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amore

essere madre

Cosa desideriamo per i nostri figli?

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Gennaio 2020

Cosa desideriamo per i nostri figli?

Come li immaginiamo da adulti?

In salute, certamente. Questo penso sia il primo pensiero di qualsiasi genitore, istintivo e mammifero, dettato dal cuore, dal DNA, dagli ormoni e da ogni fibra del proprio essere: sperare per i propri figli un avvenire lungo e prospero, una vita libera dall’orrore e della paura della malattia e dell’infermità. Lo speriamo per loro, prima e più che per noi, perché da quando diventi genitore la tua stessa vita e la tua stessa salute finiscono col contare meno di quelle dei tuoi figli.

Desideriamo che i nostri figli, una volta adulti, stiano bene. Ma che altro? Che siano onesti, che siano risolti, che non siano soli e che, magari, mettano su una propria famiglia.

Ma mi sembra che in qualche modo siamo anche indotti ad auspicare per loro un futuro di successo, di “riuscita”, di realizzazione sociale e professionale. Li immaginiamo studenti di buon profitto, magari laureati, inseriti presto e bene nel mondo del lavoro. Economicamente indipendenti e, se possibile, benestanti o anche qualcosa di più. Difficile che, se gli si chiede cosa spera per suo figlio, un genitore escluda dai suoi desiderata istintivi una qualche forma di “soddisfazione sociale” o successo economico e lavorativo.

È naturale, credo. Siamo programmati per tramandare il nostro corredo genetico, per cui ci viene spontaneo augurarci che la nostra discendenza sia nelle condizioni di raccogliere e trasmettere la nostra eredità molecolare, generazione dopo generazione (e in effetti questo accade più facilmente in condizioni economiche e sociali di vantaggio).

Mi chiedo però se ci viene allo stesso modo istintivo augurare ai nostri figli quello che più conta, e cioè la capacità di essere se stessi e di essere liberi, e di conseguenza felici. Siamo così abituati a confondere la realizzazione personale con il successo professionale, economico e “sociale”, così avvezzi a dare per scontato che la felicità passi in primis da una carriera brillante, dai titoli accademici, da una “posizione”, da aver forse dimenticato quello che conta di più: la fedeltà a se stessi e la vera libertà. Che forse, prima che a nostri figli, dovremmo augurare a noi stessi.

17 Gennaio 2020 1 Commenti
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Breve storia del mio senso di colpa materno

by Silvana Santo - Una mamma green 13 Gennaio 2020

Il mio senso di colpa materno è il mio effettivo primogenito, nel senso che ha visto la luce prima ancora che il mio primo figlio emettesse il suo vagito inaugurale. Evidentemente, si annidava in qualche piega della mia coscienza ipertrofica da molto prima che diventassi madre, pronto a tendermi i suoi agguati già durante la gravidanza. Mi stancavo o lavoravo più del solito? Forse stavo nuocendo al mio bambino. Mi concedevo una dose generosa di comfort food non esattamente salutare? Ero davvero una madre degenere. Mi facevo prendere dai dubbi sulla mia imminente maternità? Che pessimo destino attendeva mio figlio! E giù di rimorsi e senso di colpa.

Da allora, anche a causa del clima giudicante e ipocritamente perfezionista che circonda le neomamme, non credo esista qualcosa per cui, rispetto al mio ruolo di genitore, non mi sia sentita in colpa almeno una volta: per aver vestito troppo poco i miei figli e per averli vestiti troppo; per aver dato loro troppo da mangiare o, viceversa, troppo poco; per essere stata troppo indulgente o troppo severa, troppo distratta o eccessivamente presente. Per aver parlato o taciuto, per aver lavorato troppo o troppo poco, per certe cose che ho pensato e altre che invece non mi sono proprio venute in mente. A volte – e davvero mi pare emblematico – mi capita di sentirmi in colpa per il troppo sentirmi in colpa.

