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essere madre

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Ci avevano detto che non sapevamo fare i genitori

by Silvana Santo - Una mamma green 6 Aprile 2020

Ci avevano detto che non sapevamo fare i genitori.

Che avevamo abdicato al nostro ruolo educativo, che stavamo – smidollati – crescendo una generazione di bambini maleducati, incapaci di affrontare un no, di rispettare una regola, di stare in società. Che stavamo crescendo dei piccoli tiranni, ai quali eravamo completamente asserviti. “La generazione di genitori peggiore della storia”, avevano sentenziato quelli che avevano provveduto a loro volta a educarci.

E poi è arrivata la pandemia.

E ci siamo inventati insegnanti, senza averne le competenze, le velleità, l’esperienza. Senza averne il ruolo e l’autorevolezza. Eppure lo facciamo, per ore, da settimane. Talvolta sopraffatti da una mole inusitata di richieste, stimoli, materiali, scadenze. Talvolta completamente abbandonati a noi stessi, lasciati soli con il nostro buon senso e la nostra capacità di improvvisazione.

Ci siamo riscoperti compagni di giochi. Amici senza poterlo essere (per anagrafe, per ruolo, per attitudine). Surrogati più o meno efficaci di una generazione di coetanei che improvvisamente è scomparsa dalle giornate dei nostri bambini. Abbiamo dovuto attingere a risorse di immaginazione, pazienza e di libertà che neanche più pensavamo di avere, cercando di trasformare ogni giorno, per settimane, la realtà in sogno, in fiaba, in magia.

Siamo diventati costruttori. Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo cominciato a fabbricare di tutto, con il poco che avevamo a disposizione. Strumenti musicali coi rotoli della carta igienica, veicoli di plastica riciclata, bambole e pupazzi con vecchi ritagli di stoffa e pezzi di spago. Come se, all’improvviso, avessimo compreso la labilità del nostro benessere. L’apparenza effimera su cui si fondano le nostre privilegiate vite di occidentali del terzo millennio.

Ci siamo improvvisati psicologi. Capaci di ingoiare il boccone amaro della nostra stessa ansia in nome della serenità dei nostri figli. Di nascondere al meglio la preoccupazione montante per il nostro lavoro, per i conti da pagare, per lo stipendio in forse. Di nascondere, soprattutto, l’angoscia per i nostri “vecchi”, minacciati dalla nuova, oscura, malattia e da quelle ben note, che a differenza nostra non sono andate in quarantena. I nostri vecchi tallonati da mostri vecchi e nuovi, dall’insicurezza, dalla fragilità, oppure dalla loro stessa incoscienza, dalla reticenza, dalla negazione. Ci siamo improvvisati psicologi, obbligandoci a raccontare ai nostri bambini la più terrificante delle storie, cercando di aiutarli a comprenderla, a decodificare l’orrore senza che questo finisse col fagocitarli. Abbiamo drenato incubi notturni e domande atterrite, interpretato silenzi, ammortizzato regressioni improvvise. I più sfortunati di noi hanno dovuto accompagnare i propri figli in un agghiacciante viaggio nell’Ade, sostenendoli in qualche modo nell’elaborazione di un lutto mai concretamente consumato. Un lutto senza liturgie, senza saluti, senza conforto.

Ci siamo messi a fare i cuochi. Pasticcieri, fornai, pizzaioli. E non perché avessimo paura che sarebbe mancato il cibo in tavola, che i nostri figli sarebbero morti di fame. Abbiamo rispolverato il rito atavico del “preparare il pane” come gesto primo e ultimo di accudimento. Come esorcismo collettivo, come atto definitivo di vero amore. Come manifestazione esplicita della nostra resistenza. Il lievito che monta, lo zucchero che caramella, il vapore che sale in volute dai nostri fornelli sono stati la nostra risposta istintiva alla morte. Gli strumenti primari con cui “fare il nido”, trasformando in tana e in focolare quella che era una semplice casa.

Siamo diventati animatori, musicisti, lettori, infermieri, confessori, allenatori. Ci siamo letteralmente fatti carico delle vite dei nostri figli piccoli – del loro benessere emotivo, psicologico, mentale, prima ancora che fisico – come mai nessuna generazione aveva dovuto fare prima. Ventiquattr’ore al giorno, da soli. E lo abbiamo fatto continuando a lavorare ogni santo giorno (qualcuno direttamente al cospetto della malattia e della morte), e continuando a essere figli, cittadini, mogli, mariti, sorelle e fratelli.

Alla fine, dovremo prendere atto dei nostri inevitabili errori. Ma, soprattutto, potremo guardarci allo specchio con una nuova consapevolezza, che nessuno, a cominciare da noi stessi, dovrà più permettersi di negare: non siamo perfetti, ma siamo genitori. Siamo madri e siamo padri. E sappiamo perfettamente come si fa.

