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una mamma per due

essere madreuna mamma per due

Quei nove giorni in cui ho temuto che mia figlia fosse sorda

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Dicembre 2014

Sono stata molto in dubbio sull’opportunità di pubblicare questo post. Ho deciso di farlo, alla fine, perché potrebbe forse servire a qualcuno che vive un’esperienza simile, oltre che per conservarne memoria io stessa.

Nove giorni. Tanto è durato il tempo in cui ho temuto che mia figlia potesse avere problemi anche gravissimi di udito. Nove interminabili giorni, in cui mi è stato chiaro come mai prima che basta un attimo per deragliare dalla cosiddetta “normalità”, per ritrovarsi a fare i conti con quello che si immagina accadere sempre e solo “agli altri”. Quanto sia sottile quel filo che rende ordinarie le nostre esistenze, quanto labile la linea che separa chi vive una vita qualsiasi e chi deve misurarsi ogni giorno con bisogni, abilità e attitudini speciali.

Nove giorni in cui ho dovuto guardare in faccia senza ipocrisie il mio rapporto con la diversità, chiedermi come sarei stata nei panni della madre di una figlia sorda, cosa avrei saputo fare per lei, cosa avrei temuto più di tutto, come avrei gestito le reazioni del mondo alla condizione di Flavia. Nove giorni dolorosi e illuminanti che sono stati un viaggio in territori inesplorati della mia psiche e della mia sensibilità, oltre che in un pianeta popolato di famiglie normalissime, bambini come tutti gli altri e genitori con risorse straordinarie.

Prima c’è stata la paura. L’incredulità, il rifiuto. “Non sta accadendo davvero, non a me. Non a mia figlia“. La diffidenza verso il medico che mi stava comunicando la potenziale cattiva notizia, il fastidio nel doverla ascoltare.

Poi è subentrata la speranza, mascherata da quell’istinto di madre che spesso intravede la verità – fulgida o dolorosa che sia – prima degli strumenti diagnostici, dei referti, prima delle sentenze inappellabili. “Mia figlia sobbalza ai rumori improvvisi, viene svegliata dai gridolini del fratello. Mia figlia, soprattutto, si calma quando le sussurro all’orecchio, si rilassa se le canto certe canzoni, mi fissa immobile quando le parlo con tutto l’amore che posso“.

Infine, è sopraggiunta la consapevolezza. “Se anche ci trovassimo di fronte a una diagnosi severa, abbiamo i mezzi, la cultura e la volontà per offrirle le cure più avanzate e tempestive, il supporto più incrollabile, l’amore più incondizionato“. In certi momenti, addirittura, ha quasi preso forma, nella mia mente, un pensiero eretico, ai limiti della follia: se fosse Flavia, a doversi misurare con la disabilità, almeno potrebbe contare su una famiglia che è nella condizione non scontata di poterla aiutare al meglio; tanti altri bambini, invece, di fronte alla stessa malattia non avrebbero questa possibilità.

Il sollievo è giunto in un mattino piovoso, in mezzo al dolore di tante madri e alla composta forza d’animo di altre. Tra padri piegati dalla fatica e dalla solitudine, e operatori sanitari avvezzi al dolore dei più piccoli, che probabilmente è il più grande di tutti. Circondato, soprattutto, da bambini ignari e innocenti, con sorrisi e lacrime identici a quelli di tutti i bambini del mondo, a cominciare dai miei.

Mia figlia sta bene, è destinata, per quanto possiamo saperne, a una vita normale e deliziosamente mediocre. Ma il verdetto più importante, e francamente tutt’altro che annunciato, lo aveva già emesso, alla fine di quei nove indimenticabili giorni, il mio cuore. La bambina che ho dato alla luce qualche settimana fa, la figlia mia e dell’uomo che ho scelto per la vita, sarebbe stata in ogni caso perfetta ai miei occhi, e per nessuna ragione al mondo l’avrei mai “scambiata” con una bimba sana, se anche questo fosse stato possibile.