Nel tempo (e con un significativo ma benedetto investimento in psicoterapia), ho capito che il modo migliore per esorcizzare il mio patologico senso di colpa materno sarebbe stato probabilmente quello di farci la pace. Di accettarlo come una caratteristica della mia personalità, scomoda e ingombrante ma anche potenzialmente molto utile. Un po’ come la pelle grassa, che mi ha rotto le scatole al liceo ma mi ha permesso di arrivare alla soglia dei 40 anni senza nemmeno una ruga d’espressione. Mi si conceda di nuovo il gioco di parole: non è colpa mia se tendo a sentirmi in colpa, e questo non fa di me una madre fragile, condizionata o negativa. Non mi rende un pessimo esempio per i bambini che la vita mi ha affidato.

Oggi, da potterhead attempata quale sono, provo a guardare al mio senso di colpa materno come a una specie di mistico mantello dell’invisibilità, nel senso che mi rende trasparente ai miei stessi occhi e mi impedisce di entrare in contatto coi miei veri bisogni, con i miei desideri profondi, con la mia vera natura. Il che in effetti non è un bene, ma a volte può servire per mettersi totalmente nei panni e a disposizione dell’altro (e questo vale non solo per i miei figli). Se non avessi questa cronica tendenza a giudicarmi con severità e a sentirmi in colpa, forse sarei meno empatica e meno concentrata sul cercare di migliorarmi con costanza come madre, ma più in generale come donna e come cittadina. Forse verrebbe meno una potentissima spinta a diventare ogni giorno la migliore versione possibile di me.

La sfida rimane quella di non farsi travolgere, di saltare fuori dal mantello quando arriva il momento, sacrosanto e sanissimo, di pensare solo a me stessa. Di concedermi il diritto inalienabile di sbagliare più o meno scientemente, di essere una madre (e una persona) imperfetta, umana e fallibile. Di ricordare che il senso di colpa, appunto, va bene finché si limita a essere uno stimolo a guardare in faccia la realtà e a migliorarsi di continuo, ma è controproducente quando paralizza e condanna all’insoddisfazione perpetua. La sfida, in definitiva, rimane quella di trasformarlo in uno strumento al proprio servizio, nella ricerca costante dell’autenticità che permette di essere liberi e felici.

13 Gennaio 2020 0 Commenti
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Mia figlia

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Gennaio 2020

Mia figlia è la stessa bambina che dopo un volo intercontinentale con scalo (con partenza all’alba) incassa i complimenti del vicino di seggiolino, al grido di “Non ho mai visto una bambina così brava in aereo”. E che poi, non più di qualche giorno dopo, mi costringe a sgridarla nello studio di un’oculista perché tenta di arrampicarsi sulla poltrona delle visite mentre io cerco di parlare con la dottoressa.

Mia figlia è la stessa bambina che si è “autosvezzata”, che a un anno e mezzo mangiava di gusto in un villaggio remoto della Repubblica Dominicana, che da piccola mi rubava lo street food asiatico dal marsupio o dalla fascia. E che da qualche tempo ha un sacco di difficoltà col normalissimo cibo casalingo (e con quello della scuola), che andrebbe avanti solo a caramelle e patatine e che impiega ore e fatica per finire un piccolo piatto di pasta.

Mia figlia attira sguardi e carezze in mezzo globo. Incassa i commenti sulla sua “dolcezza” con vanità ma anche con timidezza, schernendosi e ricambiando a suon di saluti rispettosi. E sempre lei bisticcia furiosamente con suo fratello, reagisce alle provocazioni con ferocia e riesce a raggiungere con le sue urla un livello di decibel da causare dolore ai timpani.

Mia figlia soffre un pochino l’ambiente scolastico perché è troppo remissiva. Tende a eseguire gli “ordini” delle compagne più intraprendenti, a lasciarsi strapazzare le guance paffute, a giocare ruoli subalterni nei giochi. Per poi, una volta a casa, tentare di fare esattamente il contrario con noi, assumendo la postazione di regia ed esercitando la propria attitudine alla leadership.

Mia figlia è sole e luna, fuoco e ghiaccio, vento e sabbia. È tutti i colori dell’iride, una contraddizione costante, una sorpresa quotidiana. Non è sempre facile, mia figlia. Perché ti costringe a fare i conti con l’imprevedibile, ad accettare l’imponderabile, a prendere atto di cose che non puoi capire, e che magari ti fanno arrabbiare, dispiacere, preoccupare.

