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amore

essere madreuna mamma per due

Quei nove giorni in cui ho temuto che mia figlia fosse sorda

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Dicembre 2014

Sono stata molto in dubbio sull’opportunità di pubblicare questo post. Ho deciso di farlo, alla fine, perché potrebbe forse servire a qualcuno che vive un’esperienza simile, oltre che per conservarne memoria io stessa.

Nove giorni. Tanto è durato il tempo in cui ho temuto che mia figlia potesse avere problemi anche gravissimi di udito. Nove interminabili giorni, in cui mi è stato chiaro come mai prima che basta un attimo per deragliare dalla cosiddetta “normalità”, per ritrovarsi a fare i conti con quello che si immagina accadere sempre e solo “agli altri”. Quanto sia sottile quel filo che rende ordinarie le nostre esistenze, quanto labile la linea che separa chi vive una vita qualsiasi e chi deve misurarsi ogni giorno con bisogni, abilità e attitudini speciali.

Nove giorni in cui ho dovuto guardare in faccia senza ipocrisie il mio rapporto con la diversità, chiedermi come sarei stata nei panni della madre di una figlia sorda, cosa avrei saputo fare per lei, cosa avrei temuto più di tutto, come avrei gestito le reazioni del mondo alla condizione di Flavia. Nove giorni dolorosi e illuminanti che sono stati un viaggio in territori inesplorati della mia psiche e della mia sensibilità, oltre che in un pianeta popolato di famiglie normalissime, bambini come tutti gli altri e genitori con risorse straordinarie.

Prima c’è stata la paura. L’incredulità, il rifiuto. “Non sta accadendo davvero, non a me. Non a mia figlia“. La diffidenza verso il medico che mi stava comunicando la potenziale cattiva notizia, il fastidio nel doverla ascoltare.

Poi è subentrata la speranza, mascherata da quell’istinto di madre che spesso intravede la verità – fulgida o dolorosa che sia – prima degli strumenti diagnostici, dei referti, prima delle sentenze inappellabili. “Mia figlia sobbalza ai rumori improvvisi, viene svegliata dai gridolini del fratello. Mia figlia, soprattutto, si calma quando le sussurro all’orecchio, si rilassa se le canto certe canzoni, mi fissa immobile quando le parlo con tutto l’amore che posso“.

Infine, è sopraggiunta la consapevolezza. “Se anche ci trovassimo di fronte a una diagnosi severa, abbiamo i mezzi, la cultura e la volontà per offrirle le cure più avanzate e tempestive, il supporto più incrollabile, l’amore più incondizionato“. In certi momenti, addirittura, ha quasi preso forma, nella mia mente, un pensiero eretico, ai limiti della follia: se fosse Flavia, a doversi misurare con la disabilità, almeno potrebbe contare su una famiglia che è nella condizione non scontata di poterla aiutare al meglio; tanti altri bambini, invece, di fronte alla stessa malattia non avrebbero questa possibilità.

Il sollievo è giunto in un mattino piovoso, in mezzo al dolore di tante madri e alla composta forza d’animo di altre. Tra padri piegati dalla fatica e dalla solitudine, e operatori sanitari avvezzi al dolore dei più piccoli, che probabilmente è il più grande di tutti. Circondato, soprattutto, da bambini ignari e innocenti, con sorrisi e lacrime identici a quelli di tutti i bambini del mondo, a cominciare dai miei.

Mia figlia sta bene, è destinata, per quanto possiamo saperne, a una vita normale e deliziosamente mediocre. Ma il verdetto più importante, e francamente tutt’altro che annunciato, lo aveva già emesso, alla fine di quei nove indimenticabili giorni, il mio cuore. La bambina che ho dato alla luce qualche settimana fa, la figlia mia e dell’uomo che ho scelto per la vita, sarebbe stata in ogni caso perfetta ai miei occhi, e per nessuna ragione al mondo l’avrei mai “scambiata” con una bimba sana, se anche questo fosse stato possibile.

Mia figlia è esattamente la figlia che voglio avere, la sola e l’unica, e sarebbe stata tale anche se a separarci ci fosse stata l’incomunicabilità più nebbiosa, il silenzio più ostinato. Dopo nove giorni di “se” e di “forse” ne ero ormai certa.

Il mio amore grande, più delle cure, della tecnologia e degli interventi medici, sarebbe in qualche modo riuscito a infrangerlo, quel muro impenetrabile.