Mia figlia è esattamente la figlia che voglio avere, la sola e l’unica, e sarebbe stata tale anche se a separarci ci fosse stata l’incomunicabilità più nebbiosa, il silenzio più ostinato. Dopo nove giorni di “se” e di “forse” ne ero ormai certa.

Il mio amore grande, più delle cure, della tecnologia e degli interventi medici, sarebbe in qualche modo riuscito a infrangerlo, quel muro impenetrabile.

Per la cronaca, che magari è di aiuto a qualcuno, alla dimissione dall’ospedale in cui è nata, Flavia è stata sottoposta, come di prassi in quasi tutti i punti nascita, al test dell’udito basato sulle otoemissioni acustiche, che ha dato esito dubbio (REFER) per entrambe le orecchie. Ci è stato detto che si tratta di una evenienza non rara, legata di solito alla presenza residua di liquido amniotico o vernice caseosa nei condotti uditivi, ma che occorreva rifare l’esame per escludere qualsiasi problema. Il test è stato ripetuto dopo un paio di settimane, con esito identico, spiegabile in teoria con l’interferenza di eventule catarro (in effetti mia figlia era raffreddata). A questo punto siamo stati caldamente invitati a sottoporre la piccola a un esame ABR, che consiste – perdonatemi se lo spiego in termini grossolani, ma è solo per intenderci – nell’applicazione di elettrodi sul cranio del paziente addormentato, nell’invio di stimoli acustici e nella registrazione delle risposte. Flavia è stata sottoposta al test nove giorni dopo, all’ospedale pediatrico di Napoli Santobono. L’indagine ha escluso la presenza di condizioni patologiche, evidenziando solo un deficit lievissimo e transitorio (e in ogni caso non invalidante) legato allo stato di raffreddamento della bambina.

10 Dicembre 2014 19 Commenti
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Solo col mio corpo

by Silvana Santo - Una mamma green 2 Dicembre 2014

Io e il mio corpo non siamo mai stati amiconi. Ci tolleriamo più o meno pacificamente da 33 anni, abbiamo superato abbastanza bene gli anni duri di un’adolescenza con pochi chili addosso, qualche problema di pelle e tagli di capelli sbagliatissimi. Diciamo che la nostra è una convivenza accettabile, ma il mio vero grande amore è sempre stato la mia testa.

Chi lo avrebbe mai detto, dunque, che sarebbe stato proprio il mio corpo – piccoletto, impreciso, fuori forma –  a sostenermi in uno dei momenti più cruciali della mia esistenza. A fare il grosso del lavoro, a risolvere tanti problemi, a farmi andare avanti senza (troppi) intoppi.

E invece eccomi qua, il seno per nutrire, ma anche placare, rilssare, addormentare, la figlia più piccola. Lo sterno nudo, la pancia, il collo, per sostenerla pelle a pelle, per farmi utero e placenta e convincerla che no, qua fuori in fondo non si sta poi così male.

E la pancia, ancora gonfia e molle, che rassicura il figlio maggiore. Il mio ombelico come vaso ricolmo di ambrosia, da sfiorare e accarezzare, che lo calma e lo accompagna nel sonno. Il nodo che mi legava a mia madre mentre mi formavo nel suo ventre, adesso in qualche modo mi tiene vicina a mio figlio, mi collega a lui.

E poi le spalle, il dorso, la schiena. Per sostenere mia figlia, avvolta nella sua fascia. Stretta a me, al mio corpo di donna, a quello che abbiamo in comune e che, dicono, ci fa somigliare.

La mia voce per cullare entrambi, le mani – una per parte – per accarezzarli. Gli occhi e la bocca rivolti all’uomo con cui li ho generati. Il mio corpo esegue ordini che nessuno ha impartito, risponde a comandi ancestrali, asseconda istinti chimici potenti e universali. Il mio corpo di animale, progettato esattamente per fare quello che sta facendo.

