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Categoria:

animali

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Perché amo il mio gatto

by Silvana Santo - Una mamma green 24 Febbraio 2017

Amo il mio gatto perché nel suo affetto non c’è traccia di condiscendenza, di sudditanza, di sottomissione. La sua presenza, la tenerezza, le sue fusa sono un dono mai scontato. Una decisione libera. A volte una vera e propria concessione.

gatto 3Lo amo perché mi dà continuamente l’impressione che non sia stata io a scegliere lui, ma il viceversa. E che potrebbe cambiare idea in ogni momento.

Perché quando decide di manifestarlo, quel suo amore felino e altezzoso, lo fa con un abbandono e una voluttà senza paragoni. Ama e si lascia amare senza rintegno, così come, in altri momenti, manifesta senza mezzi termini il suo fastidio e la sua insofferenza.

Perché ha le idee chiare, sempre. Su quello che gli piace e su quello che detesta. Su quello che vuole o non vuole fare. E non le cambia per compiacermi, per rispettarmi, per mostrami la sua gratitudine. Lui è come è, nel bene e nel male. Chi vuole può amarlo con le sue idiosincrasie e i suoi slanci di tenerezza. Per le sue morbidezze e per le sue asperità. Per le fusa sonore, che si sentono da metri di distanza, e per i suoi morsi a tradimento. Senza preavviso e senza (apparente) ragione.

Perché mi insegna di continuo che a volte amare qualcuno significa lasciarlo libero, dover rispettare i suoi spazi e i suoi umori. Accettare anche che l’altro ti ignori, o addirittura ti respinga. Magari pure in malo modo. Accontentarsi, ogni tanto, di guardarlo da lontano, con discrezione e con pazienza. Aspettare che sia lui a cercarti. Imparare ad esserci quando ha bisogno di te, accettando invece di farti da parte quando di te non ha molta voglia. Ecco, sopra ogni cosa, perché amo il mio gatto.

gatto1Lo amo perché a volte è buffo e ridicolo, e altre è elegante e sinuoso. Ma è sempre lui. Inconfondibile e unico.

Lo amo per la sua indifferenza. Per la sua ostinazione. Per la libertà che trasuda, nonostante conduca, di fatto, una vita da recluso. Lo amo perché nonostante la sua esistenza così artificiale resta in qualche modo un animale profondamente selvatico.

Dio ha creato il gatto per permettere all’uomo di accarezzare una tigre, diceva Richelieu (o forse Fernand Méry, la rete sembra un po’ confusa, a questo proposito). Forse non sarà proprio così, ma già poter accarezzare un gatto è un dono prezioso e un privilegio per cui ringraziare.

Amo il mio gatto perché insegna ai miei figli – molto meglio di quanto saprei mai fare io – che a volte amare significa anche dimenticare una zampata a tradimento. Perdonare, ricominciare. Perché i graffi passano, ma l’amore vero resta per sempre.

gatto

24 Febbraio 2017 4 Commenti
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Il cane nella macchina blu

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Luglio 2016

Lo ha scoperto mia figlia, un pomeriggio di primavera in cui mi aspettava sotto casa insieme a mia madre, mentre io andavo a riprendere suo fratello all’asilo. Un meticcio senza particolare bellezza, acciambellato sul sedile posteriore di una utilitaria qualsiasi, parcheggiata a pochi metri da casa nostra. Da allora per Flavia è diventato “il cane nella macchina blu”. Per me, quando ho realizzato che la scena si ripeteva più o meno di frequente, si è trasformato invece in un pensiero via via più angosciante. Un povero cane costretto ad aspettare per ore nell’abitacolo rovente di un’auto. Ho detestato istintivamente il suo proprietario, mi sono chiesta come fare per risolvere la situazione, ho pensato di rivolgermi quanto prima alle autorità. E lo avrei fatto, se mia madre non mi avesse raccontato cosa le ha detto, un bel giorno, il proprietario della macchina blu.

Quel cane viveva randagio nei pressi dell’azienda (o del magazzino, ma è un dettaglio del tutto ininfluente ai fini del mio racconto) in cui lavorava l’anziano guidatore della piccola utilitaria. Il vecchio gli portava tutti i giorni da mangiare, gli concedeva coccole fugaci nelle sue pause di lavoro, gli raccontava la sua vita e immaginava di sentire a sua volta le memorie canine che il meticcio aveva da condividere. A volte riposavano insieme per qualche minuto, in silenzio. Come due vecchi amici sopravvissuti alle stesse tempeste e ad amori diversi. Altre volte, nei pomeriggi più freddi, l’uomo apriva lo sportello posteriore della sua macchina blu, e il cane si andava ad acciambellare alle sue spalle, soddisfatto e tranquillo. Poi la giornata di lavoro finiva, i due si salutavano e l’automobile ripartiva piano, pronta a tornare l’indomani.

