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amore

essere madre

Re Salomone e la saggezza impossibile

by Silvana Santo - Una mamma green 31 Luglio 2014

salomoneQuesto non è un post sulla fecondazione assistita, né, più in generale, sulle cure contro l’infertilità. Mi mancano l’autorevolezza, la competenza, l’esperienza e finanche la voglia di affrontare un tema di questa portata. Questo, diversamente, è un post sull’essenza stessa della maternità (e paternità), sul valore della scelta, sull’area grigia – dolorosamente grigia, talvolta – che può spalancarsi sotto i piedi di chi insegue il desiderio di un figlio per strade più tortuose di quelle che conducono nella propria camera da letto.

Nel quadro delle norme, discusse e discutibili, che regolano una materia tanto delicata quanto può essere la procreazione medicalmente assistita, di solito i figli sono di chi li ha desiderati, cercati, amati. Al di là – per lo meno in molti Paesi – del cocktail genetico che si portano dentro ogni cellula. Non è una fusione di gameti a fare un genitore, non lo sono una gestazione e un parto, ma la presenza quotidiana, l’amore distillato ogni santo giorno, la volontà stessa di essere madre o padre.

Ma quando ci sono due coppie che li desiderano, e li considerano propri, come nel caso recente degli embrioni scambiati al Pertini di Roma, di chi sono i figli? Se lo chiedeva qualche settimana fa Daria Bignardi nella sua rubrica su Vanity Fair, e da allora non faccio che domandarmelo insieme a lei. La legge italiana, su situazioni paradossali come queste (e non solo), è completamente inadeguata. Né sembra percorribile, in casi come questo, la strada anglosassone delle “adozioni aperte”, in cui in qualche modo i “quattro genitori” sono tutti coinvolti nella crescita dei bambini. E così la domanda, perentoria, lacerante, resta: i figli sono della coppia che ha fornito il materiale genetico, o di quella che ha deciso di non interrompere la gravidanza e assisterà alla nascita dei bambini? Posto che entrambe li desiderano e probabilmente già li amano, quale delle due madri dovrebbe crescere i gemelli, quella che sa di aver dato loro 23 cromosomi a testa, o colei che li sente rotolare nel suo ventre?

Io non riesco a pensare a questa vicenda senza provare sgomento. Senza avvertire una profonda compassione per entrambe le coppie coinvolte. Senza immaginare – solo immaginare – lo strazio di due donne e due uomini che subiscono le conseguenze di un errore altrui. Senza domandarmi, soprattutto, cosa proveranno quei bambini quando, inevitabilmente, conosceranno la storia dolorosa che li ha accompagnati in questo mondo. La legge deve fornire al più presto indicazioni (e comunque mi sa che dovrà farlo la giurisprudenza), su questo non ci piove. Ma un dubbio finale non riesco a fugarlo: può essere un decreto, o una sentenza, a stabilire cosa rende tale un genitore?

Intanto, a me torna in mente la vicenda biblica del neonato conteso e del Re Salomone, che smaschera la falsa madre proponendo una “soluzione” cruenta per il bambino. L’amore materno, autentico, genuino, sincero, si rivela nella disponibilità a rinunciare a quel figlio tanto voluto, pur di lasciarlo vivo. Il problema è che qui non c’è nessuna “falsa madre”. Solo dei bambini veri che pretenderanno di sapere chi sono i loro genitori.

31 Luglio 2014 1 Commenti
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essere madre

Piedi e cuore

by Silvana Santo - Una mamma green 28 Luglio 2014

Perfetti. I piedi dei bambini sono talmente perfetti da sembrare finti. Più vellutati della più vellutata delle pesche su cui abbia mai passato le dita. Più lisci del più liscio dei cuccioli lisci che abbia mai accarezzato. Più soffici dello zucchero filato più soffice in cui abbia mai affondato le guance. Nessuna ruvidità, zero spigoli, nessuna discromia a interrompere la continuità di una perfezione surreale. Nessuna ferita, vecchia o nuova che sia.

Ci penserà il tempo a deformare, ispessire, lacerare e ricostruire. Ci penseranno gli anni e i chilometri macinati – prima a passetti traballanti e scalzi, poi con falcate sempre più decise e frenetiche – a rendere credibili quelle appendici inverosimili. A renderle autentiche, uniche e vissute, per quanto inesorabilmente imperfette.