Il mio corpo con la sua semplicità, con la sua schiettezza franca, il suo pragmatismo. È con lui che, per una volta, tradisco la mia mente, così avvezza al superfluo, all’esagerato, all’innaturale.

Il mio corpo banale, operaio, a tratti ottuso. Il mio corpo di donna, di mammifero. Di madre.

2 Dicembre 2014 6 Commenti
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Mucchio selvaggio

by Silvana Santo - Una mamma green 28 Novembre 2014

Da quando è nata Flavia, il nostro maxi letto a tre piazze ha assunto definitivamente le sembianze di un accampamento berbero (o del castello di Craster del Trono di Spade). Cuscini, trapunte, plaid e copertine delle fogge più disparate vestono il letto matrimoniale e quello singolo che vi abbiamo affiancato qualche mese fa.

In realtà, nonostante l’apparente anarchia, niente è lasciato al caso, e ogni cosa è stata studiata per garantire il massimo comfort e la totale sicurezza a tutti gli occupanti del super talamo: la disposizione, il tipo di coperte, la quantità di cuscini. Flavia ha il suo spazio protetto, tra la parete e il mio corpo, supina su un materasso rigido, ben lontana dal piumone e cinta dal suo cuscino allattamento ecologico. Davide non può rotolare  accidentalmente giù dal letto, Artù ha il suo plaid su cui impastare e fare le fusa, e noi adulti, per quanto dispiaciuti di non dormire (temporaneamente) l’uno accanto all’altra, abbiamo spazio a sufficienza per riposare comodamente. C’è finanche un piccolo angolo del cambio allestito per le esigenze notturne dell’ultima nata (che viene lavata sistematicamente durante il giorno, per cui nottetempo si accontenta senza conseguenze di qualche salviettina ecobio).

Solo un paio di anni fa avrei provato orrore alla prospettiva di una tale promiscuità (e so che i tanti detrattori del cosleeping staranno seriamente rischiando una sincope…), ma noi al momento siamo sereni e soddisfatti. Non solo perché dormire tutti insieme ci consente di riposare in modo decente, sfruttando al massimo le ore di sonno che ci vengono concesse, evitando di raffreddarci, fare rumore, accendere la luce, etc. Ma perchè di notte, in camera nostra, si respira un’aria buona. Un’aria di pace e di famiglia, di carezze e sicurezza. Di calore e di fiducia. Un’aria di tana. Come se fossimo i primi uomini al riparo nella loro caverna calda, o gli ultimi esemplari di Homo sapiens sulla Terra che si confortano al chiarore di un piccolo Led di cortesia.

So per esperienza che non è il sonno condiviso a minare l’affiatamento di una coppia di genitori (semmai può diventare un alibi per amanti in difficoltà che non hanno il coraggio di guardarsi in faccia e ammettere di avere dei problemi), so che la privacy e l’intimità possono sopravvivere con sorprendente vigore anche al di fuori di un letto nuziale, che non è un stanza vuota a far funzionare le cose tra un uomo e una donna.

Quindi mi godo il mio pacifico affollamento notturno, finché dura. Comprendendo benissimo che non è un’opzione valida per tutti, ma che per noi, al momento, funziona a meraviglia.

28 Novembre 2014 18 Commenti
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come accettare parto cesareo
gravidanza e partouna mamma per due

La nascita di mia figlia: le cose che non dimenticherò

by Silvana Santo - Una mamma green 21 Novembre 2014

L’inspiegabile dolcezza del travaglio. Tale da rendermi difficile – a me, che pure di travaglio ne avevo già vissuto uno – capire che effettivamente era arrivato il momento di Flavia. La soddisfazione, subito dopo, nel constatare che mia figlia e il mio corpo avevano ascoltato le mie implorazioni: decidere liberamente il momento del parto, sfuggire, almeno questo, a una programmazione artificiale e imposta che proprio non volevo.

