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animali

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Il circo di Natale

by Silvana Santo - Una mamma green 5 Dicembre 2013

Quando ero piccola, in effetti, mi piaceva molto. Aveva il sapore familiare ma insolito dei rituali che si ripetono una sola volta l’anno, in genere a ridosso delle festività di dicembre. Era un’esperienza collettiva, per giunta. E per me, figlia unigenita di un figlio unigenito, che ancora immaginava fratelli a riempire un vuoto che sarebbe rimasto per sempre incolmabile, già questo lo rendeva un fatto speciale. Il circo di Natale aveva un gusto definito e sempre uguale a se stesso, così perfettamente riconoscibile da essersi stampato subito come impronta indelebile nella mia giovanissima memoria sensoriale. Eppure restava sufficientemente estraneo alla routine provinciale degli altri undici mesi dell’anno da risultare in qualche modo esotico, elettrizzante. Sapeva di popcorn e di mandorle tostate, di stallatico e di generatori a gasolio. Di segatura, di folla, di cosmetici per signora. Sapeva di cavalli, soprattutto – pensavo quando avevo meno anni alle spalle che dita in fondo alle mani. Lo aspettavo come si aspetta un regalo annunciato, lo seguivo come una liturgia pagana fatta di gesti sempre uguali e ammantati di mistero. Fantasticavo sulle rotte avventurose delle carovane, rubavo pezzi di conversazioni ai circensi, parole sconosciute, speziate, spigolose. Appuntite come il tendone colossale che ospitava l’intera messinscena. Una casa viaggiante, una famiglia di artisti, un sottofondo musicale perennemente risuonante: mi sembravano promesse di una vita favolosa, totalmente immune allo squallore e dalla noia. Le luci, i tamburi, i lustrini. Gli occhi bistrati delle contorsioniste e le mani degli acrobati, dure di nodi e bianche di talco. I giochi di prestigio e il fuoco dei saltimbanchi. Bellezza e magia.

Poi, ogni anno, arrivavano loro. Tigri ed elefanti, serpenti e dromedari. Leoni, ippopotami e zebre. Un orso, una volta. Mi piacevano, certo. Avevo sette, otto anni. E dopo un anno di gatti randagi, cani al guinzaglio e pesci rossi, il fascino ferino di quelle bestie gigantesche era irresistibile. Profumava di Kipling e di Walt Disney, raccontava echi di giungle e di savane lontanissime. Avrei dato qualsiasi cosa per sfiorare una zampa, per affondare le dita in una criniera. Per sfregare il mio naso contro uno di quei musi umidi. Ma sopra ogni cosa, avrei fatto di tutto per aprire almeno una gabbia. Per spezzare una frusta, per sciogliere anche soltanto un nodo. Nel gusto del circo di Natale, gli occhi di quegli animali spezzati erano l’ingrediente più amaro. Sguardi vinti, senza traccia della fierezza che i miei libri raccontavano con tanta passione. Sguardi spenti, intossicati. Sguardi persi. Dopo ogni spettacolo mi restava sulle retine la memoria di pellicce spelacchiate e muscoli flaccidi. Nelle orecchie il rimbombo di ruggiti rauchi, sulla lingua una rabbia inutile contro umani senza rispetto. Non c’era magia, nelle dita dei domatori. Non c’era potenza nei loro strilli violenti. Eppure, dallo squallore delle gabbie luride distoglievo lo sguardo, e così proteggevo in qualche modo la magia del mio sogno di libertà, un anno dopo l’altro. Non ero pavida, ero soltanto piccola. E il circo senza animali, nei primi anni Ottanta, non era roba per bambini della provincia meridionale. Non era un’opzione, semplicemente. Non esisteva.

Venticinque anni dopo, nonostante tutto, mi resta nella gola quel gusto di fieno e segatura, di cavallo e di noccioline. Quel sapore agrodolce di libertà agognata e violata allo stesso tempo. Quel sogno polveroso mi fa ancora compagnia, sotto Natale. La colpa pizzica un po’, ma il tempo ne ha addolcito i morsi. Mio figlio è piccolo, adesso. Nel suo mondo il nostro gatto è una tigre. Io spero che gli venga concesso, prima o poi, di veder danzare i sogni più dolci sotto un tendone a strisce. Ma senza animali spezzati a riempirgli le ciglia di lacrime.

5 Dicembre 2013 2 Commenti
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Bambini e animali, convivenza possibile? Necessaria!

by Silvana Santo - Una mamma green 27 Novembre 2013

Tratto dalla mia rubrica Diario di ECOmamma su La Nuova Ecologia (numero di novembre 2013)

gatti_e_bambiniQualche preoccupazione, prima che mio figlio nascesse, in fondo in fondo ce l’avevo anch’io. La prospettiva della convivenza tra il bambino in arrivo e il vivace (e grosso) felino di casa mi dava qualche pensiero, soprattutto a causa delle domande ansiogene di familiari e conoscenti: “E se gli facesse del male? Non potrebbe trasmettergli qualche malattia?”. A distanza di qualche mese dal parto, invece, mi trovo con soddisfazione a constatare che si trattava di paure del tutto infondate: non solo Artù non ha mai mostrato atteggiamenti aggressivi nei confronti dell’ultimo arrivato, ma l’emozione che si accende negli occhi di Davide ogni volta che incrocia il suo fratello peloso è straripante e contagiosa. Una gioia davvero incontenibile.

