datterini. Acqua di lago, acqua di mare, acqua di cloro, acqua calda e odorosa di terme sulfuree. Fiabe, canzoni e magie vissute attraverso gli occhi dei miei figli. Occhi innocenti e ignari, dentro i quali mi sono persa e ritrovata cento volte, come un pellegrino che ha smarrito il suo sentiero.

Resteranno le notti insonni. Una dopo l’altra, feroci e allucinanti. Notti senza tregua. Notti solitarie e allo stesso tempo condivise con persone amate e tormentate dagli stessi spilli acuminati che hanno rubato il mio sonno chissà fino a quando.

Resterà una fatica indicibile. Di fare, di dare, di non strafare. E di essere, soprattutto. Di essere la versione migliore di me, nonostante la fatica stessa, nonostante le notti senza sonno, nonostante tutto e nonostante me. Una fatica a tratti vana, che non è servita a evitare errori e vergogna, ma che ho distillato goccia a goccia come, onestamente, meglio non avrei saputo. Non avrei potuto.

Resterà la musica. A esaltare, a commuovere, a liberare. A ricordare che ciò che sembra personale di solito è invece universale.

Resteranno scoppi di urla e conflitti fragorosi. Accessi di rabbia e di gelosia. Parole non dette e altre vomitate fuori con troppa foga, con troppo fiele, con troppo astio. Resteranno silenzi pesanti come incudini e una paura ancestrale da tenere a bada in qualche modo. Per i piccoli, per i vecchi, per se stessi. Resteranno i sensi di colpa, vividi come sempre ma per la prima volta imbrigliati e addomesticati. Diventati non ancora inoffensivi, ma più comprensibili e quindi meno letali. Familiari, quasi.

Resteranno gli amici, pochissimi e preziosi come sale e acqua. Amici ventennali e amici appena scoperti. Amici ai quali puoi dire sempre la verità, che poi è probabilmente l’unica definizione di amicizia che si possa articolare con ragionevolezza. E resteranno le assenze. Definitive, assordanti, siderali. Assenze ormai abituali – alle quali comunque sembro destinata a non abituarmi mai – e assenze inattese e recenti. Che in fondo non fanno più davvero male, piuttosto lasciano un retrogusto stantio e nauseante in fondo alla gola.

Resteranno le telefonate e i messaggi. Interminabili o fulminei, interrotti bruscamente e qualche volta addirittura muti. Comunicazioni complicate e dense, a tratti contorte o incomprensibili. Comunicazioni inevitabili, anche se spesso avrei dato qualsiasi cosa per poterne fare a meno.

Resterà un’opportunità professionale inattesa e insperata, che ho vissuto con la consapevolezza e la relativa libertà dei miei quasi 40 anni (e di questa estate interminabile, estenuante eppure così rivelatrice).

Resteranno cose spezzate che andranno riparate in qualche modo. A ogni costo, perché un’altra opzione, semplicemente, non c’è.

Resterà l’Irlanda. Che è stata vita ed è stata libertà. Una boccata d’aria, un tempo supplementare. Una finestra spalancata nella notte, con la luna piena accesa in un angolo del riquadro oscuro.

Resterà una consapevolezza rinnovata e definitiva. Di quello che sono e di quello che siamo tutti. Di quello che conta davvero e di quello che, alla fine, non ha la minima importanza.

Resterà, di questa mia estate interminabile, soprattutto l’urgenza disperata di vivere. Più forte che mai, senza riposo, senza anestesia. L’urgenza famelica di godere di ogni singolo istante, di onorare ogni singola giornata. Di cantarla, questa vita fragile che a volte ti tradisce e si tradisce. Che a volte ti getta in ginocchio con le mani scorticate e lo sguardo verso il basso, ma che con la stessa ostinazione ti costringe a rialzarti e andare. L’urgenza di celebrarla. Di afferrarla e di non lasciarla passare invano, nemmeno per un momento.

21 Agosto 2019 2 Commenti
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educare alla disobbedienza
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Educare alla “disobbedienza”

by Silvana Santo - Una mamma green 21 Giugno 2019

Confesso che proprio non lo avevo messo in conto. Mai mi sarei aspettata, qualche anno fa, di trovarmi a dover dirigere i miei sforzi di genitrice (ed educatrice) in senso contrario rispetto a quello che di norma si pensa di dover fare quando si tenta di educare un bambino. Mai avrei pensato, in altri termini, di dover aiutare uno dei miei figli a essere un po’ più flessibile e indulgente nei propri confronti, un po’ meno preoccupato del rispetto delle regole, meno intransigente e rigido. Un po’ meno a simile a sua madre, per dirla in poche parole.