Tutto uguale, estate e inverno, per settimane, mesi e anni. Tutto uguale, fino a quello che sarebbe stato l’ultimo giorno di lavoro dell’attempato automobilista. La pensione ad attenderlo, come un premio o come una condanna, oltre l’ultimo timbro di cartellino. Chissà cosa si sono detti, quel giorno, salutandosi l’ultima volta. Questo l’uomo non lo ha raccontato, o forse non se lo ricorda più. Ma il cane, quel pomeriggio di qualche tempo fa, è saltato in macchina e non c’è stato più verso di farlo scendere.

Da allora, quella macchina blu è la sua casa. L’anziano pensionato la tiene pulita, la equipaggia con acqua e viveri, apre il finestrino nelle giornate più calde. Prende il cane di peso e lo accompagna fuori per fargli fare i suoi bisogni, ma ogni volta lui torna ostinato a quel vecchio sedile sformato. Come se in quella seduta stretta ci fosse il senso ultimo della sua vita, il suo posto nel mondo, l’amore che ha trovato alla fine della sua esistenza canina.

La fine di questa storia è ancora da scrivere. Parla di un uomo generoso che io avevo giudicato con troppa fretta e superficialità. Di un animale testardo che ha scelto di invecchiare sul sedile posteriore di una vecchia utilitaria. E di una bambina piccola che ti prende per mano e ti chiede di andare a salutare il cane nella macchina blu.

11 Luglio 2016 6 Commenti
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Intorno a noi, sotto i nostri piedi

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Maggio 2016

I cani e i gatti, certo. Quei felini di strada magri e fieri, pieni di ferite come vecchi lupi di mare, lo sguardo altero e il passo ondeggiante. E i cani a passeggio, affettuosi o guardinghi, giovani e vecchi, tutti col naso umido e la coda pronta a scattare, come un sorriso. I randagi luridi e dinoccolati, sempre disponibili a farti compagnia per un pezzetto del tuo cammino.

I cani e i gatti, prima di tutto, ma non soltanto loro. Le lucertole nascoste lungo i bordi dei muri e i gechi arrampicati sulle pareti a prendere il sole. I piccioni, infestanti e un po’ molesti, i gabbiani confusi dall’odore delle discariche. Passeri e merli, rondini e gazze. Cornacchie e pettirossi. Gli storni, a ricamare il cielo vespertino con le loro danze di gruppo. I nidiacei ancora implumi che esalano l’ultimo respiro qualche metro sotto il buco da cui sono caduti, dati in pasto senza rimpianto alla legge di selezione naturale. I gusci delle uova dischiuse, che a primavera, se guardi bene e sei fortunato, puoi scovare tra la polvere e le foglie secche di certe strade di città.

Le oche selvatiche e i germani nei torbidi specchi d’acqua dei parchi urbani. Qualche cigno, negli anni migliori. Di passaggio nelle migrazioni, oppure di stanza per sempre. Per pigrizia, per errore, per comodità. I pesci rossi nelle fontane, le tartarughe abbandonate, le rane nascoste tra le foglie e i girini che dimenano la coda. Quanti ne moriranno, senza una lacrima. Le libellule che sembrano elicotteri, le farfalle, sempre più rare e sempre più piccole. Le falene spettrali nelle notti d’estate.

E i pipistrelli, che tornano a marzo sempre di meno, ma appena li vedi volteggiare al tramonto sai che la primavera è di nuovo qui, nonostante tutto e nonostante noi. Le api e le vespe, gli scarabei cangianti e le coccinelle minuscole. Le infaticabili formiche e i sudici scarafaggi. Le piccole scolopendre e tutto il mondo microscopico che brulica silenzioso ai tuoi piedi. Bruchi, lombrichi e larve. Le chiocciole imperturbabili che ti scrutano dalle punte delle loro antenne. Piccoli alieni dentro un’astronave di calcare. I ragni, architetti magistrali e impassibili. Le cavallette e i grilli color metallo.