Per la cronaca, che magari è di aiuto a qualcuno, alla dimissione dall’ospedale in cui è nata, Flavia è stata sottoposta, come di prassi in quasi tutti i punti nascita, al test dell’udito basato sulle otoemissioni acustiche, che ha dato esito dubbio (REFER) per entrambe le orecchie. Ci è stato detto che si tratta di una evenienza non rara, legata di solito alla presenza residua di liquido amniotico o vernice caseosa nei condotti uditivi, ma che occorreva rifare l’esame per escludere qualsiasi problema. Il test è stato ripetuto dopo un paio di settimane, con esito identico, spiegabile in teoria con l’interferenza di eventule catarro (in effetti mia figlia era raffreddata). A questo punto siamo stati caldamente invitati a sottoporre la piccola a un esame ABR, che consiste – perdonatemi se lo spiego in termini grossolani, ma è solo per intenderci – nell’applicazione di elettrodi sul cranio del paziente addormentato, nell’invio di stimoli acustici e nella registrazione delle risposte. Flavia è stata sottoposta al test nove giorni dopo, all’ospedale pediatrico di Napoli Santobono. L’indagine ha escluso la presenza di condizioni patologiche, evidenziando solo un deficit lievissimo e transitorio (e in ogni caso non invalidante) legato allo stato di raffreddamento della bambina.

10 Dicembre 2014 19 Commenti
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Solo col mio corpo

by Silvana Santo - Una mamma green 2 Dicembre 2014

Io e il mio corpo non siamo mai stati amiconi. Ci tolleriamo più o meno pacificamente da 33 anni, abbiamo superato abbastanza bene gli anni duri di un’adolescenza con pochi chili addosso, qualche problema di pelle e tagli di capelli sbagliatissimi. Diciamo che la nostra è una convivenza accettabile, ma il mio vero grande amore è sempre stato la mia testa.

Chi lo avrebbe mai detto, dunque, che sarebbe stato proprio il mio corpo – piccoletto, impreciso, fuori forma –  a sostenermi in uno dei momenti più cruciali della mia esistenza. A fare il grosso del lavoro, a risolvere tanti problemi, a farmi andare avanti senza (troppi) intoppi.

E invece eccomi qua, il seno per nutrire, ma anche placare, rilssare, addormentare, la figlia più piccola. Lo sterno nudo, la pancia, il collo, per sostenerla pelle a pelle, per farmi utero e placenta e convincerla che no, qua fuori in fondo non si sta poi così male.

E la pancia, ancora gonfia e molle, che rassicura il figlio maggiore. Il mio ombelico come vaso ricolmo di ambrosia, da sfiorare e accarezzare, che lo calma e lo accompagna nel sonno. Il nodo che mi legava a mia madre mentre mi formavo nel suo ventre, adesso in qualche modo mi tiene vicina a mio figlio, mi collega a lui.

E poi le spalle, il dorso, la schiena. Per sostenere mia figlia, avvolta nella sua fascia. Stretta a me, al mio corpo di donna, a quello che abbiamo in comune e che, dicono, ci fa somigliare.

La mia voce per cullare entrambi, le mani – una per parte – per accarezzarli. Gli occhi e la bocca rivolti all’uomo con cui li ho generati. Il mio corpo esegue ordini che nessuno ha impartito, risponde a comandi ancestrali, asseconda istinti chimici potenti e universali. Il mio corpo di animale, progettato esattamente per fare quello che sta facendo.

Il mio corpo con la sua semplicità, con la sua schiettezza franca, il suo pragmatismo. È con lui che, per una volta, tradisco la mia mente, così avvezza al superfluo, all’esagerato, all’innaturale.

Il mio corpo banale, operaio, a tratti ottuso. Il mio corpo di donna, di mammifero. Di madre.

2 Dicembre 2014 6 Commenti
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come accettare parto cesareo
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La nascita di mia figlia: le cose che non dimenticherò

by Silvana Santo - Una mamma green 21 Novembre 2014

L’inspiegabile dolcezza del travaglio. Tale da rendermi difficile – a me, che pure di travaglio ne avevo già vissuto uno – capire che effettivamente era arrivato il momento di Flavia. La soddisfazione, subito dopo, nel constatare che mia figlia e il mio corpo avevano ascoltato le mie implorazioni: decidere liberamente il momento del parto, sfuggire, almeno questo, a una programmazione artificiale e imposta che proprio non volevo.

Il panico sordo nel momento in cui mi è stata prospettata l’ipotesi di una anestesia generale. La prospettiva angosciante di non poter vedere subito mio figlio, di non avere informazioni sulla sua salute, di non essere la prima a conoscerne il sesso. Il terrore di avere, in seguito, difficoltà nell’allattamento. Il sollievo immenso quando ho saputo che le mie condizioni permettevano di procedere senza troppi rischi con l’anestesia spinale.