Un po’ come accade al cuore di ciascuno di noi. Nasciamo accompagnati dalla verginità dell’anima, incapaci di assecondare altro che non sia il nostro istinto più animale. Senza sovrastrutture, senza desideri e senza ricordi. Senza pregiudizi. Ci portiamo dentro una lavagna immacolata priva di segni, di macchie, di graffi. Priva di cicatrici. Sarà il tempo ad aggiungere callosità e solchi, rughe e cavità. Sarà la vita a stessa a segnare, nel bene e nel male, il nostro cuore. A renderlo diverso da tutti gli altri miliardi di cuori che battono nel mondo. Imperfetto e ruvido, ma nostro. Vivo. Palpitante.

Solo che quello che accade nella nostra cassa toracica di solito non si vede.

Ma si vedono i piedi, deformarsi e invecchiare allo stesso ritmo del nostro cuore. Come una specie di ritratto di Dorian Gray che ci dà la misura del tempo che passa, dell’amore che entra e di quello che esce.

Che ci insegna quanto poco siamo destinati alla perfezione, e quanto sia necessario farsi stropicciare dalla vita.

28 Luglio 2014 4 Commenti
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essere madre

Solo sua madre

by Silvana Santo - Una mamma green 14 Aprile 2014

La sfida più grande è quella che non ho ancora raccolto. La sfida più grande è accettare che lui possa fare completamente a meno di me, che la mia presenza possa divenirgli del tutto indifferente. Non domani, non tra un mese, forse, ma prima di quanto sarebbe comodo pensare. Accettare di non essere speciale, di non essere niente di più rispetto a tanta altra gente, accettare l’eventualità che lui mi ami meno di altre persone. La sfida più grande, per dirla tutta, è prendere in considerazione la possibilità che mio figlio non mi ami affatto, una volta cresciuto, e prepararmi a rispettare in ogni caso la sua scelta. Anche se dovesse comportare una verità così straziante.

La sfida più grande è separarmi da lui senza aspettarmi che si volti per un saluto, e ritrovarlo senza dare per scontato che dimostri una gioia particolare nel rivedermi. Amarlo più di chiunque altro al mondo senza aspettarmi che per lui sia lo stesso. Anzi. Sapendo che è nella natura delle cose che questo non accada.

La sfida più grande è allenarmi ogni giorno a perdere il primato che lui stesso mi ha assegnato, sapere che lo sguardo speciale destinato solo a me non riempirà i suoi occhi per sempre. Fare passi indietro come i gamberi, per sparire senza traumi dalla sua vista quando lui avrà voglia e bisogno di guardare altro. Insegnare a me stessa, per quanto mi appaia uno sforzo sovrumano, che averlo costruito pezzo a pezzo, averlo forgiato nella soffice cavità posta al centro del centro del mio corpo, averlo assistito nelle sue prime, faticose ed emozionanti conquiste, non mi rende speciale.

La sfida più grande, quella che forse non vincerò mai, è ricordare in ogni momento che, in fondo, io sono solo sua madre.

14 Aprile 2014 13 Commenti
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mamma green

Di baci mai dati, natura e monogamia

by Silvana Santo - Una mamma green 13 Marzo 2014

C’è questo video di sconosciuti che si baciano, gira in rete da un po’. Da un paio di giorni lo condividono quasi tutti: 10 coppie di persone che si incontrano per la prima volta e che limonano (più o meno) duro davanti alla telecamera. Quasi tutti attraenti, devo dire, e supportati da una bella fotografia. Le persone che conosco, per lo più, hanno pubblicato commenti sul romanticismo della clip. Su quanto fosse tenero l’imbarazzo di questi attori improvvisati, la loro goffaggine che si lascia andare pian piano alla libido, e via dicendo. C’è stato anche chi, e forse si riconoscerà in queste righe, ha bollato l’operazione come l’ennesima forma di mercificazione dei sentimenti.

Da parte mia, quando ho guardato il video, mi sono prima di tutto augurata che i tizi si fossero lavati ben bene i denti. E poi – è stato un attimo – mi sono resa conto che, se tutto va come deve andare, io non proverò mai più quella sensazione. Non avvicinerò per un’ultima volta le mie labbra a labbra sconosciute. Non assaggerò un altro primo bacio, non proverò quello strano miscuglio di pudore e curiosità di quando cominci a diventare intimo con qualcuno. Mai più. Senza offesa per il padre di mio figlio, che mi bacia molto bene da oltre un decennio, questa consapevolezza mi ha dato una certa vertigine.

