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Del perché non sono (ancora) vegetariana

by Silvana Santo - Una mamma green 5 Marzo 2014

Avviso: questo post è semplicemente la risposta alla domanda di un’amica (lettrice). Non ho nessuna ricetta – è proprio il caso di dirlo – da proporre.

melaQualcuno me lo chiede, quando accenno ai miei studi ambientalisti e al mio interesse per l’ecologia. Qualcuno, comprensibilmente, si stupisce della mia risposta, mi taccia di incoerenza e di ipocrisia. Non sono vegetariana, anche se cerco di mangiare carne e pesce senza abusi. Il perché non è semplice da spiegare, è un impasto strano di principi e debolezze, di convinzioni più o meno profonde e di abitudine mista a paura. Mi sta a cuore ribadire, comunque, che quelli che seguono sono soltanto i miei pensieri, non li sto proponendo come verità scientifiche o informazioni giornalistiche. Non ci sono numeri né certezze, solo opinioni – per definizione opinabili – e personalissimi “sentimenti”.

Forse è più semplice partire dal perché, molte volte, ho pensato di diventare vegetariana (e perché, probabilmente, prima o poi lo farò). Se smettessi di mangiare carne non sarebbe per compassione nei confronti dei singoli animali uccisi. Per quanto trovi indecente il modo in cui vengono gestiti gli allevamenti intensivi, le mie scelte “ecologiste”, se così vogliamo definirle, non dipendono mai da ragioni umanitarie, ma dal desiderio di pesare di meno sulla Terra. Mi dispiace senza dubbio per la mucca che soffre e muore, ma non è per risparmiarle quella sofferenza se a pranzo mangio una zuppa di legumi. Se lo faccio, è per gravare meno sul pianeta in cui vivo.

E posto che la zootecnia, la pesca intensiva e l’abuso di alimenti di origine animale sono, per tante ragioni diverse, pratiche estremamente dannose per l’ambiente; assodato che se tutti gli umani mangiassero carne quanto gli occidentali non basterebbero dieci Terre per sfamarci tutti; premesso che sono assolutamente sicura che cibarsi in prevalenza di alimenti di origine vegetale sia la sola strada sensata che possiamo percorrere e che abbuffarsi di arrosti ed hamburger non è ne sostenibile né salutare, non sono neanche convinta che mangiare veg ci metta automaticamente al sicuro dai possibili “eco-guasti” alimentari. Sappiamo che il mondo non può sostenere un’umanità fatta di carnivori ingordi, ma ignoro cosa accadrebbe se dovessimo coltivare cereali, legumi e verdure in quantità tali da sfamarci tutti. Sarebbe ragionevole? E sostenibile? Confesso di non conoscere la risposta, ma a volte penso che quella vegetariana non rappresenti per forza, in senso lato, la dieta più ecologica a prescindere. Forse ci sono – e sono loro il mio modello ancora irraggiungibile – onnivori molto attenti che riescono a impattare meno sull’ambiente di tanti vegetariani (ma magari mi sbaglio, e anzi: se chi mi legge potesse fornirmi dati e notizie al riguardo, sarei felice di cambiare opinione immediatamente). È ovvio poi che esistono, e probabilmente sono la maggioranza, i vegetariani molto oculati, ambientalisti oltre che animalisti, e a loro vanno tutto il mio rispetto e la mia stima.

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5 Marzo 2014 19 Commenti
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Lavorare da casa? Ecologico e comodo, però…

by Silvana Santo - Una mamma green 26 Febbraio 2014

Lavorare da casa, per questa madre che lavora da casa, non è stata una scelta legata alla maternità. Non è stata neanche una scelta vera e propria, a dire il vero. Quando ero piccola speravo, un po’ banalmente, di diventare un’archeologa. Volevo fare un mestiere che fosse avventuroso ma anche “di spessore”. Una roba di cazzeggio e sapienza insieme. Viaggiare per il mondo, mescolare studi classici e metodi scientifici – come se poi esistessero tipi diversi di cultura, che idiozia! -, scoprire qualcosa, letteralmente, prima di chiunque altro.

Fatico a immaginare qualcosa di più diverso da quello che faccio adesso, dopo una laurea, un paio di master e svariate esperienze in uffici e redazioni varie: “passare” agenzie di stampa e comunicati, analizzare report scientifici e scriverne, intervistare persone al telefono (e scriverne), tradurre articoli dall’inglese. Il tutto dal minuscolo studiolo cieco di casa mia.