6 Aprile 2020 2 Commenti
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quando odio fare il genitore
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Quando odio fare il genitore

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Febbraio 2020

Odio fare il genitore quando i miei figli riescono a dire esattamente la frase che fa più male. Quella che ti spiazza, che ti lascia in disarmo. Che ti fa vacillare la terra sotto i piedi. E tu sai che dovresti darle poco peso, scrollare le spalle e relativizzare, eppure dentro di te si forma una crepa sottile che ogni volta si allarga un po’ di più. E a te non resta che provare a richiuderla con l’oro liquido del tuo amore incondizionato e archetipico, come in un esercizio quotidiano di kintsugi che non si esaurisce mai.

Odio fare il genitore quando i miei figli mi sembrano “infelici” e io mi convinco di essere la causa principale della loro infelicità.

Odio fare il genitore quando sento di aver dato tutto quello che avevo, eppure non è stato comunque sufficiente. Quando ho fatto davvero il meglio del mio meglio, e magari mi sono inventata pure qualcosa in più. Eppure i miei figli non sono contenti, non sono tranquilli, non sono soddisfatti. Quando ho preparato con le mie mani un pasto succulento che resta a freddarsi triste in un piatto. Quando ho costruito un gioco che viene subito dimenticato, distrutto, ignorato. Quando ho dedicato tempo, energie, gioia e amore, ma questo non è abbastanza per evitare i malumori, i litigi, la rabbia reciproca. E io mi lascio abbattere, mettere in discussione e intristire per questo.

Odio fare il genitore quando mi sorprendo delusa o dispiaciuta perché le cose non vanno come io vorrei. Perché i miei figli non rispondono ad aspettative che neanche dovrei coltivare, quando non riesco ad accogliere come dovrei anche le loro fragilità, i loro limiti, i loro inevitabili e innegabili difetti.

Odio fare il genitore quando non so fare il genitore. Quando sento che quello che sto facendo non funziona, ma mi pare di non avere altre opzioni, di non sapere come aggiustare il tiro. E lo odio ancora di più quando invece so perfettamente cosa dovrei fare, eppure per qualche ragione non ne sono capace. Quando so che dovrei essere (ancora un po’) più paziente ed empatica, (ancora un po’) più saggia e illuminata. E invece riesco solo a minacciare e punire e chiudermi nella mia frustrazione.

Odio fare il genitore quando i miei figli mi sembrano irriconoscenti e insensibili. Quando mi vedono affranta, esausta, avvilita e, pur sapendo benissimo che io mi sento affranta, esausta e avvilita, si guardano tra loro ridacchiando. E io mi odio perché lascio che il loro naturale infantilismo mi ferisca, che mi faccia sentire piccola e inutile, che mi metta in crisi ancora di più.

Odio fare il genitore quando mi ritrovo a dover rispondere a dei messaggi WhatsApp con le parole senza vocali e le k al posto del “ch”. E che cominciano con “Ciao mamme!”. Quando, per il bene dei miei figli, devo passare del tempo con persone con cui non mi sento del tutto a mio agio, o in luoghi in cui non metterei mai piedi spontaneamente. Quando scegliere tra me e loro comporta necessariamente una rinuncia.

Odio fare il genitore quando mi tocca spiegare ai miei figli che “non importa quello che fanno gli altri, a casa nostra funziona così”. E devo combattere contro le cattive abitudini altrui, contro la superficialità altrui, contro la pigrizia altrui e l’altrui mancanza di senso civico. Odio fare il genitore quando penso che se vivessi altrove, se fossi nata lontano e se lontano stessero crescendo i miei figli, sarebbe tutto più semplice, meno faticoso, meno logorante.

Odio fare il genitore quando lascio che una parola altrui, un giudizio più o meno esplicito, un confronto inopportuno mi mettano in crisi e mi facciano sentire inadeguata.

Odio fare il genitore quando i miei figli si ammalano e io ho paura per loro. Quando un figlio non mio si ammala di un male che non si può guarire, e io mi sento mancare il fiato al pensiero che un giorno potrebbe capitare ai miei. Quando penso che potrei stare male io e lasciarli troppo presto.

Odio fare il genitore quando non ho il tempo per farlo come vorrei e saprei.

Fare il genitore non è banalmente “una cosa meravigliosa”, il “senso di tutto”, la gioia più grande. È anche fatica, solitudine, rabbia. È una missione che non finisce mai. Un viaggio in cui si naviga sempre a vista, in un mare che a volte si fa oscuro e tempestoso. Fare il genitore è una limitazione autoinflitta e permanente della propria libertà, una responsabilità che va ben oltre le notti insonni, le ragadi al seno e i pannolini pieni di merda.