In realtà, io penso di essere un tipo sostanzialmente monogamo. Nel senso che, tutto sommato, restare fedele alla persona che ho scelto non è mai stato uno sforzo vero e proprio. Ho avuto le mie brave sbandate (più che altro “mentali”, da brava cerebro-bulimica che sono), ma il mio patto di esclusività non è mai stato realmente in pericolo. Quando ho deciso di sposarmi, ho avvertito chiaro tutto il peso della scelta. La consapevolezza di sacrificare spontaneamente tutte le altre infinite, per quanto solo teoriche, possibilità. Di dire addio per sempre a tutti i passanti, parafrasando in un colpo solo De André, Brassens e pure Baudelaire. Più della monogamia in sé, per certi versi, a turbarmi ogni tanto è l’idea stessa della monogamia. La coscienza della volontaria rinuncia.

Mi chiedo, come tanti hanno fatto prima di me e molti di più faranno dopo, se sia una condizione davvero naturale. Amare la stessa persona, e solo quella, per interi decenni. Amarla quando è giovane e continuare a farlo dopo che il tempo, i figli, la vita, l’avranno trasformata in qualcosa d’altro. Amare la persona che hai accanto sapendo che forse, se l’avessi incontrata un attimo prima o un attimo dopo rispetto a quando è accaduto, non l’avresti neppure scelta.

In natura ci sono tante strategie diverse. Moltissime specie, soprattutto tra i mammiferi, sono poligame, per assicurare una migliore dispersione dei gameti e una maggiore variabilità genetica. In altri casi sono i maschi a disperdere letteralmente il seme il più possibile (come la vecchia storia dell’uomo cacciatore e bla bla bla non fa che ricordarci), in altri, addirittura, le femmine ammazzano il maschio dopo il coito. C’è chi copula una sola volta in vita sua, quelli che, per non sbagliare, si fecondano da soli e chi, ancorato al suolo da radici possenti, affida al vento o alla terra il suo prezioso DNA. E poi ci sono le specie monogame. Eccezioni, forse, ma esistono. Uccelli, per lo più, ma anche altri animali la cui prole richiede la dedizione di entrambi i genitori.

La prole, eccola là. I cuccioli di Homo sapiens sono quelli che richiedono cure parentali più importanti e più lunghe. Siamo, tra gli animali tutti, quelli che nascono più immaturi e “dipendenti”, quelli che, bamboccioni o meno, richiedono più tempo per raggiungere l’autosufficienza. Se un piccolo delfino necessita appena di qualche musata per raggiungere l’aria e imparare a respirare, se una zebra neonata riesce a mettersi in piedi e a scappare dal predatore nel giro di una manciata di minuti, un bambino impiega anni e fatica per imparare a camminare, a comunicare, a nutrirsi da solo e a controllare il contenuto delle sue viscere. Ed è proprio questo che mi sono sempre detta: negli umani la monogamia ha senso anche dal punto di vista ecologico (ed etologico), oltre che sociale. Assicura ai figli una coppia stabile di genitori accudenti per tutto il tempo in cui è necessaria.

Ma è evidente che i figli vengono su a prescindere da questo. Figli di genitori singoli, figli di genitori multipli, figli di genitori che fanno turnover e figli di genitori in contumacia. La coppia, in un certo senso, non sembra più una necessità.

E allora non riesco a non chiedermi, di fronte a quegli sconosciuti che si baciano con apparente trasporto e pensando al sottile cerchio dorato che mi incatena l’anulare sinistro, se la monogamia a lungo termine sia una strada davvero sensata o un sacrificio irragionevole. Quanta natura c’è in un letto a (sole) due piazze?

13 Marzo 2014 21 Commenti
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life

Di stelle cadenti e sogni nel vento

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Marzo 2014

Da piccola aspettavo le stelle cadenti ogni notte di San Lorenzo. Le contavo: se non arrivavano a dieci si trattava senza dubbio di un’annata scadente. A primavera invece soffiavo con impegno sui denti di leone raccolti nelle aiuole cittadine. Restavo a guardare i minuscoli ciuffi bianchi perdersi nello scirocco, come tante delicate promesse di felicità. Desiderare era un imperativo. Anche se anno dopo anno, i sogni che affidavo alle stelle e al vento erano quasi sempre gli stessi. Si vede che San Lorenzo era un po’ duro d’orecchi, ed Eolo anche più sordo di lui. Un fratello, magari due. Anche una sorella sarebbe andata benissimo. Un cagnolino, almeno. Una casa accanto a quella della mia migliore amica. E poi un cugino da far guarire, un papà da tenere ancora tanto tempo accanto a me. Un fidanzato da non perdere e un amico già perduto da ritrovare.