Il pianto sottile di Flavia. Deciso ma sobrio, ragionevole. Così diverso dall’urlo impaziente con cui suo fratello era entrato nel mondo.

L’emozione di saperla femmina (una conferma, più che una scoperta). Femmina come me, femmina come la donna che diventerà e con cui spero di riuscire a condividere un sacco di cose.

La naturalezza con cui lei si è attaccata al mio seno. Come se non avesse fatto altro per quasi nove mesi, come se qualcuno glielo avesse insegnato prima di concederle il lasciapassare per la vita.

Lo sguardo grigio di Flavia. Così inspiegabilmente intenso, così precocemente “pieno”. Quello sguardo speciale dedicato a sua madre.

cose che non dimenticherò flaviaIl piacere nel pronunciare finalmente il nome di mia figlia, dopo mesi trascorsi nella divertente tortura dell’incognita. Il suo nome rotondo e così lieve, sottile ma deciso, classico, vellutato e distinto. Un nome millenario, che sa di pietra e di naumachie, di imperatori sanguinari e gladiatori impavidi. Di tigri e martiri, di plebe e di papi. Eppure un nome così docile, leggero, flautato. Che ti spalanca la bocca – e il cuore – quando lo pronunci a mezza voce.

Il dolore fisico nel post-operatorio. Un dolore solido, arcigno. Che mi ha fatto pensare a un tradimento del mio corpo, improvvisamente lento, livido, inabile. Ripiegato su se stesso e sulla propria debolezza. Ma un dolore obbediente, disposto a recedere con la stessa fretta con cui mi aveva assediato. Reso addomesticabile dalla volontà granitica di occuparmi al meglio, e subito, dei miei figli.

La nostalgia bruciante della metà maschile della famiglia. La paura che niente, dopo quella separazione, potesse essere più come prima.

La presenza solidale e complice delle donne che mi hanno assistito. La loro totale gratuità, che una volta tanto ha colmato perfettamente il vuoto che mi porto dentro per l’assenza di sorelle (e fratelli).

L’amore con cui Flavia è stata accolta dai suoi nonni, la partecipazione accorata e discreta di tante amiche lontane, l’indifferenza di gomma di tanti altri amici, che non hanno ancora trovato 5 minuti per venire a conoscere mia figlia, o almeno per farmi una telefonata (e in qualche caso neanche 30 secondi per mandarmi un messaggio di auguri).

L’affetto concreto del mondo del web, a cominciare da chi nel tempo si è affezionato a questo blog. Una presenza tangibile e sincera che non dimenticherò mai.

L’agitazione nel tornare a casa da mio figlio. Il desiderio di tuffare di nuovo i miei occhi nei suoi, mischiato al timore di una sua reazione rabbiosa, o peggio indifferente. L’emozione struggente nel vederlo sciogliersi in un pianto commosso e incredulo, destinato a trasformarsi, appena qualche istante dopo, in un abbraccio sorridente. Il sollievo, la conferma, la certezza che la strada che stiamo percorrendo insieme è esattamente quella che fa per noi.

Il primo sguardo di Davide a sua sorella. Non già di tristezza, non già di irritazione o di paura. Semplicemente, uno sguardo un po’ disgustato, come se avesse appena inghiottito un boccone troppo amaro. Sarà il tempo, insieme all’impegno quotidiano di mamma e papà, a riempire quegli occhi di amore e di orgoglio fraterno (o almeno, questi sarebbero gli auspici).

L’imprevista tranquillità dei primi giorni a casa con la mia famiglia. La lentezza, i silenzi, il mio corpo stanco che recuperava vigore. La meraviglia infinita di scoprire che davvero adesso ho due figli. La resa, incondizionata e felice, a questa condizione nuova, la pace, l’attesa curiosa di quello che sarà. L’opposto del tormentato inizio in compagnia di Davide, così pieno di dubbi, resistenze, intromissioni tollerate e paure. Quell’inizio traballante che mai saprò perdonarmi.

Infine, l’impassibilità di Artù, forse definitivamente rassegnato alle presenze infantili, o semplicemente consapevole – anche lui, finalmente – che l’amore di una madre per i suoi figli non può che moltiplicarsi insieme al loro numero. Fino all’infinito e oltre.

21 Novembre 2014 19 Commenti
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gravidanza e parto

La notte, nei reparti maternità

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Novembre 2014

Durante la notte, i reparti maternità diventano campi di battaglia per sole donne. Guerriere che non si conoscono, ma che hanno condiviso lo stesso combattimento, con i corpi lacerati, gonfi, sanguinanti. Eppure trionfanti e gloriosi.