A pensarci bene, che fine che ho fatto…

Sarcasmo a parte, lavorare da casa è stata una specie di compromesso che ho fatto con me stessa quando, nel 2010, ho deciso di lasciare il lavoro da addetto stampa che avevo a Roma (contratti a progetto da tre anni) e ritornare nella mia terra di origine, dopo varie esperienze di studio e lavoro in altre città. Una scelta di convenienza, visto che nella capitale facevo due lavori per sopravvivere a stento in una casa periferica in condivisione con altre tre persone, ma soprattutto di cuore: il futuro padre di BigD aveva trovato un lavoro stabile a Napoli, e dopo anni di amore a distanza abbiamo pensato che fosse davvero il momento di mettere su casa nella stessa città. Una scelta (la racconto meglio in questo articolo sul sito Instamamme.net) che mi è costata tanto, e che a distanza di anni non so se rifarei, ma questo è un altro post.

All’epoca collaboravo dalla capitale con una testata online torinese specializzata in temi ambientali e ho potuto mantenere quell’impegno, che resiste tuttora, anche rientrando a Napoli. Quello che pensavo fosse un semplice paracadute finanziario ed economico “in attesa di un nuovo lavoro” è diventato nel tempo, affiancato ad altre collaborazioni più o meno durature, un impiego da freelance con l’ufficio in casa.

I lati positivi, va detto, non mancano. Intanto, le spese sono ridotte all’osso: zero trasporti, zero pause al bar, pasti preparati in casa, abbigliamento casual e cheap “tanto non ti vede nessuno”. Lavorare da casa, inoltre, permette di ottimizzare i tempi. Puoi alzarti alle 8 (o almeno, potresti se non avessi un figlio insonne e un gatto cacacazzo) ed essere operativa alle 8.30, includendo nella routine mattutina una doccia e una colazione decente. Nessuna corsa fino alla stazione della metropolitana, nessuna perdita di tempo nel traffico, nessun delirio da treni pendolari. Un bel vantaggio, non c’è che dire. A cui si somma l’assenza di impatto ambientale legato al viaggio quotidiano casa/posto di lavoro e agli eventuali pasti troppo veloci consumati in bar o tavole calde. Se in famiglia possiamo avere una sola auto, per dire, è perché io ho l’ufficio in casa. Puoi ascoltare la musica che ti piace al volume che preferisci, coccolare il gatto mentre scrivi un articolo di approfondimento, vestirti come ti pare e, soprattutto, godere di una flessibilità di solito piuttosto ampia. Hai un lavoro da svolgere entro certi tempi, certo. Ma se devi correre in banca, recuperare un’ora di sonno dopo una una notte brava o fare una visita medica, in genere puoi farlo con meno problemi di chi va in ufficio.

Se hai un figlio piccolo, poi, lavorare da casa ti permette di essere più presente (fisicamente, per lo meno) della maggior parte delle madri che lavorano. Se puoi contare su una buona organizzazione familiare, un marito che può godere di un congedo di paternità e un minimo di problem solving (e magari una ludoteca, un nido part time o, come nel mio caso, un paio di nonni vicinissimi a casa, pensionati, disponibili su richiesta e anche molto rispettosi), riesci a mantenere una vita professionale – anche se magari part time, sottopagata e non sempre brillantissima – senza rinunciare ad assistere allo spettacolo irripetibile di un figlio che cresce. Permettendoti il lusso di preparargli da mangiare ogni giorno, metterlo a dormire dopo la pappa, assistere quotidianamente al suo risveglio pomeridiano. Stargli accanto quando è malato, accompagnarlo dal pediatra, finanche fare una passeggiata al sole quando il tempo è bello. Non perderti le sue conquiste giornaliere, le prime parole le cadute e i passi sempre meno incerti e più coraggiosi.

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26 Febbraio 2014 36 Commenti
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Coppetta mestruale: cinque ottime ragioni per usarla

by Silvana Santo - Una mamma green 25 Febbraio 2014

Se il termine coppetta mestruale vi fa pensare a una tazza di cioccolata o a un flûte di champagne da sorbire per contenere i vostri sbalzi d’umore periodici, allora leggete prima di tutto questo post sulle mestruazioni sostenibili. Se volete saperne di più su come si usa, invece, potete consultare il mio articolo sul sito Instamamme.net.

Intanto, eccovi cinque buone ragioni per dire addio per sempre agli assorbenti e passare alla coppetta mestruale.