Quando pensiamo all’educazione di un figlio, del resto, tendiamo a concentrarci sempre sugli aspetti più “censori” e normativi dell’intera questione: nell’immaginario comune, un educatore è semplicemente colui che deve insegnare il rispetto delle regole, stabilire dei limiti di comportamento, imporre dei divieti e trasmettere un codice di norme condiviso e indispensabile per la vita di comunità. Eppure, la mia duplice e personalissima esperienza dimostra che può essere vero anche il contrario, e che puoi trovarti di fronte a un bambino che mostra una tendenza (innata, indotta o entrambe le cose insieme, chi può dirlo) a interpretare e applicare le regole con eccessivo rigore, col rischio paradossale di trovarsi in difficoltà tanto quanto chi le norme e le buone maniere preferisce di solito ignorarle.

Tu, allora, da madre e da educatrice (nonché da persona che convive da quasi quarant’anni con la stessa morale ipertrofica di tuo figlio) non puoi fare altro che improvvisare, come sempre, e cercare di accompagnare il tuo bambino sul terreno scosceso del buon senso, del compromesso, della ragionevolezza e dell’accettazione dei propri limiti. Della leggerezza. Quel terreno che tu stessa non hai mai esplorato fino in fondo e che, anzi, praticamente non conosci. Ma non vuol dire anche questo, a volte, fare il genitore? Insegnare cose che di fatto ignori, scortare i tuoi figli lungo sentieri che non hai mai inforcato prima?

Confesso che per me, che per l’appunto tendo a prendere le cose troppo sul serio, si rivela talvolta una operazione complessa. Specie se nel contempo hai la responsabilità di un altro figlio (una figlia, nel mio caso) che ti espone a sfide molto più tradizionali, e per le quali il tuo ruolo di educatore non può che declinarsi in maniera distinta e personalizzata. Non è semplice indirizzare uno dei tuoi figli al delle regole, mentre, allo stesso tempo, tenti di aiutare suo fratello a spogliarsi della sua estrema rigidità. E farlo mantenendo un minimo di coerenza e credibilità. Non è semplice introdurre un bambino di neanche 7 anni alla sottile arte del compromesso salvifico e delle eccezioni indispensabili, e allo stesso tempo convincere la sua più flessibile sorellina che il valore intrinseco di una eccezione sta, per l’appunto, nella sua rarità.

A volte mi capita di pensare con tenerezza alle fatiche “fisiche” dei primissimi anni di maternità, che il mio corpo tollerava forse meglio di quanto la mia mente non sembri riuscire a gestire, oggi, lo sforzo nervoso, emotivo e psicologico che richiede l’educazione di un figlio. O, come nel mio caso, di due figli, per giunta tanto diversi tra loro. È una sfida molto stimolante, però, soprattutto perché si alimenta con un materiale umano – Davide e Flavia – davvero straordinario e dal potenziale immenso, come tutti i bambini piccoli del mondo.

La sorpresa quotidiana del crescere un figlio passa anche da questo: educarlo, a volte, a un pizzico di “disobbedienza”.

21 Giugno 2019 0 Commenti
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I figli non ti avvisano prima

by Silvana Santo - Una mamma green 12 Giugno 2019

I figli non ti avvisano prima.
Non ti danno segnali del cambiamento incipiente, non mandano preavvisi e allerte che ti consentano di prepararti, in qualche modo. I figli, semplicemente, crescono. E lo fanno a volte con delle epifanie improvvise, con degli strappi bruschi e dei balzi estemporanei. Il giorno prima vengono a infilarsi nel tuo letto in piena notte, il giorno dopo smettono di farlo per sempre (o almeno per qualche decennio). E tu magari neanche te ne rendi conto, lì per lì. Prendi atto con soddisfazione della nottata di sonno ininterrotto, ignorando che quella a cui avevi assistito il giorno prima, senza averne la minima coscienza, era la celebrazione di una delle vostre ultime volte.

