Antipodi

Ho un figlio che, se una nonna gli offre dei soldi, ogni volta risponde: “Ma no, sei impazzita? Sono troppi! E poi me li hai già dati l’altra volta!”. E una figlia che, nelle medesime circostanze, sfodera tutto il suo candore per suggerire la sua soluzione: “Nonna, se Davide non li vuole, prendo io anche i suoi!”.

Ho un figlio che chiede il permesso prima di guardare “un cartone in più”, e che, se sono distratta, mi fa notare quando sarebbe decisamente ora di andare a dormire. E una figlia che, ogni sera che dio manda in Terra, mette in atto una tragedia greca quando le si chiede di spegnere la TV.

Ho un figlio che mangia sempre le stesse, solite, poche cose. Che pondera con prudenza maniacale ogni nuovo assaggio, che alla fine, nella quasi totalità dei casi si rivela un’esperienza fallimentare. E una figlia che, fin da quando è stata svezzata, manifesta la necessità fisica di assaggiare sapori sempre diversi, insoliti, esotici. Una che vivrebbe di sushi, curry e roba piccante, e che si annoia sistematicamente di ogni piatto che le preparo.

Ho un figlio che divora libri e fumetti con un’avidità insaziabile. E una che “mamma, non voglio un altro libro, comprami un giocattolo!”. Un figlio che piangeva di rabbia e di frustrazione quando la scuola, dopo mesi di Dad, ha riaperto solo per sua sorella. La quale, nel frattempo, versava tutte le sue lacrime perché non voleva tornare in aula (ma non voleva neanche più studiare a distanza, questa però è un’altra storia).

Ho un figlio che si preoccupa di quanto spendiamo, di quanto inquiniamo, di quanto male mangiamo. E una figlia che ruggisce e strepita dinanzi ad ogni no che riceve. Lui ansioso, lei indomita. Lui ligio, lei ribelle. Lui fin troppo remissivo, lei ostinata fino allo sfinimento. Lui rigido, lei volubile.

Ho un figlio a cui cerco con ogni mezzo – e con poco successo, per ora – di insegnare a non farsi carico di colpe non sue, a perdonarsi, a non pre-occuparsi più del dovuto, a non mettere troppo spesso i bisogni degli altri davanti ai suoi. A vivere con più leggerezza, e magari con un minimo sindacale di amor proprio. E una figlia a cui sembra così difficile far cogliere appieno il senso del limite, la necessità di fare, ogni tanto, un passo indietro. Di rinunciare in nome del buon senso, del rispetto degli altri e di se stessi, o semplicemente della mera opportunità.

È assai difficile, a volte, avere due figli tanto diversi tra loro. È molto faticoso cercare di rivolgersi a entrambi parlando la stessa lingua, eppure modulandola in registri ogni volta differenti. Indirizzare lo sforzo educativo in direzioni che spesso devono essere, necessariamente, antitetiche tra loro. Agli antipodi. Inventare strategie diverse per ciascuno dei due, offrire supporto a ciascuno di loro in modi esclusivi e diversificati. Personalizzare le soluzioni e le risposte, pur mantenendo saldi e univoci i principi e le regole.

Eppure è così facile amarli esattamente nello stesso identico modo. Amare l’esasperante caparbietà dell’una e le dolorose insicurezze dell’altro, la lieta esuberanza di lei e la riflessività abissale di lui. Amarlo e basta. Con la stessa graffiante intensità, con lo stesso trasporto, con la stessa tenerezza.

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2 Commenti

Gabriele 9 Luglio 2021 - 08:36

Complimenti, già solo riuscire a comprendere e a sapere descrivere così bene queste differenze ti qualifica come mamma straordinaria.
Mettere poi in campo uno sforzo educativo “su misura”, come del resto hai descritto, deve essere un esercizio che richiede un grande impegno.
Sei un modello da cui prendere spunto!

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Valentina 14 Luglio 2021 - 06:24

Quanto somigliano ai miei!!

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