Sono isole interdette ai maschi, ad eccezione di qualche medico assonnato e degli ignari neonati, in cui le puerpere e le donne che le assistono rivivono gli stessi riti da millenni. Una liturgia, sussurrata a mezza voce, fatta di latte e di sudore, di sangue che si mischia e si confonde, di disinfettante e di vagiti improvvisi.

Ognuna con la sua storia, le reduci del reparto maternità sentono istintivamente di avere qualcosa che le accomuna e allo stesso tempo le distingue. Tutte madri nello stesso identico modo, diventate tali in un corpo a corpo con se stesse, attraversando un dolore che i maschi non conoscono e non capiranno mai. Un dolore spietato e necessario. Eppure tutte irrimediabilmente diverse, come i loro preziosissimi figli, costati lacrime e fatica, che ora giacciono addormentati nell’attesa di conoscere il mondo che li ha attesi paziente per nove mesi.

La sofferenza fisica, la stanchezza, la paura, nei reparti maternità si mischiano all’esaltazione e all’amore, in un’alchimia agrodolce che forse non si respira in nessun altro luogo al mondo.

reparti maternitàSi percepisce, la notte nei reparti maternità, una specie di sacralità del dolore, accettato come conseguenza inevitabile dell’esperienza più simile alla creazione che un essere umano possa vivere. Un dolore che serve a qualcosa, che quando finalmente finisce lascia dietro di sé la vita e il futuro.

La penombra notturna spezzata da un pianto improvviso. Il silenzio ovattato interrotto dal gemito di una partoriente. I singhiozzi sommessi di una giovane mamma spaventata. Madri e sorelle e cugine che assistono, consolano, sorvegliano, accarezzano.

Donne che hanno combattuto e che hanno sofferto. Le cui ferite guariranno presto, ma resteranno imperiture a distillare sangue e amore. Passione e vita.

17 Novembre 2014 53 Commenti
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Lettera a mia figlia appena nata

by Silvana Santo - Una mamma green 12 Novembre 2014

Mia minuscola figlia.
Sei arrivata nella mia pancia e nella nostra vita prima del previsto. Eri indubbiamente nei nostri progetti, ma i tempi, di fatto, li hai dettati tu. Inaspettati, fulminei. Si può dire che tu sia la prima cosa, tra quelle importanti, che io non avessi programmato nei minimi particolari. E per questo mi aspetto che sarai anche una delle più riuscite.

Vorrei innanzitutto chiederti scusa. Perdonami se, da quando ti ho sorpreso nel mio ventre, non ti ho dedicato le attenzioni esclusive che forse ti aspettavi. Del resto, è il destino dei secondogeniti, obbligati a condividere con altri i pensieri materni fin da prima di nascere. Ma sai che ti dico? Forse è meglio così. Tuo fratello, che pure è stato un figlio unico per pochissimo tempo, dovrà rassegnarsi piano piano alla nuova condizione, per te, invece, sarà tutto più naturale.

Scusami anche se non ho avuto la forza di lottare per darti una nascita più naturale. Per risparmiare a te e a me la violenza di un cesareo evitabile, la forzatura degli aghi, della chimica artificiale e dei cateteri. Ti ringrazierò per sempre per averci evitato, almeno questo, l’imposizione di tempi che non erano i nostri, per essere stata tu a scegliere quando separarti da tua madre. In ogni caso, avremo tempo per recuperare, per azzerare di nuovo la distanza e dimenticare. Te lo prometto.

Ti ringrazio per la pazienza e la forza che hai mostrato nei nove mesi in cui sei stata dentro di me. Nove mesi in cui non mi sono risparmiata mai. In cui ho viaggiato, lavorato, camminato, corso, nuotato, fatto l’amore. In cui ho sostenuto il peso vivo di tuo fratello continuamente e senza troppi scrupoli, dormito troppo poco, mangiato troppo male. In cui mi sono arrabbiata e spaventata, ho pianto e urlato, sofferto e gioito. Vissuto, pienamente. Senza, forse, il dovuto riguardo per la tua giovane vita. Che comunque non era poi così fragile, se tu non hai fatto mai una piega. Se è vero, come è vero, che sei rimasta aggrappata a me con calma e naturalezza, senza proteste o strappi, senza paura. Sei stata esemplare, anzi, lo siamo state insieme. Due donne, madre e figlia, con la forza silenziosa e impassibile di tutte le donne. Una perfetta macchina della vita, implacabile e oliata a meraviglia.

Spero che in qualche anfratto del tuo inconscio resterà il ricordo delle ninne nanne che cantavo ogni sera a tuo fratello. Sono certa che tu sappia già che le intonavo sempre pensando anche a te, immaginando di raggiungere il tuo nido amniotico, di far vibrare piano i tuoi timpani, il tuo cervello e il tuo cuore. Inaugurando quello che spero diventi uno di quei riti insostituibili delle infanzie felici: la nenia della buonanotte di una madre per i suoi figli.

