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Categoria:

una mamma per due

una mamma per due

Davide e Flavia

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Aprile 2017

Davide ama sua sorella con un trasporto che non riserva a nessun altro al mondo. La strizza, l’accarezza, la stropiccia, la sbaciucchia, perlomeno finché lei glielo lascia fare. “Io voglio bene a Flavia e a Giuseppino”, mi ha detto un paio di giorni fa all’uscita di scuola. Giuseppino è il suo migliore amico del momento, e se sua sorella gli è stata accostata con tanta solennità, si vede che il posto d’onore nel Gotha dell’amore autentico le appartiene di diritto. Davide ama sua sorella in quel modo un po’ apprensivo che io, figlia unica, ho sempre immaginato nei fratelli maggiori. Lei conduce la sua piccola vita sempre sul filo dell’azzardo, con un sorriso sbruffone e i capelli spettinati. E lui la segue con uno sguardo preoccupato ma indulgente, la redarguisce, si porta le mani alla bocca in una smorfia di ansia affettuosa. “Mamma, guarda Flavia cosa sta facendo!” mi avverte quando gli sembra che la situazione si faccia troppo rischiosa. Non per fare la spia, piuttosto a invocare protezione su quella sorella un po’ matta che la sorte gli ha regalato.

Flavia indossa spesso i panni smessi del fratello. Le stanno morbidi come a una piccola stella del rap. Portati con le sue minuscole scarpe rosa tenue, le danno un’aria da monella innocente che ogni volta mi fa sciogliere un pezzo di cuore. Di questo passo mi servirà un trapianto prima che lei vada alle elementari. “Questa era mia, vero”, dice Davide ogni volta che le vede indosso una maglia nuova. Senza punto interrogativo. La certezza del fratello maggiore che traccia la strada, che apre la pista, che c’era prima di te. Ci sono già passato. Io vado avanti, e tu mi segui con quel tuo passo incosciente e sempre accelerato.

Una volta, Davide ha chiesto a sua sorella: “Flavia, mi vuoi bene?”. Lei lo ha guardato, e senza riflettere gli ha risposto di no. “No” e basta. Senza un’inflessione di scherno o di rancore, senza un ghigno. Senza un’apertura verso la burla o la provocazione. Senza la giustificazione della rabbia. A me, che assistevo con una stretta di tenerezza verso di lui e un guizzo di curiosità verso di lei, è sembrata seria e naturale. Non saprei dire se suo fratello ci sia rimasto davvero male. L’ha guardata incredula, più che altro. Come se avesse udito no e compreso sì. Non è questo il caso, figlio mio. Ma dovrai imparare che non sempre basta amare qualcuno con tutto il tuo cuore per assicurarsi di essere riamati. Dovrai impararlo, e spero che non ti faccia troppo male.

A volte lui mi chiede perché sua sorella non si lasci abbracciare, o tenere per mano. Io gli rispondo che ognuno vive l’amore nel modo che preferisce, e che lei non ha sempre voglia di essere stretta, baciata, toccata. Che tutti, ma soprattutto le donne, vanno rispettate nel loro diritto di essere lasciate in pace. Lui mi ascolta, ma non capisce. La ama, e la vuole per sé. A me e a suo padre toccherà davvero il compito di spiegargli che volere il bene di qualcuno è cosa assai diversa dal volere e basta. Ho fiducia. In mio figlio, più che in noi, e questo dovrebbe bastare.

Flavia ama suo fratello come se fosse una parte di sé. Non glielo dice mai, e raramente glielo dimostra. Ma se lui non c’è, lei sta male. “Davide”, sentenzia senza aggiungere altro. L’amore fraterno forse è così, mi dico tutte le volte: non gli servono verbi, e neanche soggetti. Non ha bisogno di niente.