È anche un’avventura straordinaria, naturalmente. L’esperienza umana forse più intensa che sia dato di vivere e l’ancora di salvezza più solida quando senti che stai affogando (e magari avresti la tentazione di lasciarti andare). Ma non c’è vergogna per chi ammette che a volte è estenuante, difficile, doloroso. Come la vita, che è fatta di arcobaleni luminosi ma anche di pozzanghere di melma. Che è zucchero e fiele, goduria e tormento. Che è passione, in ogni senso che a questa parola sia possibile dare.

17 Febbraio 2020 2 Commenti
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La prima volta che ti ho visto

by Silvana Santo - Una mamma green 30 Gennaio 2020

La prima volta che ti ho visto, mancavano pochi minuti alle sei del mattino. Ero esausta, sveglia da un giorno e mezzo, reduce da una notte di doglie, solo che in quel momento non ne ero cosciente. L’adrenalina scorreva nell’alveo del mio sistema circolatorio come un torrente a primavera, la testa mi girava appena, il cuore batteva più forte del solito. Avevo mezzo corpo paralizzato e insensibile, e un ago inserito dentro una vena, nell’incavo del gomito destro. Un piccolo squarcio orizzontale separava in due la mia pancia, un paio di persone con camice e cuffia svettavano su di me mentre trafficavano per richiuderlo. Qualcuno mi aveva appena comunicato, con una voce che mi sembrò arrivare da distanze siderali, che la placenta era stata estratta integra e senza complicazioni, e che il cordone era stato tagliato. Non so bene come siano riusciti a ricucirmi, dal momento che tremavo furiosamente di freddo, un freddo che non avevo mai provato prima, sintetico come la luce piatta che ci pioveva addosso. Avevano attivato un getto di aria calda per cercare di riscaldarmi, ricordo di essermi chiesta se fuori stesse ancora piovendo. Una donna sconosciuta balbettò qualche convenevole mentre ti avvicinava al mio sguardo miope, abbastanza perché riuscissi a mettere a fuoco la tua smorfia contratta nel pianto. Era un pianto stentoreo, assordante, che lì per lì mi parve rabbioso e che invece, credo adesso, era soltanto disperato. Per l’abbandono che forse temevi di aver subito, per la paura, per la fame, per la solitudine. E per il freddo, che in quel momento ci assediava entrambi, scoperti e spezzati da una separazione chirurgica e definitiva. Ci sfiorammo per un attimo o due, che mi bastarono per passare in rassegna i tuoi lineamenti congestionati, tumefatti dalla lunga permanenza nel mio utero allagato. Che mi bastarono per dire a me stessa che mio figlio non mi somigliava per niente.

Eravamo soli, io e te. Di quella solitudine totale e inconsolabile che ti coglie quando sei circondato dalla folla. Due individui improvvisamente distinti, che fino a tre minuti prima avevano condiviso l’ossigeno, gli ormoni, lo zucchero e il sangue. Avevo perso un pezzo di me, non solo in senso metaforico. Avevo subito la più dolce delle mutilazioni, anche se allora non ne ero cosciente. Avevo freddo, vedevo male, non sentivo nulla se non quel pianto furioso che riempiva l’aria, e che fece dire alla levatrice anziana che in quarant’anni non aveva mai udito “un pianto così”. Penso di aver chiesto se tutto andasse bene, o forse l’ho soltanto immaginato. Non mi hanno risposto, forse il tuo ululato aveva assordato tutti quanti. A un certo punto vidi un mio piede levitare a mezz’aria, qualcuno mi aveva sollevato una gamba e la stava spostando verso destra. Mi parve di guardarmi dall’esterno, non avrei mai provato nulla di tanto straniante, dopo quel giorno.
Ti avrei rivisto solo dopo un’ora o due, vestito coi panni che avevo scelto per te. Non mi sembravi piccolissimo, dopotutto. Non mi sei mai sembrato piccolo, forse perché ero io a sentirmi improvvisamente microscopica, perduta in un mondo improvvisamente immenso, isolata in un vuoto improvvisamente incolmabile.

Se qualcuno mi avesse detto che ci saremmo amati come ci amiamo adesso, forse non gli avrei creduto. Devono avermelo detto, a pensarci bene. E di certo io non ci ho creduto. Se qualcuno mi avesse detto che in te avrei riconosciuto me stessa per filo e per segno, avrei fatto senz’altro un commento sarcastico, di quelli che non si addicono a una puerpera e che invece a me venivano sempre spontanei.

La prima volta che ti ho visto, eri il bambino che avevo appena partorito. Saresti diventato mio figlio, un giorno alla volta, sempre di più. Sarei diventata tua madre, piano piano e per l’eternità, nel bene e nel male. Non avevo idea, la prima volta che ti ho visto, che stavo guardando anche me, per la prima volta, senza riconoscermi.