1. La coppetta è ecologica
Pensate a quanti assorbenti consumate in media ogni mese, dal giorno in cui avete avuto per la prima volta le rosse. Pensate a quanti ne userete fino alla sopraggiunta menopausa e moltiplicate il risultato per tutte le donne – passate, presenti e future – in età fertile del mondo, o almeno di quello industrializzato. Verrà fuori senz’altro una quantità di spazzatura colossale. Non riciclabile e piena di plastica, sbiancanti a base di cloro e gel assorbenti. La coppetta mestruale, invece, è un singolo oggetto di pochi grammi che, se usato correttamente, può essere riutilizzato anche per 10 anni. Una bella differenza.

2. È economica
Una menstrual cup ha un costo che varia, grossomodo, tra i 15 e 35 euro. Un solo acquisto è sufficiente per “gestire” senza ulteriori spese diversi anni di mestruazioni, e può essere usata anche da ragazze molto giovani (non è indicata, invece, per le lochiazioni post partum, bisogna attendere il capoparto per ricominciare a utilizzarla). La convenienza è facile da stimare.

3. È pratica
Anche se forse starete pensando “si, come no!”. Dopo i primi tentativi, necessari per prendere confidenza con l’oggetto misterioso, bastano pochi istanti per inserire o estrarre la coppetta. E una volta posizionata non si avverte minimamente. L’operazione di svuotamento può essere di norma effettuata meno frequentemente di quanto si cambia un assorbente, e la coppetta è perfetta per lo sport, le nuotate, i viaggi, i concerti, la notte, etc.

4. È igienica
Le coppette in commercio sono realizzate in materiali inerti come silicone chirurgico, gomma o lattici speciali: sostanze igieniche e non irritanti (verificate sempre l’assenza di allergie). A differenza degli assorbenti interni, finora non sono state individuate correlazioni tra l’uso della coppetta mestruale e la TSS, la Sindrome da shock tossico (naturalmente è fondamentale seguire scrupolosamente le norme igieniche del caso: sterilizzare la coppetta all’inizio di ogni mestruazione, lavarla accuratamente ad ogni “cambio”, maneggiarla sempre con le mani ben pulite). Dal momento che il sangue mestruale non viene a contatto con l’aria, tra l’altro, la cup evita a monte la formazione di cattivi odori. Se la “taglia” della coppetta è giusta e l’inserimento avviene correttamente, infine, il rischio di fuoriuscite è inesistente.

5. È discreta
A differenza di assorbenti e tamponi, una volta introdotta là dove tutto ha origine, la coppetta mestruale è completamente invisibile. Anche rimanendo completamente nude 😉

25 Febbraio 2014 27 Commenti
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Verde, sì. Tranne i pollici

by Silvana Santo - Una mamma green 20 Febbraio 2014

pollice neroIl primo è stato un ramo di bambù dell’Ikea. Mi faceva una gran pena, chiuso in quella provettina di plastica sotto le luci al neon, a tanti chilometri dalla sua terra d’origine. Allora l’ho portato a casa e gli ho dato un nome che adesso ho dimenticato. Ho seguito pedissequamente le indicazioni stampigliate sull’etichetta che gli avevano appiccicato addosso e, in effetti, per un po’ ha funzionato. Solo che a un certo punto qualcosa è andato storto. L’acqua nel vasetto è diventata putrida come la Palude Pontina prima delle bonifiche, e il bambù ha cambiato colore. Verde sempre più pallido e poi giallo vomito. Stecchito. Sarà morto di vecchiaia, ho pensato.

Con la stella di Natale però è andata anche peggio. All’Epifania aveva già perso la maggior parte delle foglie, e allora ho fatto come mi consigliava qualcuno: l’ho potata e l’ho messa in giardino, accanto al piccolo abete che ho salvato da morte certa – almeno lui! – quando ero piccola. Da allora sono passati 5 anni e la pianta non ha mai tirato fuori una nuova foglia, mi sa che posso anche smettere di innaffiarla.

L’apoteosi, comunque, è stata con la bomboniera del mio eco-matrimonio. Un bel ficus bonsai. Foglie coriacee, pianta resistente, perfetto. Giuro che mi ci sono messa di impegno. Lo spostavo a seconda dell’esposizione al sole, leggevo forum di botanica sul web. Ogni tanto gli spolveravo finanche le foglie. Ma se non l’avessi affidato a mia madre dopo qualche mese, ne avrei pianto la prematura dipartita tra lacrime amare.