Il panico sordo nel momento in cui mi è stata prospettata l’ipotesi di una anestesia generale. La prospettiva angosciante di non poter vedere subito mio figlio, di non avere informazioni sulla sua salute, di non essere la prima a conoscerne il sesso. Il terrore di avere, in seguito, difficoltà nell’allattamento. Il sollievo immenso quando ho saputo che le mie condizioni permettevano di procedere senza troppi rischi con l’anestesia spinale.

Il pianto sottile di Flavia. Deciso ma sobrio, ragionevole. Così diverso dall’urlo impaziente con cui suo fratello era entrato nel mondo.

L’emozione di saperla femmina (una conferma, più che una scoperta). Femmina come me, femmina come la donna che diventerà e con cui spero di riuscire a condividere un sacco di cose.

La naturalezza con cui lei si è attaccata al mio seno. Come se non avesse fatto altro per quasi nove mesi, come se qualcuno glielo avesse insegnato prima di concederle il lasciapassare per la vita.

Lo sguardo grigio di Flavia. Così inspiegabilmente intenso, così precocemente “pieno”. Quello sguardo speciale dedicato a sua madre.

cose che non dimenticherò flaviaIl piacere nel pronunciare finalmente il nome di mia figlia, dopo mesi trascorsi nella divertente tortura dell’incognita. Il suo nome rotondo e così lieve, sottile ma deciso, classico, vellutato e distinto. Un nome millenario, che sa di pietra e di naumachie, di imperatori sanguinari e gladiatori impavidi. Di tigri e martiri, di plebe e di papi. Eppure un nome così docile, leggero, flautato. Che ti spalanca la bocca – e il cuore – quando lo pronunci a mezza voce.

Il dolore fisico nel post-operatorio. Un dolore solido, arcigno. Che mi ha fatto pensare a un tradimento del mio corpo, improvvisamente lento, livido, inabile. Ripiegato su se stesso e sulla propria debolezza. Ma un dolore obbediente, disposto a recedere con la stessa fretta con cui mi aveva assediato. Reso addomesticabile dalla volontà granitica di occuparmi al meglio, e subito, dei miei figli.

La nostalgia bruciante della metà maschile della famiglia. La paura che niente, dopo quella separazione, potesse essere più come prima.

La presenza solidale e complice delle donne che mi hanno assistito. La loro totale gratuità, che una volta tanto ha colmato perfettamente il vuoto che mi porto dentro per l’assenza di sorelle (e fratelli).

L’amore con cui Flavia è stata accolta dai suoi nonni, la partecipazione accorata e discreta di tante amiche lontane, l’indifferenza di gomma di tanti altri amici, che non hanno ancora trovato 5 minuti per venire a conoscere mia figlia, o almeno per farmi una telefonata (e in qualche caso neanche 30 secondi per mandarmi un messaggio di auguri).

L’affetto concreto del mondo del web, a cominciare da chi nel tempo si è affezionato a questo blog. Una presenza tangibile e sincera che non dimenticherò mai.

L’agitazione nel tornare a casa da mio figlio. Il desiderio di tuffare di nuovo i miei occhi nei suoi, mischiato al timore di una sua reazione rabbiosa, o peggio indifferente. L’emozione struggente nel vederlo sciogliersi in un pianto commosso e incredulo, destinato a trasformarsi, appena qualche istante dopo, in un abbraccio sorridente. Il sollievo, la conferma, la certezza che la strada che stiamo percorrendo insieme è esattamente quella che fa per noi.

Il primo sguardo di Davide a sua sorella. Non già di tristezza, non già di irritazione o di paura. Semplicemente, uno sguardo un po’ disgustato, come se avesse appena inghiottito un boccone troppo amaro. Sarà il tempo, insieme all’impegno quotidiano di mamma e papà, a riempire quegli occhi di amore e di orgoglio fraterno (o almeno, questi sarebbero gli auspici).