Quando sono all’asilo si cercano molto. Me lo racconta lui e me lo confermano le maestre. Lui mi riferisce se lei ha pianto o ha avuto paura, come quando a scuola si festeggiano i compleanni con il teatrino delle marionette e Flavia perde tutto il suo coraggio e strilla di terrore. Io ogni volta provo a immaginarli fra qualche decennio, oltre me e dopo di me. E vorrei solo che si amassero ancora così. In questo modo che non risparmia a nessuno dei due la delusione e l’insofferenza, l’ansia e la frustrazione. In questo modo che a volte fa ridere e a volte fa male forte.

Ma è vero. E non ha bisogno di niente.

11 Aprile 2017 2 Commenti
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Il senso di Flavia per il sarcasmo

by Silvana Santo - Una mamma green 27 Marzo 2017

Mia figlia ha due anni e mezzo, mese più, mese meno. E capisce il sarcasmo. O meglio, comprende quando il sarcasmo è indirizzato a lei, lo comprende alla perfezione e reagisce come se fosse vittima di un oltraggio imperdonabile. Il punto è che mia figlia si ritrova, suo malgrado, con una madre parecchio sarcastica. Il che rende le nostre giornate abbastanza dense dal punto di vista della diplomazia familiare.

Un esempio pratico? Se le chiedo di raccogliere un giocattolo, e rispondo con un istintivo (e sarcastico) “grazie!”al suo (sistematico) diniego, lei mi guarda malissimo e mi fa: “Non dire così!”. Stessa, identica, scena quando la richiesta ha a che fare col non alzarsi in piedi sulla sedia o con lo smettere di saltare sul divano. Se propone di giocare con gli acquerelli o con la sabbia cinetica proprio due minuti dopo che la casa è stata resa faticosamente presentabile e io me ne esco con un innocuo (ma sarcastico) “Evviva!”, il suo commento (piccato, piccatissimo) è sempre lo stesso: “Non dire evviva!”. E così via per ogni mia istintiva chiosa, esternazione o battuta  che sia anche solo appena appena beffarda. 

Per dirla tutta, in questa fase della sua vita, Flavia sembra mal digerire anche l’allegria più innocente scaturita dalle sue mossette buffe o dalle parole che storpia in un modo che è davvero difficile non trovare irresistibile e buffo. Perlomeno per me. Se dice “zainon” invece di “zaino”, oppure tira fuori uno dei suoi cavalli di battaglia come “quadratolo”, o ancora si riferisce a un personaggio che si chiama Topo Tommaso come Topo Col Naso, io, per quanto mi ci metta di impegno, raramente riesco a non ridere. E lei, ormai sarà ovvio, risponde sempre così: “Mamma, non c’è niente da ridere!”.

Il senso di Flavia per il sarcasmo. E la sua difficoltà a ridere di sé stessa, almeno per il momento. È una cosa che mi ha colto di sorpresa, avvezza com’ero al candore del fratello, alla sua assoluta ingenuità che lo rende tuttora così ignaro e innocente. Se rido per una piccola gaffe di mio figlio, Davide ride insieme a me. O al massimo mi domanda candido: “Mamma, perché stai ridendo?”. Se io gli rivolgo un ringraziamento sardonico, lui, semplicemente, mi sorride e mi risponde “Prego”. Non coglie ancora la mia ironia un pochino caustica. Non immagina neanche lontanamente che un adulto – che sua madre – possa dire “Evviva!” mentre intende “Dannazione!”.

Mi sono chiesta se sia l’una ad essere precocemente suscettibile e smaliziata, o l’altro ad essere un po’ troppo ingenuo per la sua età. Mi sono risposta che non è vera né l’una né l’altra cosa. Che entrambi vanno benissimo così come sono, e che crescere insieme li aiuterà, magari, a trovare il compromesso necessario tra candore e sospetto, tra autoironia e permalosità. Dal canto mio, non faccio che ripetere a mia figlia che non è di lei, che rido, ma vorrei piuttosto ridere insieme a lei.  E che molte volte sorridere di se stessi è il modo migliore per amarsi, e per esorcizzare i propri umanissimi errori. Soprattutto quando sono teneri e deliziosi come ribattezzare Topo Col Naso il personaggio di una serie di libri per bambini.