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20 Febbraio 2014 20 Commenti
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Naturale come la musica (in culla)

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Febbraio 2014
musica in culla

Foto © Valentina Caputo

La prima volta, lo confesso, non è stata come l’avevo sempre immaginata. Un po’ di imbarazzo l’ho provato, soprattutto quando non ho potuto proprio evitare di emettere quei suoni incoerenti e un po’ striduli, per giunta ad alta voce. La musica in culla, all’inizio, mi ha fatto un effetto un po’ strano. Mi sentivo una di quelle mamme un po’ fricchettone, una via di mezzo tra una Giovane Marmotta e una neocatecumenale. Ci mancavano solo i marshmallow infilzati su uno spiedo. Il fatto è che si sta lì in cerchio, come a una riunione di genitori anonimi, con le natiche su dei cuscini e le gambe incrociate. E fin qui, in realtà, niente di troppo strano (anche se il fatto di indossare dei calzini antiscivolo non aiuta). I tre quarti d’ora successivi, però, trascorrono canticchiando motivetti che fanno “Iamba-raira” “Ra ri ra ri ra” e “Uhm mmm uh uh”. Tutti in coro. Ad alta voce. Talvolta saltellando.

Eppure, ve lo giuro, ai bambini piace un sacco. E se ci si concede di lasciarsi andare, alla fine risulta in un certo senso liberatorio anche per le mamme. La musica in culla, in sostanza, prevede che i piccoli, a partire già dalle prime settimane di vita, vengano introdotti in un viaggio sonoro fatto di melodie semplici e vocalizzazioni, o più raramente da vere e proprie canzoncine, intonate dall’insegnante che conduce l’incontro e ripetute in coro dai genitori partecipanti. Al canto si accompagnano gesti e movimenti elementari, ripetitivi e ciclici. Alcune delle attività vengono realizzate con l’ausilio di oggetti semplici come nastri, teli colorati, pon-pon di lana e bande elastiche, e i partecipanti vengono invitati a utilizzare, oltre che la voce e le orecchie, anche il proprio corpo, sempre a tempo di musica. Il concetto è di proporre melodie con toni e metri differenti, e di evitare il più possibile di parlare. In questo modo i bambini vengono letteralmente immersi in un vero e proprio “bagno musicale” e già dopo i primi incontri mostrano di riconoscere le melodie e le varie attività che vengono loro proposte, partecipando spontaneamente e rispondendo, a modo loro, con urletti e vocalizzazioni.

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11 Febbraio 2014 5 Commenti
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Cosleeping: scelta naturale o cattiva abitudine?

by Silvana Santo - Una mamma green 28 Gennaio 2014

Quando era piccola io, si diceva semplicemente “dormire nel lettone di mamma e papà”. Poi anche questo concetto è stato travolto dalla moda dilagante dell’anglofonia ed eccoci qui a parlare di cosleeping, o della sua più precisa variante cobedding (che si riferisce in modo più chiaro al condividere il letto con il proprio figlio, mentre la prima espressione può alludere anche semplicemente al dormire nella stessa stanza del bambino).

La pratica di far dormire la prole con sé è antica come il mondo, ed è ancora diffusa in tanti posti del Pianeta, dalla “moderna” Scandinavia al più tradizionalista Giappone, passando per la Gran Bretagna e per molte società africane e orientali. In Italia, o almeno dalle mie parti, è rimasta assai radicata fino a quando le famiglie che potevano permettersi più di un bilocale rappresentavano una sparuta minoranza. Adesso, la tendenza dominante mi sembra quella di attrezzare una cameretta in cui sistemare il nuovo inquilino il prima possibile.

Ma qual è la scelta “migliore”, ammesso che abbia senso farsi questa domanda? La mia sensazione è che il cosleeping sia uno dei classici temi su cui sia stato detto e scritto tutto e il contrario di tutto. E quando dico “contrario” non esagero.

cosleeping3

© Unamammagreen

Per le psicologhe del corso pre-parto che ho seguito durante la mia gravidanza, per dire, la maggioranza dei problemi comportamentali in bambini e preadolescenti dipende proprio da un tardivo sfratto dall’alcova dei genitori. Diversi manuali di puericultura, inoltre, avvertono dei pericoli fisici del lettone condiviso, che riguardano soprattutto i bambini più piccoli: schiacciamenti, cadute accidentali, soffocamenti e terrificanti strangolamenti da lenzuola impazzite.