Arrivi nel mondo circondata da persone che ti amano. Molte le riamerai con altrettanto trasporto, qualcuno ti lascerà indifferente, altri, addirittura, non li potrai soffrire. Perché – lo imparerai presto – non sono i vincoli del sangue, e neanche la mera consuetudine alla frequentazione, ad alimentare l’amore. Io mi fiderò il più possibile della tua capacità di discernimento, ma tieni a mente, se puoi, che nascere amati è un privilegio, e un destino da onorare.

Arrivi, soprattutto, in un mondo che è ancora dei maschi. Spero che non lo resti troppo a lungo, e che per te sia più facile essere una bambina, e poi una donna, di quanto non lo sia stato e non lo sia per me. Spero che noi stesse contribuiremo, insieme, al cambiamento che serve. Io ti prometto che cercherò di valorizzare sempre la tua femminilità – perché non è negando le differenze che si promuove l’uguaglianza – senza cedere alla facilità di certi stereotipi.

Ogni tanto – è meglio che tu lo sappia da subito – ti sentirai effettivamente “il secondo arrivato”. Troppo piccola, troppo giovane, troppo bassa, troppo inesperta per qualcosa. Troppo seconda, appunto. Ma sarà una sensazione transitoria. La vita ti insegnerà che non sempre conta arrivare primi, che l’importante non è riuscire subito o più in fretta degli altri, ma ottenere da se stessi il meglio possibile. Qualunque cosa questo significhi.

Dal canto mio, ti prometto solennemente – e lo prometto a tuo fratello – che mi sforzerò in ogni modo di evitare la tentazione del confronto. So bene che il tempo potrebbe rivelarmi di avere più cose in comune con te o con lui, che probabilmente mi troverò ad andare d’accordo con uno di voi più che con l’altro. Per affinità, per indole, per empatia. Ma questo non vuol dire che io potrei mai considerare uno di voi “migliore” dell’altro. Avrete a turno la sensazione che sia così, vi arrabbierete, ne soffrirete. Sarete gelosi. Ma ti garantisco che per me sarete inevitabilmente differenti, più o meno inclini a comprendermi e a farvi capire da vostra madre, ma non più o meno amati.

Ti affido al mondo con la stessa commossa paura con cui gli ho consegnato tuo fratello, neanche due anni fa. Allora non lo sapevo, ma lo sforzo maggiore che mi aspetta sarà quello di ricordare ogni momento che non mi appartenete. Che un giorno, presto e senza preavviso, smetterò di essere, insieme a vostro padre, il centro del vostro universo, come è sano e naturale che sia. Che per quanto siate e resterete per sempre pezzi di me che se ne andranno a spasso dove vorranno, carne e sangue e ossa impastati della mia stessa natura, materia identica a quella che compone il mio stesso corpo; per quanto sia disposta, nonché assolutamente decisa, a darvi tutta me stessa fino a quando lo vorrete e ne avrete bisogno, il mio compito è anche quello di aiutarvi a essere felici senza di me. La sfida più esaltante e insieme più crudele che mi sia mai trovata ad affrontare.

Aiutami, se puoi. E insieme la vinceremo.

Buona vita, amore mio.

12 Novembre 2014 16 Commenti
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Doppia separazione

by Silvana Santo - Una mamma green 7 Novembre 2014

Non so se sono ancora pronta a quella che di fatto sarà una doppia separazione.

Dal mio primo figlio, che non ho mai lasciato così a lungo, e che forse passerà il tempo a chiedersi dove sia finita sua madre, oppure scoprirà che in fondo si sta benissimo anche senza di lei (e non so, in tutta franchezza, quale delle due eventualità mi faccia più paura…). E dal mio secondogenito, dal quale dovrò separarmi nel senso più fisico del termine, recidere quel legame di sangue, pelle e fluidi che ci rende una persona sola con due distinte identità.

I miei figli, che negli ultimi mesi sono stati, forse paradossalmente, quelli che più hanno mitigato una solitudine – in parte subita, in parte capitata, in parte autoimposta – che altrimenti avrebbe finito col prostrarmi.

Li ritroverò entrambi. Fuori dal mio corpo e, come è giusto che sia, appena più indipendenti dalla donna che li ha generati, e che ogni giorno prova a partorirli ancora, in un travaglio faticoso ed esaltante che, probabilmente, non si concluderà mai.

Niente, però, sarà più come prima, nel bene e nel male. E saperlo in anticipo, senza ombra di incertezza, dà una vertigine che a tratti spezza il respiro.