Mi ricorda un gatto, mia figlia. Senza padroni, senza certezze. Senza copioni. E come i gatti mi insegna ogni giorno l’amore incondizionato, irrazionale, “materno”. E io imparo forse troppo piano, ma non smetterò mai di provarci. Con tutta me stessa.

10 Gennaio 2020 2 Commenti
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come essere felice
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Gli strumenti per essere felice

by Silvana Santo - Una mamma green 20 Dicembre 2019

Questo bambino qui esce quasi sempre tra gli ultimi della sua classe. Perché ha ideato la “Davide Aiuta Company”, di cui è unico fondatore e membro, per dare una mano ai compagni quando si trovano in difficoltà a preparare lo zaino, o magari dimenticano qualcosa in aula.

Questo bambino qui si rifiuta di farsi aiutare a portare il suo zaino di seconda elementare, che certe volte pesa un accidenti. “Perché non voglio farti stancare, mamma”.

Questo bambino qui ha un salvadanaio diviso in due scomparti, “uno per me e uno per i poveri”.

Questo bambino qui piange quando sua sorella canta le canzoni della recita di Natale, in cui si fa riferimento a chi non ha niente, a chi è solo, a chi è triste.

Questo bambino qui è capace di fermarsi di botto nel mezzo di una giornata al luna park e di rabbuiarsi perché “i bambini poveri non possono andare sulle giostre”.

Questo bambino qui è il mio orgoglio. Ma è anche la mia spina nel cuore. Perché mi sembra affetto da un eccesso grave di empatia e di consapevolezza. Mi sembra troppo incline al senso del dovere, e di conseguenza al senso di colpa. Troppo fragile e ansioso, incapace di quella dose necessaria di egoismo che permette agli esseri umani di perseguire la propria felicità. Mi sembra, soprattutto, completamente o quasi privo di leggerezza.

E, manco a dirlo, mi sembra che tutto questo – per genetica, per educazione o forse per osmosi – lo abbia ereditato da sua madre.

Se c’è una cosa che vorrei dare ai miei figli sono gli strumenti per essere felici, e non sono affatto sicura di aver fatto finora un buon lavoro. Sono fiera di mio figlio. Della sua generosità, del suo altruismo, della sua profondità e del suo temperamento. Ma non vorrei mai che queste qualità finissero col diventare degli impedimenti per essere felice. Per essere libero. Non vorrei mai che lui, distratto ad ascoltare i bisogni degli altri, finisse col disimparare a riconoscere i suoi.

Quando andavo al liceo un mio compagno particolarmente brillante mi teneva delle goffe “lezioni di cattiveria”. Né io né lui ci rendevamo conto che quel nodo – l’incapacità di contattare la mia rabbia legittima, il bisogno di consenso e di riconoscimento da parte degli altri, la tendenza ad aderire ai loro standard e a perseguire il bene a ogni costo possibile – sarebbe stato centrale nella mia vita, nel bene ma anche nel male. Non vorrei che il mio figlio primogenito si trovasse ad attraversare le stesse asperità.

Come si fa a insegnare ai propri figli a essere “meno buoni”, e non solo a Natale?

20 Dicembre 2019 0 Commenti
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Non è che io non ti voglia ascoltare

by Silvana Santo - Una mamma green 18 Dicembre 2019

Non è che io non ti voglia ascoltare. Che io non sia interessata a quello che mi stai raccontando, che non mi importi di te, di quello che ti è accaduto e di quello che la tua immaginazione partorisce nella tua testolina adorabile. Non è che io ritenga più importante altro rispetto a te, ai tuoi sentimenti, alle tue idee, ai tuoi ricordi. È che sono adulta. E come tutti gli adulti non sono mai del tutto libera. È che se non provvedo a consegnare quel certo lavoro entro stasera, poi mi troverò nei guai, in primis con la mia coscienza e la mia autostima (due tipe incazzose che temo tu abbia ereditato da me). È che se non tolgo la cena dal forno proprio adesso, finirà bruciata e immangiabile. È che se non ritiro il bucato dal balcone, l’umidità della notte lo inzupperà, e mi toccherà rifare tutto da capo. È che mentre tu mi chiedi di ascoltarti con quei tuoi occhi enormi luccicanti di curiosità, saltellando perché sei incapace di stare fermo, nel mio cervello strepita a tutto volume un allarme orrendo e insopportabile che non so disattivare. L’allarme che mi ricorda quanto io sia in ritardo su tutto, quanti doveri ancora mi chiamano, quante scadenze si avvicinano pericolosamente, quanti problemi richiederebbero con urgenza la mia attenzione.