L’imprevista tranquillità dei primi giorni a casa con la mia famiglia. La lentezza, i silenzi, il mio corpo stanco che recuperava vigore. La meraviglia infinita di scoprire che davvero adesso ho due figli. La resa, incondizionata e felice, a questa condizione nuova, la pace, l’attesa curiosa di quello che sarà. L’opposto del tormentato inizio in compagnia di Davide, così pieno di dubbi, resistenze, intromissioni tollerate e paure. Quell’inizio traballante che mai saprò perdonarmi.

Infine, l’impassibilità di Artù, forse definitivamente rassegnato alle presenze infantili, o semplicemente consapevole – anche lui, finalmente – che l’amore di una madre per i suoi figli non può che moltiplicarsi insieme al loro numero. Fino all’infinito e oltre.

21 Novembre 2014 19 Commenti
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Doppia separazione

by Silvana Santo - Una mamma green 7 Novembre 2014

Non so se sono ancora pronta a quella che di fatto sarà una doppia separazione.

Dal mio primo figlio, che non ho mai lasciato così a lungo, e che forse passerà il tempo a chiedersi dove sia finita sua madre, oppure scoprirà che in fondo si sta benissimo anche senza di lei (e non so, in tutta franchezza, quale delle due eventualità mi faccia più paura…). E dal mio secondogenito, dal quale dovrò separarmi nel senso più fisico del termine, recidere quel legame di sangue, pelle e fluidi che ci rende una persona sola con due distinte identità.

I miei figli, che negli ultimi mesi sono stati, forse paradossalmente, quelli che più hanno mitigato una solitudine – in parte subita, in parte capitata, in parte autoimposta – che altrimenti avrebbe finito col prostrarmi.

Li ritroverò entrambi. Fuori dal mio corpo e, come è giusto che sia, appena più indipendenti dalla donna che li ha generati, e che ogni giorno prova a partorirli ancora, in un travaglio faticoso ed esaltante che, probabilmente, non si concluderà mai.

Niente, però, sarà più come prima, nel bene e nel male. E saperlo in anticipo, senza ombra di incertezza, dà una vertigine che a tratti spezza il respiro.

7 Novembre 2014 7 Commenti
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Mai più incinta. Mai più completa

by Silvana Santo - Una mamma green 31 Ottobre 2014

L’attesa sta per compiersi. Il tempo liquido del “non ancora”, in cui tutto può succedere (nel bene e nel male) è quasi concluso. Pochi giorni ancora e poi smetterò di essere incinta. Presumibilmente per sempre, salvo imprevisti eclatanti o improbabili ripensamenti. Mi chiedo se e cosa resterà nella mia memoria. Quanto di questi lunghi anni di pienezza, trascorsi in un corpo alternativamente, se non contemporaneamente, gravido o in allattamento, rimarrà a farmi compagnia mentre i figli cresceranno, e io saluterò una volta per tutte, di certo senza averne piena coscienza, la mia lunga giovinezza.

Riuscirò a ricordare la sensazione di un corpo che cresce sotto al mio respiro? Di un figlio che mi colpisce dall’interno, con una indifferenza che presagisce il cinismo con cui forse mi tratterà – me, sua madre – negli anni dell’adolescenza? Di una mano piccolissima che mi accarezza dove nessun altro potrebbe mai, che un millimetro alla volta mi sposta il cuore un po’ più in là?

Resterà nelle mie orecchie lo scorrere di quel flusso mistico di sangue e cellule e molecole che costruisce e modella e rimpingua un essere umano che prima non esisteva, e che adesso occupa uno spazio che non sapevo ci fosse, al centro di me? Uno spazio sempre più grande, destinato a lasciare un vuoto che, forse, niente e nessuno potrà mai più obliterare di nuovo?

Scomparirà quel brivido adrenalinico di onnipotenza di chi, con l’arroganza che appartiene solo agli umani, si mette un bel giorno a imitare Dio, plasmando dal nulla, nel silenzio amniotico delle proprie viscere, un essere che non c’era, dandogli un nome, un corpo, dei connotati? Costruendogli un’anima, replicando quell’eresia così naturale che si ripete imperterrita dall’alba più lontana della storia dell’umanità?