7 Novembre 2014 7 Commenti
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10 cose che auguro a mio figlio che sta per nascere

by Silvana Santo - Una mamma green 22 Ottobre 2014

10 cose che auguroBastare sempre a te stesso
Perché la felicità e la realizzazione, contrariamente a quello che pensano in molti, non hanno niente a che vedere con il luogo in cui si vive, le persone che si frequentano, il lavoro che si ottiene, i viaggi, la vita sociale, le possibilità economiche. E neanche con l’amore e con la famiglia. La felicità è una condizione intima dell’essere umano, che ha moltissimo a che fare con l’idea che si ha di se stessi. Per questo ti auguro, figlio mio, di stare sempre bene in tua compagnia, e di trovare in te, e solo in te, il motivo per sentirti completo e soddisfatto ogni giorno.

Non essere mai solo
No, non è in contraddizione con il punto precedente. Ti auguro di avere sempre qualcuno accanto non per rispondere a un bisogno, o per completarti in qualche modo. Ma perché è solo insieme agli altri che si fabbricano quei ricordi per cui vale la pena invecchiare. E che si diventa ogni giorno migliori.

Coltivare la memoria
Un uomo senza memoria è un uomo senza futuro. Per questo spero che saprai sempre custodire in te il ricordo di quello che sei stato, senza mai trasformarlo in rimpianto. Goderti la malinconia più dolce evitando che si trasformi in nostalgia. Sapere sempre chi eri per capire ogni giorno di più che tipo di persona vuoi diventare.

Ricercare la diversità
Ti auguro con tutto il cuore di fare continuamente esperienza del diverso, del nuovo, dell’altro da te. Anche se a volte ne avrai paura, ti sentirai solo o addirittura “sbagliato”. È dalla ricchezza della diversità che si distilla il sale della vita. Le cose migliori che ti capiteranno, probabilmente, saranno merito di persone molto diverse da te.

Circondarti di bellezza
La bellezza autentica è tutt’altro che effimera. È forse l’unica cosa che davvero ci consegna all’eternità. Allora spero che potrai scorgerla sempre intorno a te (e dentro di te), nei riflessi del cielo e nelle vene del marmo, nello sguardo di un vecchio e nella luce del mare. Perché a volte sarà proprio questo – uno sprazzo di bellezza nel grigio del tempo – a salvarti dai sentimenti più insidiosi.

Restare integro
Anche quando questo significherà vedere calpestato un tuo diritto, trovarti svantaggiato dinanzi a un disonesto, doverti apparentemente piegare di fronte a un’ingiustizia. Perché l’opinione che avrai di te stesso sarà il solo giudice di cui dovrai ascoltare davvero la sentenza, alla fine di ogni giorno e alla fine dei tuoi giorni. E non c’è niente, fidati, per cui valga la pena perdere il rispetto di se stessi e la propria libertà.

Avere fede
In un dio, in un’idea, in una persona. In un principio o in un sentimento. Semplicemente in te stesso. Perché vivere credendo in qualcosa non è semplicemente più facile, ma è il solo modo per trovare un senso, per elevarsi dalla mediocrità, per non rassegnarsi mai a quello che non ci piace, che non funziona, che non è giusto.

Vivere tante volte
Attraverso le pagine di un libro, l’oblò di una nave che salpa verso una destinazione lontana, i personaggi di un dipinto appeso nella sala di un museo. Vivere le vite degli altri, scoprire altri tempi e altri luoghi, avere una routine da spezzare ogni tanto. Divampare al fuoco del desiderio di conoscere, di sperimentare, di vedere.

Avere coraggio e avere paura
Trovare il coraggio di rischiare, di ricominciare, di fare un altro tentativo, di partire, di osare. Trovare il coraggio di sbagliare, soprattutto, perché ci sono cose che si imparano soltanto attraverso i propri errori. Ma concedersi anche di avere paura, di assaporare l’odore atavico della propria adrenalina, che più spesso di quanto si possa pensare è tutto ciò che ci salva dalla catastrofe.

Saperti perdonare
Lo vorrei per te perché per me è sempre stata questa la cosa più difficile. Ti auguro con tutto il cuore di amarti sempre, anche e ancora di più quando sbaglierai. Il che non significa che dovresti concederti qualsiasi cosa, o negare le tue responsabilità di fronte a quello che andrà storto in conseguenza delle tue azioni, ma solo permettere a te stesso di non essere sempre perfetto, e soprattutto dare il giusto valore alla tua stessa buona fede. E se a volte proprio non dovesse riuscirti, pensa a tua madre, dovunque sarà in quel momento. E ricorda che lei, senza il minimo dubbio, ti avrebbe perdonato in ogni caso. Con tutto il suo cuore.