Non è che io non abbia voglia di giocare con te. Non è che mi dispiacerebbe restare con te sul tappeto a lanciare dadi, a costruire castelli, a ninnare bambole. Non è che io mi ritenga troppo cresciuta, o troppo saggia, o troppo matura per intrattenermi con te nel tuo mondo sognato. Non sono cresciuta. Non sono saggia, non sono matura. Sono soltanto adulta. E la mia vita semplice e regolare di adulta sana e benestante del terzo millennio pretende da me un sacco di tempo e di energie. Un sacco di risorse nervose e muscolari ogni santo giorno, per guadagnare soldi e spenderli, per soddisfare bisogni indotti (miei o di altre persone), per intrattenere conversazioni inutili e mantenere in vita relazioni che non portano alla felicità. È che mentre tu mi supplichi di giocare con te, con indosso il tuo vestito luccicante da maga, o le tue ali rosa da unicorno, lacci invisibili mi inchiodano alle mie responsabilità, reali o presunte che siano. Voci silenziose mi richiamano all’ordine, esigono il mio tempo e le mie residue energie.

Non è che non mi vada di guardare un film assieme a voi, o di leggere un libro facendo le voci. Di sprofondare nel divano con il gatto sulle cosce e di sgranocchiare bruscolini dallo stesso sacchetto, mentre ridiamo o cantiamo a voce alta. Mentre ci stringiamo sotto una coperta, consapevoli e grati perché ci siamo, perché stiamo insieme e stiamo bene. Perché siamo felici. È solo che se non faccio adesso le cose che devo fare, domani saranno raddoppiate, e diventeranno talmente pesanti da schiacciarmi il petto e annebbiarmi i pensieri. È solo che se mi concedo questo tempo con voi, dovrò inventarne altro per tutto il resto, e davvero non sarei capace. Non ne avrei la forza.

Non siamo genitori di figli piccoli che per una manciata di anni. Una piccola pila di lune che ogni mese si assottiglia sotto i nostri occhi, affaticati dal sonno mancante, dalle preoccupazioni, dalle responsabilità che si accumulano e ci sopraffanno. In queste poche decine di lune dovremmo poter vivere nella costante consapevolezza, nella certezza inaffondabile che i nostri bambini sono la nostra priorità assoluta. Che stare insieme a loro – starci davvero – dovrebbe essere l’obiettivo temporaneo delle nostre vite, non solo perché i nostri figli ne hanno bisogno e ce lo chiedono a gran voce, ma perché fa bene a noi, anche se non sempre ce ne rendiamo conto. E invece siamo oberati e schiacciati. Distratti, contesi. Distrutti da ritmi quotidiani innaturali e insostenibili, dalla dipendenza dai social, da uno stile di vita insensato e deprimente, da tutto quello che ci hanno convinto significhi essere adulti e genitori “responsabili”: guadagnare bene, avere una bella casa in ordine, aderire a certi canoni sociali, vivere con certi standard. E l’unica soluzione possibile, laddove ci sia una qualche soluzione, sembra essere quella di rinunciare a starci, insieme ai bambini. Di delegare la nostra presenza ad altri, così che noi possiamo “serenamente” occuparci del resto. Peccato che presto questi figli smetteranno di chiederci ascolto e presenza, smetteranno di avere cose da dirci, giochi da condividere, libri da farsi leggere. Speriamo che a noi e alle nostre responsabili vite da adulti, alla fine della giostra, non resti solo un gigantesco rimpianto.