30 Gennaio 2020 1 Commenti
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Cosa desideriamo per i nostri figli?

by Silvana Santo - Una mamma green 17 Gennaio 2020

Cosa desideriamo per i nostri figli?

Come li immaginiamo da adulti?

In salute, certamente. Questo penso sia il primo pensiero di qualsiasi genitore, istintivo e mammifero, dettato dal cuore, dal DNA, dagli ormoni e da ogni fibra del proprio essere: sperare per i propri figli un avvenire lungo e prospero, una vita libera dall’orrore e della paura della malattia e dell’infermità. Lo speriamo per loro, prima e più che per noi, perché da quando diventi genitore la tua stessa vita e la tua stessa salute finiscono col contare meno di quelle dei tuoi figli.

Desideriamo che i nostri figli, una volta adulti, stiano bene. Ma che altro? Che siano onesti, che siano risolti, che non siano soli e che, magari, mettano su una propria famiglia.

Ma mi sembra che in qualche modo siamo anche indotti ad auspicare per loro un futuro di successo, di “riuscita”, di realizzazione sociale e professionale. Li immaginiamo studenti di buon profitto, magari laureati, inseriti presto e bene nel mondo del lavoro. Economicamente indipendenti e, se possibile, benestanti o anche qualcosa di più. Difficile che, se gli si chiede cosa spera per suo figlio, un genitore escluda dai suoi desiderata istintivi una qualche forma di “soddisfazione sociale” o successo economico e lavorativo.

È naturale, credo. Siamo programmati per tramandare il nostro corredo genetico, per cui ci viene spontaneo augurarci che la nostra discendenza sia nelle condizioni di raccogliere e trasmettere la nostra eredità molecolare, generazione dopo generazione (e in effetti questo accade più facilmente in condizioni economiche e sociali di vantaggio).

Mi chiedo però se ci viene allo stesso modo istintivo augurare ai nostri figli quello che più conta, e cioè la capacità di essere se stessi e di essere liberi, e di conseguenza felici. Siamo così abituati a confondere la realizzazione personale con il successo professionale, economico e “sociale”, così avvezzi a dare per scontato che la felicità passi in primis da una carriera brillante, dai titoli accademici, da una “posizione”, da aver forse dimenticato quello che conta di più: la fedeltà a se stessi e la vera libertà. Che forse, prima che a nostri figli, dovremmo augurare a noi stessi.

17 Gennaio 2020 1 Commenti
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Breve storia del mio senso di colpa materno

by Silvana Santo - Una mamma green 13 Gennaio 2020

Il mio senso di colpa materno è il mio effettivo primogenito, nel senso che ha visto la luce prima ancora che il mio primo figlio emettesse il suo vagito inaugurale. Evidentemente, si annidava in qualche piega della mia coscienza ipertrofica da molto prima che diventassi madre, pronto a tendermi i suoi agguati già durante la gravidanza. Mi stancavo o lavoravo più del solito? Forse stavo nuocendo al mio bambino. Mi concedevo una dose generosa di comfort food non esattamente salutare? Ero davvero una madre degenere. Mi facevo prendere dai dubbi sulla mia imminente maternità? Che pessimo destino attendeva mio figlio! E giù di rimorsi e senso di colpa.

Da allora, anche a causa del clima giudicante e ipocritamente perfezionista che circonda le neomamme, non credo esista qualcosa per cui, rispetto al mio ruolo di genitore, non mi sia sentita in colpa almeno una volta: per aver vestito troppo poco i miei figli e per averli vestiti troppo; per aver dato loro troppo da mangiare o, viceversa, troppo poco; per essere stata troppo indulgente o troppo severa, troppo distratta o eccessivamente presente. Per aver parlato o taciuto, per aver lavorato troppo o troppo poco, per certe cose che ho pensato e altre che invece non mi sono proprio venute in mente. A volte – e davvero mi pare emblematico – mi capita di sentirmi in colpa per il troppo sentirmi in colpa.

Nel tempo (e con un significativo ma benedetto investimento in psicoterapia), ho capito che il modo migliore per esorcizzare il mio patologico senso di colpa materno sarebbe stato probabilmente quello di farci la pace. Di accettarlo come una caratteristica della mia personalità, scomoda e ingombrante ma anche potenzialmente molto utile. Un po’ come la pelle grassa, che mi ha rotto le scatole al liceo ma mi ha permesso di arrivare alla soglia dei 40 anni senza nemmeno una ruga d’espressione. Mi si conceda di nuovo il gioco di parole: non è colpa mia se tendo a sentirmi in colpa, e questo non fa di me una madre fragile, condizionata o negativa. Non mi rende un pessimo esempio per i bambini che la vita mi ha affidato.