In fondo – e me ne accorgo adesso, che ancora scruto il cielo d’estate e d’inverno, ma i soffioni ho smesso da tempo di raccoglierli – non ho mai capito con chiarezza cosa avrei voluto fare, ma ho sempre sperato di non ritrovarmi a farlo da sola. Di scorgere sempre al mio fianco qualcuno – un amico, un amore, un genitore, un cane – a cui confessare il panico e raccontare il successo, qualcuno con cui sopportare il peso, raccogliere il coraggio e andare avanti e avanti e avanti. Il mio cassetto, ora lo vedo, trabocca della paura di non avere qualcuno accanto con cui condividere i miei sogni. Sogni fatti di libri da scrivere e di viaggi da cominciare, di città in cui abitare e di volti nuovi da conoscere. Realizzati per metà e per l’altra abbandonati senza troppi rimpianti. Sogni che, appunto, parlavano e parlano di chi voglio essere, più che di cosa voglio fare. Di quello che vorrei sentire.

Nel mio cassetto, adesso che sono grande, di spazio ne è rimasto poco, ma per fortuna è sufficiente. Sufficiente per continuare a sognare la pace di chi sta bene a prescindere. Di chi ha compreso che la felicità non c’entra niente con quello che si possiede, con quello che c’è scritto nel proprio biglietto da visita, con la città in cui si vive. Non c’entra niente con i figli che hai generato e con i viaggi che puoi permetterti, con le serate mondane cui riesci a partecipare e con le dimensioni della casa in cui abiti. La felicità, in quel cassetto pieno di sogni vivi e morti, devi mettercela tu, da solo, ogni santo giorno. Ma se poi trovi qualcuno con cui condividerla, il suo sapore è ancora più dolce.

Happiness only real when shared (Alex Supertramp).

Io, intanto, sono ben felice di aver trovato tante donne speciali che hanno condiviso i loro sogni nel (e fuori dal) cassetto, a cominciare da Maddalena de Il Mezzo Mondo di Uescivà, che ha avuto l’idea di un post sui sogni nel cassetto. E proseguendo con Lucrezia di C’era una vodka, Lucia di Malanotteno, Burabacio, Ilde Mammadiludovica e Silvia A. di Meduepuntozero. Alla fine, avevo ragione io: sognare in compagnia è tutta un’altra storia!

10 Marzo 2014 14 Commenti
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Non fiori, ma opere di bene

by Silvana Santo - Una mamma green 13 Febbraio 2014

San Valentino: 5 idee last minute, ecologiche e gratis. (No, non temete. Non sono ancora impazzita del tutto)

San ValentinoSe non fosse per le email che ricevo dai blog a cui sono abbonata, forse neanche mi sarei resa conto che domani è San Valentino. Sarà che sono un po’ snob – anche se preferisco definirmi anticonvenzionale – ma io ai regali e ai festeggiamenti “da calendario” non mi ci sono mai affezionata. Però una blogger che si rispetti sta sempre sul pezzo, come si suol dire, e allora eccomi qui. A permettermi, da completa inesperta di cuoricini, cupidi e cioccolata quale sono, qualche suggerimento sui generis. E che, soprattutto, non valga solo per il 14 febbraio.

Toccatevi.
E non intendo in camera da letto, non solo, per lo meno. Sfioratevi, tenetevi per mano, accarezzatevi i capelli. Datevi pizzicotti sulle guance e pacche sulle natiche. Grattatevi le scapole a vicenda, fatevi il solletico. Massaggiatevi la schiena. I nostri corpi si parlano anche quando stiamo in silenzio. E lanciano messaggi perentori, pure. Quindi, coccolatevi davanti ai vostri figli, se ne avete.