E ancora, la verdeggiante maestà delle piante e degli alberi. La corteccia dei platani e il profumo dei gelsomini, la resina dei pini, appiccicosa come miele, e il polline che fa starnutire. I denti di leone, impalpabili come desideri, le chiazze di trifogli e l’edera che si arrampica sul mondo. L’ortica che pizzica, l’oleandro che intossica. L’esplosione delle rose e i fiori di camomilla, minuscoli, capaci di annullare, per lo spazio di un’aiuola, l’odore dello smog e dei rifiuti.  I licheni, confusi coi resti fossili delle gomme da masticare. I funghi un po’ striminziti che spuntano in autunno nei quadrati di terra umida.

La natura è dappertutto. Intorno a noi, sotto i nostri piedi, sulle nostre teste distratte. Ci governa, ci pasce, a volte ci contrasta. Riempie i nostri occhi e la nostra vita, appena glielo lasciamo fare. La natura potrebbe colorare le giornate dei nostri figli, anche in città. Anche nella città più squallida e grigia, nella periferia più desolata e arida. La natura, credo, potrebbe salvarci. Basterebbe soltanto volerlo.

11 Maggio 2016 2 Commenti
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Flavia, Davide e gli animali

by Silvana Santo - Una mamma green 1 Aprile 2016

Mia figlia Flavia ha una passione incontenibile per gli animali, da quando era piccolissima. Minuscoli e giganteschi, quadrupedi e bipedi, volanti o striscianti non importa. Le piacciono tutti, li ama, la entusiasmano. Non si scompone se un cucciolo si fa travolgere un po’ troppo dall’esuberanza (“Mamma, cane morso. Un altro!”, ha risposto qualche giorno fa, col sorriso, a un morsicino affettuoso del cagnolino di sua zia), tra le scimmie della Repubblica Dominicana e i pappagalli di Tenerife l’ho vista eccitata e felice come mai prima. Flavia ha imparato prima i versi delle bestie che il suo stesso nome, e il nostro povero micio è spesso oggetto di attenzioni esagerate, che sopporta con malcelata insofferenza. I surrogati – di pezza, carta, plastica o legno – possono andar bene per un po’, ma il vero sballo è dire roar, o cra, o behh. All’unisono con gli autentici Durerà questa affinità elettiva di mia figlia con gli animali terrestri, acquatici e ipogei? Chi lo sa. Ma io lo spero tanto, perché vederla così a proprio agio con loro mi fa intravedere, nel suo futuro, un carico eccezionale di amore assicurato. E amicizia, tenerezza, avventure e mistero.

davide animali

Suo fratello Davide condivide la stessa passione. Purché, va detto, le bestie non siano troppo mobili o a contatto troppo ravvicinato col suo corpo.  Va bene osservarle, anche da molto vicino, sentirle “parlare” e commentarne le imprese in diretta, ma guardandosi sempre dall’eccedere in confidenza e smancerie. Regola che tra l’altro si applica ferrea anche alla maggioranza degli esemplari di Homo sapiens che mio figlio intercetta sul suo cammino. Sarà anche per questo che Davide impazzisce – lo ha confermato di recente a Firenze – per gli animali impagliati. Sono realistici e grandi, facili da osservare da vicino, ma stanno sicuramente al loro posto. Non fanno sorprese, insomma. (E peccato che non si possano imbalsamare anche certe persone, mi viene ogni tanto da pensare). All’occorrenza possono andare bene pure cartonati e sculture pop, ma niente supera il fascino di un reperto in formalina o di uno scheletro esposto in una teca. Che sia un precoce segnale di una passione del primogenito per le scienze naturali? Non saprei, e a dire il vero non so neanche se augurarglielo, vista la propensione molto scarsa del mondo a interessarsi di queste faccende (sic!).

Fatto sta che a me piace tanto questa vita affollata fatta di bestie brulicanti, saltellanti o immobili. Di tane e nidi, ciotole e giacigli. Mi piace che i miei figli si ritrovino ogni tanto le mani piene di piume o di peli, che abbiano la possibilità di ascoltare voci diverse e fissare sguardi altri. Che riconoscano qualcosa di sé, a volte la parte migliore, anche in qualcuno che non sia per forza un essere umano. Vorrei che durasse, farò in modo che duri. Che la vita dei miei figli, finché dipenderà da me, sia sempre piena di zampe, code e pinne. Piena di amici, piena di magia.