Oggi, da potterhead attempata quale sono, provo a guardare al mio senso di colpa materno come a una specie di mistico mantello dell’invisibilità, nel senso che mi rende trasparente ai miei stessi occhi e mi impedisce di entrare in contatto coi miei veri bisogni, con i miei desideri profondi, con la mia vera natura. Il che in effetti non è un bene, ma a volte può servire per mettersi totalmente nei panni e a disposizione dell’altro (e questo vale non solo per i miei figli). Se non avessi questa cronica tendenza a giudicarmi con severità e a sentirmi in colpa, forse sarei meno empatica e meno concentrata sul cercare di migliorarmi con costanza come madre, ma più in generale come donna e come cittadina. Forse verrebbe meno una potentissima spinta a diventare ogni giorno la migliore versione possibile di me.

La sfida rimane quella di non farsi travolgere, di saltare fuori dal mantello quando arriva il momento, sacrosanto e sanissimo, di pensare solo a me stessa. Di concedermi il diritto inalienabile di sbagliare più o meno scientemente, di essere una madre (e una persona) imperfetta, umana e fallibile. Di ricordare che il senso di colpa, appunto, va bene finché si limita a essere uno stimolo a guardare in faccia la realtà e a migliorarsi di continuo, ma è controproducente quando paralizza e condanna all’insoddisfazione perpetua. La sfida, in definitiva, rimane quella di trasformarlo in uno strumento al proprio servizio, nella ricerca costante dell’autenticità che permette di essere liberi e felici.

13 Gennaio 2020 0 Commenti
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Mia figlia

by Silvana Santo - Una mamma green 10 Gennaio 2020

Mia figlia è la stessa bambina che dopo un volo intercontinentale con scalo (con partenza all’alba) incassa i complimenti del vicino di seggiolino, al grido di “Non ho mai visto una bambina così brava in aereo”. E che poi, non più di qualche giorno dopo, mi costringe a sgridarla nello studio di un’oculista perché tenta di arrampicarsi sulla poltrona delle visite mentre io cerco di parlare con la dottoressa.

Mia figlia è la stessa bambina che si è “autosvezzata”, che a un anno e mezzo mangiava di gusto in un villaggio remoto della Repubblica Dominicana, che da piccola mi rubava lo street food asiatico dal marsupio o dalla fascia. E che da qualche tempo ha un sacco di difficoltà col normalissimo cibo casalingo (e con quello della scuola), che andrebbe avanti solo a caramelle e patatine e che impiega ore e fatica per finire un piccolo piatto di pasta.

Mia figlia attira sguardi e carezze in mezzo globo. Incassa i commenti sulla sua “dolcezza” con vanità ma anche con timidezza, schernendosi e ricambiando a suon di saluti rispettosi. E sempre lei bisticcia furiosamente con suo fratello, reagisce alle provocazioni con ferocia e riesce a raggiungere con le sue urla un livello di decibel da causare dolore ai timpani.

Mia figlia soffre un pochino l’ambiente scolastico perché è troppo remissiva. Tende a eseguire gli “ordini” delle compagne più intraprendenti, a lasciarsi strapazzare le guance paffute, a giocare ruoli subalterni nei giochi. Per poi, una volta a casa, tentare di fare esattamente il contrario con noi, assumendo la postazione di regia ed esercitando la propria attitudine alla leadership.

Mia figlia è sole e luna, fuoco e ghiaccio, vento e sabbia. È tutti i colori dell’iride, una contraddizione costante, una sorpresa quotidiana. Non è sempre facile, mia figlia. Perché ti costringe a fare i conti con l’imprevedibile, ad accettare l’imponderabile, a prendere atto di cose che non puoi capire, e che magari ti fanno arrabbiare, dispiacere, preoccupare.

Mi ricorda un gatto, mia figlia. Senza padroni, senza certezze. Senza copioni. E come i gatti mi insegna ogni giorno l’amore incondizionato, irrazionale, “materno”. E io imparo forse troppo piano, ma non smetterò mai di provarci. Con tutta me stessa.

10 Gennaio 2020 2 Commenti
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Gli strumenti per essere felice

by Silvana Santo - Una mamma green 20 Dicembre 2019

Questo bambino qui esce quasi sempre tra gli ultimi della sua classe. Perché ha ideato la “Davide Aiuta Company”, di cui è unico fondatore e membro, per dare una mano ai compagni quando si trovano in difficoltà a preparare lo zaino, o magari dimenticano qualcosa in aula.

Questo bambino qui si rifiuta di farsi aiutare a portare il suo zaino di seconda elementare, che certe volte pesa un accidenti. “Perché non voglio farti stancare, mamma”.

Questo bambino qui ha un salvadanaio diviso in due scomparti, “uno per me e uno per i poveri”.