22 Ottobre 2014 12 Commenti
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Ti amo tanto. E ti faccio spazio

by Silvana Santo - Una mamma green 6 Ottobre 2014

Se la famiglia si allarga, e tu vivi in una casa piccola piccola, l’insieme delle operazioni che fai per prepararti al nuovo arrivo comincia invariabilmente con il “fare posto” a chi verrà. Sono anni che per me funziona così. All’inizio ci vivevo da sola, in questi 62 metri quadri. Che per me erano anche troppi. C’era una stanza del tutto inutilizzata, la porta del bagno perennemente aperta e un letto matrimoniale in cui dormivo soltanto io. Spesso regnava il silenzio.

Poi siamo diventati due, e suddividersi lo spazio (le ante dell’armadio, i comodini, le mensole in bagno), trovare una collocazione alle cose di lui (la sua tazza nel mobile sopra l’acquaio, il suo spazzolino da denti accanto al mio) è stata la misura concreta del “diventare famiglia”, del rinunciare a qualcosa di sé, nel senso migliore del termine, per accogliere l’altro.

Ti faccio spazio nel mio nido, in due si starà meglio. Mi sposto un po’ più in là, mi accomodo diversamente sul divano, getto via quegli oggetti inutili per far posto alla tua vita. Staremo vicini – che bello – e saremo comodissimi.

Il terzo inquilino era minuscolo, quando è arrivato. Un cosetto peloso con delle orecchie troppo grandi e una coda lunghissima. Ma aveva le sue necessità pratiche, richiedeva uno spazio vitale indispensabile che noi umani abbiamo dovuto ricavare per lui. L’angolo delle ciotole, il tiragraffi, la toilette, la cuccia alta e così via. La casa è piccola? Nessun problema: ci stringiamo un pochino, rinunciamo a un altro po’ di superfluo e staremo tutti comodi. Magari acciambellati gli uni sugli altri come ghiri in una tana.

Tutto vero. Anche quando è arrivato un figlio Homo sapiens, ancora più “ingombrante”, da tutti i punti di vista. Un bambino ha bisogno di spazio? Nessun problema. Noi riusciremo a trovarlo. Ti ho ospitato nel mio piccolo corpo per nove lunghi mesi, sono riuscita non senza dolore a regalarti il grosso del mio cuore, vuoi che non riesca a organizzare la nostra casa in modo da accogliere anche te? E via di soluzioni salvaspazio, vasca pieghevole, fasciatoio su misura commissionato ad un artigiano di paese.

Non occorre altro, basta ridurre lo spazio vuoto che ancora sopravviveva tra di noi. Tanto, a che ci serve? E così questo è diventato il nido di mio figlio, il suo santuario. Il luogo da riconoscere come casa, il posto in cui sentirsi più sicuro al mondo, a parte le braccia di sua madre.

Adesso il silenzio è una condizione quanto mai rara. La porta del bagno è comunque perennemente aperta, perché è sempre, ma proprio sempre, il momento giusto per stare insieme, per stare vicini. La camera da letto è grande abbastanza per un talamo a tre piazze, in cui ognuno, tutto sommato, ha lo spazio sufficiente per dormire comodamente. A tavola stiamo insieme e la stanza che una volta era praticamente in disuso è diventata la più colorata e trafficata della casa.

Ora ci risiamo. Ancora una volta, probabilmente per l’ultima. Ho fatto spazio nel mio ventre a una piccola persona via via più grande, ritirando il mio respiro, rimpicciolendo i miei organi vitali. Dentro il mio stesso corpo non c’è più posto per me. Ogni centimetro cubo, ormai, appartiene a mio figlio. È faticoso, ma funziona. Lui (o lei) cresce come deve e io sono sempre io.

E anche la nostra piccola casa si adatta, si modifica, si accomoda per accogliere il nuovo inquilino. Lo spazio, se vuoi, viene fuori. Basta rinunciare a qualcos’altro di inutile, basta concentrarsi sull’essenziale.

È sufficiente, in fondo, stringersi appena un po’. Ridurre ancora le distanze, il vuoto, il nulla. Stare più vicini, condividere quello che abbiamo. E non significa proprio questo, amarsi, in ultima analisi?

Ti faccio un po’ di posto sulla zattera in cui sto andando alla deriva per il mondo. Se mi salvo io, ci salveremo tutti, stretti gli uni agli altri come foglie su un ramo. Vicini. Insieme. Perché siamo una famiglia, perché se mi sposto un pochino più in là, come diceva quel vecchio musical, anche tu stai comodo. Anche tu sei a casa.