Esiste però una scuola di pensiero completamente opposta, anch’essa molto accreditata tra psichiatri e neurologi infantili, secondo la quale dormire insieme a mamma e papà è invece la soluzione ideale per i bambini. Perché li aiuta a sentirsi sicuri, favorisce l’allattamento al seno e la gestione dei risvegli, permette di godere appieno, anche nottetempo, delle cure prossimali indispensabili per diventare adulti consapevoli e sicuri di sé. Quanto alle problematiche di sicurezza, basterebbe scegliere un materasso abbastanza rigido, evitare coperte e cuscini accanto al bambino e astenersi rigorosamente da fumo, alcol e droghe (anche i genitori obesi, in realtà, dovrebbero evitare di dormire insieme ai propri figli).

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28 Gennaio 2014 23 Commenti
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mamma greenviaggi

I peccati di una mamma (quasi) green

by Silvana Santo - Una mamma green 16 Gennaio 2014
spazzolino elettrico

© Unamammagreen

La strada verso la sostenibilità è lastricata di sacchetti di plastica e vaschette di alluminio. Nonostante il titolo perentorio di questo blog, in effetti, la mia greenitudine è in continuo divenire, piena di crepe e di incoerenze grandi e piccole, che prima o poi dovrò guardare negli occhi e decidere se e come affrontare. La lista delle mie mancanze è lunga e articolata e comprende peccati veniali ed eco-colpe davvero mortali.

Lo spazzolino elettrico
Ora, io sono una che non va dall’estetista, si trucca pochissimo e si mangia le unghie. Ma coi denti sono davvero un po’ fissata. Mi piace sentirli sempre puliti, non sopporto di passarci sopra la lingua e non trovarli perfettamente lisci. E poi sugli spazzolini manuali mi accanisco con ferocia assassina: li mastico, li deformo, ne appiattisco le setole. Una volta ne ho perfino spezzato uno mentre mi lavavo i denti (in un’altra vita, secondo me, sono stata un batterio della carie). Allora via di spazzolino elettrico, che consuma energia, certo, ma magari ne fa risparmiare un po’ al mio dentista quando vado a fare la mia brava pulizia semestrale. A mia discolpa posso dire che spremiagrumi, grattugia e altre amenità del genere, in casa nostra, sono tutte rigorosamente manuali. Non mi sognerei mai, per dire, di comprare un levapelucchi a batteria.

Le pappe di Artù
Il micio di casa pesa sette chili e mezzo (tutti big, in questa famiglia…). È grande come una Panda e famelico come un panda, e fin qui non ci sarebbe niente di male. Il fatto è che Artù è pure mordace come un piranha, soprattutto quando è affamato. Ed è di palato fine, anche. Quindi – mea culpa, mea maxima culpa – viene nutrito quotidianamente con succulente monodosi di pappe umide dagli olezzi improbabili, ma che lui trova quanto mai appetitose. Ne è dipendente, si può dire, e visto che l’unica alternativa che ammette sono i miei polpacci, ne sono ormai drogata anche io. Una volta ha anche vinto una fornitura di bustine al tonno che lui avrebbe volentieri ingollato con tutta la plastica. Tutta roba naturale e priva di additivi, comunque, ma pur sempre confezionata in bustine di plastica o lattine di alluminio minuscole. Per espiare, giuro solennemente che i rifiuti vengono rigorosamente differenziati, e che i croccantini, almeno, li acquistiamo in confezioni giganti da oltre un chilo.

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16 Gennaio 2014 7 Commenti
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Bagnetto nel box doccia? Facile, con la vaschetta pieghevole Bibabath

by Silvana Santo - Una mamma green 15 Gennaio 2014

Garantire a mio figlio la possibilità di fare un bagnetto nel box doccia è stato per me un vero e proprio cruccio fin dalle prime settimane di gravidanza. Viviamo in 63 metri quadri, l’unico bagno di casa è piuttosto piccolo e abbiamo soltanto la doccia. Rinunciare alla vasca, sinceramente, non è stato un grosso sacrificio: il tempo per fare un bagno non ce lo avevo neanche prima di diventare mamma, e poi la doccia è più ecologica del bagno (a patto di chiudere l’acqua quando ci si insapona e di non crogiolarsi per ore sotto il getto caldo, ovviamente). Quando ho saputo che sarebbe arrivato Davide, però, ho pensato che sarebbe stato molto triste imporre a mio figlio di rinunciare al bagnetto in piena regola, con tanto di schiuma e paperelle, solo per ragioni di spazio o per le mie scelte ecologiste.

bibabath2Alla ricerca di una soluzione pratica ed efficace, ho scoperto con disappunto che il mercato convenzionale, quello degli store per bambini e dei grandi marchi per l’infanzia, propone vaschette pieghevoli adatte soltanto ai neonati, piscine gonfiabili piccole e scomode, bagnetti “verticali”, come questo (che per quanto sia ergonomico, concepito in modo da ricordare l’utero materno e disponibile anche in plastica riciclata, mi sembrava adatto soltanto a un bambino molto piccolo). Niente, insomma, che potesse soddisfare la mia esigenza: garantire al nascituro di sguazzare comodamente e in sicurezza nella nostra cabina doccia. Senza allagare il bagno, possibilmente.