Ricordate. E Immaginate.
Sfogliate vecchie foto, rievocate ricordi annebbiati. Come si chiamava quella spiaggia greca dove vi siete ubriacati di vino bianco? E l’installazione di arte contemporanea che vi ha fatto scoppiare a ridere davanti a una comitiva di giapponesi attoniti? Non permettetevi di dimenticare. La prima volta che avete litigato, quell’acquazzone memorabile che vi ha infradiciato, i cani randagi che vi siete fermati ad accarezzare. E già che ci siete, fantasticate sul vostro futuro. Programmate il viaggio che farete tra vent’anni, progettate la prossima casa in cui vivrete insieme, scegliete il tatuaggio che, probabilmente, non farete mai.

Passate un po’ di tempo insieme.
Ma non alla Spa fichissima che vi hanno consigliato, no. A casa vostra. Senza fare niente. Spegnete la TV (e il cinema, la radio, Whatsapp, Facebook e compagnia cantante). Poltrite, guardatevi in faccia e godete della reciproca compagnia.

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13 Febbraio 2014 4 Commenti
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essere madre

Al padre di mio figlio

by Silvana Santo - Una mamma green 12 Febbraio 2014

(E non si dica che non sono romantica)
Ti dico grazie, prima di tutto. Per il bambino che eri, per l’uomo che sei e per il padre che stai diventando. Grazie, ancora di più, di aver accettato questa sfida disperata insieme a me. Anzi, di avermi coinvolto in questa rivoluzione, di avermici trascinato nonostante le mie resistenze profonde e la paura che assediava entrambi. Di aver avuto abbastanza coraggio – qualcuno direbbe incoscienza – per tutti e due. Una vita senza cambiamenti è una vita sprecata. Una vita senza coraggio è una vita inutile.

Ti chiedo scusa, subito dopo. Per averti infettato col dubbio e col pessimismo. Per averti detto, qualche volta di troppo e a voce troppo alta, “Io ti avevo avvertito”. Scusa per i momenti in cui sono troppo madre e per quelli in cui non lo sono a sufficienza. Scusa per le volte in cui pretendo di insegnarti qualcosa e per quelle in cui accetto con troppa fatica di imparare da te. Ti chiedo scusa, soprattutto, se a volte non riesco a fidarmi. So che ti fa male, ma non sempre riesco ad evitarlo. Scusa per le parole non dette e per quelle gridate, scusa per i commenti sbagliati e per i silenzi (pochi) inopportuni. Per tutte le volte in cui avrei dovuto chiederti scusa e non l’ho fatto.

Non ti dico, invece, che sei “un bravo padre”, perché non significa niente. Sei il padre di mio figlio, quello che volevo per lui. Il solo che andasse bene per la creatura che abbiamo generato. Ma posso dirti che tutti i padri sbagliano, mentono, si arrabbiano (come le madri, del resto), eppure sono pochi quelli abbastanza intelligenti da riconoscerlo ad alta voce. Tu sei uno di questi, e dovresti andarne fiero.

padre2

Parlami sempre. Raccontami quello che ti accade, quello che speri ti succeda, quello che vorresti non dover vivere mai. Parla con tuo figlio, spiegagli sempre tutto, anche quello che non sei convinto che possa capire. Chiedigli perdono quando è giusto, ma anche quando è semplicemente necessario. Accordargli le tue scuse quando sarà lui a domandarle. Non sottovalutare mai i suoi desideri e i suoi timori. Non ridere dei suoi sentimenti bambini, per nessuna ragione al mondo. Ricordati in ogni momento che sei stato piccolo anche tu.

Non aver paura. Qualunque cosa ci riservi il futuro, la guarderemo negli occhi e la attraverseremo. Male, lentamente, in qualche modo. Ci diremo ancora cose orribili, ci guarderemo come due estranei, ci sentiremo insopportabilmente soli mentre dividiamo lo stesso letto. Ma passerà. Se noi lo vorremo davvero, passerà sempre.

Infine, per favore, non lasciarmi sola mai. Resta accanto a me quando ho voglia di ridere, quando parlo e parlo anche se tu hai già sonno, quando canto con le voci strane e quando faccio battute stupide con giochi di parole che fanno sbellicare soltanto me. Restami vicino, ancora più vicino, quando sono irriconoscibile, angosciata, nevrotica fino alla violenza. Quando ti faccio la stessa domanda trenta volte di seguito, pur sapendo che nessuno conosce la risposta. Non lasciarmi sola, amore mio. Soprattutto quando ti imploro di andartene.