Questo bambino qui piange quando sua sorella canta le canzoni della recita di Natale, in cui si fa riferimento a chi non ha niente, a chi è solo, a chi è triste.

Questo bambino qui è capace di fermarsi di botto nel mezzo di una giornata al luna park e di rabbuiarsi perché “i bambini poveri non possono andare sulle giostre”.

Questo bambino qui è il mio orgoglio. Ma è anche la mia spina nel cuore. Perché mi sembra affetto da un eccesso grave di empatia e di consapevolezza. Mi sembra troppo incline al senso del dovere, e di conseguenza al senso di colpa. Troppo fragile e ansioso, incapace di quella dose necessaria di egoismo che permette agli esseri umani di perseguire la propria felicità. Mi sembra, soprattutto, completamente o quasi privo di leggerezza.

E, manco a dirlo, mi sembra che tutto questo – per genetica, per educazione o forse per osmosi – lo abbia ereditato da sua madre.

Se c’è una cosa che vorrei dare ai miei figli sono gli strumenti per essere felici, e non sono affatto sicura di aver fatto finora un buon lavoro. Sono fiera di mio figlio. Della sua generosità, del suo altruismo, della sua profondità e del suo temperamento. Ma non vorrei mai che queste qualità finissero col diventare degli impedimenti per essere felice. Per essere libero. Non vorrei mai che lui, distratto ad ascoltare i bisogni degli altri, finisse col disimparare a riconoscere i suoi.

Quando andavo al liceo un mio compagno particolarmente brillante mi teneva delle goffe “lezioni di cattiveria”. Né io né lui ci rendevamo conto che quel nodo – l’incapacità di contattare la mia rabbia legittima, il bisogno di consenso e di riconoscimento da parte degli altri, la tendenza ad aderire ai loro standard e a perseguire il bene a ogni costo possibile – sarebbe stato centrale nella mia vita, nel bene ma anche nel male. Non vorrei che il mio figlio primogenito si trovasse ad attraversare le stesse asperità.

Come si fa a insegnare ai propri figli a essere “meno buoni”, e non solo a Natale?

20 Dicembre 2019 0 Commenti
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Non è che io non ti voglia ascoltare

by Silvana Santo - Una mamma green 18 Dicembre 2019

Non è che io non ti voglia ascoltare. Che io non sia interessata a quello che mi stai raccontando, che non mi importi di te, di quello che ti è accaduto e di quello che la tua immaginazione partorisce nella tua testolina adorabile. Non è che io ritenga più importante altro rispetto a te, ai tuoi sentimenti, alle tue idee, ai tuoi ricordi. È che sono adulta. E come tutti gli adulti non sono mai del tutto libera. È che se non provvedo a consegnare quel certo lavoro entro stasera, poi mi troverò nei guai, in primis con la mia coscienza e la mia autostima (due tipe incazzose che temo tu abbia ereditato da me). È che se non tolgo la cena dal forno proprio adesso, finirà bruciata e immangiabile. È che se non ritiro il bucato dal balcone, l’umidità della notte lo inzupperà, e mi toccherà rifare tutto da capo. È che mentre tu mi chiedi di ascoltarti con quei tuoi occhi enormi luccicanti di curiosità, saltellando perché sei incapace di stare fermo, nel mio cervello strepita a tutto volume un allarme orrendo e insopportabile che non so disattivare. L’allarme che mi ricorda quanto io sia in ritardo su tutto, quanti doveri ancora mi chiamano, quante scadenze si avvicinano pericolosamente, quanti problemi richiederebbero con urgenza la mia attenzione.

Non è che io non abbia voglia di giocare con te. Non è che mi dispiacerebbe restare con te sul tappeto a lanciare dadi, a costruire castelli, a ninnare bambole. Non è che io mi ritenga troppo cresciuta, o troppo saggia, o troppo matura per intrattenermi con te nel tuo mondo sognato. Non sono cresciuta. Non sono saggia, non sono matura. Sono soltanto adulta. E la mia vita semplice e regolare di adulta sana e benestante del terzo millennio pretende da me un sacco di tempo e di energie. Un sacco di risorse nervose e muscolari ogni santo giorno, per guadagnare soldi e spenderli, per soddisfare bisogni indotti (miei o di altre persone), per intrattenere conversazioni inutili e mantenere in vita relazioni che non portano alla felicità. È che mentre tu mi supplichi di giocare con te, con indosso il tuo vestito luccicante da maga, o le tue ali rosa da unicorno, lacci invisibili mi inchiodano alle mie responsabilità, reali o presunte che siano. Voci silenziose mi richiamano all’ordine, esigono il mio tempo e le mie residue energie.