Alla fine, la risposta è venuta come sempre dal web, nelle fattezze di una Bibabath bianca e celeste, regalo di mia madre per la nascita di Davide (uno dei tanti regali, dovrei dire: grazie, nonna!). La Bibabath è una vasca pieghevole con un sistema di chiusura simile a un asse da stiro. Il telaio è in alluminio, molto leggero, mentre la piscinetta vera e propria è realizzata in materiale sintetico lavabile in lavatrice. Sul fondo della vasca c’è uno scarico dotato di tappo (il foro deve essere realizzato al primo utilizzo, facendo in modo che corrisponda allo scolo della doccia una volta che la Bibabath è aperta e posizionata: ci sono riuscita io quindi può farcela chiunque) che permette di svuotarla agevolmente alla fine del bagnetto.

bibabath3In pratica, si mette la vasca sul piatto doccia, la si apre e si inizia a riempirla. Al termine del bagnetto, basta stappare la Bibabath e aspettare che si svuoti, sciacquarla, richiuderla e riporla. Le pareti laterali sono alte oltre 40 centimetri, abbastanza per arginare la maggioranza degli schizzi anche col box doccia aperto. Ne esistono diverse misure, adattabili alla maggior parte dei piatti doccia in commercio. Noi abbiamo dovuto prendere il modello espandibile da 60×60 a 80×80 cm, ma ne esiste anche una versione fissa leggermente più grande. È possibile scegliere tra diversi colori, si può posizionare la vaschetta pieghevole anche all’esterno (su un prato, su un pavimento etc) e il montaggio è abbastanza facile. Purtroppo non si trova facilmente nei negozi italiani, ma potete prenderla su Amazon. Il costo non è irrisorio, ma la vasca può essere sfruttata per diversi anni ed è adatta per fare il bagno anche a due bambini contemporaneamente.

bibabath4La Bibabath è indicata solo a partire dal momento in cui il bambino riesce a stare seduto in totale autonomia, non va riempita mai troppo (nelle istruzioni si raccomanda di non superare i 15 centimetri d’acqua) e naturalmente non bisogna mai allontanarsi dal bimbo in ammollo. Per nessuna ragione al mondo, nemmeno per due minuti: è possibile annegare anche in pochi centimetri d’acqua (scusate la jattura, ma sono cose importanti). Noi abbiamo iniziato a usarla forse anche troppo tardi, quando BigD aveva ormai già 11 mesi. Ma è stata una svolta: mio figlio è un vero fanatico dell’acqua, tanto che sono costretta a spogliarlo in cucina, perché appena vede il bagnetto pronto cerca in tutti i modi di tuffarsi, anche se è ancora vestito o pannolinato. Una volta in acqua, comincia a schizzare dappertutto, si inonda letteralmente il viso e il capo, tuffa e rituffa le paperette di gomma, urlando di gioia.

bibabath5Immaginate gli effetti di tanto entusiasmo quando usavamo la vecchia vaschetta di Ikea poggiata sul lavandino. Uno tsunami, un’alluvione, una vera e propria onda di piena che travolgeva ogni cosa: lo specchio, i saponi, il tappetino, la lettiera di Artù, papà, il fasciatoio, gli spazzolini da denti, mamma, il soffitto, l’esterno del box doccia, il lampadario eccetera eccetera. Il Vajont dei bagnetti. Alla fine della fiera, la vaschetta era vuota e tutto il resto grondava acqua e amido di riso. Inutile dire che siamo tutti entusiasti della Bibabath (ci tengo a precisare che nessuno mi paga per dirlo!): BigD che sembra approdato all’Aquafan di Riccione, si gira e si rigira nell’acqua, immerge i giochini e li tira su, schizza dappertutto e agita i piedi come un mini Rosolino mezzo pelato; Artù, che non rischia più l’allagamento della sua toilette personale; io e il socio, che non dobbiamo più spogliarci prima dell’operazione bagnetto, né passare le successive ore a ripulire e asciugare il bagno. Insomma: la soluzione ideale per fare il bagnetto ai bambini quando in casa c’è solo il box doccia.