 

27 Marzo 2017 1 Commenti
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una mamma per due

L’amore che arriva, se lo sai aspettare

by Silvana Santo - Una mamma green 22 Marzo 2017

Quando è nata mia figlia, suo fratello non aveva ancora due anni (li avrebbe compiuti esattamente tre mesi dopo). Non dimenticherò mai il primo sguardo che le ha scoccato mentre suo padre la portava in casa per la prima volta. Uno sguardo disturbato, oserei dire disgustato, come di fronte a uno spettacolo davvero nauseante. Per settimane, dopo quel primo incontro, Davide si è comportato semplicemente come se fosse ancora un figlio unico. Nessuna curiosità nei confronti di sua sorella, nessun tipo di interesse o interazione. Anzi. Evitava con zelo ogni contatto, e se per caso si trovava a sfiorarla accidentalmente, si ritraeva fulmineo, come scottato da un oggetto rovente. Flavia, intanto, mostrava precocissimi sintomi di innamoramento da sorella minore, incantata da qualsiasi movimento di quel fratello così indifferente.

Ricordo bene il mio sgomento, da figlia unica del tutto impreparata a gestire le dinamiche tra fratelli. La sensazione di non fare abbastanza per alimentare il loro rapporto, la paura di aver causato una sofferenza al mio primogenito. L’ansia, nei momenti peggiori, di aver commesso un madornale errore di valutazione nel fare un secondo figlio. Poi, un mattino di maggio, una richiesta improvvisa, direi addirittura insperata: “Iaia! Iaia!”. Davide chiedeva di Flavia, voleva che lo portassi da lei, che giocava ignara nella sua palestrina. Il primo sguardo, il primo sorriso. La mia pelle d’oca.

Da allora sono passati quasi due anni. Davide non ricorda più di essere stato al mondo senza aver avuto una sorella. Resta perplesso di fronte alle foto dei suoi primissimi anni di vita, incredulo al cospetto della sua esistenza priva di Flavia e prima di Flavia. Separarli, anche solo per qualche ora, o per il famoso “tempo esclusivo” che tutti consigliano di dedicare a un figlio e all’altro, è quasi sempre un’impresa. E soprattutto, il primogenito passerebbe ore interminabili a tenere per mano sua sorella, ad abbracciarla, a soffocarla di baci. Tanto che è Flavia, adesso, che spesso si sottrae senza troppe cerimonie.

Se due anni fa mi avessero detto che un giorno mi sarei trovata a dover mediare tra l’affetto esuberante di lui e la deludente ritrosia di lei, non ci avrei mai creduto. Eppure, è esattamente questo che succede ogni tanto in casa nostra (anche perché vorrei che mio figlio imparasse da subito che se una persona non gradisce un bacio o una carezza, tu devi rispettare la sua volontà).

L’altro giorno stavo preparando da mangiare al gatto mentre i miei figli giocavano in cameretta. Flavia deve aver battuto la mano contro qualcosa, perché le ho sentito dire “Ahia, mi sono fatta male”. Subito dopo mi è giunta alle orecchie la risposta tranquilla del fratello: “Non ti preoccupare, adesso ti dò un bacino”. E poi, immediate, voci di gioco e di ristabilita normalità. Ho dovuto asciugarmi gli occhi, perché Artù non mangiasse pappa e sale. Il sale delle mie lacrime di commozione e di immensa tenerezza.

22 Marzo 2017 9 Commenti
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Perché chiedo scusa al mio primo figlio

by Silvana Santo - Una mamma green 27 Febbraio 2017

Per tutte le volte in cui gli dico: “Dai, tu sei grande”, e lui sta pensando che non è vero, o, se non lo sta pensando, dovrebbe farlo eccome. Perché a 4 anni nessuno può essere considerato grande solo perché ha una sorella minore.