I figli non ti avvisano prima, quando smettono di aver bisogno di te per qualcosa che fino a quel momento ti aveva visto indispensabile. Non ti comunicano che sarà proprio quello, l’ultimo pomeriggio in cui ti chiederanno di giocare insieme a loro. Non ti concedono il lusso di goderti quell’ultima volta, di assaporarla con consapevolezza, di astenerti, forse, dal pensare a quanto esigua è la tua voglia di stare lì a distribuire carte e lanciare dadi.

Forse è proprio questo, il bello, a pensarci bene.

I figli sono come la vita, che non ti avverte prima delle frustate né delle soddisfazioni in arrivo. Sono la personificazione dell’imprevedibile, della sorpresa, dell’equilibrio instabile (che non per forza deve voler dire labile, o precario). Sono il monito quotidiano a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, perché per certi versi è sempre così, con loro: domani saranno diversi da quello che sono stati oggi, anche se nessuno ti avvisa del cambiamento in atto.

12 Giugno 2019 0 Commenti
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Preghiera laica di una madre

by Silvana Santo - Una mamma green 23 Maggio 2019

Sono una madre, e questa è la mia preghiera laica. La mia muta invocazione, la mia supplica ecumenica.

Che mai venga meno, dentro di me, la memoria della mia infanzia. Della libertà selvatica che mi animava e che piano piano ho dovuto addomesticare. Della necessità fisica di fantasticare, di inventare, di plasmare il mondo e il tempo a immagine e somiglianza dei miei sogni. Della disperazione con cui desideravo, della furia con cui mi arrabbiavo, del trasporto con cui amavo.

Che mi sia concesso tempo. Il tempo quotidiano per indugiare in un abbraccio, in un silenzio, in una fantasia. Il tempo per leggere e quello per danzare, il tempo per ridere, per inventare, il tempo per asciugare le lacrime e quello per piangere insieme. Il tempo per sognare e per rallentare. Il tempo per perdonare. Il tempo per capire, o perlomeno provarci. Il tempo per aspettare e quello, soprattutto, per ascoltare.

Che mi sia regalato tempo a sufficienza per esserci, domani, dopodomani e il giorno dopo ancora. Anno dopo anno, finché ai miei figli servirà davvero una madre a proteggerli, a incoraggiarli, a cullarli. A perdonarli sempre e insegnare loro a perdonarsi a propria volta. Che mi sia regalato il privilegio di vedere i miei figli diventare adulti.

Che fiorisca dentro di me la pazienza, ogni giorno. La forza per tenere a bada il peggio di me. La coerenza per concedere quello che io stessa mi concedo, la misericordia per perdonare quello che vorrei mi fosse perdonato. La maturità per accettare quello che non riesco a comprendere. La dignità per riconoscere i miei sbagli, l’intelligenza di essere indulgente nei miei confronti.

Che non mi manchi mai la speranza. La capacità di credere nella possibilità del cambiamento e la volontà sufficiente a realizzarlo. Che la consapevolezza dell’età non uccida mai l’innocenza e l’ingenuità e il candore. Che non ammazzi, soprattutto, la follia dell’idealismo.

Che il mio cuore sia risparmiato dal senso di colpa, o che ne sia perlomeno alleggerito. Che sia liberato e assolto, che possa perseguire la pienezza della felicità, per dare ai miei figli l’insegnamento più grande che una madre possa dare: siamo al mondo per essere felici. Ne abbiamo il diritto e ne abbiamo il dovere.

Sono una madre, e questa è la mia laica preghiera: che la paura di sbagliare e il mio bisogno d’amore non annacquino il mio senso di responsabilità nei confronti dei miei figli. E che, viceversa, il senso del dovere non delegittimi mai, ai miei stessi occhi, il sacrosanto desiderio che i miei figli mi amino.

23 Maggio 2019 2 Commenti
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essere madre

Perché fare i genitori a volte è terribile

by Silvana Santo - Una mamma green 22 Maggio 2019

Perché è una mutilazione autoinflitta e permanente della propria libertà. Fare il genitore richiede per molti anni un investimento quotidiano di tempo e risorse per azioni pratiche che spesso non hai la minima voglia di fare. L’igiene personale di un bambino, la sua alimentazione, la sua salute, la sua istruzione e molto altro dipendono da cose che sono i suoi genitori a dover fare. Tutti i giorni, per anni e anni, anche quando proprio vorrebbero dedicarsi ad altro. E se è vero che questa condizione accomuna per certi versi tutti gli adulti, per chi ha avuto un figlio diventa ancora più stringente, anche se ovviamente la scelta della maternità (e paternità) è stata consapevole e ben ponderata.