18 Dicembre 2019 5 Commenti
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Vi darò quello che sono

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Dicembre 2019
Vi darò le mie mani. Per accarezzarvi, per lavarvi, per medicarvi. Per riscaldarvi quando avrete freddo e darvi sollievo quando la febbre vi farà delirare. Le mie mani tese per sostenervi sui declivi più impervi e per rialzarvi dopo le cadute più rovinose. E vi darò le mie mani per costruire, per dipingere, per impastare. Per colorare il mondo e cuocere biscotti e realizzare invenzioni sempre nuove. Vi darò le mie mani, inutile negarlo, anche per strattonarvi e spingervi, assediata dalla fretta, dall’ansia, dalla solitudine. E vi darò le mie mani per allontanarvi nelle ore buie, quando l’amore sembra non essere sufficiente e le radici condivise di certo non bastano più.
 
Vi darò la mia voce. Per leggere, per cantare, per raccontare. Per domandare e rispondere, una, dieci, cento volte in un’ora. Vi darò la mia voce quando vorrete sentirla e, molte volte, anche quando vi risulterà odiosa e insopportabile. Per dirvi che avete ragione e che state sbagliando, per acconsentire e per dirvi di no. Vi darò la mia voce per dirvi la verità e anche qualche pietosa bugia. Per chiedervi perdono. Per confessarvi i miei limiti, per affidarvi i miei sbagli e le mie fragilità. Vi darò la mia voce per dirvi che ci ho provato sempre, anche quando sapevo fin da subito che non avrei potuto che fallire. E vi darò la mia voce, non di rado, per urlare più del necessario. Per rimproverarvi a torto o a ragione, per vomitarvi addosso parole che non meritate e per le quali poi continuerò a punirmi per tutta la vita.
 
Vi darò il mio corpo. Come ho fatto quando crescevate invisibili nelle pieghe in fondo al mio ombelico, come ho fatto quando dal mio corpo stillava il vostro unico alimento, quando vi reggevo per ore e giorni, senza stancarmi del vostro peso inerte sulle mie ossa stanche. Vi darò il mio corpo per nascondervi quando avrete paura, per appoggiarvi quando sarete stanchi, per riscaldarvi e riposare quando avrete freddo e vi sentirete soli. E vi darò il mio corpo per ballare e per correre, per saltare e per nuotare. Per scivolare sulla neve, affondare nella sabbia e riposare sull’erba. Per abbracciarci forte, e pazienza se il mondo, per un attimo, dovrà restare chiuso fuori.
 
Vi darò il mio tempo. Giorni interi e notti ininterrotte. Il tempo sottratto a tutto il resto, sottratto agli altri, sottratto a me stessa. Il tempo trascorso insieme a voi e quello passato ad aspettarvi e a lasciarvi andare. A interrogarmi su quale sia il da farsi, o su quale sarebbe stato. Il tempo trascorso insieme a ridere e a piangere, a rincorrersi e a schivarsi, ad amarsi e a farsi del male. A vivere o a restare immobili e sgomenti nell’attesa di qualcosa.
 
Vi darò troppo, o troppo poco.
 
Vi darò quello che volete e quello di cui pensate di non aver bisogno.
 
Vi darò quello che sono, quello che posso e quello che riesco a inventarmi anche se proprio non ce l’ho.
 
Sperando che basti perlomeno a voi due (visto che a me stessa non basterà mai).
11 Dicembre 2019 0 Commenti
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La certezza di essere amati per quello che siete

by Silvana Santo - Una mamma green 4 Novembre 2019

Mi capita spesso, ora che non siete più così piccoli, di chiedermi cosa resterà di questa vostra infanzia che stiamo vivendo tanto intensamente. Di questi anni condivisi fino quasi alla simbiosi, delle migliaia di miglia percorse fianco a fianco, dentro e fuor di metafora. Percorse mano nella mano finché voi me lo concederete, finché ne avrete bisogno, finché ne avrete voglia. Percorse quasi sempre al vostro passo – inizialmente così incerto e lento, ora via via più frenetico, tanto che quasi stento a starvi dietro – ma ogni tanto con me che vi trascino, assediata dalla mia impazienza adulta, dalla fretta che avvelena i miei giorni e, di conseguenza, anche una parte dei vostri.