Perché alla fine è sempre lui quello che mi dà una mano a riordinare la cameretta, a spingere il passeggino vuoto, a portare i sacchetti della spesa. Mentre sua sorella viene quasi sempre esentata, compresa, giustificata. Soltanto perché lei “è ancora piccola”.

Perché ho smesso di allattarlo quando forse non era pronto, solo perché pochi mesi dopo sarebbe nata sua sorella, e io non avevo voglia di dare il mio latte a tutti e due.

Perché quando si contendono un gioco è quasi sempre lui che cede. Costretto a farlo dalla consapevolezza di essere, dei due, quello “grande”. Piange, si dispera, si innervosisce. Ma si arrende alla sensazione che da lui ci si aspetti in qualche modo più pazienza, comprensione, flessibilità. Anche se, in realtà, è ancora un bambino piccolo.

Perché a volte non riesco a evitare di chiedergli di dare un’occhiata a sua sorella. Di controllare che non salti sul divano, o che metta in bocca un oggetto pericoloso. Non dovrei farlo, perché so di gettare sulle sue esili spalle un senso di responsabilità che non sono pronte a sostenere. Eppure ogni tanto succede, perché sono distratta dalla frenesia quotidiana, o fiaccata dalla cronica stanchezza. Succede, e lui si trova a gestire un impegno troppo gravoso per la sua tenera età.

Perché ha dovuto imparare ben presto a fare tante cose da solo, obbligato da una ineluttabile scala di priorità e dal tempo che non basta mai.

Per tutte le volte in cui, più o meno espressamente, gli chiedo una ragionevolezza che non può ancora avere, e un livello di giudizio che non appartiene alla sua età. Per quando imploro la sua pazienza, negandogli un diritto fondamentale di ogni bambino piccolo. Quello alla fretta, all’egocentrismo e all’insofferenza. Perché all’età che ha adesso la sua sorellina, io ho dovuto obbligare i miei occhi a vedere in lui un bambino “grande”. Anche se portava ancora il pannolino, anche se ancora non parlava. Perché da quando è nata Flavia io combatto tutti i giorni con la tentazione di considerarlo per quello che non è: un figlio già cresciuto, un bambino che non è più piccolo.

Invece lui è solo un fratello maggiore. Il mio piccolo, piccolissimo figlio primogenito.

27 Febbraio 2017 4 Commenti
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10 cose che ho capito del rapporto tra fratelli

by Silvana Santo - Una mamma green 23 Dicembre 2016

Sono cresciuta senza sapere cosa volesse dire avere un fratello o una sorella. Non che sia stato terribile, ma è una mancanza che avverto con precisione ancora oggi, se non altro sul piano strettamente ideale. Anche per questo ho voluto che il mio primo figlio avesse quanto prima un compagno di viaggio, e osservando quotidianamente la relazione tra i miei figli mi sembra in qualche modo di recuperare parzialmente quella perdita. Ecco le 10 cose che ho capito del rapporto tra fratelli vivendo insieme a due bambini quasi coetanei.

1. Il sistema più efficace per sedare una disputa tra fratelli è dar loro un motivo per coalizzarsi contro un genitore.

2. Puoi sentirti autorizzato a picchiare tuo fratello (o tua sorella) senza esclusione di colpi e più volte al giorno, ma se qualcun altro si azzarda a sfiorarlo (o sfiorarla) con un dito, è un uomo morto.

3. Lo scoppio di risa improvviso e apparentemente immotivato tra fratelli è un fenomeno universale e senza tempo. A cui nessun antropologo riuscirà mai a dare una spiegazione razionale.

4. Il giocattolo del fratello è sempre più bello, interessante, desiderabile. Anche se è in tutto e per tutto identico al tuo.