12 Febbraio 2014 30 Commenti
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essere madre

Lettera a mio figlio, nel suo primo compleanno

by Silvana Santo - Una mamma green 7 Febbraio 2014

Alla vigilia – per la precisione – del suo primo compleanno, che ci apprestiamo a festeggiare con la linea di prodotti per feste del brand Irpot.

Potrei dirti che il tuo arrivo ha dato un senso alla mia vita, ma sarebbe una bugia. Un “senso”, per quello che questa parola possa significare, la mia esistenza ce lo ha sempre avuto (altrimenti, del resto, non ti avrei neanche messo al mondo).

Potrei scrivere di averti trovato bellissimo fin dal primo sguardo, ma non sarebbe la verità. I neonati, salvo eccezioni molto rare, sono congestionati e deformi, hanno gli occhi sporgenti e vacui, la pelle screpolata e dita delle mani orrendamente sottili. Tu, grazie a Dio, dita a parte sei stato un neonato qualsiasi, e ho dovuto attendere per settimane prima di poter davvero scorgere una luce in quegli occhi troppo grandi, di riconoscere nei tuoi lineamenti qualcosa di familiare e di amabile.

Potrei raccontarti che dal giorno in cui sei nato tutto è diventato dolcissimo e rosa, ma sarebbe un’affermazione quanto mai ipocrita. Crescere un figlio costa un prezzo altissimo, e io l’ho pagato senza sconti. Un prezzo di notti insonni, di problemi sul lavoro, di amici perduti e di dubbi brucianti. Un prezzo di responsabilità pesantissime e di libertà sacrificate.

Potrei sostenere di amarti in modo del tutto gratuito, di non avere aspettativa alcuna per il nostro futuro. Ma sarebbe falso come una moneta da cinque euro. Desidero il tuo amore con tutta me stessa, ne ho bisogno, non riesco neanche a pensare di doverne fare a meno.

Posso dirti, però, che se tu non fossi venuto al mondo avrei passato il resto della mia vita a chiedermi “come sarebbe stato se”. Che senza di te non avrei conosciuto mai la forza più poderosa che un essere umano sia in grado di esprimere, che avrei rinunciato alla parte più ancestrale dei miei istinti. Quella più profonda, più animale. La parte più autentica, in un certo senso.

Posso dirti, a un anno dalla tua nascita, che quando mi sorridi sei il più bello dei figli, e io la più disarmata delle madri. Che non cambierei nulla del tuo viso paffuto, dei tuoi capelli sottili, dei tuoi occhi che non mi somigliano per niente. Che non saprei immaginarti diverso da come sei, e che quello che leggo nel tuo sguardo non saprei ripeterlo neanche con tutte le parole che conosco.

Che da quando sei al mondo ogni cosa ha un colore più intenso. La fatica è più dolorosa, la paura più straziante, la solitudine più disperata. E l’amore è più colossale, la pazienza è più tenace, il coraggio più ostinato. Persino la fame morde come non mai, il freddo punge e il sonno annienta come non avevo idea che potessero fare. Hai cancellato la mediocrità dai miei sentimenti, spazzato via la “normalità” dalle mie giornate. Di questo, figlio mio, ti sarò grata finché avrò fiato in corpo.

Posso dirti che combatterò contro il mondo e contro me stessa per lasciarti libero di essere chi sei. O almeno, per aiutarti a somigliare il più possibile alla persona che penserai di essere. Se non dovessi amarmi avrò il cuore spezzato, non posso negarlo. Ma ti prometto che per nessun motivo al mondo dovrai mai dubitare del mio amore. Che questo basti per renderti un uomo felice, non oso sperarlo. Ma è il meglio che io possa fare per te, e mi illudo che sarai in grado di capirlo, prima o poi.

Buon compleanno, mio piccolo figlio. Che la tua vita sia lunga, il tuo cammino facile e la tua tavola sempre imbandita.

7 Febbraio 2014 25 Commenti
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essere madre

Dieci cose strane che amo di mio figlio

by Silvana Santo - Una mamma green 24 Gennaio 2014

E che mi mancheranno quando sarà cresciuto)
1. Il rumore rotondo, quasi impercettibile, che produce quando manda giù la pappa. Ad ogni boccone un minuscolo tonfo soddisfatto (e dire che io odio qualunque sbrodolio, mastichio, sciacquettio, borbottio di orale provenienza).