Non è che non mi vada di guardare un film assieme a voi, o di leggere un libro facendo le voci. Di sprofondare nel divano con il gatto sulle cosce e di sgranocchiare bruscolini dallo stesso sacchetto, mentre ridiamo o cantiamo a voce alta. Mentre ci stringiamo sotto una coperta, consapevoli e grati perché ci siamo, perché stiamo insieme e stiamo bene. Perché siamo felici. È solo che se non faccio adesso le cose che devo fare, domani saranno raddoppiate, e diventeranno talmente pesanti da schiacciarmi il petto e annebbiarmi i pensieri. È solo che se mi concedo questo tempo con voi, dovrò inventarne altro per tutto il resto, e davvero non sarei capace. Non ne avrei la forza.

Non siamo genitori di figli piccoli che per una manciata di anni. Una piccola pila di lune che ogni mese si assottiglia sotto i nostri occhi, affaticati dal sonno mancante, dalle preoccupazioni, dalle responsabilità che si accumulano e ci sopraffanno. In queste poche decine di lune dovremmo poter vivere nella costante consapevolezza, nella certezza inaffondabile che i nostri bambini sono la nostra priorità assoluta. Che stare insieme a loro – starci davvero – dovrebbe essere l’obiettivo temporaneo delle nostre vite, non solo perché i nostri figli ne hanno bisogno e ce lo chiedono a gran voce, ma perché fa bene a noi, anche se non sempre ce ne rendiamo conto. E invece siamo oberati e schiacciati. Distratti, contesi. Distrutti da ritmi quotidiani innaturali e insostenibili, dalla dipendenza dai social, da uno stile di vita insensato e deprimente, da tutto quello che ci hanno convinto significhi essere adulti e genitori “responsabili”: guadagnare bene, avere una bella casa in ordine, aderire a certi canoni sociali, vivere con certi standard. E l’unica soluzione possibile, laddove ci sia una qualche soluzione, sembra essere quella di rinunciare a starci, insieme ai bambini. Di delegare la nostra presenza ad altri, così che noi possiamo “serenamente” occuparci del resto. Peccato che presto questi figli smetteranno di chiederci ascolto e presenza, smetteranno di avere cose da dirci, giochi da condividere, libri da farsi leggere. Speriamo che a noi e alle nostre responsabili vite da adulti, alla fine della giostra, non resti solo un gigantesco rimpianto.

18 Dicembre 2019 5 Commenti
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Vi darò quello che sono

by Silvana Santo - Una mamma green 11 Dicembre 2019
Vi darò le mie mani. Per accarezzarvi, per lavarvi, per medicarvi. Per riscaldarvi quando avrete freddo e darvi sollievo quando la febbre vi farà delirare. Le mie mani tese per sostenervi sui declivi più impervi e per rialzarvi dopo le cadute più rovinose. E vi darò le mie mani per costruire, per dipingere, per impastare. Per colorare il mondo e cuocere biscotti e realizzare invenzioni sempre nuove. Vi darò le mie mani, inutile negarlo, anche per strattonarvi e spingervi, assediata dalla fretta, dall’ansia, dalla solitudine. E vi darò le mie mani per allontanarvi nelle ore buie, quando l’amore sembra non essere sufficiente e le radici condivise di certo non bastano più.
 
Vi darò la mia voce. Per leggere, per cantare, per raccontare. Per domandare e rispondere, una, dieci, cento volte in un’ora. Vi darò la mia voce quando vorrete sentirla e, molte volte, anche quando vi risulterà odiosa e insopportabile. Per dirvi che avete ragione e che state sbagliando, per acconsentire e per dirvi di no. Vi darò la mia voce per dirvi la verità e anche qualche pietosa bugia. Per chiedervi perdono. Per confessarvi i miei limiti, per affidarvi i miei sbagli e le mie fragilità. Vi darò la mia voce per dirvi che ci ho provato sempre, anche quando sapevo fin da subito che non avrei potuto che fallire. E vi darò la mia voce, non di rado, per urlare più del necessario. Per rimproverarvi a torto o a ragione, per vomitarvi addosso parole che non meritate e per le quali poi continuerò a punirmi per tutta la vita.
 
Vi darò il mio corpo. Come ho fatto quando crescevate invisibili nelle pieghe in fondo al mio ombelico, come ho fatto quando dal mio corpo stillava il vostro unico alimento, quando vi reggevo per ore e giorni, senza stancarmi del vostro peso inerte sulle mie ossa stanche. Vi darò il mio corpo per nascondervi quando avrete paura, per appoggiarvi quando sarete stanchi, per riscaldarvi e riposare quando avrete freddo e vi sentirete soli. E vi darò il mio corpo per ballare e per correre, per saltare e per nuotare. Per scivolare sulla neve, affondare nella sabbia e riposare sull’erba. Per abbracciarci forte, e pazienza se il mondo, per un attimo, dovrà restare chiuso fuori.
 