5. La gelosia tra fratelli segue andamenti imprevedibili e periodici. Non è detto che a soffrirne sia sempre il primogenito, e neanche l’atteggiamento più imparziale e corretto di un genitore può riuscire a prevenirla con certezza.

6. Le dinamiche tra fratelli sono disciplinate da un codice esclusivo e flessibile, apparentemente privo di oggettività e senso della misura. Torti involontari e risibili si traducono spesso in offese gravissime, liti apocalittiche e questioni di principio infinite. Infamie colossali e zuffe sanguinose possono invece essere archiviate e dimenticate senza che ci sia neanche bisogno di chiedersi scusa.

7. Tentare di impedire che due fratelli quasi coetanei condividano bicchieri, cannucce, succhietti, fazzoletti di carta e bavaglini è un’impresa destinata a fallire miseramente.

8. Scaricare parte della tua colpa su tuo fratello o tua sorella è quasi sempre un’opzione valida.

9. Un abbraccio tra fratelli può trasformarsi in un incontro di lotta greco-romana senza il minimo preavviso, e senza che nessuno dall’esterno riesca a intuirne il motivo. E viceversa.

10. Un fratello minore è quella persona che non vorresti mai avere tra i piedi, ma senza il quale ti sembra di non avere il tuo complice perfetto e il tuo alleato più fedele. Un fratello maggiore è quella persona che ti rovina i piani come nessun altro, ma senza il quale ti sembra di non avere il tuo più indomito difensore e l’esempio migliore da seguire.

23 Dicembre 2016 3 Commenti
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Fratelli

by Silvana Santo - Una mamma green 29 Gennaio 2016

Due bambini quasi coetanei, due fratelli.

Lui ha parlato tardissimo, a voce sempre alta. In una lingua a tratti stravagante e un tantino ostica. Lei che ripete le parole come se fosse la cosa più naturale del mondo. Con una vocetta limpida e sottile.

Lei non ha quasi pianto per mesi, lui tantissimo (per colpa nostra, mi sa). Entrambi, quando strillano, sfiorano tuttora la soglia del dolore (per i timpani altrui!).

Lui ha imparato a camminare all’improvviso, deciso e intrepido. Il giorno prima gattonava e quello dopo correva. Sua sorella procede per lentissimi gradi, ogni settimana barcolla un po’ di meno e si spinge qualche passo più in là. Guardinga e circospetta, con prudenza, coi suoi tempi.

Lui tiene i piedi piantati bene al suolo. Sulle altalene non è mai troppo a suo agio, la vertigine sovrasta l’adrenalina, fa timore, disorienta. Lui si aggrappa e torna giù appena può. Lei si arrampica ad ogni appiglio, inclusi quelli più improbabili. Scala cose e persone con le ginocchia e con i piedi, sale e sale più che può. E salta, anche. Sempre in alto, più che in avanti. Un primate, coi piedi prensili come sua madre.

Lui, creatura acquatica fin da subito. Impassibile a schizzi, spruzzi, ondate traditrici. Sprezzante del pericolo e del freddo, instancabile e impermeabile. Praticamente un pesce. Lei, all’inizio cauta, a tratti scettica. Pian piano interessata, e poi incontenibilmente appassionata. Ma il bagno lo fa in piedi, e guai se le si propone di sedersi.

Lui che da piccolo adorava la pappa, e che adesso vivrebbe di pastasciutta. Lei che la pappa l’ha sempre rispedita al mittente, e che adesso mangia formaggi e pesce come se non ci fosse un domani.

Lui che si guarda da Artù e lo ammira da lontano. Lei che attenta alla sua (e alla propria) sopravvivenza tirando baffi e peli, affondando le dita nelle orecchie.

Loro che, con lo stesso trasporto, amano le macchinine, le costruzioni e le matite colorate.

Lui che si pulisce le dita ad ogni boccone, lei che pasticcia col cibo senza il minimo ritegno.