Basterebbe questo a consigliare senza remore la coabitazione tra bambini e amici a quattro zampe, possibilmente trovatelli, ma le ragioni sono in realtà ben più numerose. Intanto, diversi studi (come quello dell’Henry Ford Hospital di Detroit o del Centro di ricerche per la salute ambientale di Monaco) dimostrano che crescere insieme a un animale domestico riduce in modo significativo il rischio di diventare allergici. E i benefici sul sistema immunitario non finiscono qui: meno casi di febbre, asma e altri problemi respiratori per i piccoli che vivono insieme a un pet. Non solo: gli esperti della University of Western Australia hanno concluso che avere un animale per amico, soprattutto se si tratta di un cane, permette ai bambini di passare più tempo all’aria aperta e di fare regolare attività fisica, riducendo il rischio di obesità infantile. Come appurato da una equipe di ricercatori giapponesi, infine, giocare con un cucciolo per un’ora e mezza fa aumentare del 20% la produzione di ossitocina, un ormone in grado di contrastare sensazioni di ansia, stress e tristezza.

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27 Novembre 2013 8 Commenti
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Halloween: una festa ecologista?

by Silvana Santo - Una mamma green 30 Ottobre 2013

greatpumpkinNiente Halloween, in casa Mamma Green. Almeno per quest’anno. BigD non ha ancora 9 mesi, la zucca la mangia di gusto mischiata al pollo o al formaggio spalmabile, ma non ha idea di cosa voglia dire dolcetto o scherzetto (soprattutto, ahilui, non sa cosa siano i dolcetti, visto che è bello in carne e il suo svezzamento è rigorosamente sugar free). Quanto ai grandi di casa, confesso che non abbiamo mai acquisito l’abitudine di celebrare questa ricorrenza anglosassone, anche perché di solito la trascorriamo a zonzo per l’Italia o per l’Europa (ogni scusa è buona per organizzare un viaggio!). E poi, l’ultima volta che abbiamo provato ad accendere delle candele in casa abbiamo seriamente rischiato il falò di gatto (alert sarcasmo per i potenziali lettori animalisti: sto scherzando!).

Suppongo però che presto ci toccherà metterci al passo coi tempi, per cui meglio iniziare a studiare per tempo. Apprendo dunque, con piacevole stupore, che la festa delle zucche svuotate e delle maschere macabre potrebbe avere, in fondo in fondo, un cuore ecologista.  Da alcuni storici, infatti, l’origine di Halloween viene fatta risalire alla festa celtica di Samhain, una ricorrenza con cui le antiche popolazioni dell’Inghilterra, dell’Irlanda e della Francia settentrionale festeggiavano l’inizio del nuovo anno (fissato il 1 novembre). I riti di Samhain, in buona sostanza, puntavano a ingraziarsi gli spiriti della natura, affinché assicurassero un meteo propizio e messi feconde.

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30 Ottobre 2013 6 Commenti
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Le cose che hanno in comune (mio figlio e il mio gatto)

by Silvana Santo - Una mamma green 15 Ottobre 2013

Non saranno 4.850, come cantava Daniele Silvestri troppi anni fa, ma poco ci manca. BigD, come sapete, ha un fratello maggiore che si chiama Artù (ma, vista la stazza, potremmo senza indugio ribattezzarlo BigA). Un micio senza pedigree ma con molte vibrisse, che è arrivato in casa nostra, minuscolo, circa un anno prima che io partorissi. Durante la mia gravidanza, Artù è stato la mia ombra. Perennemente accoccolato sul mio sterno, prodigo di ronron (ma anche di morsi e zampate) e avido di grattini (ma più che altro di tonno, prosciutto e Parmigiano Reggiano), ha ignorato per 39 settimane gli anatemi scagliati su di noi dalle cassandre della toxoplasmosi – evidentemente male informate sul ciclo vitale del toxoplasma – tenendomi in caldo il pancione, anche a luglio (sic!). Una specie di chioccia coi peli e l’addome pendulo. Sarà questo, o sarà che lui e BigD vivono da 8 mesi in una imbarazzante promiscuità, ma a me sembra che i cuccioli di casa stiano sviluppando una discreta somiglianza, nella pinguedine e nei comportamenti. Che questo sia un fatto di cui andare orgogliosi o un motivo di preoccupazione, lo lascio decidere a voi, ma tant’è: ecco le cose che hanno in comune mio figlio e il mio gatto.
Spiccata predilezione per le toilette immacolate
Non importa cosa, quanto o quando abbia mangiato. Conta poco il tempo trascorso dal precedente vuotamento intestinale o l’orario in cui viene effettuata la pulizia. Nel momento in cui la lettiera torna netta e beneodorante, Artù viene colto da una incontenibile peristalsi, o per lo meno da un richiamo irresistibile alla minzione. Immancabilmente. Parimenti, un pannolino asciutto e appena installato rappresenta una tentazione irrefrenabile per la vescica di BigD. È matematico: appena riuscite ad abbottonare gli automatici del body mentre lui si divincola come un capitone il 31 dicembre, un inequivocabile tepore inguinale obbligherà la vostra coscienza a riaprire il pacchetto ed effettuare un nuovo cambio.