(La foto di copertina è stata scattata da Alessia di Mamma in città).

1 Aprile 2016 6 Commenti
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Vorrei essere una mamma animale

by Silvana Santo - Una mamma green 27 Ottobre 2015

Vorrei essere una elefantessa, che si tiene accanto suo figlio per 3 anni prima di lasciarlo al mondo. Che lo allatta, lo accarezza, lo difende, senza per questo sentirsi strana o morbosa.

Vorrei essere una mamma di pinguino imperatore, che sa delegare senza remore al suo compagno la cura del suo uovo fragilissimo. Senza giudizi o paragoni, soltanto fiducia.

Vorrei essere una gatta, pronta a spiegare ai suoi piccoli quali sono i limiti da non travalicare. E capace di non sentirsi in colpa se a volte difetta di pazienza e reagisce un po’ troppo bruscamente.

Vorrei essere una leonessa, chiamata a un compito cruento ma necessario. Capace di sporcarsi le zanne e snudare gli artigli senza rimorsi, in risposta a un istinto ancestrale che le dice soltanto di nutrire i suoi figli.

Vorrei essere un cigno, che guarda i suoi anatroccoli così diversi da lei, eppure li riconosce e si riconosce. Immune alla tentazione di specchiarsi e di identificarsi a tutti i costi.

Vorrei essere una koala, a cui non servono fasce ad armatura diagonale per portarsi addosso i suoi figli.

Vorrei essere una iena, che se ne frega di quello che in giro si dice di lei, perché sa che il suo posto nel mondo è importante e prezioso. E insegna ai suoi figli che essere iene, se nasci iena, è una cosa di cui andare fieri.

Vorrei essere una rana, che al momento giusto affida all’acqua la sua prole e poi va oltre. Che si fida, e sa dimenticare.

Vorrei essere una lupa, che prende i suoi piccoli tra le fauci e li porta al sicuro. Senza stringere troppo e senza rischiare che si facciano male.

Vorrei essere una mamma animale. A cui non servono libri, forum e pediatri. Che sa riconoscere la voce potentissima e infallibile del proprio istinto e vi si affida senza esitazione.

27 Ottobre 2015 8 Commenti
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Dove c’è un gatto, c’è casa

by Silvana Santo - Una mamma green 20 Ottobre 2015

Esiste un detto inglese, secondo il quale un gatto è in grado di trasformare una house in una home (non è facile da rendere in italiano, forse potremmo tradurlo con “Un gatto trasforma un’abitazione in una casa“). Il significato mi è sempre stato chiaro, specie da quando, quasi quattro anni fa, Artù è venuto a vivere con noi, col suo carico di fusa e zanne e peli infestanti (soprattutto peli).

Ma è da quando Davide ha iniziato a parlare che ho realizzato davvero la profonda verità di quella massima buona per le calamite da frigo. Quando rientriamo da una passeggiata, dall’asilo, o da una visita ai nonni; quando è stanco e non ha voglia di uscire; quando si fa buio, oppure piove; quando la luna splende sui tetti, mio figlio chiede, semplicemente, di tornare (o di restare)

a casartù.

Nessuno glielo ha mai suggerito. Forse nessuno di noi adulti ci avrebbe mai pensato, a dire il vero. Ma la sua casa, in un certo senso, è il nostro gatto. Anche se dorme quasi tutto il giorno, e spesso non ha voglia di giocare. Anche se scappa a nascondersi quando lui e sua sorella giocano troppo rumorosamente. Anche se è una fiera, facile alla zampata e avvezza al morso.

Artù è a casa e ci aspetta, tutti i giorni. Di più, Artù è casa. La nostra casa di ciccia e di pelo.

E ai miei figli non posso che augurare di avere sempre, in qualche posto del mondo, una casartù a cui fare ritorno quando il buio si fa più fitto e la tempesta impazza.

20 Ottobre 2015 6 Commenti
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gatto in casa
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Amo il mio gatto. E gli ho rovinato la vita

by Silvana Santo - Una mamma green 6 Maggio 2015

Per prima cosa l’ho strappato a sua madre, l’ho portato via dalle sue sorelle gemelle. L’ho chiuso in una gabbia e caricato su un’auto per trasferirlo a casa mia. Durante il tragitto se l’è fatta addosso per la paura. Gli ho dato una medicina che mandasse via i parassiti, poi gli ho insegnato a fare i suoi bisogni in una scatola di plastica.