6 Ottobre 2014 11 Commenti
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Il bestiario della mamma

by Silvana Santo - Una mamma green 24 Settembre 2014

Le mamme hanno rospi giganteschi da ingoiare – ogni giorno – e sorci verdi da cacciare in trappola.

Hanno cavalli alati da immaginare (e fare immaginare) e lupi senza colpa da assolvere, finalmente.

Le mamme hanno formichine per fare il solletico e uccellini per confidare i segreti più segreti.

Hanno topolini che trasformano i denti da latte in monete luccicanti, e api e farfalle per rispondere a certe domande imbarazzanti.

Le mamme hanno lucciole per rischiarare le notti troppo buie e orsacchiotti con la pancia tonda per scacciare la malinconia che non se ne va.

Hanno draghi da ammazzare, che spesso sono solo nella loro testa.

Insetti ronzanti da ignorare e pungiglioni aguzzi da schivare.

Le mamme hanno chiocce tiepide da imitare (ma non troppo) e pesciolini da chiamare a raccolta all’ora del bagnetto.

Coccodrilli e oranghitanghi da cantare, gatti da mettere in fila per sei,  elefanti da far dondolare all’infinito sopra il filo di una ragnatela.

La vita delle mamme, che amino o meno gli animali, a volte somiglia a un bestiario, stracolmo di amore, di sogni, paure e di tanta, tanta fantasia.

24 Settembre 2014 9 Commenti
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Telepatia

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Settembre 2014

telepatiaLa premessa è d’obbligo: io non sono affatto una credulona, anzi. Direi che tendo ad essere, per lo meno rispetto alla media della gente, particolarmente scettica. Zero superstizioni, nessun interesse per l’astrologia, profonda diffidenza per tutto quello che ha a che fare con i “miracoli”, le pratiche mediche alternative, la meditazione estrema e così via. Ho difficoltà anche ad affidarmi con convinzione all’omeopatia, per dire (e non sono mai riuscita a convincermi della possibile efficacia delle collanine d’ambra per la dentizione).

Però penso che la mente umana abbia un potere straordinario, ancora largamente inesplorato. E in quella di una madre, forse, si attiva qualche sinapsi speciale e ancora sconosciuta, capace, in qualche modo, di cogliere i messaggi elettrici – taciti ma tangibili – provenienti dal cervello di un figlio.

So di sorelle che conducono vite diverse in case diverse, ma ogni tanto fanno lo stesso sogno. Di padri che aprono la porta a figlie che non avevano ancora bussato, di gemelli lontani che sentono dolere contemporaneamente la stessa parte del corpo. Io stessa, a volte, ho risposto a telefonate di care amiche che stavo giusto pensando di chiamare, oppure ho pronunciato la stessa frase di qualcuno, esattamente nello stesso momento. Ma non mi era mai capitato di avere personalmente la sensazione tanto netta di “comunicare” in modo silente con un altro essere umano. Telepaticamente, oserei dire, per quanto non sia certa che questo sia il termine corretto.

Forse è perché il cervello di mio figlio mi si è formato dentro, forse è perché molti dei suoi neuroni, quelli che lo accompagneranno per l’intero arco della sua vita, tutto sommato, li ho costruiti io stessa a partire da molecole “mie”, provenienti dal mio organismo (sottratte ad esso, in un certo senso). Io non pretendo di sapere quale sia la ragione. E forse neanche mi interessa poi così tanto.

Quello di cui sono sicura, però, è che almeno un paio di volte, negli ultimi mesi, ho avvertito l’urgenza impellente, nottetempo, di aprire gli occhi nel buio e voltarmi in fretta verso il letto in cui dorme Davide. Senza che lui avesse pianto, si fosse lamentato (come fa di solito quando si sveglia durante la notte), si fosse agitato tra le lenzuola o avesse prodotto il minimo rumore. Semplicemente, ho “sentito” qualcosa – l’altra notte, tra l’altro, ero già praticamente addormentata – e ho guardato istintivamente in quella direzione.

Entrambe le volte mio figlio era sveglio, seduto sul letto, immobile e perfettamente silenzioso. La sua piccola figura si stagliava contro il muro bianco della nostra camera da letto, nel chiarore freddo e vagamente inquietante della lucina da notte che teniamo sempre accesa. Suo padre dormiva placido al mio fianco. La sensazione che mi avesse “chiamato senza chiamarmi” è stata, in tutti e due i casi, fortissima e immediata.

Telepatia o sintomo chiaro di una incipiente follia (della sottoscritta)? Io non lo so. Ad ogni modo, lui era sveglio, in perfetto silenzio, e guardava me.

10 Settembre 2014 12 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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