Fuso orario di Tokyo
Statene certi. Se per una qualche inspiegabile anomalia siderale – tipo Giove che si allinea con Mercurio nel momento esatto in cui la Cometa di Halley infilza uno ad uno tutti gli anelli di Saturno gridando olè – BigD decidesse di dormire una notte intera, non più tardi delle 5 di mattina un gradevole raschiare di unghie contro lo stipite della porta della camera da letto annuncerebbe a Mamma Green e al suo sfortunato consorte che Artù è sveglio. Ha voglia di giocare, ha già depositato in lettiera una quantità di escrementi che al confronto un T-Rex sembrerebbe un canarino stitico e, naturalmente, è affamato.

davide_artù3Artigli assassini
È inutile. Neanche un tiragraffi taglia baobab e il set di manicure per neonati più tecnologico sulla piazza saranno mai in grado di spuntare le armi bianche in dotazione ai piccoli di Mamma Green. Sarà per questo che da un anno e mezzo a questa parte somiglio a un incrocio tra Edward Mani di Forbice e una emo autolesionista in là con gli anni e con problemi di peso.

Mania ossessivo-compulsiva per certi giochi
Se mai doveste incontrare BigD e vi venisse in mente di avviare con lui una sessione di “Cucù – Tetè”, sappiate che potreste rimanervi invischiati fino alla vostra sopraggiunta menopausa (o andropausa, questo blog è contrario alle discriminazioni di genere). Potreste invece maturare la pensione di anzianità – la legge Fornero prevede una deroga apposita per queste situazioni – giocando a “lancia e riporta” con Artù, a condizione però che usiate soltanto palline di carta stagnola o altri rifiuti di varia composizione (vedi oltre).

Insana attrazione verso i balocchi fatti con la mondezza
Coi soldi spesi comprando palline rimbalzine, topolini a molla e pupazzetti imbottiti di erba gatta avrei potuto pagare una multiproprietà alle Baleari. Micio li annusa, comprende che non è roba commestibile, e li lascia marcire nell’indifferenza. Basta però un foglio di alluminio accartocciato, possibilmente unto di kebab o di frittata di maccheroni, per fargli dilatare le pupille peggio di Fabrizio Corona in crisi d’astinenza, e dare il via a una interminabile seduta di inseguimenti, balzi e parate degni del miglior Benji Price. Stessa storia coi giochi educativi ed ecofriendly per neonati che affollano i nostri 63 metri quadri di appartamento: Davide li afferra, li scuote, li sbatte l’uno contro l’altro, li addenta con avidità (ma forse sarebbe meglio dire “li aggengiva”, vista la sua condizione irrimediabilmente sdentata), ma il suo cuore resta tutto per i tubetti di dentifricio vuoti, le bottiglie del latte accartocciate e i cartoni della pizza. Che non si dica che i figli di Mamma Green non siano capaci di riciclare la spazzatura!

15 Ottobre 2013 12 Commenti
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animaligravidanza e parto

Gravidanza, gatti e toxoplasmosi: un pregiudizio da sfatare

by Silvana Santo - Una mamma green 15 Marzo 2013
La toxoplasmosi è una malattia causata dal parassita Toxoplasma gondii. Sebbene sia priva di rischi per adulti e bambini, rappresenta un pericolo da non sottovalutare se contratta in gravidanza, perché può provocare danni molto seri al feto, fino all’aborto. Una semplice analisi del sangue permette di capire se la gestante ha già contratto l’infezione in precedenza, ed è quindi immune, oppure se deve osservare una serie di precauzioni per evitare di infettarsi durante l’attesa.
Precauzioni che includono il non mangiare insaccati crudi o carni al sangue, utilizzare i guanti durante le attività di giardinaggio, lavare accuratamente la verdura da consumare cruda. Accanto a questo, è necessario, se si vive con uno o più gatti, delegare la pulizia quotidiana della lettiera a un’altra persona, oppure, se occorre farlo da sole, utilizzare dei guanti e lavarsi immediatamente le mani.
Ammesso che il felino sia portatore del parassita (un’ipotesi molto remota se non mangia carni crude e non vive a contatto con altri animali), espelle le ovocisti solo attraverso le proprie feci e solo in un arco di tempo molto limitato della sua vita. Perché le cisti diventino mature e infettive, inoltre, occorre che restino nella lettiera per almeno 24-48 ore. Il rischio di contrarre la toxoplasmosi semplicemente vivendo con un gatto, pertanto, è praticamente nullo se si seguono delle elementari norme igieniche. Eppure il pregiudizio secondo cui le gestanti dovrebbero stare alla larga dai felini è duro a morire.
Nella foto: io, Davide (prima di nascere) e il nostro adorato Artù.
15 Marzo 2013 2 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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