Vi darò il mio tempo. Giorni interi e notti ininterrotte. Il tempo sottratto a tutto il resto, sottratto agli altri, sottratto a me stessa. Il tempo trascorso insieme a voi e quello passato ad aspettarvi e a lasciarvi andare. A interrogarmi su quale sia il da farsi, o su quale sarebbe stato. Il tempo trascorso insieme a ridere e a piangere, a rincorrersi e a schivarsi, ad amarsi e a farsi del male. A vivere o a restare immobili e sgomenti nell’attesa di qualcosa.
 
Vi darò troppo, o troppo poco.
 
Vi darò quello che volete e quello di cui pensate di non aver bisogno.
 
Vi darò quello che sono, quello che posso e quello che riesco a inventarmi anche se proprio non ce l’ho.
 
Sperando che basti perlomeno a voi due (visto che a me stessa non basterà mai).
11 Dicembre 2019 0 Commenti
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essere madre

La certezza di essere amati per quello che siete

by Silvana Santo - Una mamma green 4 Novembre 2019

Mi capita spesso, ora che non siete più così piccoli, di chiedermi cosa resterà di questa vostra infanzia che stiamo vivendo tanto intensamente. Di questi anni condivisi fino quasi alla simbiosi, delle migliaia di miglia percorse fianco a fianco, dentro e fuor di metafora. Percorse mano nella mano finché voi me lo concederete, finché ne avrete bisogno, finché ne avrete voglia. Percorse quasi sempre al vostro passo – inizialmente così incerto e lento, ora via via più frenetico, tanto che quasi stento a starvi dietro – ma ogni tanto con me che vi trascino, assediata dalla mia impazienza adulta, dalla fretta che avvelena i miei giorni e, di conseguenza, anche una parte dei vostri.

Mi capita spesso, ora che ci vedo procedere a passi sempre più spediti verso la fine di questa vostra infanzia faticosa e colorata, di chiedermi cosa ricorderete, cosa porterete con voi quando sarete voi stessi a reggere il timone, a interpretare le stelle, a dettare l’andatura. Di cosa è impastata la terra nella quale affondano le vostre radici? Quali sensazioni vi faranno trasalire, una volta adulti, catapultandovi all’improvviso a questa decade bambina che state trascorrendo insieme a me? Il profumo del mare nel quale giochiamo insieme? Il sapore della salsa di pomodoro che preparo in estate e di cui faccio scorta per affrontare l’inverno? La luce delle candele che accendo ogni sera quando è ora di cena? La melodia delle mie canzoni preferite, il suono della mia voce quando leggo per voi, le decine di migliaia di ora trascorse assieme a fare cose che, in molti casi, mai avrei pensato di riuscire a fare? Si farà dolce il pensiero, quando tornerete con la mente a quello che ora è il nostro presente che sembra così ordinario, così ripetitivo, così banale?

Una cosa, alla fine, vorrei che restasse – di questi anni che non ho ancora capito se sono io che sto regalando a voi, oppure viceversa – nella vostra memoria silente, nella vostra coscienza, nella vostra intima consapevolezza di figli, di persone, di esseri umani. La certezza di essere stati amati in ogni modo possibile. La certezza di essere stati sempre amati per quello che siete. Esattamente per quello che siete. Anche se siete diversi da come sono io, da come ero io alla vostra età, da come vi immaginavo e, in certi casi, da come mi aspettavo che sareste stati. La certezza di essere amati, di essere meritevoli di un amore grande e puro. Di un amore eterno. La certezza di essere meritevoli di perseguire la vostra felicità, con ogni mezzo che non sia lesivo dell’altrui diritto a fare altrettanto. La certezza di avere il diritto e il dovere di essere sempre voi. Di essere autentici, di essere veri, di essere fedeli a quello che siete e di somigliare sempre di più a quello che volete diventare. La certezza di essere nati con un solo preciso scopo: essere amati, amare a vostra volta ed essere il più possibile felici.

Se davvero fosse questa, l’eredità che riuscirò a lasciarvi quando mi toccherà cedere il passo e guardarvi le spalle, se fosse questo il retrogusto che accompagnerà il ricordo dei vostri primi anni di vita (questo, e non la memoria delle centinaia di luoghi in cui siamo stati insieme, degli spettacoli a cui abbiamo assistito, dei giochi che abbiamo fatto insieme, dei pasti che vi ho servito, delle storie che ho inventato per voi, delle canzoni che vi ho cantato, delle notti in cui ho vegliato sul vostro respiro), allora saprò di avere fatto un buon lavoro. Di avervi lasciato al mondo con il solo bagaglio che occorre: la certezza di essere amati.

4 Novembre 2019 2 Commenti
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Mi chiamo Silvana Santo e sono una giornalista, blogger e autrice, oltre che la mamma di Davide e Flavia.

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