Perché i figli – tutti i figli, da piccoli e da grandi – a volte sono ingrati. Strafottenti, superficiali, egoisti. E anche se questo rientra perfettamente nell’ordine naturale delle cose, e se tu lo sai benissimo perché sei a tua volta figlio, può fare davvero un male cane.

Perché può capitare che i figli ti deludano. Anzi: è praticamente certo che prima o poi succeda. Ma, salvo forse rarissime eccezioni, tu sei chiamato a rinnovare e rianimare la fiducia che avevi in lui, la stima, il rispetto. Una volta, e un’altra e un’altra ancora, tutte le volte in cui sarà necessario, fino alla fine dei tuoi giorni. Potresti esimerti dal farlo per chiunque altro – un amico, un compagno, un fratello, finanche un genitore – ma non con i tuoi figli. Non se sei un genitore degno di questo nome.

Perché il peso della responsabilità può essere schiacciante. Quello che in effetti ti spetta, quello che gli altri ti attribuiscono indebitamente, quello che tu stesso tendi a sentire sulle tue spalle anche se non ne avresti ragione. Una zavorra che ti accompagna in ogni momento, in ogni decisione, in ogni contesto, e che a volte rischia di sopraffarti, specie quando le cose non vanno proprio come ti saresti aspettato.

Perché i figli non sono tuoi. E per quanto questo sia una cosa ovvia, naturale e pure sacrosanta, può essere difficile da accettare, in determinate situazioni.

Perché i figli si ammalano, perché corrono pericoli, perché cadono, falliscono e soffrono. Perché i figli sbagliano, e pagano senza sconti le conseguenze dei loro errori. E questo di solito si rivela più doloroso delle tue stesse malattie, dei rischi che corri personalmente, degli errori e dei fallimenti tuoi propri.

Fare il genitore è un’esperienza straordinaria, forse la più intensa che possa vivere un individuo lungo la parabola della sua esistenza. Un’esperienza profonda, rivelatrice e bellissima. E a volte terribile.

22 Maggio 2019 5 Commenti
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Vita da genitore

by Silvana Santo - Una mamma green 30 Aprile 2019

Nei giorni scorsi ho archiviato le foto scattate quest’anno col cellulare. Salvo rare eccezioni (e i periodi in cui eravamo in viaggio), ogni weekend abbiamo fatto una gita coi bambini. Castelli, parchi naturali, mostre e musei, pic-nic in spiaggia, terme, passeggiate in montagna, festival.
Tantissima vita, tantissime esperienze che senza di loro, probabilmente, non avrei fatto.

Perché prima di avere figli il tempo libero sembrava talmente tanto da sentirmi autorizzata a sprecarne una parte considerevole senza rimorsi. Perché prima avevo altri orari, e alzarmi presto al mattino, di sabato o di domenica, pareva un sacrificio insostenibile. Perché prima non sentivo la deliziosa responsabilità di mostrare il mondo a due piccoli umani, di dare loro stimoli ed esperienze, aria buona, sole tiepido e tanta natura. Perché prima, in due, stare in casa a poltrire per un intero weekend (salvo le ore serali, magari) era facile, mentre adesso dopo un po’ diventa faticoso e stressante per tutti. Perché prima, frequentare anche persone che mi erano indifferenti era un sacrificio accettabile, mentre adesso pretendo di trascorrere il mio tempo con chi voglio davvero, che poi è quasi sempre la mia famiglia.

Prima di avere figli temevo che la mia vita si sarebbe impoverita, in termini di esperienza e di opportunità. E che le cose che avrei continuato a fare, le avrei fatte “malgrado” i figli, nonostante i figli. Invece, è solo “grazie” a loro se i miei fine settimana sono diventati così intensi e ricchi. Se il tempo insieme è diventato prezioso e inestimabile, se il mondo è tornato ad essere, come mai prima, uno scrigno di avventure, un caleidoscopio gigante di esperienze colorate. Non vado più a cena fuori, ma l’ho fatto per 30 anni, e riprenderò, per altri decenni a venire, non appena Davide e Flavia avranno i loro amici con cui passare il sabato sera. Intanto, però, sto facendo tutto quello che non avevo fatto nella mia vita precedente. Chiedendomi perché mai, prima, non approfittassi al massimo di ogni giorno disponibile.