Non sono in grado immaginare cosa resterà, nella mia mente, della mia pancia tesa, delle vene azzurrognole che solcano la mia pelle, del respiro accorciato dall’urgenza di crescere del figlio che mi nuota dentro.

Quello che so con certezza granitica, però, è che il mio corpo diviso – che per altri nove mesi è stato mio come non mai, ma non più soltanto mio, che ha ospitato un cuore e una mente altri, ma fatti da me e di me, che ha visto mischiarsi il mio sangue di madre con quello piccolo di un figlio – non potrà mai più tornare integro, mai completo.

Avrà due pezzi di sé sparsi per il mondo. Due germogli cresciuti e trapiantati chissà dove, nutriti da un humus sconosciuto, ma impastati della stessa linfa che mi scorre dentro. Con le radici affondate per sempre dietro al mio ombelico, nel vuoto roseo e ovattato che risiede tra la mia schiena e la pelle quasi trasparente.

Fino all’ultimo respiro che esalerò, l’integrità del mio corpo di madre non mi verrà mai restituita. A causa della sola mutilazione capace di migliorarti la vita, invece di sciuparla per sempre.

31 Ottobre 2014 37 Commenti
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Secondogeniti, inquinamento e compromessi

by Silvana Santo - Una mamma green 18 Settembre 2014

Tra le innumerevoli – e per lo più irrisolte – domande che mi sono fatta prima di pensare ad un secondo figlio, ce n’è una che tradisce le mie ansie e le attitudini green. Visto che siamo così tanti al mondo (e questo è tanto più vero per noi italiani e ancora di più per gli abitanti delle mie zone), è giusto gravare ulteriormente sul pianeta? Non sarebbe più ragionevole limitare l’incremento demografico, eventualmente realizzando il proprio desiderio di maternità (e paternità) percorrendo strade che non prevedano, per giunta una seconda volta, un pancione e un neonato?

Il mio ventre arrotondato rappresenta la prova eloquente della risposta che mi sono data questa volta come la precedente, ma non posso comunque chiedermi quanto possa alla fine “impattare” un secondogenito sullo stile di vita familiare.

Di sicuro i figli cadetti sono dei campioni di “riciclo”. Specie quando, come nel nostro caso, c’è poca differenza di età con il primogenito, si possono riutilizzare moltissimi oggetti, allungandone il ciclo di vita. Vale per gli indumenti e per la biancheria, ma anche per marsupi, passeggini, culle, seggioloni e quant’altro. L’equipaggiamento da bebè può essere quasi integralmente recuperato per il secondo figlio, con evidente sollievo per le finanze di famiglia e per l’ambiente.

D’altro canto, però, la consapevolezza della fatica che ci attende e della carenza di tempo che dovremo affrontare dopo il nuovo arrivo può far sentire, forte, la tentazione di “cedere” su alcuni punti. Di derogare in qualche caso – magari per un tempo limitato – ai nostri principi ecologisti. O almeno, questo è quello che è capitato a me, che nonostante mi proclami “green”, sono ancora in cammino sulla strada della sostenibilità.

Concretamente, ho già deciso che, nei primi mesi di vita del mio secondogenito, chiuderò un occhio su alcune questioni cui di solito faccio molta attenzione. Prevedo ad esempio di sospendere per qualche tempo l’uso, pur soddisfacente, dei pannolini lavabili, di abbandonare i soliti tovaglioli di stoffa per passare a quelli, più pratici ma più inquinanti, di carta; di concedermi addirittura, specie nelle primissime settimane dopo il parto, qualche stoviglia usa e getta compostabile, qualche piatto pronto e qualche vaschetta di alluminio da estrarre rapidamente dal congelatore.

Compromessi. Di cui so già che ogni tanto mi sentirò in colpa, ma che l’esperienza di madre mi suggerisce di concedermi. Perché la perfezione non è roba per genitori, o almeno non è roba per me.

18 Settembre 2014 7 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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