15 Gennaio 2014 25 Commenti
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mamma green

Di lune d’argento, fiori scarlatti e calici invisibili

by Silvana Santo - Una mamma green 2 Gennaio 2014

Questo post è dedicato a Raffaella, sorella di elezione, green guru e pioniera delle mestruazioni sostenibili.

plenilunio

© Unamammagreen


Una madre, per definizione, è prima di tutto una donna (non mancano eccezioni, per certi versi, ma nella maggioranza dei casi è così). E una donna, per definizione, passa almeno una trentina d’anni in compagnia di appuntamenti mensili, più o meno puntuali e più o meno sgradevoli, con le sue mestruazioni.

[Ecco, l’ho fatto. Ho finalmente messo sul piatto IL tema. Quello che prima o poi salta fuori in una qualsiasi conversazione tra donne, anche se è cominciata dalla cucina macrobiotica o dalla natura corpuscolare della luce. Quello per cui i maschi storcono un po’ il naso, ma che secondo me in qualche modo li incuriosisce. Quello che non poteva mancare nel blog di una donna. Ecologista, per giunta.]

Oltre che essere una invereconda rottura di scatole – tra paranoie premestruo, crampi addominali, ritenzione idrica, emicrania, mal di schiena, brufoli mastodontici, stitichezza, ilcontrariodellastitichezza (non mi andava di scrivere “diarrea” nel primo post dell’anno!), voglie di cioccolato, frigidità temporanea e chi più ne ha più ne metta – le mestruazioni sono per l’ambiente l’equivalente di un buffet di dolci per un diabetico, di una pizza con birra per un celiaco. Chili e chili di schifosissimi assorbenti usati, pieni di plastica, sbiancanti a base di cloro e altre sostanze chimiche. Come se ognuna di noi producesse nella sua vita fertile una piccola discarica personale molto ma molto pulp. Senza contare il fastidio di indossarli, quei micro-ecomostri con le ali: irritazioni vaginali (ho scritto “diarrea”, potrò scrivere “vaginali”, no?), infiammazioni, prurito, vere e proprie allergie.

Ma se per gli sbalzi ormonali non c’è rimedio naturale che tenga, se ancora nessuno ha distillato la tisana diuretica capace di drenare via la ritenzione idrica più ostinata, il modo per rendere meno inquinanti – e meno irritanti – le proprie decadi di mestruo esiste. Anzi, io ve ne propongo addirittura tre.
Andiamo per gradi.

organyc_assorbenti_giorno_con_ali_ripiegatiAssorbenti e tamponi in cotone organico
Io ho provato l’intera gamma di prodotti Organ(y)c, grazie a un kit di prova che mi ha inviato l’azienda: proteggislip, assorbenti e tamponi (sono disponibili anche gli assorbenti post parto) realizzati al 100% – dentro e fuori – in cotone biologico, senza fibre sintetiche, senza polveri né fibre chimiche superassorbenti (SAP o SAF, le stesse contenute nei pannolini usa e getta), senza cellulosa. Privi di profumo e biodegradabili, gli assorbenti Organ(y)c sono testati dermatologicamente e certificati da ICEA (Istituto di Certificazione Etica ed Ambientale). Soprattutto, sono un connubio perfetto in termini di sicurezza, discrezione e delicatezza. So di non esagerare dicendo che per me è stato praticamente come non averli indosso. E ve lo dice una che con gli assorbenti di plastica ha chiuso da tempo. Il costo è un po’ più alto dei concorrenti tradizionali, in linea, mi pare, con gli altri prodotti in cotone organico.

assorbenti lavabiliAssorbenti e proteggislip lavabili
Se gli assorbenti in cotone biologico prevengono irritazioni cutanee e altri fastidi a carico delle zone più delicate di una donna, non risolvono comunque il problema della produzione dei rifiuti. Una opzione per alleggerire la propria esclusiva discarica mensile è invece quella degli assorbenti lavabili: generalmente realizzati in cotone organico, si possono mettere in lavatrice e sono disponibili modelli con diversi gradi di assorbenza, spessori e fogge (lo giuro: ci sono anche quelli con vivaci stampe natalizie o con le fantasie più alla moda). Sul mercato sono reperibili anche tamponi lavabili, mentre in rete si trovano tutorial per realizzarli in casa con una semplice macchina per cucire. Io ho comprato qualche tempo fa un paio di proteggislip lavabili sul sito Femininewear.com e li trovo abbastanza confortevoli. L’unico problema, a mio giudizio, è il rischio che non restino completamente fermi una volta sistemati nello slip. A parte la seccatura di ripulirli, s’intende (ma una che si diletta coi pannolini lavabili non si impressiona certo per un po’ di sangue).