Mi capita spesso, ora che ci vedo procedere a passi sempre più spediti verso la fine di questa vostra infanzia faticosa e colorata, di chiedermi cosa ricorderete, cosa porterete con voi quando sarete voi stessi a reggere il timone, a interpretare le stelle, a dettare l’andatura. Di cosa è impastata la terra nella quale affondano le vostre radici? Quali sensazioni vi faranno trasalire, una volta adulti, catapultandovi all’improvviso a questa decade bambina che state trascorrendo insieme a me? Il profumo del mare nel quale giochiamo insieme? Il sapore della salsa di pomodoro che preparo in estate e di cui faccio scorta per affrontare l’inverno? La luce delle candele che accendo ogni sera quando è ora di cena? La melodia delle mie canzoni preferite, il suono della mia voce quando leggo per voi, le decine di migliaia di ora trascorse assieme a fare cose che, in molti casi, mai avrei pensato di riuscire a fare? Si farà dolce il pensiero, quando tornerete con la mente a quello che ora è il nostro presente che sembra così ordinario, così ripetitivo, così banale?

Una cosa, alla fine, vorrei che restasse – di questi anni che non ho ancora capito se sono io che sto regalando a voi, oppure viceversa – nella vostra memoria silente, nella vostra coscienza, nella vostra intima consapevolezza di figli, di persone, di esseri umani. La certezza di essere stati amati in ogni modo possibile. La certezza di essere stati sempre amati per quello che siete. Esattamente per quello che siete. Anche se siete diversi da come sono io, da come ero io alla vostra età, da come vi immaginavo e, in certi casi, da come mi aspettavo che sareste stati. La certezza di essere amati, di essere meritevoli di un amore grande e puro. Di un amore eterno. La certezza di essere meritevoli di perseguire la vostra felicità, con ogni mezzo che non sia lesivo dell’altrui diritto a fare altrettanto. La certezza di avere il diritto e il dovere di essere sempre voi. Di essere autentici, di essere veri, di essere fedeli a quello che siete e di somigliare sempre di più a quello che volete diventare. La certezza di essere nati con un solo preciso scopo: essere amati, amare a vostra volta ed essere il più possibile felici.

Se davvero fosse questa, l’eredità che riuscirò a lasciarvi quando mi toccherà cedere il passo e guardarvi le spalle, se fosse questo il retrogusto che accompagnerà il ricordo dei vostri primi anni di vita (questo, e non la memoria delle centinaia di luoghi in cui siamo stati insieme, degli spettacoli a cui abbiamo assistito, dei giochi che abbiamo fatto insieme, dei pasti che vi ho servito, delle storie che ho inventato per voi, delle canzoni che vi ho cantato, delle notti in cui ho vegliato sul vostro respiro), allora saprò di avere fatto un buon lavoro. Di avervi lasciato al mondo con il solo bagaglio che occorre: la certezza di essere amati.

4 Novembre 2019 2 Commenti
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Perdere un figlio non è mai “una cosa che capita”

by Silvana Santo - Una mamma green 15 Ottobre 2019

Non fate finta che non sia mai accaduto. Non borbottate il vostro cordoglio a mezza voce, soffiando un timido “mi dispiace”, o addirittura tacendolo in un moto di malcelato imbarazzo. Non convincetevi che tutto possa essere archiviato nel giro di qualche giorno o di qualche settimana, come le ferite del corpo che hanno bisogno solo di un po’ di tempo per guarire.

Non cambiate discorso, non minimizzate, non negate una spalla su cui piangere, un abbraccio silenzioso, una parola di coraggio. E soprattutto, per quanto armati dalla buona fede più cristallina, non pronunciate frasi retoriche o formule di circostanza. Piuttosto, restate in silenzio e lasciate parlare i vostri occhi, le mani, le vostre braccia.

Dategli il nome che merita. Chiamatelo lutto. Morte, perdita. Consideratelo per quello che è: la perdita di un figlio. E trattatelo con il rispetto, l’empatia e l’amore che solo la perdita di un figlio può richiedere.

Perché la quantità di tempo che hai condiviso con il tuo bambino non ha niente a che vedere con l’amore che provi per lui, e con il dolore che ti lacera se disgraziatamente qualcosa te lo porta via. Perché un figlio che hai perduto non lo puoi sostituire, anche se ne hai un altro ad aspettarti con le braccia tese e traboccanti di tenerezza. Anche se dopo di lui stringerai altri bambini pieni di vita e di salute. Perché nessuno di loro è il tuo bambino che non c’è più, nessuno di loro vivrà la vita che lui non ha potuto vivere. Le promesse infrante, le speranze negate, i sogni interrotti e lasciati a metà.