Quando è stato abbastanza grande, l’ho portato da un medico perché gli asportasse i testicoli. Ho pagato un professionista per farlo mutilare.

Da più di tre anni lo nutro ogni giorno con cibo in scatola, selezionato, cotto, talvolta addizionato. Lui, un predatore addestrato da millenni di evoluzione, adesso si affila gli artigli su un paletto di corda. A volte lascio entrare di proposito delle mosche dalla finestra, tanto per ricordargli che è nato cacciatore e assassino. Ogni 12 mesi lo sottopongo alla vaccinazione annuale. Lo spazzolo regolarmente, gli faccio mangiare un prodotto che lo aiuti a digerire i suoi stessi peli. Quando era piccolo lo intrattenevo con delle bacchette con in cima una piuma, ora è diventato grasso e pigro, qualche balzo dietro una palla di carta stagnola è il massimo che si, e mi, concede. Gli servo solo acqua in bottiglia, a basso residuo fisso, perché soffre di calcoli urinari da quando aveva pochi mesi.

Non esce mai, troppo pericoloso. Il suo mondo inizia e finisce col perimetro della mia casa, il solo cielo che conosce ha una finestra per cornice. Un ergastolo d’amore e croccantini al salmone.

Quando piove forte mi sembra sinceramente di avergli fatto un favore. Lo guardo dormire al caldo, placido e grasso, senza pensieri. Mi dico che è fortunato ad avermi incontrato. Che mangia più e meglio di miliardi di persone, che se tutto va bene vivrà ancora per lunghissimi anni. Che la sua specie neanche esisterebbe, se gli umani non l’avessero in qualche modo selezionata, differenziata e plasmata a partire dai suoi progenitori indomiti e ferini. Ma a primavera mi pare che riconosca il richiamo dei suoi simili, liberi e quasi selvatici. Quei randagi spelacchiati e magrolini che litigano all’alba e rischiano ogni giorno di morire avvelenati, azzannati, maciullati da una macchina. E allora faccio fatica a vedere il senso. Mi domando se sia stato giusto incatenare la sua natura per renderla compatibile con la vita degli uomini. Negargli la libertà per consentirgli di vivere più a lungo.

Cosa avrebbe scelto lui, se avesse potuto? Cosa mi dicono ogni giorno quei suoi occhi attoniti e mobilissimi?

Io voglio bene al mio gatto quasi come a un figlio. Ma forse gli ho rovinato la vita.

6 Maggio 2015 58 Commenti
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Cose che invidio al mio gatto

by Silvana Santo - Una mamma green 12 Marzo 2015

Scegliere dove dormire (tra almeno 7 alternative allettanti)
Io mi limito a svenire nel primo lato disponibile del lettone a tre piazze. Ora so perché si dice “cadere addormentati”.

Andare in bagno da solo
Chiudendosi per giunta la porta alle spalle, visto che usa una cassettina chiusa.

Il diritto alla strafottenza
Che poi è l’articolo primo della Costituzione felina: la facoltà di fregarsene di tutto quello che lo circonda, a prescindere dalle proprie responsabilità.

Salire sui mobili alti
E guardare ogni cosa da una prospettiva altra.

Stendersi al sole, perfino dentro casa
E lo dice una che ha sempre odiato la tintarella.

Decidere chi deve coccolarlo, in che modo e per quanto tempo
E permettersi di far capire quando è ora di smetterla piantando le zanne nel malcapitato.

Essere grasso e sedentario
Sfruttando la scusa della castrazione.

Trovare il massimo divertimento in una pallina di carta stagnola
O anche nella propria coda.

Spruzzare una secrezione mefitica ogni volta che si sente minacciato da qualcosa/qualcuno
Altro che spray urticanti e taser! Se anche noi potessimo fare altrettanto…

Farsi la doccia in qualunque momento, luogo e circostanza
E il bidet, e la manicure, e la messa in piega.

Usare le orecchie per comunicare
“Attenzione, gente: c’ho i padiglioni piatti oggi, vi conviene decisamente stare alla larga!”. Un sogno…

 

12 Marzo 2015 4 Commenti
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Prima e dopo

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Febbraio 2015

Prima di avere figli:

I bambini capiscono tutto, basta spiegare le cose con calma e loro si rendono conto di ogni cosa.