La coppetta mestruale
coppette_mestrua_mami_cupInfine, il graal dei cicli lunari, la madre delle trovate in materia di mestruazioni sostenibili. Quella che all’estero è un fatto abbastanza normale, mentre in Italia rimane tuttora un mezzo tabù, vittima di un certo scetticismo e di remore residue in fatto di anatomia femminile: la coppetta mestruale. Si tratta, appunto, di una piccola coppa in silicone chirurgico, morbida, liscia e flessibile, che va inserita in vagina – più in basso di un tampone assorbente – per raccogliere il sangue mestruale. Dopo un numero di ore che varia a seconda dell’intensità del flusso, la coppetta va estratta, svuotata, sciacquata e riposizionata. E così via fino alla fine del ciclo mensile. Oltre che ecologica, è igienica (basta sterilizzarla tramite bollitura all’inizio di ogni mestruazione), confortevole (se ben posizionata, la sua presenza non si avverte minimamente), discreta (invisibile anche se si è completamente nude), sicura (a differenza degli assorbenti interni, non esiste alcun indizio di una possibile correlazione tra coppetta mestruale e Sindrome da shock tossico) ed economica (la stessa coppetta può essere utilizzata per molti anni). Viene impiegata da decenni in molti paesi del mondo e si sta pian piano diffondendo anche in Italia. Personalmente, ho iniziato a usarla circa un anno prima di scoprirmi incinta e non posso che parlarne bene. In questo periodo sto utilizzando una MamiCup, realizzata in Italia dall’azienda Italmami (che ringrazio per avermi inviato un campione gratuito): facile da inserire e rimuovere, abbastanza rigida da aprirsi agevolmente dopo l’introduzione “in sede”, ma non così tanto da risultare fastidiosa in fase di inserimento. Rispetto a un  paio di prodotti concorrenti, questa mi sembra particolarmente confortevole e semplice da collocare nella “sede” preposta.  Non avendo un ciclo particolarmente abbondante (io sto usando una taglia M, ma l’azienda commercializza anche una misura più grande) devo svuotale la mia MamiCup non più spesso di ogni 6/7 ore, e la sicurezza della coppetta è stata testata anche fuori casa e in viaggio. Di solito, completo le operazioni di svuotamento e lavaggio in pochi minuti. Ve lo giuro: fa molta più impressione a dirsi, e a leggersi, che a farsi. Provare per credere.

A voi la scelta della strategia eco-mestruale che fa per voi. E sempre, di luna piena o di luna nuova, lunga vita alle donne (madri e figlie, vergini e laide, belle e brutte).

2 Gennaio 2014 10 Commenti
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mamma green

Filastrocca dell’abete piccino

by Silvana Santo - Una mamma green 23 Dicembre 2013

C’era una volta un abete piccino
che molti per sbaglio chiamavano pino
Nacque, che strano, in un posto col mare,
della neve sentiva soltanto parlare.

Un giorno per caso, sotto Natale
fu messo in un vaso con un fiocco augurale.
Al mercato fu scelto da una bimbetta
«Lo voglio portare – lei fece – a casetta».

C’era una volta un abete piccino
la bimba per sbaglio gli disse «Sei Pino!».

A casa lei scelse un po’ di palline
nastrini, comete, fiocchetti e lucine.
«Non troppi, però!», per non soffocarlo
acqua fresca al mattino per dissetarlo.

C’era una volta un abete piccino,
la bimba lo amava come un fratellino.

Ma in casa fa caldo e il vaso è un po’ stretto
gli aghi caduti già formano un letto.
L’abete sta male, la bimba lo sa
per la Befana ormai secco sarà.

C’era una volta un abete piccino,
la bimba decise: «Lo pianto in giardino!»

Via le palline, basta angioletti
soltanto farfalle, ragni e funghetti.
La pioggia d’inverno e il sole d’estate
I passeri, i merli, gli elfi e le fate.

C’era una volta una bimba testarda
con Pino lei parla, lo sfiora, lo guarda.
Cera una volta una bimba sognante
adesso è la mamma di un figlio gigante.

C’era una volta un abete piccino,
ora è il riparo di qualche gattino.
C’era una volta un abete ribelle
vent’anni passati a guardare le stelle.

(tratta da una storia vera)

Buone Feste a tutti!

23 Dicembre 2013 4 Commenti
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