Lei che, per addormentarsi, mi accarezza il petto mentre la allatto. Lui che tocca la mia pancia fino ad abbandonarsi al sonno. Entrambi, da subito, ostinatamente desiderosi di tatto, di pelle, di vicinanza stretta e continua. Notte e giorno.

Loro così diversi eppure in qualche modo simili. Come se avessero, in fondo all’anima, un centro identico che pulsa della stessa luce. Unici e distinti, ma attaccati alla stessa radice, alimentati della stessa linfa.

Fratelli, che bella parola.

 

29 Gennaio 2016 6 Commenti
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Condividere (non) è un gioco da ragazzi

by Silvana Santo - Una mamma green 9 Dicembre 2015

Non dev’essere facile. Sei il centro del tuo mondo, piccolo tra i grandi, tutti pendono dalle tue labbra e si adoperano per realizzare i tuoi desideri. Ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana. Puoi utilizzare giocattoli e spazi a tuo piacimento, ogni cosa, a cominciare dal tempo di quelli che ti amano, ti appartiene.  E poi, all’improvviso, compare dal nulla qualcuno che è addirittura più piccolo di te. Occupa uno spazio fisico che prima era a tua disposizione, reclama attenzioni, riceve amore e abbracci e parole da chi prima li riservava solo a te. Impara a muoversi e si appropria di quello che prima era tuo. Tocca le tue cose, le usa, le assaggia, le smonta. La rompe, qualche volta. Si diverte con i tuoi giocattoli, come se fossero suoi.

Non dev’essere affatto facile riuscire a credere che quel piccolo intruso possa, col tempo, diventare un compagno di giochi fedele e straordinario. Che la sua presenza possa moltiplicare il divertimento, le risate, l’avventura. Che la sua fantasia, l’energia, la voglia di crescere possano arricchire la tua vita, fino a rendersi negli anni addirittura insostituibili. 

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Condividere è un atto di fiducia incommensurabile, richiede sicurezza di sé e molto autocontrollo. Richiede tempo, e un po’ di fatica. Specie se il nuovo arrivato non è poi così arrendevole.

Giocare insieme, per due fratelli di età molto ravvicinate, è una straordinaria palestra di coesistenza e condivisione. Una strada tortuosa fatta di scoperte emozionanti e crisi esplosive. C’è il momento idilliaco, in cui la collaborazione rende il gioco più divertente per tutti, e allora stare insieme diventa una specie di magia. Uno pensa e l’altro esegue, uno scherza e l’altro ride, uno comincia e l’altro finisce. Braccio e mente, complici e sodali. Piccoli insieme, diversi eppure simili.

Ma poi arrivano, inesorabili, la furia e lo scontro. Il mattoncino conteso, la postazione incedibile. La polemica insanabile per la musichetta sulla quale ballare (No, Piaia, sentiamo la canzone della lunaaaaaa!!”). E sono strepiti, spintoni e lacrime copiose. Sofferenza autentica, frustrazione che ti strizza lo stomaco.

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Ci vuole tempo, per imparare a condividere. Ci vogliono tanta esperienza e occasioni frequenti. Per questo, il mio consiglio pre-natalizio (non richiesto, ma mi perdonerete) è di regalare ai fratelli non troppo distanti di età giocattoli che possano utilizzare insieme. Perché abbiano l’opportunità di collaborare, confrontarsi e negoziare. Inventare insieme e insieme distruggere. Condividere, appunto. A casa nostra, ad esempio, vanno forte le costruzioni, di ogni colore e materiale. Soprattutto i mega bloks di Fisher-Price, che sono grandi e sicuri per i bimbi piccoli come Flavia, ma versatili e interessanti per quelli appena più grandi come Davide. E sono tanti, soprattutto, il che consente quasi sempre di evitare la zuffa per “il pezzo grande rosso”, o “il piede giallo del robot gigante”.