Il lutto perinatale non è un incidente di percorso. Non è una “cosa che capita”, un accadimento “naturale”. Non è un intoppo come tanti lungo il sentiero dell’esistenza. È un figlio che c’è stato e a un tratto non c’è più. Una ferita che la vita troverà il modo di richiudere, ma che non sarà cancellata. Un dolore che il tempo tingerà del colore tenue della malinconia e della tenerezza, ma che resterà quello che è: un figlio che c’era e che a un tratto non c’è più.

A tutte le madri e ai padri che hanno dovuto attraversare il dolore immenso e inspiegabile del lutto perinatale (e ai nonni, ai fratelli e ai familiari che questo dolore lo hanno condiviso), il mio abbraccio immenso di madre privilegiata a cui questo dolore è stato risparmiato. E un pensiero ai vostri bimbi e alle vostre bimbe rimasti così piccini, che vivono con voi e attraverso di voi, ogni giorno.

15 Ottobre 2019 4 Commenti
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non sono una madre perfetta
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Non sono una madre perfetta

by Silvana Santo - Una mamma green 8 Ottobre 2019

Non sono una madre perfetta. Non lo ero quando vi stringevo smarrita al mio seno turgido di latte e di vene azzurre, non lo ero quando tenevo forte le vostre minuscole mani, aggrappate alle mie nell’urgenza traballante dei primi passi, non lo ero quando camminavo attonita nella luce del primo mattino, spingendo il passeggino, tenendovi in fascia, portando su di me il peso delle vostre esistenze in ogni possibile accezione, letterale e metaforica.
Non sono una madre perfetta, e mai lo sono stata, ad eccezione forse di qualche momento in cui la purezza dell’amore e la pienezza della verità ci hanno investito di meraviglia, regalandoci attimi da consacrare all’eternità della memoria. Alla profondità delle radici.

Non sono una madre perfetta. Non lo sono quando mi scopro perplessa perché vi scopro diversi da quello che credo di volere per voi. Non abbastanza forti, non abbastanza liberi, non abbastanza sicuri e felici. Non sono una madre perfetta quando agisco come credo di dover fare, e non come sento che sia giusto fare. Quando non riesco a trovare abbastanza energia per risalire la corrente, una volta e un’altra ancora, e così mi abbandono alla risacca, arresa al veleno lento del conformismo e dell’omologazione. Non sono una madre perfetta quando non sono me stessa. Quando non riesco a dire di no, quando permetto ai sensi di colpa di decidere al posto mio. Quando spingo i miei bisogni in fondo alla fila delle priorità. Non sono una madre perfetta quando vi offro lo spettacolo patetico e l’esempio nefasto di una madre incapace di scegliere in nome del proprio bene, incapace di perseguire la propria felicità.

Non sono una madre perfetta quando proietto su di voi quelle che sono ferite soltanto mie. Quando credo di dovervi proteggere dai miei stessi fantasmi, quando ingaggio per voi una lotta che invece sono io a dover combattere. Soltanto per me stessa.

Non sono una madre perfetta quando perdo la pazienza. Quando strillo, quando minaccio, quando strattono. Quando finisco col farvi paura. Non sono una madre perfetta quando lascio che si esauriscano le estreme risorse di pazienza, di immedesimazione e di ascolto. E allora strillo, minaccio, strattono. E vi faccio paura.

Non sono una madre perfetta quando, per stanchezza o fragilità, concedo cose che vi dovrei negare, e quando, per pregiudizio e chiusura mentale, nego cose che fare bene a concedervi. Non sono una madre perfetta quando dimentico che prima di essere stata madre sono stata figlia, che figlia lo sono ancora e lo resterò per il resto dei miei giorni, anche quando sarò ormai soltanto una madre.