Se pensate che diventare genitore vi possa obbligare a una vita noiosa tra le quattro mura domestiche, sappiate che può essere vero esattamente il contrario. Dipende solo da voi!

30 Aprile 2019 3 Commenti
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Non credete alla perfezione

by Silvana Santo - Una mamma green 26 Aprile 2019

Non credete alla perfezione apparente che vedete intorno a voi.

Non credete alle madri che mai, nemmeno per un momento, hanno avuto nostalgia della vita senza figli. Non credete alle coppie che sembrano non conoscere il disaccordo, la delusione, la stanchezza. Gli alti e bassi della passione, dell’empatia reciproca, della comprensione vicendevole.

Non credete ai viaggiatori che vi raccontano di figli “mai stanchi e sempre entusiasti”. Di vacanze perfette, di cieli costantemente azzurri, di avventure mirabolanti.

Non credete ai bambini prodigio. A quelli che fanno tutto prima degli altri e meglio dei più. Esistono, quelli come loro, ma la loro condizione è tutt’altro che invidiabile. Non è qualcosa, credo, della quale un genitore si vanterebbe col primo che capita.

Non credete alle case perennemente immacolate: sono il frutto di una finzione o di una nevrosi. E proprio non so quale sia l’opzione peggiore.

Non credete alle donne magrissime che riferiscono di “limitarsi a mangiare molto sano e fare le scale a piedi”. Ne esistono, di donne baciate da questa fortuna, ma sono rare. E non hanno bisogno di “mangiare sano” per restare così magre.

Non credete ai genitori tanto devoti da non permettere mai al dubbio, alla stanchezza, alla paura, di fare breccia nelle proprie coscienze. Non credete a chi “mio figlio è sempre bravissimo, sempre tranquillo, sempre collaborativo”. Non credete, soprattutto, a chi “mio figlio è sempre sereno”. L’assenza di inquietudine, specie in giovanissima età, non è solo un fatto insolito, ma forse anche vagamente allarmante.

Non credete alle famiglie perfette, dove è sempre festa, e “basta che si sta insieme”. Non credete a chi ostenta una fede senza dubbio, una fiducia senza tentennamenti, una speranza senza crepe.

Non credete alle foto “casuali” che sembrano uscite dallo studio di un fotografo. Spesso sono il frutto di tentativi, pose, composizioni che di spontaneo hanno ben poco. E qualche volta anche della mano di un professionista, in effetti.

Non credete alla felicità inossidabile. All’ottimismo che non conosce inciampi, alle vite fatte solo di “giornate sì”. O magari fatelo, ma sappiate che tanta monotematica ilarità nasconde spesso esigenze di autoconvincimento, intenti di “marketing”, istanze di negazione o – perdonatemi – carenza di profondità.

Non credete alla perfezione, perché non esiste.

Là dove c’è l’amore, non si possono evitare la perdita, l’aspettativa, la sofferenza incolpevole. Non si possono evitare le ferite. Dove esiste la speranza, esiste pure il disincanto. Solo chi non ha molte occasioni per riflettere, alla fine non dubita mai. E solo chi non vive, chi non ama, chi non si spende ogni giorno a piene mani, non commette errori e non fa mai i conti con il rimpianto e con la delusione.

Non credete alla perfezione: è un inganno che serve ad alcune persone per dire agli altri, e spesso prima ancora a se stesse, che loro vanno bene così. Che poi è la pura verità, ed è proprio questo il punto.

La vita è perfetta nella sua imperfezione, noi siamo perfetti nella nostra umanità. Chi finge che non sia così, o è uno stupido o è un imbroglione.