Non è sempre facile. Ma io mi illudo che tra uno strattone e uno strillo i miei figli stiano già cominciando a costruire la solida impalcatura che reggerà la loro relazione fraterna. Flessibile, colorata e incrollabile.

fisher-price megabloks

Post in collaborazione con Fisher-Price. 

 

9 Dicembre 2015 1 Commenti
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Un pannolino (lavabile) per due

by Silvana Santo - Una mamma green 4 Novembre 2015

Uno era alto e massiccio, l’altra è piccola e tonda. Uno ha sempre divorato i suoi pasti solidi, l’altra – a pochi giorni dal primo compleanno – continua a preferire di gran lunga il latte di mamma. Uno, soprattutto, è maschio, mentre l’altra, evidentemente, non lo è. Inevitabile allora che i pannolini lavabili che Davide ha usato (e usa marginalmente tuttora) con successo per tanto tempo si stiano rivelando meno efficaci con Flavia, con qualche tracimazione più o meno copiosa (soprattutto, mi pare di aver concluso, quando uso inserti assorbenti in microfibra al posto di quelli in bambù).

Può succedere, mi dicono altre mamme plurime avvezze ai lavabili.

E allora noi cerchiamo una soluzione, che possibilmente non preveda la sostituzione dell’intero parco pannolini, acquistato quasi tre anni fa pensando, per ragioni di sostenibilità e convenienza, di sfruttarlo anche per un eventuale fratellino (o sorellina, come poi è stato). Per ora, scartati i pochissimi inserti in microfibra che avevo, sto cercando di fare più attenzione nel regolare i pannolini (usiamo dei pocket taglia unica) e aggiungo uno strato assorbente quando prevedo pisolini o uscite lunghe. Mi pare che stia aiutando anche una cura particolare nel lavaggio: ho fatto qualche risciacquo extra, che ha eliminato residui di detersivo e migliorato l’assorbenza degli inserti.

Comunque non escludo, nell’immediato futuro, di comprare qualche booster aggiuntivo che offra un’assorbenza maggiore (a questo proposito: si accettano consigli su marche con ottimo rapporto qualità/prezzo, materiali, etc).

Tutto questo per dire: se avete amato, o odiato, un certo pannolino lavabile con il vostro primo figlio, non vi aspettate per forza la stessa esperienza con eventuali fratelli. Ogni bambino è diverso dall’altro, e anche ogni vescica lo è! 😉

4 Novembre 2015 6 Commenti
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due figli
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Amare due figli

by Silvana Santo - Una mamma green 15 Ottobre 2015

Quando hai due figli scopri che ti avevano mentito in molti. Che avere due figli, certo, significa amarli con l’identico, non misurabile, trasporto ma, allo stesso tempo, in modi del tutto diversi tra loro. Arrabbiarti con ognuno in modo differente, preoccuparti, esaltarti e riconoscerti per cose che variano profondamente da figlio a figlio. Che ognuno di loro evoca nella tua mente una sensazione specifica, che prima non avevi mai provato e che, ne sei sicura anche senza saperlo, resterà per tutta la vita esclusiva e perfettamente definita. Come se ciascuno dei due occupasse un posto non casuale dentro di te. Esclusivo e non intercambiabile. Quello che senza di loro sarebbe rimasto vuoto per sempre.

Davide, nel mio caso, è un impasto struggente di tenerezza ed empatia. Un amore molto cerebrale, mai del tutto sgombro da una sottile nota di apprensione e da un fugace senso di colpa. Faticoso, nel senso più edificante del termine, come le cose che ti riempiono l’anima e i sensi e le membra quando la sera te ne vai a dormire. Perché è fiducia da riguadagnare tutti i giorni, paura da vincere insieme e sicurezza da conquistare per lui oltre che per me. Un sentimento accorato, lievemente imbevuto di nostalgia, una infinita passione malinconica, che sa di immedesimazione e di profezia. Come guardarmi allo specchio e scorgere quello che sono e quello che sono stata, un amore di quelli che ti commuovi come fosse niente.