Dopo: 

Davide, vedi, mamma ti sta preparando la merenda. Il tempo di spalmare un po’ di marmellata e potrai mang…… UAAAAAHHHHHH!! ME!MEEEEE!MEMEMEMEME! Sì, amore mio lo so che hai fame, ma ho bisogno di un minut…… AAAAHHHHHHHH! MEEEEEEEEEEE!

Davide, ti sei divertito in giardino? Anch’io, tanto. Però adesso è ora di pranzo, dobbiamo rientrare. Domani torneremo a gioc… NO! NO! NONONONONONO! BUHAAAAAAAAAAAAAA!

Amore, mamma deve uscire per un po’, tu resta qui con papà. NONONONONO! Stai tranquillo, tornerò presto, non preoccupar… UHAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!

Prima di avere figli (e gatti):

Educare bene un bambino (o un gatto) è possibile. Non occorre alzare troppo la voce, basta avere fermezza e non cedere mai.

Dopo

SBAM TUM STOMP! Davide, non devi lanciare le costruzioni di legno, potremmo farci male… BUM PEM STUTUM! Davide, non hai capito? Ci facciamo male, smetti di lanciarle o le metto via… PIM PEM BAM STUMF! Ok, Davide, se non sei in grado di giocare con questo gioco, mamma lo mette via. UAAAAAHHHHAAAAAA! Mi dispiace, ma è per il tuo bene. Non intendo cedere! BUAAAAAAAAAHHHHHHHH…..

Dopo qualche giorno…

Cosa vuoi? I mattoncini di legno? D’accordo, tanto adesso sai che non devi lanc…. STUD BUM BAM PEM!!

MEOOOOW! Artù, non ti permettere di mordermi, io non ti ho fatto niente! MIAAAAAAO! Provaci, e ti chiudo i  bagno per punizione! MEOOOOW MIAAAAAO GNAM! Ahiaaaaaa!! Artù, ma sei impazzito??? In bagno! È inutile che adesso fai le fusa… Così impari!

Un’ora dopo…

MIAAAAO! MEEEEEOOOOW! Artù, di nuovo? Guarda che ti rimetto in castig…. MAAAAOOO MEEEOWW GNAM GNAM GNAM!

Prima di avere dei figli (e gatti):

L’esperienza è fondamentale. È così che i mammiferi apprendono e imparano a riconoscere i pericoli.

Dopo

Davide, attento. Devi guardare avanti, mentre cammini. Altrimenti rischi di andare a sbatt… BADABAM! BUHAAAAAA! Hai visto? Te lo avevo detto!

Mezz’ora dopo…

Hey, cosa fai? Guarda dove va… SBAM! UAAAAHH,

Artù, non arrampicarti sull’armadio, se cadi ti fai mal… BUBUM MIAUUU! Ecco, così impari…

Due ore dopo…

No, micio, non sul frigorif… MAAAAAO CRASH BAM MEEEOO!

Morale:

Meglio non sentirsi Montessori senza aver prima avuto a che fare con un duenne.

 

 

17 Febbraio 2015 7 Commenti
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animali

10 cose che vorrei dire al mio gatto

by Silvana Santo - Una mamma green 14 Ottobre 2014
  1. So bene che mi ami, non c’è bisogno che tu mi morda il naso di continuo per ricordarmelo.
  2. Ti sono davvero grata per l’esclusivo privilegio che mi concedi ogni giorno, ma davvero non mi offenderei se qualche volta visitassi la lettiera quando io non sono nel bagno.
  3. L’aspirapolvere non è uno dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse.
  4. Non c’è proprio niente di interessante nel guardare un’umana seduta sulla tazza del gabinetto.
  5. Se le implorazioni dinanzi a un salmone sono tutto sommato accettabili per la tua dignità felina, gli sguardi compassionevoli rivolti a finocchi, uva e foglie di lattuga ti rendono davvero poco credibile.
  6. La tua coda non è commestibile.
  7. I fogli di carta non sono delle cucce per gatti molto ma molto sottili.
  8. La vendetta trasversale è un atteggiamento esecrabile: se hai delle questioni in sospeso con mio figlio o con suo padre, non vedo perché mai tu debba risolverle azzannando la sottoscritta.
  9. Le quattro di mattina non esistono, anche se tu ti ostini a credere il contrario.
  10. Sono fierissima delle tua abilità nella caccia alla mosca, ma mi sentirei alquanto sollevata se potessi evitare di distruggere mezza casa ad ogni battuta.
14 Ottobre 2014 10 Commenti
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Chi sono

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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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