26 Aprile 2019 5 Commenti
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essere madre

Darvi al mondo

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Aprile 2019

Lo sapevo, lo sapevo bene. Lo sapevo fin da prima che nasceste. Non sareste mai stati miei, o al limite lo sareste stati per un momento ineffabile e illusorio. I figli si mettono al mondo perché è al mondo che appartengono, ed è nel mondo che devono stare. Lo so adesso e l’ho sempre saputo. Ma non starò a dire, come ho letto o sentito spesso con una sicurezza tanto granitica e ostentata da sembrarmi finta, che darvi al mondo non faccia male, che sia un fatto semplice, addirittura naturale, che sia istintivo. Non lo è, non per me. Era bello tenervi dentro, nascosti allo sguardo degli altri ma ben presenti a vostra madre, e a lei soltanto, in ogni secondo del giorno e della notte. Era faticoso, atterriva, a tratti faceva male, ma riempiva il corpo, l’anima e le ore vuote. Era bello parlare una lingua cifrata che nessun altro poteva comprendere, riconoscere parole, gesti, vagiti, come in un alfabeto non verbale che noi stessi andavamo codificando un giorno dopo l’altro. È stato bello, per un tempo che mi è parso infinito e invece scopro essere già agli sgoccioli, rappresentare il vostro riferimento primo, e talvolta anche l’ultimo. L’orizzonte metaforico entro cui vi muovevate, a vostro agio, senza paura.

È stato come se, per la prima volta nella mia vita, io davvero non fossi mai sola.

Non fingerò che finora non sia stato gratificante sentirsi speciali ai vostri occhi, più di chiunque altro al mondo. Non ho intenzione di mentire, di censurare i miei sentimenti, perché non c’è ragione per cui io debba farlo. Non c’è colpa, non c’è vergogna in quello che sento. Si fanno i figli per l’istinto animale di lasciare al mondo qualcosa di noi, ma si fanno anche per regalare a se stessi un’esperienza prossima alla creazione. Un piccolo, quotidiano, delirio di divina onnipotenza del quale in pochi, tra i genitori, sono consapevoli, ma al quale in pochissimi riescono davvero a sottrarsi.

Non andrò raccontando, soprattutto a me stessa, che mi lascia indifferente vedervi diventare, ogni giorno di più, qualcosa che è altro da me, che da me si differenzia e prende distanze sempre maggiori. Lascio alle madri più illuminate, più contemporanee, più consapevoli di me questa narrazione edificante dell’amore gratuito, per pretesa o autentica che sia. Lascio ad altre il merito di resistere sempre e comunque alla delusione dell’aspettativa e alla tentazione della malinconia. Non tacerò la verità su quanto sia difficile riconoscere i segni estranei che il mondo sta già lasciando su di voi. Le parole che avete udito da altri e che andate ripetendo senza che io le capisca, gli scherzi da cui sono esclusa, le abitudini che avete acquisito senza condividerle con me. I bisogni che altri inducono in voi, le paure e i desideri che il mondo sta già seminando nei vostri piccoli cuori.

Il mio materno delirio di onnipotenza, se mai è cominciato, non è durato che un pugno di anni. La condizione intima ed esistenziale dell’umana solitudine si è presto ristabilita in seno alla mia vita. Io sono io e voi siete voi. Siete i miei figli, siete stati edificati con materia rubata al mio stesso corpo, col calcio e il fosforo e il ferro dilavati settimana dopo settimana dal mio stesso organismo. Alcune delle cellule che faranno parte di voi tutta la vita provengono direttamente dalla fabbrica del mio ventre. Siete stati nutriti dal mio sangue e dal mio latte prima, dal mio esempio traballante poi. Vi ho letteralmente costruito, un pezzo alla volta, per mesi e anni. Siamo plasmati della stessa materia, eppure voi siete voi e io sono io. E tutti noi apparteniamo al mondo.

Una volta ho letto che alcune cellule fetali restano per decenni dentro l’organismo delle rispettive madri. Microchimere, le chiamano. Come se io fossi diventata un essere mostruoso che in un certo senso è fatto anche di voi. Forse è questo il punto. Forse il punto è che voi non mi appartenete, ma sono io che oramai appartengo ai miei figli, in un legame che è un miracolo ma anche, non me ne vogliate, una specie di ergastolo sentimentale, morale e genetico. Farò quel che deve fare una madre, ho già cominciato a farlo dal momento stesso in cui siete nati. Darvi al mondo è quello che mi tocca, in qualche modo che è solo mio e diverso non può essere. Ma non crediate, nemmeno per un momento, che non sia maledettamente difficile.

10 Aprile 2019 3 Commenti
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