Flavia è la pienezza dell’amore mammifero. Tattile, olfattivo, ormonale. Pura chimica. Un’intesa istintiva, ma non per questo scontata. È l’appartenenza senza dubbi, granitica come un punto esclamativo, talmente solida da sembrare, in fondo, temporanea e labile. Un sentimento lieve, che rassicura, una sconfinata passione carnale che sa di pelle e di baci, vissuta nella speranza tremebonda che non si consumi mai. Come guardarmi allo specchio e scorgere quello che sono e quello che sarei voluta essere, un amore di quelli che ti commuovi come fosse niente.

Amare due figli è amare altrettante parti di te, e contemporaneamente, molte delle cose che ti mancano. In modo totalmente esclusivo per ciascuno dei due, ma entrambi nella stessa, identica, misura. Amare due volte, amare il doppio. Come se avessi due cuori.

15 Ottobre 2015 17 Commenti
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Perché i miei figli fanno sempre il bagnetto insieme

by Silvana Santo - Una mamma green 1 Ottobre 2015

Mio figlio e mia figlia fanno quasi sempre il bagnetto insieme, ed è una cosa che adoro. Per me, che da piccola non ho avuto mai nessuno con cui condividere questo momento, non è solo una questione pratica.

Mi piace pensare che per lunghi mesi, in momenti diversi, hanno abitato la stessa piscina privata al centro del mio corpo, e ora possano ritrovare quell’elemento comune in una liquida complicità. Insieme, vicini.

Mi piace pensare che piano piano, nel tempo, fare il bagno insieme permetterà ai miei figli di conoscere la loro diversità e di non esserne intimoriti. Di imparare a rispettarla senza imbarazzi o falsi pudori. Riconoscersi davvero per ciò che sono: innegabilmente differenti, ma identici nelle possibilità e nei diritti.

 

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Preferisco che i miei figli facciano il bagnetto insieme perché è un modo semplice per risparmiare tempo e acqua. Ecologico ed economico, oltre che divertente.

Adoro che, mentre fanno il bagno insieme, i miei figli spruzzino e si schizzino a vicenda. Mi piace che abbiano con l’acqua un rapporto franco e fisico, che non abbiano timore di “ondate” e getti improvvisi, che si sentano a loro agio con l’acqua che gronda dai loro capelli, che gli cola negli occhi, che gli finisce in bocca. Che diventino una cosa sola con l’elemento in cui ci siamo formati, come specie e come individui.

Mi piace il suono delle loro voci argentine che rimbalza tra le pareti della doccia. Ammorbidito dal vapore e dalla schiuma leggera. L’eco delle loro risate che si confonde col rumore dei giochi tuffati nell’acqua del bagnetto. Mi ricordano che sono vivi e vivaci, sani, giovanissimi e pieni di energia. Che sono felici.

Adoro che abbiano, alla fine, lo stesso odore delicato e appena percettibile. Le stesse dita raggrinzite e le guance imporporate dal medesimo calore. Come a sottolineare che sono fatti della stessa materia, inevitabilmente diversi eppure simili. Somiglianti, prossimi, Fratello e sorella, ora e per sempre.

E mi piace ritrovarli, dopo averli asciugati, con la pelle liscia e morbida e i capelli sottili, sparsi in ciocche anarchiche sul capo, soffici e leggerissimamente profumati. Per questo scelgo per loro prodotti dalla composizione il più possibile naturale e delicata. Come quelli della linea Chicco Natural Sensation: non sono ecobio, e non hanno INCI completamente verdi, ma sono privi di parabeni, fenossietanolo, coloranti, SLS e SLES (e io ogni tanto glieli rubo, perché mi piace tantissimo la profumazione, delicata e fresca).

 

1 Ottobre 2015 0 Commenti
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Chi sono

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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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