Non sono una madre perfetta, né lo diventerò man mano che vi guarderò crescere dinanzi al mio sguardo. Non lo diventerò quando avremo disseminato il nostro giardino comune di reciproche delusioni, di cicatrici sbiadite, di ferite più o meno inconsapevoli. Quando la vostra fiducia incondizionata di bambini avrà lasciato spazio all’orgoglio e all’autonomia della gioventù. E quando l’insicurezza della mia gioventù si sarà forse arresa – ma speriamo di no – all’arroganza della maturità. Quando il terreno rassicurante delle abitudini condivise avrà ceduto il posto alle sabbie mobili della distanza e dell’assenza.

Non sono una madre perfetta, e mai lo sarò. Sono talmente lontana dalla perfezione da aver pensato centinaia di volte di aver osato troppo, nel diventare madre di figli. Di essermi concessa un lusso che non mi spettava, di essermi arrogata un diritto che non era mio.

Non sono una madre perfetta. Ma sono, se non altro, una madre che non si accontenta di fare meramente “del suo meglio”. Che ogni giorno si impone un esame di coscienza – che a volte è travaglio e tormento – per cercare dentro di sé un essere umano sempre migliore, o perlomeno una versione più accettabile di se stessa. E magari questo non basterà a salvarvi dagli errori che riceverete in eredità da vostra madre, ma è ragionevole che salvi vostra madre, un giorno, dal morso del rimpianto (che pure lei conosce così bene).

Non sono una madre perfetta. Ma nemmeno voi, in fondo, siete figli perfetti. Eppure questo non mi impedisce di amarvi con la forza della testa, della pancia, delle mani e del cuore. Speriamo che sia vero anche il contrario, e che possiate amare questa madre che combatte da una vita contro la sua perfetta imperfezione.

8 Ottobre 2019 2 Commenti
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Come fate a fidarvi ancora?

by Silvana Santo - Una mamma green 1 Ottobre 2019

Come fate a fidarvi ostinatamente di noi?
A credere ancora in noi, dopo che vi abbiamo deluso e mentito? Anche se a volte vi abbiamo tradito? Voi che mentite a vostra volta, ma solo con l’innocenza della vostra piccolezza, con il candore della vostra autenticità.

Come fate a non dubitare mai del nostro amore così imperfetto, claudicante, tremulo? Voi che dell’amore conoscete solo l’assoluta pienezza, la vertigine dell’abbandono, la poderosa verità. Come fate ad accontentarvi di quello che riusciamo a darvi, di quello che sappiamo, di quel poco che siamo in grado di essere?

Come fate a ricominciare ogni volta da zero, capaci non solo di perdonare, ma addirittura di dimenticare? I nostri sbagli, le promesse non mantenute, le sentenze sommarie, le bugie. Come fate ad affidare ancora a noi, giorno dopo giorno, la vostra stessa vita? A puntellarvi sulle nostre gambe barcollanti, a rifugiarvi nel nostro abbraccio esitante, a specchiarvi nella nostra immagine così confusa, così compromessa, così ipocrita?

Come fate a fidarvi ancora? A darci un’altra possibilità, e poi ancora un’altra e un’altra dopo di quella, giorno dopo giorno? Incrollabili nella certezza della nostra buona fede, granitici nella sicurezza del nostro amore fallace eppure indiscusso. Come fate a fidarvi con tanta passione, in un modo che da adulti si disimpara senza neanche accorgersene? Come fate a gettarvi a capofitto nelle amicizie che vi hanno già ferito, sorridendo sinceri a chi non ha saputo evitare di farvi del male?

L’infanzia, mi sembra, è il regno delle seconde possibilità. E delle terze, e delle centesime. Del perdono, della speranza giovane che non si arrende al disincanto. Il mondo della fiducia incondizionata (e qualche volta immeritata), che si rinnova nonostante tutto e nonostante noi. È quello che di luminoso e impalpabile viviamo prima di corazzarci con la pelle spessa della consapevolezza, prima di rifugiarci dietro il muro insondabile della diffidenza e del sospetto.

Diciamo sempre che dai nostri figli impariamo più di quanto non ci sia possibile insegnare loro. Ma la cosa più preziosa, probabilmente, non possono restituircela: ed è il dono di credere ancora. Nonostante tutto, nonostante noi.

1 Ottobre 2019 1 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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