2. Il modo terrorizzato in cui ride a crepapelle quando lo faccio saltare tra le mie braccia.

3. L’ostinazione scanzonata con cui tormenta il povero Artù nonostante i nostri avvertimenti.

4. Quel momento immancabile in cui, nel mezzo della poppata della sera, si stacca dal mio seno, mi guarda negli occhi e sorride. Una sola volta per sera, tutte le sere. Pieno di stupore, ogni giorno la stessa incomprensibile e commovente meraviglia (il sorriso più bello della giornata, disarmato e disarmante).

5. Quel suo dimenare le braccia quando è eccitato, impaziente o entusiasta. Lo stesso identico modo involontario di agitarsi di cui io mi sono vergognata per anni.

6. La radice del naso.

7. Il modo in cui atteggia le labbra quando si concentra.

8. La nenia infinita che intona quando ha voglia di dormire.

9. Il rinculo che fa quando, seduto sul pavimento, lancia un oggetto in avanti.

10. Il piccolo garrito che emette quando è particolarmente euforico. Quel suono acuto e argentino che fa Ddeddedddedddedddedde (e che io e suo padre abbiamo imparato a imitare alla perfezione).

24 Gennaio 2014 4 Commenti
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L’amore ai tempi della cicogna. Il sesso dopo un figlio, parte seconda

by Silvana Santo - Una mamma green 9 Gennaio 2014

Cinque ragioni per le quali la nascita di un figlio fa bene all’intimità di coppia

Avete a che fare con un neonato egocentrico e temete per la sopravvivenza della vostra vita sessuale? La lettura del mio post sull’amore ai tempi della cicogna ha confermato le vostre paure più inconfessabili? Su col morale. Non tutti i mali vengono per nuocere, non c’è spina senza rosa (più o meno è così che diceva, no?) e bla bla bla. Sono seria: l’arrivo di un bimbo, per certi versi, giova all’intimità di coppia. Non ci credete? Leggete oltre.

1. I picchi di libido. L’astinenza forzata ha un certo vantaggio: il desiderio raggiunge vette degne della più selvaggia adolescenza. Livelli di zozzeria che al confronto Uccelli di Rovo è roba da educande.

2. La rinnovata fantasia. Il pupo monopolizza il letto matrimoniale? E allora via di tappeti, divani, tavoli, lavatrici, sedie, cabine armadio (come suggerisce una lettrice nel post precedente), chaise longue, vasche da bagno, box doccia, fioriere, lettiere del gatto e chi più ne ha più ne metta. Chi dice che la vita matrimoniale è monotona, non ha mai avuto un figlio piccolo addormentato nel lettone.

3. Le performance diurne. Nottate estenuanti e sovraffollate, poppate stakanoviste, turni di guardia per cambiare pannolini, scaldare biberon e cantare ninne nanne: la notte, per molti neo-genitori, non è fatta per amar. Poco male. Un pretesto per riscoprire altri momenti della giornata, in cui spesso si ha più energia e meno freddo. E qualche fisiologico turgore di cui approfittare.

4. L’effetto cielomiomarito!. Un neonato ha il sonno pesante, non sa mettersi seduto da solo e, soprattutto, capisce assai poco di quello che gli succede intorno. Ma vuoi mettere l’adrenalina addizionale da “paura di essere sgamati”? Quel brivido adulterino dell’amante occasionale? Quel silenzio forzato, quel trattenere il fiato, quella segretezza così stimolante? Quel senso del proibito che accende i sensi e spegne le inibizioni? Quel… ok, avete capito. Mi fermo qui. Prima che qualcuno si prenda la briga di iscrivermi ai ninfomani anonimi. O di chiedersi come mai la sottoscritta trovi così eccitante il sesso clandestino.

5. Amami come se fosse l’ultima volta. Quando si vive con un pochimesenne non si sa mai cosa può accadere. Dentizioni drammatiche, influenze contagiose, stitichezze dolenti, settimane insonni, eruzioni vulcaniche, siccità e locuste sono sempre in agguato. Un genitore impara molto presto, pertanto, a vivere come se non ci fosse un domani. In fatto di intimità, il concetto è: se non sai quando sarà la prossima volta, meglio impegnarsi perché questa sia davvero memorabile. Como si fuera esta noche la ultima vez.

(Nella foto sotto, un paio di picchi di libidine)

sesso dopo un figlio

9 Gennaio 2014 13 Commenti
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